Sinergie musicali: Marco Santini e Yasuko Arimitsu in concerto in Giappone!

 

Le collaborazioni musicali, si sa, nascono da incontri. Incontri spesso fortuiti che si trasformano sovente in profonda empatia e voglia di condividere emozioni ed esperienze. Il 2017 è un anno molto fortunato per Takamori perché ha avuto la possibilità di intrecciare rapporti molto proficui con realtà molto importanti nell’ambito della musica classica e contemporanea. Dopo aver prodotto a maggio, un’opera in collaborazione con il Teatro Comunale di Bologna, un altro piccolo sogno si è realizzato grazie alla collaborazione interculturale a luglio tra due bravissimi artisti:  Marco Santini, noto violinista e compositore contemporaneo di Osimo e il talentuoso soprano Yasuko Arimitsu che da molti anni si esibisce in Italia e all’estero!

Il 23 luglio presso il teatro Kanon Hall di Kagoshima i due si sono esibiti in un concerto che li ha visti intrecciare le proprie anime passando in rassegna brani del repertorio classico (Handel, Giordani, Rossini, Pergolesi, Caccini), contemporaneo (con brani mozzafiato composti dallo stesso Marco Santini) e giapponese (Taki,Kentaro, Okano Teichi e altri). L’audience che ha letteralmente invaso il teatro è stata trasportata per ben due ore dalla magia creata dai due artisti che si sono riproposti di collaborare anche in futuro per confezionare nuove avventure musicali in territorio italiano! Dal concerto, vi proponiamo alcune clip registrate dai nostri cameramen!

 

 

Per chi volesse conoscere meglio l’opera di Marco, può consultare questo link dove lui presenta il suo primo album!

https://www.youtube.com/watch?v=j5FKDkdJlR

 

Jyocho – 祈りでは届かない距離

Il 13 marzo del 2015, gli 宇宙コンビニ (Uchuu Conbini) si sono esibiti live per l’ultima volta a Kyoto, la loro città natale: dopo due mini album in tre anni di attività, il trio aveva già annunicato lo scioglimento, proprio quando anche in occidente molti iniziavano ad accorgersi della loro musica. Il chitarrista e principale compositore, Daijiro Nakagawa, si riaffaccia sul panorama musicale solo a dicembre dell’anno successivo, al timone di un nuovo progetto solista, Jyocho, riprendendo esattamente da dove aveva lasciato l’anno prima. Jyocho non è altro che il successore spirituale di Uchuu Conbini.
Daijiro ripropone molti elementi a cui aveva abituato i suoi ascoltatori – su tutti, composizioni intricatemetriche dispari e la tenera voce femminile: il collegamento con il suo vecchio progetto è lampante. Lampante proprio come il talento cristallino dell’artista giapponese. Basta riprodurre dalla prima traccia ‘A Prayer in Vain‘ (祈りでは届かない距離), il suo album di debutto, per capire fin dal primissimo secondo che Daijiro Nakagawa non è un chitarrista normale. In quella traccia, Family, sono incapsulate in meno di venti secondi le novità sostanziali del progetto. La prima è l’utilizzo del flauto che, giocando coi riff di chitarra lungo la durata dell’intero album, rende l’intera atmosfera eterea; anche la batteria interagisce in modo splendido con la chitarra non limitandosi a scandire i tempi (per lo più dispari), ma inserendosi in modo imprevedibile all’interno dei suoi fraseggi. Questi sono i due elementi che differenziano fin da subito la nuova produzione post-Uchuu Conbini. Nell’album vi sono anche tracce in cui l’influenza J-pop dilaga, come nella folkeggiante 安い命 (yasui inochi) o la ballad che chiude l’album, 365; 太陽とくらしてきた (taiyou to kurashite kita), primo singolo dell’album, è forse quella più impressionante dal punto di vista musicale, in cui tutti i musicisti che accompagnano Daijiro (che si intravedono solo nel video ufficiale) danno sfoggio della loro tecnica, cantante compresa.
E’ un progetto che, di primo acchito, colpisce per la tecnica dei suoi musicisti e per la pulizia della performance. Dopo i primi ascolti è evidente che non si tratta mai di tecnicismi fine a se stessi, anzi è un progetto math pop denso ma scorrevole, che non manca mai di essere anche orecchiabile. L’esordio solista del chitarrista e compositore mastermind Daijiro Nakagawa lo catapulta tra le figure di risalto del math rock, anche fuori dai confini giapponesi, e il suo secondo album appena annunciato e in uscita a settembre uno dei progetti dell’anno da tenere d’occhio.
(Recensione di Jacopo Corbelli)

Susumu Yokota (横田進) – Sakura (桜), 2000

Salve a tutti, e ben ritrovati nella NOSTRA rubrica musicale interamente dedicata al Giappone! Quest’oggi vogliamo introdurre un compositore molto interessante e proveniente dal contesto nipponico ma che, purtroppo, non è ancora molto conosciuto. Parliamo dunque di Susumu Yokota, e del suo album Sakura.

Andiamo innanzitutto a contestualizzare l’artista e ad inquadrare la sua opera

Susumu Yokota nasce nel 1960 a Toyama (富山市) e morirà nel 2015 all’età di 54 anni, dopo un lungo periodo di malattia. Comincia a far parlare di sé (almeno nell’ambiente giapponese) in quanto DJ House e produttore musicale, e questo background spiegherebbe il perché delle sue influenze elettroniche e tecno che rendono la sua opera musicale eclettica e, al tempo stesso, più articolata. Parlando della sua carriera internazionale, bisogna senz’altro citare la Germania e, in particolare, Berlino, città in cui l’artista giapponese comincia a farsi conoscere anche all’estero grazie alla Love Parade organizzata nell’anno 1993, ovvero un vero e proprio festival dedicato alla musica dance. Dall’esperienza tedesca nasceranno successivamente 2 album, che sono Frankfurt – Tokyo Connection (1)* e Zen (2)* (quest’ultimo sotto lo pseudonimo di Ebi). Fino all’anno 1997 verranno prodotti nuovi album, per lo più commerciali e basati sulle mode della musica dance del momento; tanto per menzionarne alcuni, abbiamo Acid Mount fuji (3)* e Plantation (4)* (sotto il falso nominativo di Ringo). Il suo primo album sperimentale compare nel 1997, intitolato Cat, Mouse and Me (5)* (1997), e presenta un intreccio di generi più ampio che vede l'”intromissione” di due generi nuovi come l’acid jazz e l’hip-hop, accostati al sempre presente stile elettronico da cui lui stesso deriva, e che vanno a rendere il groove (ossia il ritmo) complessivo dell’album ancora più interessante. Yokota inizierà poi a dedicarsi alla musica ambient (genere musicale entro il quale il tono e l’ambiente risultano essere più importanti del ritmo e della struttura stessa del brano; viene definita musica ambientale in quanto fa uso di suoni ampi e naturali, che tendono a rievocare particolari emozioni e sensazioni visive all’ascolto) con l’album Magic Thread  (1998), in cui si ha una fusione ambient-house a dir poco sublime. Coerente con la nuova direzione musicale verso la quale si era oramai indirizzato il compositore giapponese è anche l’album successivo, Image (6)* (1999),composto di una serie di vecchie registrazioni di stampo ambient-trance (la musica trance rappresenta un sottogenere della elettronica, e nasce negli anni ’90 in Germania; si pensa che sia stata così denominata in quanto la profondità delle frequenze e dei suoni di tale stile sembrerebbe provocare uno stato di trance psichica indotto da una sensazione di estasi). La sua evoluzioni verso strutture musicalmente sempre più astratte continua con Grinning Cat (7)* (2001), direzionato verso il minimalismo musicale (con il termine musica minimale ci si riferisce ad un ramo della cosiddetta musica colta che nacque negli Stati Uniti nei primi anni ’60 come esigenza per rendere più accessibile la musica astratta d’avanguardia in voga all’epoca. Si tratta di uno stile essenzialmente basato sulla ripetizione costante di schemi semplici ed eseguiti da un numero ristretto di strumenti musicali).

  • (1)* (https://www.youtube.com/watch?v=3eUCinf6yw0)
  • (2)* (https://www.youtube.com/watch?v=td6yY7_zdE8)
  • (3)* (https://www.youtube.com/watch?v=lSY1tyuR3WQ)
  • (4)* (https://www.youtube.com/watch?v=XF9sRYzh9ps)
  • (5)* (https://www.youtube.com/watch?v=hYiG57ZKAxY)
  • (6)* (https://www.youtube.com/watch?v=hJ7joUa9v3s)
  • (7)* (https://www.youtube.com/watch?v=SxWi7AXtJ1Q)
  • (8)* (https://www.youtube.com/watch?v=BHdF4rTVLWE)

Passiamo adesso ad elencare le tracce e ad analizzare l’album in questione, Sakura

  • 1) Saku
  • 2) Tobiume
  • 3) Uchu Tanjou
  • 4) Hagoromo
  • 5) Genshi
  • 6) Gekkou
  • 7) Hisen
  • 8) Azukiiro no Kaori
  • 9) Kodomotachi
  • 10) Naminote
  • 11) Shinsen
  • 12) Kirakiraboshi

 

Nel 2000 uscirà poi l’album Sakura (8)*, tema centrale di questa discussione, figlio della formazione impressionista che Yokota aveva ricevuto dal suo maestro Brian Eno (con l’espressione impressionismo musicale facciamo riferimento ad una corrente musicale considerata “colta” che nasce in Europa, e nello specifico in Francia, fra fine ‘800 e inizi ‘900. Si basa sullo stile di fondo che condivide con l’omonima corrente pittorica, privilegiano quindi il timbro di ogni singolo strumento e creando sonorità più leggere e “sfumate”, creando così un innovativo effetto di sospensione. Gli accordi non seguono le regole tradizionali, e le scale utilizzate provengono o dalla tradizione medioevale, o sono ispirate all’Oriente, come la scala pentafonica e la scala esatonale, rispettivamente di 5 e di 6 suoni, ricreando atmosfere vaghe ed indeterminate). La sua incursione all’interno di questo nuovo genere musicale si distingue tuttavia da quella dei suoi colleghi per via delle sue influenze da parte della musica techno (come si vede nel brano Genshi) e jazz (come si vede invece nella traccia Naminote). Addentrandoci ora un po’ più a fondo nell’album, che comincia con Saku, ritroviamo già dal primo brano uno stile musicale calmo e tranquillo, in perfetta armonia con i canoni della musica ambient. Yokota introdurrà molto presto però anche elementi musicali provenienti direttamente dal suo background d’origine, velocizzando così il ritmo di alcuni pezzi (quali Uchu Tanjou e Genshi, ma anche Kodomotachi). Ciò che, in un certo senso, “rompe” l’economia dell’album è il brano Naminote, che presenta uno stile prettamente improntato al jazz e si insedia nel flusso melodico della musica d’ambiente che percorre l’album praticamente per la sua interezza. Si presenta quindi come un’opera rilassante ma mai noiosa, adatta ad accompagnare una buona riflessione, un lungo viaggio in treno o anche un piacevole momento di relax. Si tratta di un album capace di ricreare un’atmosfera contemplativa, quasi sognante, e che mi sento vivamente di consigliare a tutti, grandi e piccoli, con la certezza che, una volta scoperto, vi innamorerete di questo genere in men che non si dica! Soreja mata ne, minna!

(Recensione di Simone Cozza)

Ryo Fukui – Scenery (1976)

Salve a tutti, amanti della musica giapponese!
Oggi parliamo di un pianista e compositore jazz giapponese, Ryo Fukui, e nello specifico vi presenteremo il suo album di debutto, intitolato “Scenery”.

-Inquadriamo però prima brevemente l’artista: chi è (o meglio, era) Ryo Fukui?

Il compositore giapponese nasce il 1° Giugno dell’anno 1948 a Biratori, Hokkaidou. La sua formazione musicale come pianista è prettamente di natura autodidatta, e comincia a suonare verso l’età dei 22 anni. Si dilettava spesso a suonare nel jazz club “Slowboat” a Sapporo, al quale dedicherà persino un album interamente live dal titolo “A Letter from Slowboat” (di cui consiglio vivamente l’ascolto, nonostante non sia il tema centrale del giorno)* Altri locali famosi in cui suona sono il “Pit Inn” (Shinjuku), il “Sometime” (Kichijouji) ed il “Jazz Inn Lovely” (Nagoya).

*Qui il link per chi fosse interessato all’album sopraccitato->
https://www.youtube.com/watch?v=kVV_z1lBNLo

Ryo Fukui si appassiona, come molti altri giapponesi all’epoca, al mondo del Jazz e alle sue infinite declinazioni grazie all’influenza statunitense del post-guerra, seguendo le orme dei più famosi jazzisti americani, quali Bill Evans, Miles Davis e John Coltrane. A partire dalla seconda metà del Novecento, di fatto, mentre il pubblico nord-americano andava sempre più assottigliandosi, stava gradualmente (e, se vogliamo, anche paradossalmente) aumentando il numero di seguaci di questo stile musicale dalle origini così “umili” in tutto il resto del mondo, ed in particolare nel paese del Sol Levante. Fu così che, mentre gli americani cominciarono ad addentrarsi verso generi apparentemente più creativi, come ad esempio il Rock, il Funk e il Soul, cominciando a mettere da parte la musica Jazz, che veniva considerata oramai superata dai più, vari artisti europei e non iniziarono invece a scoprire ed ampliare tale genere, creando varianti quali lo smooth jazz (assimilabile ad un jazz di taglio mainstream e nominato anche “jazz alleggerito”) e il cosiddetto acid jazz. Ciò che permise al pianista e compositore di Hokkaidou di studiare liberamente questo tipo di musica fu il fatto che, non essendo ostacolato né limitato dalla visione negativa che l’America ormai aveva del jazz, poté creare (o meglio ricreare) un jazz puro, convertendosi così in un vero e proprio pilastro della cultura musicale di stampo jazz nel contesto giapponese. Purtroppo il suo lavoro venne dimenticato per molti anni, e tornerà ad essere ascoltato soltanto agli inizi del 21esimo secolo. Ryo Fukui morirà il 15 Marzo del 2016 a Sapporo, a causa di un linfoma.

-Adesso passiamo finalmente all’album in questione, Scenery**

Tracce:

1-It Could Happen To You (0:00)
2-I Want To Talk About You (4:16)
3-Early Summer (10:49)
4-Willow Weep For Me (21:34)
5-Autumn Leaves (29:17)
6-Scenery (35:49)

**Qui il link per ascoltare l’album completo->
https://www.youtube.com/watch?v=Hrr3dp7zRQY

Scenery, oltre ad essere di fatto l’album di debutto del compositore giapponese, rappresenta anche un’opera di jazz nella sua forma più pura ed incontaminata.
Si presenta come un trio, dove abbiamo ovviamente Ryo Fukui al pianoforte, Satoshi Denpo al basso e Yoshinori Fukui alla batteria. Il primo brano, It Could Happen To You, si ispira ad un brano reso popolare da Frank Sinatra e Bing Crosby (per non menzionare altri nomi noti, quali Chet BakerMiles Davis) nella metà circa degli anni ’40. Melodia tranquilla ma allegra allo stesso tempo, con molti assoli (o solos in gergo tecnico) che rendono il pezzo ancora più interessante e piacevole da ascoltare. Dopodiché abbiamo la canzone I Want To Talk About You, ispirata invece al grandissimo John Coltrane, si potrebbe definire come un vero e proprio capolavoro di modal jazz (o jazz modale), ovverosia un sottogenere del jazz la cui la caratteristica principale si può ritrovare in una melodia che svincola le regole di compatibilità fra accordi e tonalità e che, dunque, si basa sull’idea di fondo secondo cui gli accordi non devono corrispondere (o comunque, non necessariamente) alle regole dell’armonia tonale del brano. L’album raggiunge poi un crescendo (ossia un aumento dell’intensità del suono) con il terzo pezzo, Early Summer. Qui abbiamo un assaggio degli anni ’60 con quello che viene chiamato blue note, là dove per blue note (detta anche worried note) intendiamo una nota identificabile nella scala del DO con le 3 note MI, SOL e SI, che viene suonata (o cantata) abbassata di un semitono, ovvero in maniera calante. Si parla di nota blu per via dell’associazione meramente linguistica che si ha in lingua inglese tra il colore blu ed il senso di tristezza e nostalgia tipico della  musica afro-americana (o black music), e quindi tipico della musica jazz e soul (non dobbiamo però dimenticarci anche altri stili altrettanto significativi come il Reggae, il Funk, ma anche lo Swing, il Gospel, l’R&B, fino ad arrivare al Rap). Verso la metà circa della canzone assistiamo però ad una forte transizione musicale da un ritmo più lento e calmo ad un ritmo più rapido e sostenuto, come si può notare anche dall’ascolto del pezzo, fino ad arrivare ad un assolo finale che dura un paio di minuti. Si tratta di un assolo apparentemente caotico ma non casuale, e soprattutto che non risulta mai pesante o forzato all’ascolto. Il brano, dopo un ulteriore assolo da parte del batterista, si chiude in maniera circolare con un riff (cioè una frase musicale o successione di note generalmente breve e con una propria identità espressiva, che si ripete più volte all’interno di una stessa composizione, per lo più utilizzata come accompagnamento o per conferire più musicalità ad un testo, anche se a volte può costituire il nucleo centrale del brano stesso) molto simile a quello presente anche nella intro. Successivamente, dopo altri due pezzi modali (vedi sopra per definizione) che sono appunto Willow Weep For Me e Autumn Leaves, l’album si conclude con Scenery, da cui prende il nome. In quest’ultimo brano musicale ritroviamo uno stile più ordinato e preciso, che si basa adesso molto meno sul legato usato in precedenza (con il termine legato intendiamo uno stile musicale che prevede che le varie note siano riprodotte “accostate” l’una accanto all’altra senza interruzioni, in modo che il suono sia appunto legato e non “spezzato”), e che rappresenta una sorta di fusione tra i 2 stili principali che compongono l’intera opera, ossia uno più gioioso e allegro, e l’altro più lento e solenne.

Per concludere questa recensione, infine, non mi rimane che consigliarvi l’ascolto di questo fantastico artista e del suo album, capace di far innamorare sia gli appassionati del genere jazz, sia chi ha intenzione di approcciarsi ora al meraviglioso mondo della musica giapponese, sia chi semplicemente si ritiene curioso di voler esplorare nuovi orizzonti e nuove culture. Vi assicuro che non ve ne pentirete affatto!

Detto questo vi ringrazio per l’attenzione e, sperando abbiate gradito la lettura, posso solamente dirvi: alla prossima, minna!

(Recensione di Simone Cozza)

Dir en Grey – Withering to Death (2005)

  1. Merciless Cult(Merciless Cult?) – 2:59
  2. C(C?) – 3:33
  3. saku(朔-saku-?) – 3:00
  4. Kodoku ni shisu, yue ni kodoku.(孤独に死す、故に孤独。?) – 3:29
  5. Itoshisa wa fuhai nitsuki(愛しさは腐敗につき?) – 4:18
  6. Jesus Christ R’n R(Jesus Christ R’n R?) – 4:03
  7. Garbage(GARBAGE?) – 2:53
  8. Machiavellism(Machiavellism?) – 3:19
  9. Dead Tree(dead tree?) – 4:54
  10. The Final(THE FINAL?) – 4:17
  11. Beautiful Dirt(Beautiful Dirt?) – 2:36
  12. Spilled Milk(Spilled Milk?) – 3:47
  13. Higeki wa mabuta wo oroshita yasashiki utsu(悲劇は目蓋を下ろした優しき鬱?) – 5:12
  14. Kodou(鼓動?) – 3:42

I Dir en grey sono una band che rinasce dalle ceneri del piccolo gruppo indie-rock adolescenziale conosciuto nel circuito underground giapponese con il nome di La:Sadie. La band, così composta dalla struttura classica a cinque, con il subentro di Toshiya nel ruolo di bassista e che ora vede protagonisti Kyo come vocalist, Kaoru e Daisuke, rispettivamente come prima chitarra e chitarra di accompagnamento, Shinya alla batteria e Toshiya al basso, assume il nome dei Dir en grey e comincia a farsi strada nella scena major nipponica. Come tutte le band giapponesi nate a cavallo tra la fine degli anni novanta ,e i primi duemila, anche i Dir en grey, per i loro primi quattro album, accostano a sonorità alternate tra metal e musica barocca un look quasi del tutto femminile che prevede l’utilizzo di succinti abiti da donna in stile lolita o casual e make up molto vistosi, creando un forte contrasto tra l’immagine sensuale ed effimera dei loro membri e le sonorità potenti e profonde delle loro canzoni.

Il gruppo con il quinto album, pubblicato nel 2005, dal titolo “Withering to death” i Dir en grey varcano il mercato internazionale con un tour di strepitoso successo in Europa del nord, con una tappa quasi sold out a Berlino, sancendo il loro trionfo sul mercato europeo. Il 2005 si rivela essere un anno particolarmente fruttuoso per il gruppo, proprio a causa del loro totale cambio immagine, sia dal punto di vista estetico quanto dal punto di vista sonoro. Abbandonando gonne e make up, lasciano da parte anche le commistione di suoni tra elettronico e barocco, lasciando pieno campo al sound metal quasi del tutto intoccato facendo eccezione per tecniche canore quali gowl e scream-o , in voga durante quegli anni nel panorama musicale gotico maschile.

Withering to death, sebbene sia l’espressione del cambiamento della band, mantiene una straordinaria coerenza a livello testuale con la poetica del vocalist di non scrivere e produrre musica commerciale o che parli di argomenti futili. Nel loro quinto album vengono esplorati argomenti di importanza sociale come il rapporto errato madre-figlio che può sconfinare nella pazzia, di cui si canta in “Saku” terza traccia dell’album, oppure la solitudine adolescenziale con Kodou, la religiosità frivola con Jesus Christ r’n’b e persino lo straniamento di essere individuo in una società del collettivo in “The final”, che sono rispettivamente quattordicesima, sesta e decima traccia dell’album.

Ulteriori punti di forza che rendono la band unica nel panorama in continua crescita del metal nipponico, sono i video musicali e l’effetto che la loro musica ottiene su chi gli ascolta. I video a metà tra l’horror mettono in scena immagini delle più famose creepy pasta giapponesi con leggende e misticismo autoctono, in grado di turbare gli spettatori più sensibili. In realtà ogni loro video calza a pennello con la musica composta e il testo scritto tanto da dar vita a piccoli corti di cinque minuti che raccontano vere e proprie storie di vita rendendole più reali attraverso la loro peculiare drammaticità. Per quanto riguarda invece il secondo punto di forza, cioè l’effetto che le canzoni rilasciano in chi le ascolta è che a dispetto dei toni cupi e delle immagini forti dei loro video, ascoltare la loro musica, e in particolare questo album, dona un effetto catartico, come se fosse un percorso di elaborazione di un proprio disagio interiore, che canzone dopo canzone, growl dopo growl e assolo dopo assolo, riesce a canalizzare le emozioni negative di un individuo in un climax ascendente e che conclude l’ascolto con una sensazione di serenità e di rinnovato vigore.

LA SERVA PADRONA

L’Associazione Culturale Takamori in collaborazione con il Teatro Comunale di Bologna, il Comune di San Lazzaro di Savena, la Scuola dell’Opera del Teatro Comunale, la casa discografica Tactus e l’associazione Atti Sonori propone l’esecuzione dell’opera “La Serva Padrona” (1733) di Giovan Battista Pergolesi (1710-1736) in n. 6 rappresentazioni che si terranno nelle date del 2,3,4 maggio 2017 presso il foyer Respighi del Teatro Comunale adiacente piazza Verdi (Bologna) avvalendosi della collaborazione dei maestri Stefano Conticello e della regista Cristina Giardini. Le rappresentazioni si avvarranno della partecipazione straordinaria dell’attore Stefano Bicocchi (in arte Vito) e di cantanti professionisti (Yasuko Arimitsu, Maurizio Leoni) coadiuvati dall’orchestra del Teatro Comunale diretta dal Mo Stefano Conticello.

L’evento intende promuovere la cultura e la didattica della musica tra i più giovani attraverso l’allestimento di concerti sia in fascia oraria diurna che serale. A questo fine, si propone un modello di opera di facile ascolto e di indubbio effetto comico grazie al carattere buffo del libretto, nonché di un’azione scenica alquanto dinamica dove i due cantanti protagonisti sono coadiuvati dalla presenza del mimo, abile interprete ed intermediario della narrazione. L’allestimento proposto nell’ambito del suddetto progetto intende coinvolgere lo spettatore mettendolo a stretto contatto con la realtà dell’orchestra (che diviene reale protagonista dell’evento) al fine di valorizzarne l’elemento di condivisione musicale ed investire volutamente in un allestimento scenico agile e facilmente esportabile in diverse realtà logistiche (ville, accademie, edifici storici e simili). Parte delle rappresentazioni vedranno altresì ospiti i giovani cantanti della Scuola dell’Opera del Teatro Comunale di Bologna. Non a caso, il progetto vede altresì il coinvolgimento della casa discografica bolognese Tactus che da sempre è impegnata nel sostenere i giovani artisti permettendo loro di incidere e sviluppare le proprie capacità artistiche.

LA SERVA PADRONA: è un celebre intermezzo buffo di Giovan Battista Pergolesi. Composta per il compleanno di Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbüttel su libretto di Gennaro Antonio Federico, fu rappresenta la prima volta al Teatro San Bartolomeo di Napoli il 28 agosto 1733, quale intermezzo all’opera seria Il prigionier superbo, dello stesso Pergolesi, destinata a non raggiungere neppure lontanamente la fama della Serva padrona. Alla prima rappresentazione è attribuita a tutti gli effetti l’inizio del nuovo genere dell’Opera buffa. La storia racconta di un ricco e attempato signore di nome Uberto che ha al suo servizio la giovane e furba Serpina che, con il suo carattere prepotente, approfitta della bontà del suo padrone. Uberto, per darle una lezione, le dice di voler prendere moglie: Serpina gli chiede di sposarla, ma lui, anche se è molto interessato, rifiuta. Per farlo ingelosire Serpina gli dice di aver trovato marito, un certo capitan Tempesta, che in realtà è l’altro servo di Uberto (Vespone) travestito da soldato. Serpina chiede a Uberto una dote di 4000 scudi; Uberto, pur di non pagare, sposerà Serpina, la quale da serva diventa finalmente padrona.

L’ORCHESTRA DEL COMUNALE: L’orchestra del Teatro Comunale nasce il 4 Febbraio 1956 come “Associazione Orchestra stabile di Bologna”. Già dal 1953, e per quasi un ventennio, il colore e lo spirito della compagine bolognese trovano nel magistero direttoriale di Sergiu Celibidache una formidabile opportunità di crescita. Il maestro rumeno vi dirige di tutto: Dvoràk, Tchaikovskji, Bizet accanto a Brahms e Beethoven, Haydn e gli amatissimi Ravel e Debussy. Si intensificano le collaborazioni con interpreti di grande fascino – Arturo Benedetti Michelangeli, Nathan Milstein, Arthur Rubinstein – e si moltiplicano le occasioni di concerti anche al di fuori dell’ambito regionale. A partire dal 1984, la presenza sul podio di Riccardo Chailly in veste di direttore principale determina il riproporsi di una situazione quasi analoga a quella che diede vita nel 1956 alla compagine orchestrale: il riaffiorare del senso di appartenenza ad un organismo capace di regalare a ciascuno le gratificazioni più autentiche. Si è presenti all’Holland Festival di Amsterdam, si portano al Rossini Opera Festival di Pesaro importanti titoli – Zelmira, l’Italiana in Algeri – e si realizzano con la Decca i momenti salienti del percorso discografico dell’orchestra. E’ per davvero un periodo denso di soddisfazioni per i musicisti quello compreso fra il 1986 e il 1993, all’interno del quale va collocata la terza edizione dell’Anello del Nibelungo, suddiviso fra la direzione di Chailly e quella di Peter Schneider. Un cammino che ha negli esiti trionfali della prima tournée in Giappone del 1993, il suo traguardo più luminoso.

SPONSOR (CASA DISCOGRAFICA TACTUS): Fondata a Bologna nel 1987 da Serafino Rossi, la casa discografica si contraddistingue per la produzione di dischi di musica classica, con una particolare attenzione ai compositori italiani del periodo rinascimentale e barocco. La collana di dischi presenta interpretazioni di gruppi e artisti, in maggioranza di origine italiana, che seguono una prassi esecutiva filologica nella interpretazione della musica. Col tempo il catalogo della etichetta è andato ampliandosi anche a compositori del 1800 e di musica contemporanea.

BIGLIETTI DISPONIBILI SUL SITO VIVATICKET.IT dal 19 Aprile!
www.vivaticket.it/index.php?wms_op=comunalebologna
Prezzo: Adulti: 10 euro. Bambini: 5 euro.

RECITE:

martedì 2 maggio 2017 ore 15:00
martedì 2 maggio 2017 ore 20:30
mercoledì 3 maggio 2017 ore 11:00 (riservato scuole)
mercoledì 3 maggio 2017 ore 15:00
giovedì 4 maggio 2017 ore 11:00 (riservato scuole)
giovedì 4 maggio 2017 ore 15:00

www.comunalebologna.it
www.takamori.it
www.attisonori.it
www.tactus.it