Melancholic (2018) – Tanaka Seiji

 

メランコリック

Melancholic

(Giappone, 2018)

Regia Tanaka Seiji
Cast Minagawa Yōji, Isozaki Yoshitomo, Yoshida Mebuki
Genere Quirky-noirish drama
Durata 113 minuti
Lingua giapponese

Premiato con il Gelso Bianco come miglior opera prima alla ventunesima edizione del Far East Film Festival, il giovane Tanaka Seiji ha esordito come regista con il film Melancholic. Melancholic è stato definito come un “quirky-noirish drama”, essendo alquanto complesso collocarlo all’interno di un solo genere. Il giovane regista, infatti, ha gestito in maniera eccezionale uno zibaldone di generi, creando un connubio equilibrato di elementi e temi: thriller, humor nero, storia d’amore, disoccupazione, scontro generazionale.

Minagawa Yōji, nelle vesti dello strampalato Kazuhiko, è stato in grado di rendere tramite il gesticolare delle mani e i tick la goffaggine del giovane ragazzo. Sebbene sia laureato presso una prestigiosa università di Tokyo, Kazuhiko ha poca fortuna nella ricerca di un impiego, a differenza dei suoi coetanei. Troverà occupazione presso un sentō (bagno pubblico giapponese) come inserviente. Inizialmente pare un lavoro regolare agli occhi di Kazuhiko, in cui le persone vengono ogni giorno per lavarsi, tra cui una sua ex compagna di cui si invaghirà. Dopo l’orario di chiusura, tuttavia, il bagno si trasforma in un luogo di esecuzioni della yakuza.

Dopo aver scoperto accidentalmente le reali finalità del luogo, il signor Azuma, il proprietario del sentō, assegnerà a Kazuhiko, assieme a Matsumoto, il compito di ripulire a fondo il bagno pubblico dal sangue delle vittime. Kazuhiko perderà presto il controllo della situazione e il suo nuovo impiego inciderà non solo sulla sua vita ma anche su quella dei suoi familiari e della sua amata. Fino a che punto sarà disposto ad arrivare Kazuhiko pur di proteggere i suoi cari?

“Se c’è qualcuno di malinconico in questa sala, sono sicuro che dopo il film gli tornerà il sorriso.”
Questa è stata la premessa, interamente letta in italiano, del regista Tanaka Seiji in occasione del debutto internazionale di Melancholic al Far East Film Festival. Ed è proprio col sorriso stampato in volto che gli spettatori hanno lasciato la sala del Teatro Nuovo Giovanni di Udine.

— di Gene Delos Santos


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RIVER’S EDGE: la Bubble culture secondo YUKISADA ISAO

Tratto dall’omonimo manga di Okazaki Kyōko, viene serializzato tra il 1993 e il 1994, con lo scopo di raccontare i problemi dei giovani studenti di Tōkyō. Okazaki non fa che descrive la solitudine e il vuoto dei liceali.

Nel 2018 viene presentato al Festival di Berlino per la sezione denominata Panorama, nata per premiare film d’autore, film indipendenti e documentari con tematiche impegnate e stili poco convenzionali.

Haruna Wakagusa è una studentessa che vive con la madre. Il suo compagno di classe Ichiro Yamada è vittima di bullismo, a causa del suo orientamento sessuale. I due diventano amici dopo che lei lo salva dalle continue angherie del fidanzato di lei. Ichiro decide allora di confessarle il suo segreto: la scoperta di un cadavere lungo il fiume. I due non sono gli unici personaggi all’interno del film, vi sono infatti: Kannonzaki, il bulletto della scuola che tradisce Haruna con una sua amica; Yoshikawa, giovane studentessa oltre che modella ma bulimica; Koyama, amica di Haruna e probabilmente incinta di Kannonzaki e infine Tajima, “ragazza di copertura” di Ichiro. 

6 ragazzi di Tōkyō, figli dello scoppio della bolla speculativa che ha colpito il Giappone negli anni 90, costretti a vivere in una società in profondo mutamento al negativo. Questi i protagonisti del film.

Da sinistra: Rumi, Kannonzaki, Haruna, Ichiro, Tajima e Yoshikawa.

La “baburu” culture 

Lo scoppio della bolla speculativa ha colpito il Giappone in modo estremamente brusco. Non ha colpito solamente l’economia ma anche lo stile di vita, i comportamenti e la stessa cultura giapponese. Si sente spesso infatti parlare di baburu culture, appunto cultura della bolla. Questo modello emerge dall’estrema incertezza e vacuità causata dalla crisi economica. Vi è una perdita di fiducia nelle autorità e una conseguente contestazione delle azioni portate avanti dal governo. Inoltre, elemento molto più grave, è presente un rifiuto dei modelli precedenti, anzi si critica, in parole semplici,  l’operato della generazione precedente che non è stata in grado di fornire  basi solide alle nuove generazioni. Abbiamo il ricorso a nuove figure,  per esempio si va a creare in concomitanza con il modello di famiglia tradizionale, la convivenza di fatto.

Relativamente al film questo è visibile con Rumi e l’enjo kōsai. L’Enjo kōsai è una forma di prostituzione che coinvolge minori, solitamente adolescenti, e consiste nel farsi accompagnare da uomini adulti in cambio di denaro, che viene poi speso per comprare le ultime cose alla moda. È evidente che sia un’ espressione di un disagio, causato principalmente da un vuoto valoriale, da un rifiuto di replicare ciò che era considerato “normale” per la generazione precedente.

Ukisada Isao è capace di racchiudere in un film di un’ora e mezza tematiche complesse, quanto mai oggi presenti nella società. Tra le tematiche principali vi sono i disordini alimentari, la prostituzione giovanile, il bullismo e, in parte, il fenomeno dell’hikikomori.

Come segnalato prima Ichiro Yamada viene bullizzato dai suoi compagni di classe, in particolare modo da Kannonzaki. Ichiro non vuole esprimere il suo disagio ai genitori, e continua nell’arco di tutto il film ad essere picchiato. Lo vediamo sempre ricoperto di lividi. Gli altri compagni, escludendo Haruna, fanno finta di niente anzi lo deridono.

La sorella di Rumi è un’hikikomori. Questo, diversamente da come si pensa, non è un fenomeno solo giapponese, infatti anche in Italia ve n’è un’alta percentuale. Il termine in sé richiama la chiocciola, è una sindrome da reclusione, in cui la durata è variabile e a soffrirne sono principalmente maschi sia adolescenti che adulti. La causa è spesso da ricercare in un trauma che può essere il bullismo a scuola o la perdita del lavoro. Non è assimilabile ad altre forme di depressione, anche se vi sono alcuni punti di contatto come il progressivo ritiro e l’atteggiamento violento. Nel caso della sorella di Rumi è quest’ultimo l’elemento da porre in rilievo.

Yoshikawa è una liceale, amica di Ichiro e Haruna. Fa la modella da quando aveva 3 anni, poiché i suoi genitori sono del settore. Mostra sin da subito un odio per il suo viso, non si sente “speciale”, non sa perché i suoi collaboratori continuino a fargli dei complimenti, si sente inopportuna, facilmente sostituibile da una ragazza più bella. Bulimica, mangia smodatamente per poi vomitare. I genitori sono completamente assenti, anche se questo caratterizza altri personaggi come Kannonzaki, figlio più piccolo di una famiglia quantomai alternativa, il padre fuggito con l’amante ritorna a casa come se niente fosse.  Kannonzaki è quasi sempre a casa da solo, i genitori non si preoccupano del suo stato. Il bullo che è a sua volta una vittima. Vittima di una famiglia assente.

Conclusione

Un film ricco di contenuti ed impegnativo. Non basta fermarsi allo strato superficiale; è importante andare a scavare nella mente di questi giovani disagiati. Un disagio che non è possibile circoscrivere agli anni 90.

Ecco il trailer:

—di Beatrice Falletta

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Jam (2018) – Sabu

 

JAM

(Giappone, 2018)

Regia SABU (pseudonimo di Tanaka Hiroyuki)

Cast Aoyagi Shō, Suzuki Nobuyuki, Machida Keita, Tsutsui Mariko

Genere dramma, commedia

Durata  102 minuti

Lingua giapponese

Definito dalla critica come una “commedia dell’assurdo” tipica di Sabu, pseudonimo dell’attore e regista Tanaka Hiroyuki, Jam si sviluppa parallelamente su tre linee narrative che seguono le vicende di tre personaggi: Hiroshi, Tetsuo e Takeru. Si tratta di tre mondi, apparentemente sconnessi, destinati presto a entrare in collisione.

Hiroshi (Aoyagi Shō) è un cantante di enka (ballata tipica giapponese), eccentrico e stravagante. Si esibisce per un gruppo ristretto di donne mature. Al termine di ogni spettacolo, si riunisce assieme alle sue fan in incontri che lui stesso chiama “Parla con me”, in cui le sue ammiratrici condividono le emozioni percepite durante l’esibizione o propongono suggerimenti per migliorare le sue performance. La fan numero uno di Hiroshi, Masako, cercherà di avere a tutti i costi le attenzioni del cantante, esclusivamente per lei.

Tetsuo (Suzuki Nobuyuki) è un ex detenuto che spinge una donna anziana in sedia a rotelle. Assetato di vendetta per essere stato abbandonato in mano ai poliziotti dal suo ex gruppo di delinquenti, Tetsuo non si ferma davanti a nulla. Negli scontri ricorrenti con i suoi vecchi colleghi, sembra sempre avere la meglio; lui, da solo, contro tutti. È uno spirito inarrestabile che, quando si trova davanti il suo passato, non conosce pietà. Allo stesso momento, però, gode di una estrema sensibilità, la quale emerge dal suo rapporto con l’anziana, della quale si prende costantemente cura.

E infine, il regista ci presenta Takeru (Machida Keita), un personaggio puro, quasi ingenuo – nell’accezione positiva del termine. È un giovane ragazzo dall’animo innocente simile a quello di un bambino. Al volante del suo Nissan President Sovereign, ogni giorno compie tre buone azioni, convinto che, così facendo, la sua amata si risveglierà dal coma. Si tratta di azioni banali – come dare la precedenza a un gatto sulle strisce pedonali – ma che per lui costituiscono un passo sempre più vicino a riabbracciare la sua ragazza. Le sue buone azioni e la sua volontà di aiutare il prossimo fanno quasi tenerezza ed è quasi impossibile non provare compassione nei suoi confronti.

Grazie all’intreccio fra le tre storie e i continui salti temporali tra passato, presente e futuro immediato, Sabu ci fa salire a bordo di una montagna russa di emozioni: quando la scena è incentrata su Takeru e il suo amore per la ragazza sul letto d’ospedale, si avverte un nodo alla gola e il respiro viene a mancare; accompagnando, invece, Tetsuo nella sua lotta personale con il passato, il cuore riprende ad accelerare in un climax ascendente di suspense; la tensione viene poi spezzata con il botta-risposta del comico duo di Masako e Hiroshi.

Tsutsui Mariko, nei panni dell’intraprendente Masako, è la nota femminile in questo microcosmo di uomini, senza la quale il film risulterebbe monotono. Il suo rapporto bizzarro con il cantante Hiroshi costituisce, infatti, l’elemento che equilibra la narrazione e che dà agli spettatori la possibilità di prendere fiato in mezzo alle scene frenetiche e movimentate, tipiche di Sabu.

— di Gene Delos Santos


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Lying to Mom (2018) – Nojiri Katsumi

 


鈴木家の嘘

Lying to Mom

(Giappone, 2018)

Regia Nojiri Katsumi
Cast Kase Ryō, Hara Hideko, Kishibe Ittoku, Kiryu Mai, Kishimoto Kayoko, Ōmori Nao
Genere Dramma, commedia familiare
Durata 134 minuti
Lingua giapponese

Esordisce nel panorama cinematografico internazionale, sul grande schermo del Far East Film Festival di Udine, Lying to Mom (鈴木家の噓), diretto da Nojiri Katsumi. Il film, ispirato da un’esperienza personale del regista, ovvero il suicidio del fratello, tratta una questione tuttora problematica della società giapponese: il suicidio. La storia si apre, infatti, con la morte di Koichi (Kase Ryō), un hikikomori impiccatosi nella sua stanzetta, dove viveva isolato dalla società e dalla propria famiglia. Invani sono gli sforzi della madre Yuko (Hara Hideko) che, nel tentativo di salvare la vita del figlio, si ferisce fino a svenire sul pavimento della stanza. La donna va in coma per due mesi e si risveglia sul letto d’ospedale con il ricordo dell’episodio accaduto completamente rimosso dalla memoria.

Il resto della famiglia, il marito Yukio (Kishibe Ittoku), la figlia Fumi (Kiryū Mai), la sorella di Yukio (Kishimoto Kayoko) e lo stesso fratello di Yuko (Ōmori Nao), decide di nasconderle la verità sulla scomparsa improvvisa di Koichi, facendole credere che quest’ultimo si sia trasferito in Argentina per lavorare nell’attività di esportazione di gamberi dello zio. Questa sarà solo una delle tante bugie della famiglia Suzuki, ma senza ombra di dubbio la più grande di tutte. I familiari costruiranno insieme una vita nuova per Koichi dall’altra parte del mondo: Fumi si occuperà di far mandare cartoline finte dall’Argentina, il padre Yukio metterà a nuovo la stanza del figlio scomparso, ricoprendo le pareti di bandiere argentine ed immagini di Che Guevara. Si tratta, però, di un castello di menzogne pronto a crollare in qualsiasi momento.

Il lutto viene affrontato in maniera diversa da ciascun membro della famiglia Suzuki: Fumi inizierà a frequentare un gruppo di sostegno per persone a cui è venuta a mancare una persona cara. Sebbene durante i primi incontri farà fatica a condividere la sua storia, il silenzio che caratterizza il suo personaggio troverà una voce, permettendole di sprigionare una rabbia repressa da molto tempo e di confessare i suoi veri sentimenti nei confronti del fratello. Il padre Yukio, invece, si recherà più volte in un “soapland” (locale tradizionale giapponese che offre rapporti sessuali con prostitute), alla ricerca di una certa Eve, con la quale Koichi pare aver avuto una relazione. Yukio non si fermerà davanti a nulla pur di scoprire ulteriori frammenti della vita del figlio defunto.

Come tutte le famiglie che affrontano un lutto, la famiglia Suzuki vive in prima persona quelle che la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross ha definito “le cinque fasi dell’elaborazione del lutto”: un iniziale momento di shock seguito dalla negazione come meccanismo di difesa; la fase della rabbia, in cui le emozioni prendono il sopravvento; la fase della negoziazione, in cui si cercano soluzioni – nel caso di Fumi, la ragazza cercherà sostegno da parte di persone sconosciute; la fase della depressione, in cui la rabbia e la negazione lasciano il posto a un sentimento di resa e di sconfitta; ed infine, la fase dell’accettazione e della speranza. Ed è proprio la fiducia in un domani migliore che permetterà alla famiglia Suzuki di accettare la realtà e voltare pagina.

E voi? Siete disposti a mentire a vostra madre pur di non spezzarle il cuore?

— di Gene Delos Santos


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Every Day A Good Day (2018) – Omori Tatsushi

 

日日是好日

Every Day A Good Day

(Giappone, 2018)

Regia Omori Tatsushi
Cast Haru Kuroki, Kirin Kiki, Mikako Tabe
Genere Dramma, cerimonia del tè
Durata 100 minuti
Lingua giapponese

Debutta in Europa, in occasione del Far East Film Festival di Udine, Every Day a Good Day, diretto da Omori Tatsushi. Tratto da una raccolta di saggi di Morishita Noriko, Nichinichi kore kōjitsu – il titolo originale del film – presenta la storia di Noriko (Haru Kuroki), una giovane studentessa insicura di sé e “sbadata” come viene definita scherzosamente dalla sua stessa famiglia; sente addosso la pressione tipica dei ventenni, di chi non ha ancora progetti ben precisi per il proprio futuro. La ricerca invana di un impiego la farà avvicinare al mondo della cerimonia del tè e grazie all’anziana vicina di casa Takeda (Kirin Kiki) ne apprenderà i segreti più intimi. Assieme a Noriko, accompagnata in questa avventura da sua cugina Michiko (Mikako Tabe), scopriamo dunque un universo complesso, fatto di regole severe e rigide, ma allo stesso momento pervaso da grazia, armonia e spiritualità; un dualismo equilibrato, impersonificato dal personaggio di Takeda-sensei, interpretata squisitamente da Kirin Kiki, in uno dei suoi ultimi ruoli.

Takeda-sensei è severa con le sue due allieve ed esige la perfezione; ciò nonostante, è esilarante quando riprende le due giovani ragazze. Inoltre, è impossibile non rimanere con gli occhi incollati sul grande schermo man mano che seguiamo le sue graziose mani compiere movimenti decisi eppure delicati. Quello del tè è un mondo idilliaco, un locus amoenus del Sol Levante: ordine, eleganza, regole, tradizione, disciplina e purezza ne sono solo alcuni pilastri fondanti. La razionalità ha uno spazio delimitato all’interno di essa; la stessa Takeda-sensei insegna a Noriko e Michiko che non bisogna capire il significato di ogni cosa e soltanto quando si mette il proprio cuore, dopo aver dominato la forma, che le mani saranno in grado di compiere i movimenti in autonomia.

Durante la visione di Every Day A Good Day il pubblico viene trasportato in un’esperienza sensoriale in cui i sensi vengono amplificati. In particolar modo, le lunghe pause di silenzio profondo permettono all’udito di essere solleticato dallo scorrere dell’acqua, che sia l’acqua calda versata in una tazza da tè o la pioggia che scende in autunno. Si tratta, tuttavia, di una bolla paradisiaca nella vita di Noriko presto destinata a scoppiare a causa di una relazione finita male, dell’insicurezza derivante dal confronto tra la sua vita e il successo delle sue coetanee – prima fra tutte sua cugina Michiko – ed infine di una tragedia che incombe come un fulmine a ciel sereno.

Il titolo Nichinichi kore kōjitsu – ogni giorno è un buon giorno – è tratto da un kakeijiku (dipinto su rotolo appeso) che Noriko osserva perplessa per la prima volta a casa di Takeda-sensei. Solo al termine del suo percorso di apprendimento e di crescita personale comprenderà il significato che si cela dietro l’antico proverbio, ovvero carpe diem. Lo scorrere inesorabile dei mesi e degli anni, infatti, permea l’intera narrazione in quanto è scandito nettamente dall’alternarsi ciclico delle stagioni e delle diverse tipologie di cerimonia del tè, che le due apprendiste devono padroneggiare ogni volta da zero. Omori Tatsushi riporta un lasso temporale di venticinque anni, all’inizio del quale Noriko è una semplice studentessa in cerca di un lavoro e al termine del quale rincontriamo la protagonista da adulta. Veniamo pertanto catapultati in un excursus temporale fulmineo, quasi per ricordarci di come la vita, che spesso prendiamo per scontato, ci passi davanti agli occhi in un attimo, senza che noi ce ne accorgiamo. E come i fiori di ciliegio che cadono in primavera – chi ha visto il film capirà sicuramente il riferimento – la vita umana è destinata a finire. La vita, però, è destinata anche e soprattutto a continuare. Pertanto, Every Day A Good Day lascia agli spettatori un forte messaggio: cogliere l’attimo, apprezzare le piccole cose del presente perché non sappiamo cosa ci serba il domani e rendere appunto ogni giorno un buon giorno.

 di Gene Delos Santos


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MOGARI NO MORI (殯の森): LA FORESTA DEL LUTTO di KAWASE NAOMI

 

Un tempo che scorre con la stessa viscerale naturalezza con la quale le fronde degli alberi oscillano mosse dal vento. Non dietro un vetro, imprigionato nel meccanico movimento delle lancette di un orologio, ma nel battito d’ali d’un uccello in volo, così come nel lento incedere d’un insetto sul terreno. A Naomi Kawase, regista del film, sono sufficienti le primissime inquadrature per restituirci una dimensione che vede i bordi della figura umana sbiadire, affievolirsi sino ad amalgamarsi con la natura circostante. In una delle scene iniziali, una processione di uomini si inoltra nella campagna; il primo piano dominato dall’erba alta, lo sfondo in cui troneggia la foresta. La forza espressiva della composizione è straordinaria anche se, a ben vedere, il suo più grande merito è forse un altro: osservando si ha la sensazione che quel gruppo di uomini, in religioso avanzare, non potrebbe trovarsi in nessun altro luogo che non sia quello. Asportare carni e vesti di quegli individui strappandoli al verde più scuro degli alberi e a quello più chiaro dell’erba per trasportarli in un altro scenario appare una folle operazione chirurgica. La visione di queste immagini non può che portarci a considerare un rapporto tra uomo e natura in cui è la nostra più intima essenza ad essere toccata. Non ha a che vedere solo con l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo o il cibo di cui ci nutriamo, ma anche con la nostra stessa capacità di sentire ed emozionarci.

Proprio il provare sensazioni è, secondo un monaco buddista in visita a una pensione per anziani, uno dei due significati della vita. Il motivo per cui il monaco ha iniziato a parlare di questo? La domanda di uno degli anziani residenti: “Sono vivo?”. L’uomo in questione si chiama Shigeki; la moglie, cui era unito da un profondo legame, è morta da 33 anni, ma la ferita causata dalla perdita ancora sanguina. Una delle persone che si prendono cura di lui è Machiko, una donna ancora piuttosto giovane nel cui passato spicca il solco lasciato dalla morte del figlio. Due persone, e due lutti che insistentemente tornano ad infrangersi sulle loro vite. L’affiatamento tra i due cresce nutrito da semplicità e genuinità. Il giorno del compleanno dell’uomo la macchina sulla quale stanno viaggiando di punto in bianco si ferma a causa di un guasto. Andata a cercare aiuto in una fattoria vicina, la donna scopre al suo ritorno che l’anziano è scomparso. L’improvvisa fuga di Shigeki coincide con l’inizio di un lungo viaggio all’interno della foresta, che porterà entrambi a confrontarsi con i propri lutti attraverso il ritorno ad emozioni al loro stato più primitivo ed essenziale, radici da cui la vita umana trae la sua linfa.

—di Samuele Verona


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