The Cabs

 

La scena math rock giapponese è florida. Il termine, dalla natura molto generica, fa riferimento ad una serie di concetti che non sono comuni al rock convenzionale (principalmente tempi dispari, melodie angolari e intrecciate) che molti musicisti giapponesi continuano ad incorporare spontaneamente nella loro musica. Le Tricot, da poco reduci da un tour europeo che le ha portate anche sul palco dell’ ArcTangent di Bristol, sono le principali rappresentanti in occidente.

Mentre nel 2013 le tre Tricot si preparavano a pubblicare il loro primo album, un altro trio, i The Cabs, si scioglieva in circostanze del tutto inusuali: il chitarrista Takahashi Kunimitsu scompare facendo perdere ogni traccia di se, proprio a ridosso dell’inizio del tour a supporto dell’album di debutto. La band decide di sciogliersi e lo annuncia con un post sul loro sito ufficiale, ora chiuso: a onor del vero Takahashi era il principale songwriter della band, come continuare senza di lui? La fama della band ha però continuato a crescere (su youtube abbondano le cover band), consacrandoli come uno dei gruppi più rilevanti della scena. Dopo lo scioglimento, il bassista\cantante Yoshikatsu Shuto ha continuato a suonare coi KEYTALK (il j-pop più lontano da ciò che rappresentano i the cabs) e il batterista Itta Nakamura coi Plenty; Takahashi si è infine dedicato alla realizzazione della sigla dell’anime Tokyo Ghoul prima di scomparire un’altra volta (capita che aggiorni il suo account soundcloud con nuovi brani, ogni tanto).

La discografia ufficiale della band si compone di soli due ep e un full lenght, tutti presenti sul bandcamp di zankyo records, ma disponibili solo per il download e non per lo streaming. Fortunatamente, i video dei tre singoli estratti dai rispettivi album, le cui visualizzazioni superano il milione, sono sufficienti per convincere un ascoltatore curioso a decidere di mettere le proprie mani sopra i lavori completi. Il primo ep del 2011 Hajime Ichiban no Dekigoto è quello in cui vengono messe più in mostra le inclinazioni aggressive della band. Il risultato è la presenza di due tracce esplosive (For Charles Bronson e Haiku about Kdyla), su cui il chitarrista grida per i due minuti della durata.Invece le altre tre tracce, con un mix più equilibrato tra aggressività e melodia, rispecchiano la direzione che la band prenderà nell’ep seguente. La vera gemma è il singolo Soldiers of February, con la sua strumentale luminosa, la strofa start and stop e un ritornello estremamente orecchiabile interrotti da controllati impeti di rabbia verso la metà e alla fine della traccia (e il video è ipnotico).

Il secondo ep Recur Breath mostra la progressione di una band che perfettamente è a suo agio negli slanci caotici come nelle melodie intricatissime ma orecchiabili che tessono i tre strumenti. Il singolo Spiral of Kielce è un brano intenso, spericolato in cui il batterista brilla accelerando senza sosta tra le maglie strettissime dell’arpeggio di chitarra. Con l’album di debutto Regenerative Landscape i the cabs decidono di investire più nella vena indie rock della loro musica, raccogliendo il disappunto di qualche fan. In realtà, l’album è ricco di momenti in cui impera il disordine (come in Like a Flower, purusha, Shouted all out o sarasa, canzone caotica che sarebbe stata bene nel primo ep) e tutto l’album in generale è decisamente un album dei the cabs. Anschluss, singolo promozionale dell’album, è una buona rappresentazione del nuovo equilibrio sonico raggiunto dalla band; in generale, tutto Regenerative Landscape conserva i tratti particolari dei vecchi lavori, ma li distribuisce consciamente per tutta la durata dell’album. Così la storia dei The cabs è stata interrotta prematuramente, poco prima che potesse avere un continuo magari anche all’estero.

(Recensione di Jacopo Corbelli)

SUCHMOS – THE BAY

Ciao a tutti ragazzi, ben ritrovati per una nuova recensione musicale. Suchmos è il nome del gruppo di cui vi parlerò oggi, un nome un po’ bizzarro  che è stato adattato da “satchmo” , ovvero, il soprannome di uno dei più grandi jazzisti della storia, Louis Armstrong. La formazione della band nasce dalla voglio dei componenti di poter mettere in risalto le loro capacità artistiche e influenzati da vari generi, quali, soul, funk, jazz e rock iniziano a farsi strada nella scena musicale giapponese.  YONCE, TAIKING, HSU, OK, KCEE, and TAIHEI, compagni di infanzia, decisero nel 2013 di fondare la band e tutt’ora sono in attività.

Nel 2015 iniziano a farsi conoscere; è la Space shower music la casa discografica con cui debuttano e rilasciano il loro primo EP, Essence. Lo stesso anno venne rilasciato il loro primo album, The Bay, che riscosse un discreto successo scalando le varie top list giapponesi. Riescono, infatti, ad ottenere il 26° posto nel 株式会社オリコン (Kabushiki-gaisha Orikon) e il 16° posto sul Billboard Megazine. La giovane band si fa presto strada nel panorama musicale nipponico, tale successo è dovuto allo stile adottato dal gruppo che riesce a fondere diversi generi di matrice occidentale con le classiche sonorità della musica giapponese. L’influenza del J-POP è sempre presente e  lo si può intravedere dalla maggior parte dei pezzi, alcuni tra questi permettono ai Suchmos di entrare nelle top list più importanti dell’isola. YMM, il singolo dell’album THE BAY, raggiunge il 44° posto sul   Billboard Japan Hot 100 e il 2°sul  J-Wave Tokyo Hot 100, inoltre,  rilasciano nel 2016  un nuovo EP LOVE&VICE. L’ EP supera il precedente album nelle top list e il singolo “ STAY TUNE” diventa una vera e propria icona della band vincendo il primo posto  al J-Wave Tokyo Hot 100.

TOUR MINT CONDITION” è il primo tour ufficiale della band, il quale segna una chiara maturazione del gruppo e una consapevolezza musicale maggiore, non a caso, l’anno successivo, rilasceranno il secondo Album “ THE KIDS”.

E’ sicuramente il sound lounge e giovanile il punto forte di questi ragazzi, i riff di chitarra sono tipici del funk, accompagnati da un piano che si avvicina all’ acid jazz e che determina le varie strutture dei pezzi.  Riescono a portare in scena un genere che  si accosta anche alla musica elettronica, basti pensare ai vari synth e scratch che DJ KCEE utilizza per  contornare le melodie delle canzoni. Hanno un suono inconfondibile; è il tipico gruppo che se ascolti in radio riconosci subito ed   è  merito di YONCE, il cantante, se questa band è così facilmente riconoscibile. YONCE è il fondatore del gruppo; ha grandi qualità vocali; voce delicata, limpida e ben modulata, le caratteristiche giuste per cantare su groove di basso  che richiamano il funk e il jazz. Ricorda un po’ la voce di Jason “jay” Kay, front-man della famosa band britannica “JAMIROQUAI”, con un flow un po’ più giapponese. Penso che non ci sia nulla di più musicale del funk giapponese;  la lingua ha una metrica che si lega alla perfezione con il beat, è versatile, ed è come se scivolasse da una parte all’altra sulla base musicale.

THE BAY;

Da questi brani si può chiaramente percepire il suono e le intenzioni musicali del gruppo. IL prossimo è il pezzo che ha segnato il successo del gruppo;

Che dire, è un sound che richiama gli anni ’80  ma che si affianca molto bene anche alle sonorità moderne, è forte il tentativo di unire i suoni occidentali con quelli tipici giapponesi. Non mi resta che lasciarvi un buon ascolto, alla prossima recensione!

(Recensione di Luigi Lonetto)

 

SINERGIE MUSICALI: MARCO SANTINI E YASUKO ARIMITSU IN CONCERTO IN GIAPPONE!

 

Le collaborazioni musicali, si sa, nascono da incontri. Incontri spesso fortuiti che si trasformano sovente in profonda empatia e voglia di condividere emozioni ed esperienze. Il 2017 è un anno molto fortunato per Takamori perché ha avuto la possibilità di intrecciare rapporti molto proficui con realtà molto importanti nell’ambito della musica classica e contemporanea. Dopo aver prodotto a maggio, un’opera in collaborazione con il Teatro Comunale di Bologna, un altro piccolo sogno si è realizzato grazie alla collaborazione interculturale a luglio tra due bravissimi artisti:  Marco Santini, noto violinista e compositore contemporaneo di Osimo e il talentuoso soprano Yasuko Arimitsu che da molti anni si esibisce in Italia e all’estero!

Il 23 luglio presso il teatro Kanon Hall di Kagoshima i due si sono esibiti in un concerto che li ha visti intrecciare le proprie anime passando in rassegna brani del repertorio classico (Handel, Giordani, Rossini, Pergolesi, Caccini), contemporaneo (con brani mozzafiato composti dallo stesso Marco Santini) e giapponese (Taki,Kentaro, Okano Teichi e altri). L’audience che ha letteralmente invaso il teatro è stata trasportata per ben due ore dalla magia creata dai due artisti che si sono riproposti di collaborare anche in futuro per confezionare nuove avventure musicali in territorio italiano! Dal concerto, vi proponiamo alcune clip registrate dai nostri cameramen!

 

 

Per chi volesse conoscere meglio l’opera di Marco, può consultare questo link dove lui presenta il suo primo album!

https://www.youtube.com/watch?v=j5FKDkdJlR

 

JYOCHO – 祈りでは届かない距離

Il 13 marzo del 2015, gli 宇宙コンビニ (Uchuu Conbini) si sono esibiti live per l’ultima volta a Kyoto, la loro città natale: dopo due mini album in tre anni di attività, il trio aveva già annunicato lo scioglimento, proprio quando anche in occidente molti iniziavano ad accorgersi della loro musica. Il chitarrista e principale compositore, Daijiro Nakagawa, si riaffaccia sul panorama musicale solo a dicembre dell’anno successivo, al timone di un nuovo progetto solista, Jyocho, riprendendo esattamente da dove aveva lasciato l’anno prima. Jyocho non è altro che il successore spirituale di Uchuu Conbini.
Daijiro ripropone molti elementi a cui aveva abituato i suoi ascoltatori – su tutti, composizioni intricatemetriche dispari e la tenera voce femminile: il collegamento con il suo vecchio progetto è lampante. Lampante proprio come il talento cristallino dell’artista giapponese. Basta riprodurre dalla prima traccia ‘A Prayer in Vain‘ (祈りでは届かない距離), il suo album di debutto, per capire fin dal primissimo secondo che Daijiro Nakagawa non è un chitarrista normale. In quella traccia, Family, sono incapsulate in meno di venti secondi le novità sostanziali del progetto. La prima è l’utilizzo del flauto che, giocando coi riff di chitarra lungo la durata dell’intero album, rende l’intera atmosfera eterea; anche la batteria interagisce in modo splendido con la chitarra non limitandosi a scandire i tempi (per lo più dispari), ma inserendosi in modo imprevedibile all’interno dei suoi fraseggi. Questi sono i due elementi che differenziano fin da subito la nuova produzione post-Uchuu Conbini. Nell’album vi sono anche tracce in cui l’influenza J-pop dilaga, come nella folkeggiante 安い命 (yasui inochi) o la ballad che chiude l’album, 365; 太陽とくらしてきた (taiyou to kurashite kita), primo singolo dell’album, è forse quella più impressionante dal punto di vista musicale, in cui tutti i musicisti che accompagnano Daijiro (che si intravedono solo nel video ufficiale) danno sfoggio della loro tecnica, cantante compresa.
E’ un progetto che, di primo acchito, colpisce per la tecnica dei suoi musicisti e per la pulizia della performance. Dopo i primi ascolti è evidente che non si tratta mai di tecnicismi fine a se stessi, anzi è un progetto math pop denso ma scorrevole, che non manca mai di essere anche orecchiabile. L’esordio solista del chitarrista e compositore mastermind Daijiro Nakagawa lo catapulta tra le figure di risalto del math rock, anche fuori dai confini giapponesi, e il suo secondo album appena annunciato e in uscita a settembre uno dei progetti dell’anno da tenere d’occhio.
(Recensione di Jacopo Corbelli)

Susumu Yokota (横田進) – Sakura (桜), 2000

Salve a tutti, e ben ritrovati nella NOSTRA rubrica musicale interamente dedicata al Giappone! Quest’oggi vogliamo introdurre un compositore molto interessante e proveniente dal contesto nipponico ma che, purtroppo, non è ancora molto conosciuto. Parliamo dunque di Susumu Yokota, e del suo album Sakura.

Andiamo innanzitutto a contestualizzare l’artista e ad inquadrare la sua opera

Susumu Yokota nasce nel 1960 a Toyama (富山市) e morirà nel 2015 all’età di 54 anni, dopo un lungo periodo di malattia. Comincia a far parlare di sé (almeno nell’ambiente giapponese) in quanto DJ House e produttore musicale, e questo background spiegherebbe il perché delle sue influenze elettroniche e tecno che rendono la sua opera musicale eclettica e, al tempo stesso, più articolata. Parlando della sua carriera internazionale, bisogna senz’altro citare la Germania e, in particolare, Berlino, città in cui l’artista giapponese comincia a farsi conoscere anche all’estero grazie alla Love Parade organizzata nell’anno 1993, ovvero un vero e proprio festival dedicato alla musica dance. Dall’esperienza tedesca nasceranno successivamente 2 album, che sono Frankfurt – Tokyo Connection (1)* e Zen (2)* (quest’ultimo sotto lo pseudonimo di Ebi). Fino all’anno 1997 verranno prodotti nuovi album, per lo più commerciali e basati sulle mode della musica dance del momento; tanto per menzionarne alcuni, abbiamo Acid Mount fuji (3)* e Plantation (4)* (sotto il falso nominativo di Ringo). Il suo primo album sperimentale compare nel 1997, intitolato Cat, Mouse and Me (5)* (1997), e presenta un intreccio di generi più ampio che vede l'”intromissione” di due generi nuovi come l’acid jazz e l’hip-hop, accostati al sempre presente stile elettronico da cui lui stesso deriva, e che vanno a rendere il groove (ossia il ritmo) complessivo dell’album ancora più interessante. Yokota inizierà poi a dedicarsi alla musica ambient (genere musicale entro il quale il tono e l’ambiente risultano essere più importanti del ritmo e della struttura stessa del brano; viene definita musica ambientale in quanto fa uso di suoni ampi e naturali, che tendono a rievocare particolari emozioni e sensazioni visive all’ascolto) con l’album Magic Thread  (1998), in cui si ha una fusione ambient-house a dir poco sublime. Coerente con la nuova direzione musicale verso la quale si era oramai indirizzato il compositore giapponese è anche l’album successivo, Image (6)* (1999),composto di una serie di vecchie registrazioni di stampo ambient-trance (la musica trance rappresenta un sottogenere della elettronica, e nasce negli anni ’90 in Germania; si pensa che sia stata così denominata in quanto la profondità delle frequenze e dei suoni di tale stile sembrerebbe provocare uno stato di trance psichica indotto da una sensazione di estasi). La sua evoluzioni verso strutture musicalmente sempre più astratte continua con Grinning Cat (7)* (2001), direzionato verso il minimalismo musicale (con il termine musica minimale ci si riferisce ad un ramo della cosiddetta musica colta che nacque negli Stati Uniti nei primi anni ’60 come esigenza per rendere più accessibile la musica astratta d’avanguardia in voga all’epoca. Si tratta di uno stile essenzialmente basato sulla ripetizione costante di schemi semplici ed eseguiti da un numero ristretto di strumenti musicali).

  • (1)* (https://www.youtube.com/watch?v=3eUCinf6yw0)
  • (2)* (https://www.youtube.com/watch?v=td6yY7_zdE8)
  • (3)* (https://www.youtube.com/watch?v=lSY1tyuR3WQ)
  • (4)* (https://www.youtube.com/watch?v=XF9sRYzh9ps)
  • (5)* (https://www.youtube.com/watch?v=hYiG57ZKAxY)
  • (6)* (https://www.youtube.com/watch?v=hJ7joUa9v3s)
  • (7)* (https://www.youtube.com/watch?v=SxWi7AXtJ1Q)
  • (8)* (https://www.youtube.com/watch?v=BHdF4rTVLWE)

Passiamo adesso ad elencare le tracce e ad analizzare l’album in questione, Sakura

  • 1) Saku
  • 2) Tobiume
  • 3) Uchu Tanjou
  • 4) Hagoromo
  • 5) Genshi
  • 6) Gekkou
  • 7) Hisen
  • 8) Azukiiro no Kaori
  • 9) Kodomotachi
  • 10) Naminote
  • 11) Shinsen
  • 12) Kirakiraboshi

 

Nel 2000 uscirà poi l’album Sakura (8)*, tema centrale di questa discussione, figlio della formazione impressionista che Yokota aveva ricevuto dal suo maestro Brian Eno (con l’espressione impressionismo musicale facciamo riferimento ad una corrente musicale considerata “colta” che nasce in Europa, e nello specifico in Francia, fra fine ‘800 e inizi ‘900. Si basa sullo stile di fondo che condivide con l’omonima corrente pittorica, privilegiano quindi il timbro di ogni singolo strumento e creando sonorità più leggere e “sfumate”, creando così un innovativo effetto di sospensione. Gli accordi non seguono le regole tradizionali, e le scale utilizzate provengono o dalla tradizione medioevale, o sono ispirate all’Oriente, come la scala pentafonica e la scala esatonale, rispettivamente di 5 e di 6 suoni, ricreando atmosfere vaghe ed indeterminate). La sua incursione all’interno di questo nuovo genere musicale si distingue tuttavia da quella dei suoi colleghi per via delle sue influenze da parte della musica techno (come si vede nel brano Genshi) e jazz (come si vede invece nella traccia Naminote). Addentrandoci ora un po’ più a fondo nell’album, che comincia con Saku, ritroviamo già dal primo brano uno stile musicale calmo e tranquillo, in perfetta armonia con i canoni della musica ambient. Yokota introdurrà molto presto però anche elementi musicali provenienti direttamente dal suo background d’origine, velocizzando così il ritmo di alcuni pezzi (quali Uchu Tanjou e Genshi, ma anche Kodomotachi). Ciò che, in un certo senso, “rompe” l’economia dell’album è il brano Naminote, che presenta uno stile prettamente improntato al jazz e si insedia nel flusso melodico della musica d’ambiente che percorre l’album praticamente per la sua interezza. Si presenta quindi come un’opera rilassante ma mai noiosa, adatta ad accompagnare una buona riflessione, un lungo viaggio in treno o anche un piacevole momento di relax. Si tratta di un album capace di ricreare un’atmosfera contemplativa, quasi sognante, e che mi sento vivamente di consigliare a tutti, grandi e piccoli, con la certezza che, una volta scoperto, vi innamorerete di questo genere in men che non si dica! Soreja mata ne, minna!

(Recensione di Simone Cozza)

Ryo Fukui – Scenery (1976)

Salve a tutti, amanti della musica giapponese!
Oggi parliamo di un pianista e compositore jazz giapponese, Ryo Fukui, e nello specifico vi presenteremo il suo album di debutto, intitolato “Scenery”.

-Inquadriamo però prima brevemente l’artista: chi è (o meglio, era) Ryo Fukui?

Il compositore giapponese nasce il 1° Giugno dell’anno 1948 a Biratori, Hokkaidou. La sua formazione musicale come pianista è prettamente di natura autodidatta, e comincia a suonare verso l’età dei 22 anni. Si dilettava spesso a suonare nel jazz club “Slowboat” a Sapporo, al quale dedicherà persino un album interamente live dal titolo “A Letter from Slowboat” (di cui consiglio vivamente l’ascolto, nonostante non sia il tema centrale del giorno)* Altri locali famosi in cui suona sono il “Pit Inn” (Shinjuku), il “Sometime” (Kichijouji) ed il “Jazz Inn Lovely” (Nagoya).

*Qui il link per chi fosse interessato all’album sopraccitato->
https://www.youtube.com/watch?v=kVV_z1lBNLo

Ryo Fukui si appassiona, come molti altri giapponesi all’epoca, al mondo del Jazz e alle sue infinite declinazioni grazie all’influenza statunitense del post-guerra, seguendo le orme dei più famosi jazzisti americani, quali Bill Evans, Miles Davis e John Coltrane. A partire dalla seconda metà del Novecento, di fatto, mentre il pubblico nord-americano andava sempre più assottigliandosi, stava gradualmente (e, se vogliamo, anche paradossalmente) aumentando il numero di seguaci di questo stile musicale dalle origini così “umili” in tutto il resto del mondo, ed in particolare nel paese del Sol Levante. Fu così che, mentre gli americani cominciarono ad addentrarsi verso generi apparentemente più creativi, come ad esempio il Rock, il Funk e il Soul, cominciando a mettere da parte la musica Jazz, che veniva considerata oramai superata dai più, vari artisti europei e non iniziarono invece a scoprire ed ampliare tale genere, creando varianti quali lo smooth jazz (assimilabile ad un jazz di taglio mainstream e nominato anche “jazz alleggerito”) e il cosiddetto acid jazz. Ciò che permise al pianista e compositore di Hokkaidou di studiare liberamente questo tipo di musica fu il fatto che, non essendo ostacolato né limitato dalla visione negativa che l’America ormai aveva del jazz, poté creare (o meglio ricreare) un jazz puro, convertendosi così in un vero e proprio pilastro della cultura musicale di stampo jazz nel contesto giapponese. Purtroppo il suo lavoro venne dimenticato per molti anni, e tornerà ad essere ascoltato soltanto agli inizi del 21esimo secolo. Ryo Fukui morirà il 15 Marzo del 2016 a Sapporo, a causa di un linfoma.

-Adesso passiamo finalmente all’album in questione, Scenery**

Tracce:

1-It Could Happen To You (0:00)
2-I Want To Talk About You (4:16)
3-Early Summer (10:49)
4-Willow Weep For Me (21:34)
5-Autumn Leaves (29:17)
6-Scenery (35:49)

**Qui il link per ascoltare l’album completo->
https://www.youtube.com/watch?v=Hrr3dp7zRQY

Scenery, oltre ad essere di fatto l’album di debutto del compositore giapponese, rappresenta anche un’opera di jazz nella sua forma più pura ed incontaminata.
Si presenta come un trio, dove abbiamo ovviamente Ryo Fukui al pianoforte, Satoshi Denpo al basso e Yoshinori Fukui alla batteria. Il primo brano, It Could Happen To You, si ispira ad un brano reso popolare da Frank Sinatra e Bing Crosby (per non menzionare altri nomi noti, quali Chet BakerMiles Davis) nella metà circa degli anni ’40. Melodia tranquilla ma allegra allo stesso tempo, con molti assoli (o solos in gergo tecnico) che rendono il pezzo ancora più interessante e piacevole da ascoltare. Dopodiché abbiamo la canzone I Want To Talk About You, ispirata invece al grandissimo John Coltrane, si potrebbe definire come un vero e proprio capolavoro di modal jazz (o jazz modale), ovverosia un sottogenere del jazz la cui la caratteristica principale si può ritrovare in una melodia che svincola le regole di compatibilità fra accordi e tonalità e che, dunque, si basa sull’idea di fondo secondo cui gli accordi non devono corrispondere (o comunque, non necessariamente) alle regole dell’armonia tonale del brano. L’album raggiunge poi un crescendo (ossia un aumento dell’intensità del suono) con il terzo pezzo, Early Summer. Qui abbiamo un assaggio degli anni ’60 con quello che viene chiamato blue note, là dove per blue note (detta anche worried note) intendiamo una nota identificabile nella scala del DO con le 3 note MI, SOL e SI, che viene suonata (o cantata) abbassata di un semitono, ovvero in maniera calante. Si parla di nota blu per via dell’associazione meramente linguistica che si ha in lingua inglese tra il colore blu ed il senso di tristezza e nostalgia tipico della  musica afro-americana (o black music), e quindi tipico della musica jazz e soul (non dobbiamo però dimenticarci anche altri stili altrettanto significativi come il Reggae, il Funk, ma anche lo Swing, il Gospel, l’R&B, fino ad arrivare al Rap). Verso la metà circa della canzone assistiamo però ad una forte transizione musicale da un ritmo più lento e calmo ad un ritmo più rapido e sostenuto, come si può notare anche dall’ascolto del pezzo, fino ad arrivare ad un assolo finale che dura un paio di minuti. Si tratta di un assolo apparentemente caotico ma non casuale, e soprattutto che non risulta mai pesante o forzato all’ascolto. Il brano, dopo un ulteriore assolo da parte del batterista, si chiude in maniera circolare con un riff (cioè una frase musicale o successione di note generalmente breve e con una propria identità espressiva, che si ripete più volte all’interno di una stessa composizione, per lo più utilizzata come accompagnamento o per conferire più musicalità ad un testo, anche se a volte può costituire il nucleo centrale del brano stesso) molto simile a quello presente anche nella intro. Successivamente, dopo altri due pezzi modali (vedi sopra per definizione) che sono appunto Willow Weep For Me e Autumn Leaves, l’album si conclude con Scenery, da cui prende il nome. In quest’ultimo brano musicale ritroviamo uno stile più ordinato e preciso, che si basa adesso molto meno sul legato usato in precedenza (con il termine legato intendiamo uno stile musicale che prevede che le varie note siano riprodotte “accostate” l’una accanto all’altra senza interruzioni, in modo che il suono sia appunto legato e non “spezzato”), e che rappresenta una sorta di fusione tra i 2 stili principali che compongono l’intera opera, ossia uno più gioioso e allegro, e l’altro più lento e solenne.

Per concludere questa recensione, infine, non mi rimane che consigliarvi l’ascolto di questo fantastico artista e del suo album, capace di far innamorare sia gli appassionati del genere jazz, sia chi ha intenzione di approcciarsi ora al meraviglioso mondo della musica giapponese, sia chi semplicemente si ritiene curioso di voler esplorare nuovi orizzonti e nuove culture. Vi assicuro che non ve ne pentirete affatto!

Detto questo vi ringrazio per l’attenzione e, sperando abbiate gradito la lettura, posso solamente dirvi: alla prossima, minna!

(Recensione di Simone Cozza)