MIDNIGHT DINER: TOKYO STORIES

Benvenuti in una nuova frizzante rubrica, attraverso la quale analizzeremo alcune serie televisive di produzione nipponica che, a mio parere, sono un interessante spunto di riflessione per comprendere meglio il panorama culturale di questo affascinantissimo paese.

MIDNIGHT DIENER: Tokyo Stories, è una serie originale Netflix che mi ha colpito fin dal primo episodio. A differenza della maggior parte delle serie che conosciamo, in questa non ritroviamo una narrazione continua suddivisa per episodi, ma una caratterizzazione autoconclusiva per ogni puntata. Alla base di ogni episodio troviamo la vita di un locale notturno nella città di Tokyo, aperto soltanto di notte, che offre ai proprio clienti un menu vario in base alla disponibilità di ingredienti e alle preferenze degli avventori. Il locale viene gestito da quello che potremmo definire il perno centrale della narrazione, un cuoco silenzioso e amichevole che ricopre il ruolo di “confidente” e amico del cosiddetto “popolo della notte”. Infatti,date le ridotte dimensioni del locale e l’ atmosfera intimistica, ogni notte clienti abituali o meno che si recano per mangiare in compagnia finiscono per discutere animatamente delle proprie vite. Ciò che caratterizza questa serie è lo sfondo culinario, in quanto ognuno dei 10 epidosi narra le vicende di un diverso avventore, che viene fin dai primi istanti caratterizzato per la scelta del piatto al suo arrivo al Diener. Secondo questa struttura, in ogni puntata, vengono approfondite le vite, le emozioni e le difficoltà che caratterizzano la vita giornaliera di ognuno. Il clima familiare tende a creare forti legami tra i personaggi che spesso vedono intrecciarsi le proprie vicende. Procedendo con gli episodi ogni frequentatore del diener mette in luce qualcosa di nuovo su di se, permettendo a chi si gode questo spettacolo, di affezionarsi quasi inconsapevolmente ai protagonisti. Questo sapore di quotidianità, unito alle tradizioni giapponesi e a una scena di carattere umoristico, sono i principali motivi per cui consiglierei caldamente a tutti di guardare questa serie televisiva. Davvero rilassante, generatrice di sorrisi e interessanti spunti,  si può tranquillamente assaporare di fronte a una tazza di te o in compagnia di amici.

(Recensione di Giacomo Becchi)

Susumu Yokota (横田進) – Sakura (桜), 2000

Salve a tutti, e ben ritrovati nella NOSTRA rubrica musicale interamente dedicata al Giappone! Quest’oggi vogliamo introdurre un compositore molto interessante e proveniente dal contesto nipponico ma che, purtroppo, non è ancora molto conosciuto. Parliamo dunque di Susumu Yokota, e del suo album Sakura.

Andiamo innanzitutto a contestualizzare l’artista e ad inquadrare la sua opera

Susumu Yokota nasce nel 1960 a Toyama (富山市) e morirà nel 2015 all’età di 54 anni, dopo un lungo periodo di malattia. Comincia a far parlare di sé (almeno nell’ambiente giapponese) in quanto DJ House e produttore musicale, e questo background spiegherebbe il perché delle sue influenze elettroniche e tecno che rendono la sua opera musicale eclettica e, al tempo stesso, più articolata. Parlando della sua carriera internazionale, bisogna senz’altro citare la Germania e, in particolare, Berlino, città in cui l’artista giapponese comincia a farsi conoscere anche all’estero grazie alla Love Parade organizzata nell’anno 1993, ovvero un vero e proprio festival dedicato alla musica dance. Dall’esperienza tedesca nasceranno successivamente 2 album, che sono Frankfurt – Tokyo Connection (1)* e Zen (2)* (quest’ultimo sotto lo pseudonimo di Ebi). Fino all’anno 1997 verranno prodotti nuovi album, per lo più commerciali e basati sulle mode della musica dance del momento; tanto per menzionarne alcuni, abbiamo Acid Mount fuji (3)* e Plantation (4)* (sotto il falso nominativo di Ringo). Il suo primo album sperimentale compare nel 1997, intitolato Cat, Mouse and Me (5)* (1997), e presenta un intreccio di generi più ampio che vede l'”intromissione” di due generi nuovi come l’acid jazz e l’hip-hop, accostati al sempre presente stile elettronico da cui lui stesso deriva, e che vanno a rendere il groove (ossia il ritmo) complessivo dell’album ancora più interessante. Yokota inizierà poi a dedicarsi alla musica ambient (genere musicale entro il quale il tono e l’ambiente risultano essere più importanti del ritmo e della struttura stessa del brano; viene definita musica ambientale in quanto fa uso di suoni ampi e naturali, che tendono a rievocare particolari emozioni e sensazioni visive all’ascolto) con l’album Magic Thread  (1998), in cui si ha una fusione ambient-house a dir poco sublime. Coerente con la nuova direzione musicale verso la quale si era oramai indirizzato il compositore giapponese è anche l’album successivo, Image (6)* (1999),composto di una serie di vecchie registrazioni di stampo ambient-trance (la musica trance rappresenta un sottogenere della elettronica, e nasce negli anni ’90 in Germania; si pensa che sia stata così denominata in quanto la profondità delle frequenze e dei suoni di tale stile sembrerebbe provocare uno stato di trance psichica indotto da una sensazione di estasi). La sua evoluzioni verso strutture musicalmente sempre più astratte continua con Grinning Cat (7)* (2001), direzionato verso il minimalismo musicale (con il termine musica minimale ci si riferisce ad un ramo della cosiddetta musica colta che nacque negli Stati Uniti nei primi anni ’60 come esigenza per rendere più accessibile la musica astratta d’avanguardia in voga all’epoca. Si tratta di uno stile essenzialmente basato sulla ripetizione costante di schemi semplici ed eseguiti da un numero ristretto di strumenti musicali).

  • (1)* (https://www.youtube.com/watch?v=3eUCinf6yw0)
  • (2)* (https://www.youtube.com/watch?v=td6yY7_zdE8)
  • (3)* (https://www.youtube.com/watch?v=lSY1tyuR3WQ)
  • (4)* (https://www.youtube.com/watch?v=XF9sRYzh9ps)
  • (5)* (https://www.youtube.com/watch?v=hYiG57ZKAxY)
  • (6)* (https://www.youtube.com/watch?v=hJ7joUa9v3s)
  • (7)* (https://www.youtube.com/watch?v=SxWi7AXtJ1Q)
  • (8)* (https://www.youtube.com/watch?v=BHdF4rTVLWE)

Passiamo adesso ad elencare le tracce e ad analizzare l’album in questione, Sakura

  • 1) Saku
  • 2) Tobiume
  • 3) Uchu Tanjou
  • 4) Hagoromo
  • 5) Genshi
  • 6) Gekkou
  • 7) Hisen
  • 8) Azukiiro no Kaori
  • 9) Kodomotachi
  • 10) Naminote
  • 11) Shinsen
  • 12) Kirakiraboshi

 

Nel 2000 uscirà poi l’album Sakura (8)*, tema centrale di questa discussione, figlio della formazione impressionista che Yokota aveva ricevuto dal suo maestro Brian Eno (con l’espressione impressionismo musicale facciamo riferimento ad una corrente musicale considerata “colta” che nasce in Europa, e nello specifico in Francia, fra fine ‘800 e inizi ‘900. Si basa sullo stile di fondo che condivide con l’omonima corrente pittorica, privilegiano quindi il timbro di ogni singolo strumento e creando sonorità più leggere e “sfumate”, creando così un innovativo effetto di sospensione. Gli accordi non seguono le regole tradizionali, e le scale utilizzate provengono o dalla tradizione medioevale, o sono ispirate all’Oriente, come la scala pentafonica e la scala esatonale, rispettivamente di 5 e di 6 suoni, ricreando atmosfere vaghe ed indeterminate). La sua incursione all’interno di questo nuovo genere musicale si distingue tuttavia da quella dei suoi colleghi per via delle sue influenze da parte della musica techno (come si vede nel brano Genshi) e jazz (come si vede invece nella traccia Naminote). Addentrandoci ora un po’ più a fondo nell’album, che comincia con Saku, ritroviamo già dal primo brano uno stile musicale calmo e tranquillo, in perfetta armonia con i canoni della musica ambient. Yokota introdurrà molto presto però anche elementi musicali provenienti direttamente dal suo background d’origine, velocizzando così il ritmo di alcuni pezzi (quali Uchu Tanjou e Genshi, ma anche Kodomotachi). Ciò che, in un certo senso, “rompe” l’economia dell’album è il brano Naminote, che presenta uno stile prettamente improntato al jazz e si insedia nel flusso melodico della musica d’ambiente che percorre l’album praticamente per la sua interezza. Si presenta quindi come un’opera rilassante ma mai noiosa, adatta ad accompagnare una buona riflessione, un lungo viaggio in treno o anche un piacevole momento di relax. Si tratta di un album capace di ricreare un’atmosfera contemplativa, quasi sognante, e che mi sento vivamente di consigliare a tutti, grandi e piccoli, con la certezza che, una volta scoperto, vi innamorerete di questo genere in men che non si dica! Soreja mata ne, minna!

(Recensione di Simone Cozza)

Ryo Fukui – Scenery (1976)

Salve a tutti, amanti della musica giapponese!
Oggi parliamo di un pianista e compositore jazz giapponese, Ryo Fukui, e nello specifico vi presenteremo il suo album di debutto, intitolato “Scenery”.

-Inquadriamo però prima brevemente l’artista: chi è (o meglio, era) Ryo Fukui?

Il compositore giapponese nasce il 1° Giugno dell’anno 1948 a Biratori, Hokkaidou. La sua formazione musicale come pianista è prettamente di natura autodidatta, e comincia a suonare verso l’età dei 22 anni. Si dilettava spesso a suonare nel jazz club “Slowboat” a Sapporo, al quale dedicherà persino un album interamente live dal titolo “A Letter from Slowboat” (di cui consiglio vivamente l’ascolto, nonostante non sia il tema centrale del giorno)* Altri locali famosi in cui suona sono il “Pit Inn” (Shinjuku), il “Sometime” (Kichijouji) ed il “Jazz Inn Lovely” (Nagoya).

*Qui il link per chi fosse interessato all’album sopraccitato->
https://www.youtube.com/watch?v=kVV_z1lBNLo

Ryo Fukui si appassiona, come molti altri giapponesi all’epoca, al mondo del Jazz e alle sue infinite declinazioni grazie all’influenza statunitense del post-guerra, seguendo le orme dei più famosi jazzisti americani, quali Bill Evans, Miles Davis e John Coltrane. A partire dalla seconda metà del Novecento, di fatto, mentre il pubblico nord-americano andava sempre più assottigliandosi, stava gradualmente (e, se vogliamo, anche paradossalmente) aumentando il numero di seguaci di questo stile musicale dalle origini così “umili” in tutto il resto del mondo, ed in particolare nel paese del Sol Levante. Fu così che, mentre gli americani cominciarono ad addentrarsi verso generi apparentemente più creativi, come ad esempio il Rock, il Funk e il Soul, cominciando a mettere da parte la musica Jazz, che veniva considerata oramai superata dai più, vari artisti europei e non iniziarono invece a scoprire ed ampliare tale genere, creando varianti quali lo smooth jazz (assimilabile ad un jazz di taglio mainstream e nominato anche “jazz alleggerito”) e il cosiddetto acid jazz. Ciò che permise al pianista e compositore di Hokkaidou di studiare liberamente questo tipo di musica fu il fatto che, non essendo ostacolato né limitato dalla visione negativa che l’America ormai aveva del jazz, poté creare (o meglio ricreare) un jazz puro, convertendosi così in un vero e proprio pilastro della cultura musicale di stampo jazz nel contesto giapponese. Purtroppo il suo lavoro venne dimenticato per molti anni, e tornerà ad essere ascoltato soltanto agli inizi del 21esimo secolo. Ryo Fukui morirà il 15 Marzo del 2016 a Sapporo, a causa di un linfoma.

-Adesso passiamo finalmente all’album in questione, Scenery**

Tracce:

1-It Could Happen To You (0:00)
2-I Want To Talk About You (4:16)
3-Early Summer (10:49)
4-Willow Weep For Me (21:34)
5-Autumn Leaves (29:17)
6-Scenery (35:49)

**Qui il link per ascoltare l’album completo->
https://www.youtube.com/watch?v=Hrr3dp7zRQY

Scenery, oltre ad essere di fatto l’album di debutto del compositore giapponese, rappresenta anche un’opera di jazz nella sua forma più pura ed incontaminata.
Si presenta come un trio, dove abbiamo ovviamente Ryo Fukui al pianoforte, Satoshi Denpo al basso e Yoshinori Fukui alla batteria. Il primo brano, It Could Happen To You, si ispira ad un brano reso popolare da Frank Sinatra e Bing Crosby (per non menzionare altri nomi noti, quali Chet BakerMiles Davis) nella metà circa degli anni ’40. Melodia tranquilla ma allegra allo stesso tempo, con molti assoli (o solos in gergo tecnico) che rendono il pezzo ancora più interessante e piacevole da ascoltare. Dopodiché abbiamo la canzone I Want To Talk About You, ispirata invece al grandissimo John Coltrane, si potrebbe definire come un vero e proprio capolavoro di modal jazz (o jazz modale), ovverosia un sottogenere del jazz la cui la caratteristica principale si può ritrovare in una melodia che svincola le regole di compatibilità fra accordi e tonalità e che, dunque, si basa sull’idea di fondo secondo cui gli accordi non devono corrispondere (o comunque, non necessariamente) alle regole dell’armonia tonale del brano. L’album raggiunge poi un crescendo (ossia un aumento dell’intensità del suono) con il terzo pezzo, Early Summer. Qui abbiamo un assaggio degli anni ’60 con quello che viene chiamato blue note, là dove per blue note (detta anche worried note) intendiamo una nota identificabile nella scala del DO con le 3 note MI, SOL e SI, che viene suonata (o cantata) abbassata di un semitono, ovvero in maniera calante. Si parla di nota blu per via dell’associazione meramente linguistica che si ha in lingua inglese tra il colore blu ed il senso di tristezza e nostalgia tipico della  musica afro-americana (o black music), e quindi tipico della musica jazz e soul (non dobbiamo però dimenticarci anche altri stili altrettanto significativi come il Reggae, il Funk, ma anche lo Swing, il Gospel, l’R&B, fino ad arrivare al Rap). Verso la metà circa della canzone assistiamo però ad una forte transizione musicale da un ritmo più lento e calmo ad un ritmo più rapido e sostenuto, come si può notare anche dall’ascolto del pezzo, fino ad arrivare ad un assolo finale che dura un paio di minuti. Si tratta di un assolo apparentemente caotico ma non casuale, e soprattutto che non risulta mai pesante o forzato all’ascolto. Il brano, dopo un ulteriore assolo da parte del batterista, si chiude in maniera circolare con un riff (cioè una frase musicale o successione di note generalmente breve e con una propria identità espressiva, che si ripete più volte all’interno di una stessa composizione, per lo più utilizzata come accompagnamento o per conferire più musicalità ad un testo, anche se a volte può costituire il nucleo centrale del brano stesso) molto simile a quello presente anche nella intro. Successivamente, dopo altri due pezzi modali (vedi sopra per definizione) che sono appunto Willow Weep For Me e Autumn Leaves, l’album si conclude con Scenery, da cui prende il nome. In quest’ultimo brano musicale ritroviamo uno stile più ordinato e preciso, che si basa adesso molto meno sul legato usato in precedenza (con il termine legato intendiamo uno stile musicale che prevede che le varie note siano riprodotte “accostate” l’una accanto all’altra senza interruzioni, in modo che il suono sia appunto legato e non “spezzato”), e che rappresenta una sorta di fusione tra i 2 stili principali che compongono l’intera opera, ossia uno più gioioso e allegro, e l’altro più lento e solenne.

Per concludere questa recensione, infine, non mi rimane che consigliarvi l’ascolto di questo fantastico artista e del suo album, capace di far innamorare sia gli appassionati del genere jazz, sia chi ha intenzione di approcciarsi ora al meraviglioso mondo della musica giapponese, sia chi semplicemente si ritiene curioso di voler esplorare nuovi orizzonti e nuove culture. Vi assicuro che non ve ne pentirete affatto!

Detto questo vi ringrazio per l’attenzione e, sperando abbiate gradito la lettura, posso solamente dirvi: alla prossima, minna!

(Recensione di Simone Cozza)