EDIZIONE SPECIALE: ASIAN FILM FESTIVAL – A BEAUTIFUL STAR

A Beautiful Star (2017)

di Daihachi Yoshida

 

 

Ispirato dall’omonima opera dello scrittore Yukio Mishima, A Beautiful Star è un film del 2017 del genere sci-fi che narra in modo tragicomico la storia dei membri della famiglia Osugi dopo un fatto particolare.

Insolita è la situazione di questi personaggi, che da un giorno all’altro si ritrovano a credere di essere degli extraterrestri. Il padre Jūichirō Osugi (Lily Franky), lavorando come meteorologo in una trasmissione televisiva, si riconoscerà come un abitante di Marte con la missione di sensibilizzare i suoi telespettatori al cambiamento climatico che sta colpendo la Terra. La figlia Akiko (Ai Hashimoto) invece, incontrerà uno strano musicista che la convincerà del suo essere una venusiana e del suo incarico di ristabilire il concetto di bellezza che negli anni, a causa degli umani, è andato deformandosi. Insieme, padre e figlia cominceranno questa battaglia per i loro ideali insieme al giovane Kazuo, anche lui con una nuova origine extraterrestre, sotto gli sguardi perplessi e stizziti dei loro colleghi, spaesati da questo repentino cambiamento. L’unica che pare sia rimasta una persona ordinaria è la madre, che non potrà far altro che provare imbarazzo ogni volta che qualcuno la associa a suo marito ricordandone gli atteggiamenti stravaganti, come se quest’ultimo stesse diventando un povero squilibrato. Non particolarmente sveglia, è forse il personaggio in cui ci si può immedesimare maggiormente per i suoi modi un po’ naive con cui reagisce alla nuova identità dei suoi familiari.

Il regista non approfondisce in maniera completa il carattere dei personaggi, sembra lasciarli in una situazione di stallo ed è proprio questa la causa per cui a volte la storia potrebbe risultare noiosa. Ad ogni modo, A Beautiful Star è un film oggettivamente senza pretese, una storia leggera che riesce a toccare temi di rilievo senza mai cadere nel banale. Durante la visione, riesce comunque a creare un’atmosfera talmente verosimile da trarre in inganno lo spettatore e fargli credere che forse gli Osugi sono davvero alieni come vogliono far credere.

 

Recensione di Andrea Mularoni

EDIZIONE SPECIALE: FAR EAST FILM FESTIVAL – THE BLOOD OF WOLVES

THE BLOOD OF WOLVES (2018)

孤狼の血

Di Shiraishi Kazuya

 

Shogo Ogami è un veterano e lupo solitario del dipartimento di polizia contro il crimine organizzato in una Hiroshima degli anni ’80 che pullula di Yakuza e dove non passa giorno senza che vengano perpetrati omicidi ed estorsioni. Cinico, corrotto, donnaiolo e senza scrupoli Ogami ha tuttavia un’ottima reputazione nel dipartimento perchè, nonostante i metodi poco ortodossi e le interazioni con i vari Boss, con lui i risultati arrivano. Una nuova ventata di aria fresca sembra arrivare dal dipartimento centrale quando il giovane e integerrimo Shuichi Hioka viene assegnato a Ogami come suo sottoposto, tuttavia Shuichi nasconde un segreto alla base del suo trasferimento. Un tassello dopo l’altro i due protagonisti arriveranno a scoprire i giochi di potere che governano la città e i sacrifici necessari per tenere al sicuro gli innocenti.

La classica storia “Good cop/ Bad cop”  con un altalenante rapporto di odio e rispetto fra i due protagonisti funge da motore principale della storia che come ogni Yakuza movie che si rispetti non manca di dettagli cruenti e frasi memorabili. I metodi poco ortodossi di Ogami rivelano un personaggio molto più complesso di quello che le apparenze darebbero a vedere e proprio grazie a lui la trama nella seconda parte del film decolla con lo svolgersi di eventi che vanno ben oltre il semplice crimine di quartiere. Il giovane e inesperto Hioka dovrà farsi largo in una società che respira corruzione e dove i suoi solidi principi morali saranno messi a dura prova così come l’opinione che ha del suo collega/mentore Ogami.

Una storia che odora di sigarette e polvere da sparo, non si raggiunge la complessita del maestro Kitano  ma il il film è comunque un ottimo mix di elementi classici del genere Yakuza che, grazie alla trama lineare e al carisma dei personaggi, si presenta come un’esperienza adrenalinica e ricca di colpi di scena. Proprio la trama e l’atmosfera generale del film hanno convinto il pubblico proiettandoci per qualche momento in un mondo crudo, cinico e dove solo chi ha le zanne abbastanza affilate può sopravvivere.

 

Marco Manfroni

EDIZIONE SPECIALE: FAR EAST FILM FESTIVAL – TREMBLE ALL YOU WANT

Tremble All You Want (2017)

勝手にふるえてろ

di
Oku Akiko 

Yoshika (Matsuoka Mayu) ha 24 anni, è una ragazza normale con un lavoro, un appartamento, degli amici. La sua vita però non è definita da queste cose: tutto ciò a cui riesce a pensare è il suo amore del liceo, soprannominato Ichi (letteralmente, numero uno). Questi è il suo principale argomento di conversazione, il suo chiodo fisso, non importa che non lo abbia visto ormai da diversi anni. Al bar con la biondissima cameriera, sul bus con la signora seduta a fianco, col simpatico pescatore sotto al ponte, tutti sono entusiasti di parlare di Ichi e di quanto sia perfetto. In realtà, i due si saranno scambiati al massimo due parole. Yoshika però stringe e difende con gli artigli questa idea della sua prima cotta che si porta avanti dal liceo, tanto da non aver mai avuto una relazione. Accetta solo di uscire con un collega di lavoro che rinomina Ni, letteralmente numero due, una sorta di seconda scelta, un eterno secondo;  la competizione in cui Ichi e Ni sono costretti nella mente della protagonista non può che essere vinta dal numero Uno, idealizzato come un angelo perfetto e luminoso, contro un impacciato e, a tratti, sgradevole ragazzo reale.

Messo in questi termini, sembra che stiamo parlando della solita commedia romantica a cui siamo tutti abituati da tempo. In realtà, il film è ricco di simbolismo e false apparenze, il tutto avvolto da uno strato di ironia e comicità che, man mano, svela l’amara verità di fondo. In un momento musicale nella seconda parte della pellicola, Yoshika ammette finalmente a se stessa e a tutti noi ciò che non era ancora riuscita ad accettare, mostrandosi profondamente insicura, timida e problematica ma vedendo anche per la prima volta il mondo per come è veramente. Questa rinnovata consapevolezza sarà fonte di preoccupazioni e momenti di crisi ma anche il motore principale della seconda parte del film che ci guiderà verso il climax del finale.

Una commedia romantica dall’insolito vigore e dai risvolti inaspettati, con personaggi ben caratterizzati e dalle tematiche spesso toccanti, che tuttavia non si esime certo dallo svelare il suo lato più leggero e comico con sketch e dialoghi molto divertenti. Ci siamo commossi per la dolcezza e la profonda ingenuità con cui Yoshika affronta le difficoltà ma abbiamo anche riso tanto della goffaggine di Ni e dei pittoreschi personaggi che popolano questa storia, uscendo dalla sala con un sorriso e sommersi letteralmente da un mare di applausi per una commedia romantica un po’ diversa che eccelle e si fa largo nel nostro cuore e in quello dei presenti al FAR EAST FILM FESTIVAL, da non perdere.

Jacopo Corbelli e Marco Manfroni

EDIZIONE SPECIALE: FAR EAST FILM FESTIVAL – MORI, THE ARTIST’S HABITAT

     Mori, the Artist’s Habitat (2018)

di Shuichi Okita.

 

Quanto sarebbe bello poter rallentare anche per una sola giornata, dedicarsi solo a ciò che ci fa stare bene. Seconda metà degli anni ’70: Morikazu Kumagai (Mori, intepretato da Tsutomu Yamazaki) è uno dei pittori giapponesi più acclamati, e conduce la propria vita dedicandosi solo a ciò che lo fa stare bene. Ritiratosi a vita privata da ormai trent’anni, il pittore novantaquattrenne passa le sue giornate all’interno dei confini della sua casa di campagna, in cui vive con la moglie Hideko, di circa vent’anni più giovane, e la simpatica badante Mie-chan. L’artista, bastone da passeggio alla mano, si immerge quotidianamente nel suo giardino rigoglioso e selvaggio, esaminando minuziosamente la fauna che lo occupa, il soggetto principale delle sue opere. Osserva attentamente le marce delle formiche, gli insetti sui rami degli alberi, si interroga sui sassi che trova a terra. Si rilassa fumando pipa di legno e sedendo sui tronchi presenti in giardino.

La casa di Mori è il ritrovo preferito degli altri personaggi, tra cui i vicini di casa chiacchieroni e un fotografo con il suo assistente, attirati dalla purezza del luogo e dal carisma silenzioso proprietario. All’esterno della casa, orde di giovani artisti e ammiratori appendono cartelloni di protesta contro i costruttori di un condominio che, una volta completato, priverà di luce solare la piccola foresta di Mori. Mentre Hideko e Mie Chan si trovano spesso a cucinare per gli ospiti e ad intrattenerli, Mori sembra piuttosto infastidito dalla presenza molesta di tante persone, ma il suo stato contemplativo viene difficilmente interrotto. Le interazioni con questi amici danno vita a situazioni comiche di cui Mori neanche si accorge. Al contrario, chiunque entri in contatto col saggio artista, lo riverisce e ne è arricchito profondamente.

Il film si svolge quasi interamente all’interno della proprietà di Mori, nel giardino che egli percepisce come sconfinato perché effettivamente le cose da osservare non finiscono mai, anche dopo trent’anni. Lo spazio vitale di Mori cambia ogni minuto, ogni secondo, e l’artista ne vorrebbe carpire ogni segreto. Egli stesso ammette che, se potesse, vivrebbe la stessa vita ancora e ancora, per sempre. Col suo andamento rilassato, una fotografia eccellente, personaggi semplici ma divertenti, il film è un’autentica gemma, una leggera biografia romanzata, rasserenante e piacevole che solleva piccole riflessioni sulla vita e sul rapporto con la natura.

Jacopo Corbelli

 

 

EDIZIONE SPECIALE: FAR EAST FILM FESTIVAL – THE SCYTHIAN LAMB

THE SCYTHIAN LAMB

Un teatro affollato, padiglioni ed infopoint presi d’assalto da un mare di persone armate di badge; può sembrare uno scenario apocalittico ma si tratta del Far East Film Festival (ormai giunto alla sua ventesima edizione) e questa è una giornata di normale amministrazione. Una lunga serpentina di cinefili, giornalisti e addetti stampa in attesa di entrare nella sala proiezioni, noi ne siamo la coda ma la fila si muove più in fretta di quello che ci aspettassimo e finalmente entriamo. Cerchiamo subito di accaparrarci delle buone posizioni con i moltissimi presenti in sala e dopo aver discusso di prospettive ed angoli di visione ottimale ci accontentiamo di posti defilati e abbastanza vicini allo schermo. Scoppia un applauso, il regista è entrato in sala. Daihachi Yoshida ci augura una buona visione in un Italiano spigliato ma semplice ed ha inizio “The Scythian Lamb“.

Il film prende elementi di black comedy e thriller per raccontare la storia di un giovane impiegato comunale (l’idol Ryo Nishikido): questi dovrà assicurare il reinserimento nella società di sei ex detenuti nella piccola città di campagna in cui vive. L’obbiettivo è quello di ripopolare la campagna e instillare nuova linfa vitale in una comunità ormai svuotata di giovani, tacendo però sui dettagli del passato problematico dei sei individui. I toni cupi della pellicola sono aggravati dalla presenza simbolica inquietante di Nororo, un kaiju simbolo della tradizione folkloristica locale, temuto e riverito e la cui statua giganteggia sul villaggio. La leggenda che lo accompagna si intreccia con le vicende dei personaggi, muovendo la trama verso un climax inaspettato.

Tra i sei nuovi cittadini, c’è chi ricadrà nelle vecchie abitudini. C’è anche chi riuscirà a lasciarsi alle spalle il proprio passato e, con l’aiuto della comunità, a ripartire da zero. Un tema ricorrente del film è infatti la rinascita, parafrasi di un ciclo vitale inarrestabile di morte e vita, espresso forse dal titolo del film. L’agnello della Scizia (traduzione italiana del titolo del film) fa riferimento ad una pianta leggendaria asiatica che ha come frutto un agnello legato alla terra per un cordone ombelicale e la quale, una volta perse tutte le foglie, muore assieme all’agnello. Questa icona appare spesso durante il film come memento di quella ciclicità di vita e morte e rinascita.

Il film, come ogni buon thriller, esige che gli occhi restino attaccati allo schermo. Noi, sicuramente, abbiamo pure consumato i braccioli delle poltrone rosse del Teatro Nuovo fino alla conclusione del film. Ma per noi, ahimè, è proprio il finale la pecca più grande: ci è sembrato pigro, anticlimatico, ci ha lasciati con l’amaro in bocca. Tuttavia, per l’attualità del problema presentato, la misteriosa tensione che viene costruita di scena in scena e l’occasionale black comedy, non ci sentiamo proprio di non consigliarne la visione.

Marco Manfroni e Jacopo Corbelli