Dir en Grey – Withering to Death (2005)

  1. Merciless Cult(Merciless Cult?) – 2:59
  2. C(C?) – 3:33
  3. saku(朔-saku-?) – 3:00
  4. Kodoku ni shisu, yue ni kodoku.(孤独に死す、故に孤独。?) – 3:29
  5. Itoshisa wa fuhai nitsuki(愛しさは腐敗につき?) – 4:18
  6. Jesus Christ R’n R(Jesus Christ R’n R?) – 4:03
  7. Garbage(GARBAGE?) – 2:53
  8. Machiavellism(Machiavellism?) – 3:19
  9. Dead Tree(dead tree?) – 4:54
  10. The Final(THE FINAL?) – 4:17
  11. Beautiful Dirt(Beautiful Dirt?) – 2:36
  12. Spilled Milk(Spilled Milk?) – 3:47
  13. Higeki wa mabuta wo oroshita yasashiki utsu(悲劇は目蓋を下ろした優しき鬱?) – 5:12
  14. Kodou(鼓動?) – 3:42

I Dir en grey sono una band che rinasce dalle ceneri del piccolo gruppo indie-rock adolescenziale conosciuto nel circuito underground giapponese con il nome di La:Sadie. La band, così composta dalla struttura classica a cinque, con il subentro di Toshiya nel ruolo di bassista e che ora vede protagonisti Kyo come vocalist, Kaoru e Daisuke, rispettivamente come prima chitarra e chitarra di accompagnamento, Shinya alla batteria e Toshiya al basso, assume il nome dei Dir en grey e comincia a farsi strada nella scena major nipponica. Come tutte le band giapponesi nate a cavallo tra la fine degli anni novanta ,e i primi duemila, anche i Dir en grey, per i loro primi quattro album, accostano a sonorità alternate tra metal e musica barocca un look quasi del tutto femminile che prevede l’utilizzo di succinti abiti da donna in stile lolita o casual e make up molto vistosi, creando un forte contrasto tra l’immagine sensuale ed effimera dei loro membri e le sonorità potenti e profonde delle loro canzoni.

Il gruppo con il quinto album, pubblicato nel 2005, dal titolo “Withering to death” i Dir en grey varcano il mercato internazionale con un tour di strepitoso successo in Europa del nord, con una tappa quasi sold out a Berlino, sancendo il loro trionfo sul mercato europeo. Il 2005 si rivela essere un anno particolarmente fruttuoso per il gruppo, proprio a causa del loro totale cambio immagine, sia dal punto di vista estetico quanto dal punto di vista sonoro. Abbandonando gonne e make up, lasciano da parte anche le commistione di suoni tra elettronico e barocco, lasciando pieno campo al sound metal quasi del tutto intoccato facendo eccezione per tecniche canore quali gowl e scream-o , in voga durante quegli anni nel panorama musicale gotico maschile.

Withering to death, sebbene sia l’espressione del cambiamento della band, mantiene una straordinaria coerenza a livello testuale con la poetica del vocalist di non scrivere e produrre musica commerciale o che parli di argomenti futili. Nel loro quinto album vengono esplorati argomenti di importanza sociale come il rapporto errato madre-figlio che può sconfinare nella pazzia, di cui si canta in “Saku” terza traccia dell’album, oppure la solitudine adolescenziale con Kodou, la religiosità frivola con Jesus Christ r’n’b e persino lo straniamento di essere individuo in una società del collettivo in “The final”, che sono rispettivamente quattordicesima, sesta e decima traccia dell’album.

Ulteriori punti di forza che rendono la band unica nel panorama in continua crescita del metal nipponico, sono i video musicali e l’effetto che la loro musica ottiene su chi gli ascolta. I video a metà tra l’horror mettono in scena immagini delle più famose creepy pasta giapponesi con leggende e misticismo autoctono, in grado di turbare gli spettatori più sensibili. In realtà ogni loro video calza a pennello con la musica composta e il testo scritto tanto da dar vita a piccoli corti di cinque minuti che raccontano vere e proprie storie di vita rendendole più reali attraverso la loro peculiare drammaticità. Per quanto riguarda invece il secondo punto di forza, cioè l’effetto che le canzoni rilasciano in chi le ascolta è che a dispetto dei toni cupi e delle immagini forti dei loro video, ascoltare la loro musica, e in particolare questo album, dona un effetto catartico, come se fosse un percorso di elaborazione di un proprio disagio interiore, che canzone dopo canzone, growl dopo growl e assolo dopo assolo, riesce a canalizzare le emozioni negative di un individuo in un climax ascendente e che conclude l’ascolto con una sensazione di serenità e di rinnovato vigore.

LA SERVA PADRONA

L’Associazione Culturale Takamori in collaborazione con il Teatro Comunale di Bologna, il Comune di San Lazzaro di Savena, la Scuola dell’Opera del Teatro Comunale, la casa discografica Tactus e l’associazione Atti Sonori propone l’esecuzione dell’opera “La Serva Padrona” (1733) di Giovan Battista Pergolesi (1710-1736) in n. 6 rappresentazioni che si terranno nelle date del 2,3,4 maggio 2017 presso il foyer Respighi del Teatro Comunale adiacente piazza Verdi (Bologna) avvalendosi della collaborazione dei maestri Stefano Conticello e della regista Cristina Giardini. Le rappresentazioni si avvarranno della partecipazione straordinaria dell’attore Stefano Bicocchi (in arte Vito) e di cantanti professionisti (Yasuko Arimitsu, Maurizio Leoni) coadiuvati dall’orchestra del Teatro Comunale diretta dal Mo Stefano Conticello.

L’evento intende promuovere la cultura e la didattica della musica tra i più giovani attraverso l’allestimento di concerti sia in fascia oraria diurna che serale. A questo fine, si propone un modello di opera di facile ascolto e di indubbio effetto comico grazie al carattere buffo del libretto, nonché di un’azione scenica alquanto dinamica dove i due cantanti protagonisti sono coadiuvati dalla presenza del mimo, abile interprete ed intermediario della narrazione. L’allestimento proposto nell’ambito del suddetto progetto intende coinvolgere lo spettatore mettendolo a stretto contatto con la realtà dell’orchestra (che diviene reale protagonista dell’evento) al fine di valorizzarne l’elemento di condivisione musicale ed investire volutamente in un allestimento scenico agile e facilmente esportabile in diverse realtà logistiche (ville, accademie, edifici storici e simili). Parte delle rappresentazioni vedranno altresì ospiti i giovani cantanti della Scuola dell’Opera del Teatro Comunale di Bologna. Non a caso, il progetto vede altresì il coinvolgimento della casa discografica bolognese Tactus che da sempre è impegnata nel sostenere i giovani artisti permettendo loro di incidere e sviluppare le proprie capacità artistiche.

LA SERVA PADRONA: è un celebre intermezzo buffo di Giovan Battista Pergolesi. Composta per il compleanno di Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbüttel su libretto di Gennaro Antonio Federico, fu rappresenta la prima volta al Teatro San Bartolomeo di Napoli il 28 agosto 1733, quale intermezzo all’opera seria Il prigionier superbo, dello stesso Pergolesi, destinata a non raggiungere neppure lontanamente la fama della Serva padrona. Alla prima rappresentazione è attribuita a tutti gli effetti l’inizio del nuovo genere dell’Opera buffa. La storia racconta di un ricco e attempato signore di nome Uberto che ha al suo servizio la giovane e furba Serpina che, con il suo carattere prepotente, approfitta della bontà del suo padrone. Uberto, per darle una lezione, le dice di voler prendere moglie: Serpina gli chiede di sposarla, ma lui, anche se è molto interessato, rifiuta. Per farlo ingelosire Serpina gli dice di aver trovato marito, un certo capitan Tempesta, che in realtà è l’altro servo di Uberto (Vespone) travestito da soldato. Serpina chiede a Uberto una dote di 4000 scudi; Uberto, pur di non pagare, sposerà Serpina, la quale da serva diventa finalmente padrona.

L’ORCHESTRA DEL COMUNALE: L’orchestra del Teatro Comunale nasce il 4 Febbraio 1956 come “Associazione Orchestra stabile di Bologna”. Già dal 1953, e per quasi un ventennio, il colore e lo spirito della compagine bolognese trovano nel magistero direttoriale di Sergiu Celibidache una formidabile opportunità di crescita. Il maestro rumeno vi dirige di tutto: Dvoràk, Tchaikovskji, Bizet accanto a Brahms e Beethoven, Haydn e gli amatissimi Ravel e Debussy. Si intensificano le collaborazioni con interpreti di grande fascino – Arturo Benedetti Michelangeli, Nathan Milstein, Arthur Rubinstein – e si moltiplicano le occasioni di concerti anche al di fuori dell’ambito regionale. A partire dal 1984, la presenza sul podio di Riccardo Chailly in veste di direttore principale determina il riproporsi di una situazione quasi analoga a quella che diede vita nel 1956 alla compagine orchestrale: il riaffiorare del senso di appartenenza ad un organismo capace di regalare a ciascuno le gratificazioni più autentiche. Si è presenti all’Holland Festival di Amsterdam, si portano al Rossini Opera Festival di Pesaro importanti titoli – Zelmira, l’Italiana in Algeri – e si realizzano con la Decca i momenti salienti del percorso discografico dell’orchestra. E’ per davvero un periodo denso di soddisfazioni per i musicisti quello compreso fra il 1986 e il 1993, all’interno del quale va collocata la terza edizione dell’Anello del Nibelungo, suddiviso fra la direzione di Chailly e quella di Peter Schneider. Un cammino che ha negli esiti trionfali della prima tournée in Giappone del 1993, il suo traguardo più luminoso.

SPONSOR (CASA DISCOGRAFICA TACTUS): Fondata a Bologna nel 1987 da Serafino Rossi, la casa discografica si contraddistingue per la produzione di dischi di musica classica, con una particolare attenzione ai compositori italiani del periodo rinascimentale e barocco. La collana di dischi presenta interpretazioni di gruppi e artisti, in maggioranza di origine italiana, che seguono una prassi esecutiva filologica nella interpretazione della musica. Col tempo il catalogo della etichetta è andato ampliandosi anche a compositori del 1800 e di musica contemporanea.

BIGLIETTI DISPONIBILI SUL SITO VIVATICKET.IT dal 19 Aprile!
www.vivaticket.it/index.php?wms_op=comunalebologna
Prezzo: Adulti: 10 euro. Bambini: 5 euro.

RECITE:

martedì 2 maggio 2017 ore 15:00
martedì 2 maggio 2017 ore 20:30
mercoledì 3 maggio 2017 ore 11:00 (riservato scuole)
mercoledì 3 maggio 2017 ore 15:00
giovedì 4 maggio 2017 ore 11:00 (riservato scuole)
giovedì 4 maggio 2017 ore 15:00

www.comunalebologna.it
www.takamori.it
www.attisonori.it
www.tactus.it

METAPHORICAL MUSIC – Nujabes (2003)

Tracce: 

1) Blessing It (remix) (ft. Substantial & Pase Rock) [00:00]
2) Horn in the Middle [03:24]
3) Lady Brown (ft. Cise Starr) [07:33]
4) Kumomi [10:52]
5) Highs 2 Lows (ft. Cise Starr) [14:46]
6) Beat Laments The World [19:24]
7) Letter From Yokosuka [23:47]
8) Think Different (ft. Substantial) [26:57]
9) A Day by Atmosphere Supreme [30:14]
10) Next View (ft. Uyama Hiroto) [34:14]
11) Latitude (remix) (ft. Five Deez) [38:50]
12) F.I.L.O. (ft. Shing02) [42:46]
13) Summer Gypsy [46:18]
14) The Final View [50:37]
15) Peaceland [54:12]

Salve a tutti! Si torna alla nostra tanto seguita rubrica musicale! Quest’oggi vi proponiamo uno dei dischi del Dj-compositore-arrangiatore e produttore Nujabes, già precedentemente recensito per il suo disco Modal Soul (se non ve lo ricordate o non sapete chi sia, vi consiglio la lettura della precedente recensione!). Questo disco è antecedente a Modal Soul.

Il disco è caratterizzato dalle collaborazioni di altri esponenti della scena Hip Hop americana (Pase Rock, Cise Starr…) e giapponese (Shing02, per esempio) già menzionati e apparsi nel disco Modal Soul. Si compone sia di tracce in cui sono presenti lyrics, sia di strumentali. Mi soffermerò, come al solito, sulle tracce che più hanno attirato la mia attenzione, senza però tralasciare il resto. Il disco parte alla grande con il brano remix intitolato Blessing it, in cui, al microfono, abbiamo Pase Rock e Substantial, due esponenti americani della scena underground Rap. Il brano, dal punto di vista dei testi, è una lode, anzi, una “benedizione” che i due Rapper fanno alla musica (come dice il titolo), dilettandosi nei più vari incastri e dimostrandosi abilissimi MCs (Maestri di Cerimonia, che equivale a dire Rapper in grado di fomentare la folla). A seguire abbiamo una strumentale dal titolo Horn in the middle che vuole caricare l’ascoltatore con il suo ritmo jazzato, tipico del nostro Seba Jun (Nujabes). Brano che mi piace davvero tanto è Lady brown, in cui Cise Starr esprime l’amore verso una donna attraverso un testo pazzesco, con metafore che pullulano. Il tappeto musicale accompagna il Rapper mentre colloca le parole a tutta birra sul tempo, quasi a dimostrare di averne poco e tante cose da dire a chi ama. Kumomi (forse abbreviazione di “Kumomizu”, parola composta che indica nuvole e pioggia/acqua), titolo della strumentale successiva, richiama, probabilmente, una condizione piacevole in cui si sta sotto la pioggia che scende dalle nuvole. Devo dire che è proprio quel che mi trasmette. Cise starr torna sulla traccia numero 5, con il brano Highs 2 Lows, in cui sfoga un pazzesco flusso di coscienza attraverso le rime, affrontando tematiche quotidiane (“Watching my step, cause The Devil’s never one to respect”) ed elevando il potere dell’Hip Hop mentre si diletta con incastri non di poco conto (And I can’t move, grief won’t let me think/ My soul is dry; I crawl just to take a drink/ I made you blink, think like a visible man/ With mechanical hands trying to reach out to my fans). Dopo le due successive strumentali, rispettivamente Beat laments the world e Letter from Yokosuka, una più meravigliosa dell’altra (personalmente amo ascoltare in repeat Letter from Yokosuka, per la sua estrema leggerezza), abbiamo Think Different, brano che vede la collaborazione di Substantial. In modo geniale, Substantial scrive e recita un testo in cui si paragona all’uomo medio, ma comunque afferma di non essere migliore di lui (We’re the same and we’re not, know what I’m saying? Listen
Son, I ain’t better than you, I just think different). Il tema del paragone pervade tutto il brano, mentre il dolce tappeto di Nujabes accompagna questo piccolo excursus con note dolci all’orecchio. Altro intermezzo da strumentale (A day by atmosphere supreme, che ci propone proprio l’atmosfera musicale descritta nel titolo), altro brano con collaborazione. Questa è la volta di Uyama Hiroto con Next View, famoso braccio destro di Nujabes, che compare praticamente in quasi tutti i suoi dischi. Che dire, il brano mi ha fatto davvero viaggiare. Provate ad immaginare: non sapete perché, ma avete poco tempo. Non sapete perché, ma dovete correre, e mentre state correndo il sole sta calando, la notte viene per abbracciarvi lungo la vostra importante corsa. Non si sa cosa ci sia stato prima, non si sa cosa ci sarà dopo, conta solo questo momento, la vostra corsa. Conta il viaggio, non la meta. Ecco cosa provo quando ascolto Next View. Adesso tocca a Latitude (remix), brano remixato dalla forte componente Hip Hop, con al microfono Five Deez che accarezza il beat dichiarando la sua avversione alla musica statica (You eat the same piece of cake day in and day out/ That tired ass flavor gets played out). Ci avviciniamo alla chiusura del disco classica di Nujabes, fatta da 3 strumentali di seguito, con il quartultimo brano: F.I.L.O, titolo acronimo dato da Shing02 che trova spiegazione nel suo testo. Shing02, non a caso, insieme ad Uyama Hiroto ha sempre collaborato on Nujabes, e porlo in questo punto del disco la dice lunga. Shingo, con il suo titolo, ci sta dicendo che lui è “First In Last Out”, ovvero, il primo ad entrare nei luoghi in cui si fanno Jam Session e l’ultimo ad uscire. Nell’ambiente Hip Hop questa è una dichiarazione d’amore delle più sdolcinate. Come chiedere ad una ragazza di sposarti. Più o meno. Tralasciando paragoni raccapriccianti sui matrimoni, giungiamo alle ultime 3 strumentali (vi ricordate come Nujabes aveva chiuso il disco Modal Soul?): Summer Gypsy, The Final View, Peaceland. Questa volta, il finale ci viene indicato dall’arrivo della “Summer Gypsy”, che potremmo equiparare al fenomeno dell’estate di San Martino, dato che in altre culture prende nomenclature diverse. Questa strumentale abbatte il freddo con le sue note, esattamente come nella giornata dell’estate di San Martino. The final view sembra quasi volerci stimolare all’osservazione di un paesaggio proprio dopo esserci accorti dell’arrivo della “Summer Gypsy”, pare che sia un momento di riconciliazione con sé stessi e con la natura, per poter giungere all’armonia assoluta, alla Peaceland, l’ultima strumentale, che chiude il cerchio e ci conduce alla pace con il mondo. Questo era l’obiettivo di Nujabes, diffondere amore con la musica, con le sue produzioni, con le corde dell’anima.

(Recensione di Michele Zangheri)

 

Modal Soul – Nujabes (2005)

Tracce: 

1. Feather (featuring Cise Starr & Akin) [0:00]
2. Ordinary Joe (featuring Terry Callier) [2:54]
3. Reflection Eternal [8:02]
4. Luv(Sic) Pt. 3 (featuring Shing02) [12:19]
5. Music Is Mine [17:56]
6. Eclipse (featuring Substantial) [22:20]
7. The Sign (featuring Pase Rock) [25:50]
8. Thank You (featuring Apani B) [30:41]
9. World’s End Rhapsody (featuring Uyama Hiroto) [34:50]
10. Modal Soul (feat. Uyama Hiroto) [40:31]
11. Flowers (guest appearance from Dinah Washington) [45:12]
12. Sea Of Cloud [49:12]
13. Light On The Land [52:13]
14. Horizon [56:09]

Salve a tutti ragazzi! Torna in grande stile la rubrica musicale. Oggi voglio farvi scoprire uno dei dischi in assoluto più belli del Dj-compositore-arrangiatore e produttore Nujabes, uno dei massimi esponenti della scena Hip Hop/Rap giapponese. Il disco si chiama Modal Soul, ed è uscito nel 2005.

Prima, però, un po’ di informazioni:

Chi è Nujabes? O meglio, chi era?

Nujabes (letto al contrario: Seba Jun) è stata una figura importantissima per lo sviluppo dell’Hip Hop in Giappone. Nacque ad Adachi nel 1974 e morì a Shibuya nel 2010 per via di un incidente stradale. In ambito musicale, egli univa in maniera abile e sapiente musica Hip Hop e Jazz, creando un mood nostalgico e particolarmente atmosferico. In tutto, la sua produzione si è snodata in 11 album, di cui 5 in studio (1 di questi postumo) e 6 raccolte di brani. Nujabes era anche proprietario di due case discografiche (T Records, Guinness Records) e fondatore di un’etichetta indipendente: Hyde-Out productions. Egli collaborò non soltanto con rapper giapponesi molto validi (fra cui Shing02), ma anche con esponenti americani (ad esempio: Cise Starr o Substantial). Aggiungendo la ciliegina sulla torta, la sua carriera ha anche incrociato quello che riguarda il mondo degli anime: ebbene sì, Nujabes ha contribuito alla creazione delle colonne sonore di Samurai Champloo*, capolavoro dell’animazione che fonde l’ambiente del Giappone feudale con le sonorità Hip Hop alla perfezione (famosa è l’opening, realizzata proprio con Shing02, il cui titolo è “Battlecry”).

*P.S. Ricordo che il papà della serie è Shinichiro Watanabe, creatore del precedente capolavoro “Cowboy Bebop”

Ultimo album trattato completamente dalle mani del nostro Seba Jun in studio, è proprio Modal Soul, che raccoglie al suo interno dei classici ancora magici all’orecchio. L’album è composto da 14 tracce, di cui 7 in cui sono presenti rapper e 7 strumentali. Il disco si apre con un brano, Feather, che vede la collaborazione di due facce americane appartenenti al gruppo Cyne, ovvero Cise Starr & Akin. Feather è un pezzo che raccoglie una bella critica sociale da parte dei due rapper, che navigano sulle note come abili marinai veterani. Il tappeto musicale si fonde a questa critica in modo impeccabile, rendendola tanto dolce quanto tagliente. Feather, una piuma cullata dal vento, così come le parole dei due Maestri di Cerimonia. “Drifting away like a feather in air, letting my words take me away from the hurt and despair…”. Eccezionale. Il disco prosegue con una bella collaborazione jazzata tra Nujabes e Terry Callier (1945-2012), chitarrista e cantautore americano. Ordinary Joe è un brano che punta a far ballare con l’amore verso la musica, e questo, Seba e Terry hanno saputo farlo molto bene. Reflection Eternal è la strumentale che segue. Ragazzi, basta ascoltarla. No, sul serio. Non penso ci siano parole per questa strumentale, perché Nujabes ha comunicato tutto con il titolo: una riflessione eterna è quello che ci dà la possibilità di fare. Già diverse volte mi sono trovato a ragionare e riflettere con questa base in sottofondo, e posso assicurarvi che rende il flusso di pensieri molto più leggero, provare per credere. Giungiamo a una coppia di tracce totalmente dedicata alla musica, Luv sic part 3 (ft. Shing02) e Music is mine, rispettivamente una traccia rappata ed una strumentale. Luv sic rappresenta la terza parte di una serie di 6 brani prodotti interamente da Nujabes e rappati esclusivamente da Shing02, quasi a dimostrare un grande sodalizio tra i due, ma anche che lo scorrere del tempo rende tutto mutevole, compresa la loro musica. Eclipse vede la partecipazione di un altro abile rapper, Substantial, che benedice il tappeto del nostro Seba con una lirica romantica non da poco. Poetico il ritornello, che descrive un bacio come fosse un’eclisse “Your lips to mine eclipse solar lunar…”. Il brano successivo, The Sign, vanta la collaborazione dell’americano Pase Rock, appartenente al collettivo Five Deez. Per chi non sapesse di cosa si tratta, beh, vi dico solo che uno dei membri si chiama Talib Kweli, e non ha fatto altro che fare la storia del Rap americano. Noccioline. A voi l’ascolto di questa traccia curiosa e particolare, a tratti pare rap, a tratti un discorso in rima. Abbiamo anche una rapper femminile in Modal Soul, e si tratta di Apani B, che in Thank You ringrazia per l’amore che le è stato dimostrato in Giappone, per l’opportunità che le è stata concessa da Nujabes di partecipare in questo progetto, e anche per la cultura che le è stata trasmessa. Con World’s end Rhapsody, featuring Uyama Hiroto, balliamo esattamente come se fossimo in discoteca. La fusione dei suoni è perfetta, ma questo perché Uyama e Nujabes sono sempre stati stretti collaboratori, tant’è che Uyama compare in tanti altri progetti del nostro producer. In tanti altri progetti? E anche nel brano successivo! Modal soul, brano che da il titolo all’intero progetto, è una sinfonia che accarezza le orecchie e ci porta in un prato primaverile, ad osservare il corso della natura mentre magari stiamo sgranocchiando qualcosa con le persone a cui vogliamo bene. Siamo felici così. Questa è l’idea che il pezzo mi ha trasmesso. L’undicesimo brano, è un’instrumental che contiene il campionamento della bellissima voce di Dinah Washington (1924-1963), cantante americana di blues, jazz e gospel. Generi appunto vicinissimi ai gusti personali di Seba. Se Modal soul ci porta in un prato, Flowers ci permette focalizzare l’attenzione sui fiori. Questo disco è un lungo relax in cui prendersi tempo per sé stessi. Dopo tutte le collaborazioni, esso si chiude con ben 3 strumentali: Sea of cloud, Light on the land e Horizon. Vi suggerisce niente la disposizione dei brani? Fantastico. Non ci sono parole, nessuno ha scritto un testo, ma il disco si chiude comunque con una storia. Una storia che può essere di chiunque, una storia che vede un mare di nuvole, minacciose, incombenti, e questo la traccia ce lo sbatte proprio in faccia. Le nuvole le sentiamo, come fossero sulla nostra pelle. Fastidiose, vorremmo scollarcele di dosso come con tutti i problemi quotidiani. Ecco che, però, riusciamo a scorgere una luce (light on the land). Questa luce è la nostra speranza, la speranza che vada tutto bene. La speranza che ci permetterà di vedere l’orizzonte se continuiamo a seguirla, perché se continuiamo, usciremo da questo mare di nuvole. Menzione speciale va a Sea of cloud, che è stata successivamente recuperata per diventare una delle colonne sonore dell’anime Samurai Champloo.

Per concludere, non posso che dire una cosa: questo disco è una bellissima produzione. Non riesco ad indicare alcuna nota di demerito a Nujabes, anche se mi sarebbe piaciuto un mixaggio migliore per quanto riguarda il brano con Shing02, perché credo che la voce, se più calibrata, avrebbe reso il brano una vera forza, mentre così è parecchio sotto tono.

P.s. Ricordo che, per chi volesse ascoltare qualsiasi brano contenuto nel disco, basta semplicemente cliccare sul minutaggio accanto al titolo di ogni traccia ad inizio articolo, così che si apra una pagina youtube che riproduce il brano scelto!

(Recensione di Michele Zangheri)

 

Cell-Scape (2003) – Melt Banana

meltbanana

Quando mi è stato proposto di recensire gruppi giapponesi avevo già in mente qualche band della scena underground nipponica da poter presentare a chi, magari, con i generi underground (e quindi tutti quei generi musicali poco o per nulla conosciuti dalla società di massa e considerati “outsider” dall’industria musicale a livello globale) non ha mai avuto a che fare finora. Essendo però molte volte band altamente sperimentali e di difficile ascolto ad un orecchio “profano”, inizialmente ho avuto qualche remora nel promuovere gruppi estremi. 

Ci ho pensato su, e sono arrivato alla conclusione che chissenefrega se il 90% di chi leggerà l’articolo (dato che non sto scrivendo per una rivista specialistica tipo Rumore o Noisey) riterrà inascoltabili i Melt-Banana, ma da musicista non posso non buttar giù due righe su uno dei gruppi più importanti della scena Noise non solo giapponese, ma internazionale, tanto che molti dei loro dischi sono stati prodotti da Steve Albini, un vero e proprio guru della musica indipendente, chitarrista degli Shellac nonché noto per aver prodotto dischi di alcuni tra i più importanti gruppi alternative rock americani: basti pensare ai Nirvana in primis, ma anche Stooges, Pixies, Foo Fighters, Sonic Youth, e altri ancora.

Ma ora torniamo ai Melt-Banana. La band è stata formata nel 1992 a Tokyo da Yasuko Onuki (voce), Ichirō Agata (chitarra/effetti), Rika Hamamoto (basso), a cui successivamente si aggiunse Toshiaki Sudō (batteria). Ad oggi i Melt-Banana hanno pubblicato 8 full-length album e la bellezza di ben 23 EP, molti dei quali sono collaborazioni con altri gruppi. Nel 1997 crearono la loro etichetta discografica, la A-Zap, e successivamente Sudō lasciò la band; dunque il gruppo venne aiutato da diversi batteristi per completare il tour ed i successivi dischi. Ad oggi il gruppo possiede questa peculiarità di essere privo di un batterista fisso, perciò vengono periodicamente aiutati da turnisti.

L’ultimo full-lenght dei Melt-Banana, Fetch, risale al 2013, ma oggi parlerò di un altro disco, per due motivi: il primo, è che sono passati già 3 anni da Fetch, e quindi avrebbe poco senso per me promuovere spacciando per “nuovo” un lavoro che, quando uscì, non avevo ancora terminato il liceo (ahimè); il secondo è che in questo album sono contenuti alcuni tra i pezzi che ascoltai quando li scoprii anni fa e dissi “che figata”. Dunque, ecco a voi Cell-Scape.

La copertina non sarà delle più esteticamente accattivanti, anzi, potremmo pure sbilanciarci dicendo che è tremenda (era pur sempre il 2003), ma in un certo senso suggerisce quello a cui l’ascoltatore sta per andare incontro premendo play: un universo caotico e cybernetico in cui gli strumenti classici di un gruppo sono affiancati da effetti e ambienti computerizzati, cosa che a ben vedere ad una band giapponese riesce sempre molto bene. E qui Agata è un maestro nel sovrapporre riff e aggiungere effetti che, apparentemente sconnessi, danno ai brani del gruppo una dose non indifferente di rumorismo. E’ in questo universo, quindi, che il primo brano, Phantasmagoria, un brano puramente ambient, ci teletrasporta. Il disco trasmette i ritmi e la carica frenetica tipica dei Melt-Banana con il pezzo successivo (nonché il primo che ascoltai e tuttora uno dei miei preferiti), Shield for Your Eyes, a Beast in the Well on Your Hand. Abituatevi da ora a questi titoli estremamente lunghi e impossibili da ricordare, perché l’intero lavoro ne è provvisto. Questa scelta stilistica, che è presente non di rado in gruppi underground soprattutto della scena Math e Noise, è un modo per dire al proprio ascoltatore “sì, facciamo musica incasinata e difficile da ascoltare, e anche i nostri titoli rispecchiano quello che suoniamo”. Il brano successivo, A Dreamer Who is Too Weak to Face Up to si apre con un duo voce-batteria, per essere poi affiancati da una riff di chitarra con sonorità che ricordano molto il metal. Già alla fine di questo pezzo l’ascoltatore si sarà fatto un’idea generale dei tratti distintivi dei Melt-Banana: soluzioni ritmiche frenetiche, con una batteria hardcore, una chitarra dal suono acido e riff che richiamano al punk, il tutto racchiuso in un’ottica puramente rumorista. Lo stile vocale della cantante Onuki poi, che è un misto tra il parlato e l’urlato, ricorda molto quello stile che è appunto proprio dei capisaldi del genere. Passiamo poi a Lost Parts Stinging me so Cold, il mio pezzo preferito in assoluto (e l’unico per il quale non ho dovuto fare copia-incolla per scriverlo). Qui il riff portante di chitarra è tipicamente noise, che però non scade nel banale grazie all’abilità con cui Agata rimaneggia i suoni e rende lo stile di questa band unico, tanto che la scena giapponese, grazie a loro e altri gruppi come Boredoms, al di fuori del paese è conosciuta anche come Japanoise. Un blast beat di batteria ci introduce al quinto pezzo, Chain-Shot to Have Some Fun, dove un altro riff graffiante costituisce il ritornello, ed una sorta di apparente calma a metà brano precede il caos finale. Feedback e urla campionate sono le premesse della canzone numero 6, Like a White Bat in a Box, Dead Matters Go On, che nonostante ciò presenta un tema di chitarra e basso che potremmo quasi definire “allegro” (gli stessi Melt-Banana hanno definito questo un disco “pop“, vi lascio immaginare le sonorità degli altri lavori). Con Key is a Fact That a Cat Brings, invece, si riesce a scorgere un’infuenza del punk più classico, anche se a questo punto di ascolto dell’opera e anche nel pezzo successivo A Hunter in the Rain to Cut the Neck Up in the Present Stage ho iniziato a maturare i contro dell’intero album che verranno illustrati complessivamente in chiusura. Infine arriviamo a If it is the Deep Sea, I Can See You There, unico pezzo -quasi- melodico del disco, in cui per la prima volta sentiamo Onuki cantare (nel vero senso della parola), dove i ritmi si abbassano e il ritornello (grazie anche alla voce, appunto) trasmette delle note di tristezza. Anche questa è stato una canzone che ho molto apprezzato. Il disco, come in una tipica ring composition, si chiude con un altro brano ambient, Outro for Cell-Scape, che riprende molto l’intro con l’unica sottile differenza che questo si estende per ben 10 minuti.

Ora, da quello detto finora avrete già dedotto che i Melt-Banana sono una band che, in quanto musicista, rispetto profondamente, e, in quanto appassionato di musica indipendente, hanno saputo catturare la mia curiosità fin da subito e posso affermare che alcuni pezzi mi piacciono moltissimo. Tuttavia, ascoltando Cell-Scape  per intero non ho potuto fare a meno di notare che alcuni interludi e groove (soprattutto di batteria) sono molto simili fra loro, di modo che arrivati verso la fine del disco i pezzi rischiano di perdere identità. Ciò non toglie che ogni singolo brano contiene quella parte, che sia un semplice stacchetto o un intero ritornello, che rende il tutto interessante e degno di essere ascoltato fino in fondo. Tuttavia, essendo lo stile vocale di Onuki un cantato parlato, la mancanza di una vera e propria linea melodica vocale lascia agli strumenti l’arduo onere di colmare questo vuoto. Purtroppo a mio parere, a differenza di altri gruppi come Slint, o i già citati Shellac, che sono in bilico tra lo strumentale e il cantato, e che quindi riescono a creare “masterpiece” anche senza l’ausilio della voce, ciò in questo caso non avviene. Nel complesso però, i Melt-Banana sono senza dubbio una band che vale la pena soffermarsi ad ascoltare, anche solo per sentire qualcosa di nettamente diverso dalla solita poltiglia trita e ritrita proposta dalla musica commerciale. E, per chi si volesse spingere oltre, andando a ricercare gruppi affini a loro nel panorama italiano, consiglio gli Zeus! talentuoso duo basso-batteria che non a caso hanno aperto ai Melt-Banana durante la loro ultima visita in Italia e con i quali ho avuto l’onore di suonare a fianco del mio gruppo qualche anno fa. Di seguito i link Youtube di alcuni dei pezzi cui consiglio l’ascolto.

Recensione a cura di: Enrico Fiore

Lost Part Stinging me so Cold

 

If it is the Deep Sea, I can see you there

 

ZONE OF ZEN – SHING02 & CRADLE ORCHESTRA

mike

 

Zone of Zen

Tracce:

1) Zone of Zen

2) Ampersand

3) Twice as nice

4) Jipangu

5) Windy Chimes

6) Passionista

7) Mad stressor

8) Flowers

9) Ephemerald

10) Searching for (Feat. Sayulee) [Remix]

11) Zone of Zen [Remix

 

Eccoci di ritorno con un pizzico di musica! Di che cosa parliamo oggi? Di Hip Hop/Rap.

Parleremo di Shing02 e della Cradle Orchestra, creatori del disco Zone of Zen.Shing02, al secolo Shingo Annen, classe ’75, rappresenta ad oggi una delle migliori e più influenti penne giapponesi grazie alla sua lunga e variegata carriera, sviluppatasi non solo in Giappone, ma anche in America. Shingo ha forgiato la sua musica prendendo spunto da diverse suggestioni quali il reggae, il jazz e la musica classica giapponese, calibrando le liriche sulla riflessione concettuale. Inoltre, egli è uno dei pochi rapper giapponesi in grado di scrivere testi sia in lingua madre, che in inglese. Una figura colma di tali sfaccettature, non poteva che essere accompagnata soltanto da un gruppo di altissimo livello per questo disco: la Cradle Orchestra, complesso Hip Hop composto da 6 membri (Tomoki Seto – DJ & Producer, DJ Chika – DJ, Michitaro – Basso, Mochizuki Asuka – Violino, Aya Ishii – Flauto, Anan Ryoko – Piano) con all’attivo altri 4 dischi, in cui viene sapientemente mischiato il classico sound dell’Hip Hop americano (Talib Kweli e Aloe Blacc, per esempio) ai più disparati tappeti musicali prodotti dalla band.

Se Shing02 si è sempre espresso contraddistinguendosi dagli altri rapper e facendo quello che potremmo chiamare rap “impegnato”, con questo disco non si smentisce. Il CD, scritto interamente in inglese, inizia con il brano Zone of Zen, che ha un chiaro intento: portare l’ascoltatore all’interno della dimensione di Shingo e della Cradle orchestra, la Zona in cui vige lo Zen, in cui fare la propria musica è l’unica cosa che importa. Le metafore sullo spazio, l’universo ed il cielo accompagnano dolcemente la tematica dell’amore universale, che si riproporrà più volte all’interno del disco, in diverse chiavi di lettura (passando dall’amore concettuale a quello verso la musica, per poi trasformarsi in amore verso una donna). Abbracciati dalla “Milky way”, continuiamo a sognare con Ampersand, il brano che vuole essere non solo un’ode alla musica, bensì la dimostrazione di quanto essa può rappresentare per chi la compone e scrive. Personalmente, di questo brano ho apprezzato tantissimo la batteria, ricalcata dal suono di una lancetta di orologio, quasi ad indicare che il sodalizio tra musicista e musica sia uno dei pochi elementi in grado di resistere al tempo. Il tempo e l’essere umano. Due parti impegnate in un’incessante guerra consumata nel quotidiano, esattamente come il brano Twice as nice, che ci offre uno squarcio della realtà giornaliera, condito dalle riflessioni di Shingo sull’amore nei confronti della propria donna. Nella quarta traccia, Jipangu, l’amore verso la consorte muta in quello verso la propria terra natia. Da questo nasce una raffinata descrizione del Giappone, che tocca il passato ed il presente, soggetto a cambiamenti notati dal nostro artista (“I must confess the waves here look not the same, the sounds emanating always changing”). Si cambia nuovamente prospettiva, e il tema del cambiamento all’interno del disco è rappresentato anche dalla successiva e quinta traccia, Windy Chimes. Il “nuovo” spesso è burrascoso. Qui l’esecuzione della Cradle orchestra è stata perfetta nel rendere questa idea: il tappeto musicale è connesso più che mai alla tempesta che il brano vuole farci immaginare, la rivoluzione interiore di cui abbiamo bisogno, le cui motivazioni (prettamente sociali) verranno snocciolate nel settimo brano Mad stressor, dal suono molto più vicino al classico Hip Hop. Il sesto brano, dal titolo Passionista, è uno storytelling in cui il protagonista è un bambino che visita un tempio di tanto in tanto, appassionandosi sempre di più alla cultura, cercando di soddisfare la sua fame di conoscenza e accogliendo la dottrina. Nella seconda strofa percepiamo la sua maturità quando dialoga con uno straniero che gli chiede di compiere un miracolo. Lo straniero vuole solo testare la sua presunta “santità”, ma egli ha la risposta pronta: afferma che non compirà un miracolo solo per la gloria del Tempio, bensì per la necessità richiesta dalla situazione presentatagli. Questo brano è decisamente criptico, ed io l’ho interpretato come il viaggio attraverso la conoscenza dello stesso Shingo, viaggio in cui ha incrociato persone che tentavano esclusivamente di verificare il suo valore con totale freddezza, senza chiedergli di utilizzare la sua conoscenza per scopi più nobili. Finisce la storia, ma noi veniamo proiettati in un campo di fiori. Flowers, l’ottavo brano, è ricco di metafore/paragoni sui fiori, utilizzati in modo intelligente per esprimere la nostalgia derivata dai ricordi di un incontro, probabilmente con la donna amata. Shingo è molto più bravo a cantare le melodie dei ritornelli, e quello di Flowers è uno dei migliori di tutto il disco. Il terzultimo brano del disco si intitola Ephemerald, ed è uno di quelli che ho meno apprezzato per gli arrangiamenti musicali, visto che mi hanno poco convinto. Nonostante il mio scarso apprezzamento, però, Shingo riesce a comporre un testo in cui si denuda e si chiede prima se può far parte di questa continua competizione tra esseri umani, sentendosi fuori luogo. Subito dopo, però, il sentirsi fuori luogo si tramuta in una peculiarità, perché sente di avere il potere e la facoltà di fare ciò che desidera in totale libertà (“I can do good, I can do bad, I can do better, I can do worse, I can sing a chorus or rap a little verse”). Adesso giungiamo al penultimo brano del disco, Searching For. Uno dei due remix del disco, insieme a quello del brano iniziale Zone of Zen, che chiuderà l’esperienza d’ascolto. Lasciatemelo dire: è davvero raro che un remix superi di gran lunga il brano originale, ma questo è proprio QUEL caso. La chitarra che quasi colpisce l’ascoltatore conferisce una carica sensazionale. Quando la batteria entra in scena per accompagnarla, poi, il colpo della chitarra sembra ancora più forte. Tra le due strofe di Shingo troviamo una cantante e musicista giapponese, Sayulee, che arricchisce il brano rendendolo completo con la sua splendida voce femminile. Terminato il ciclone portato da “Searching For”, veniamo accompagnati alla fine dallo stesso testo del brano Zone of Zen, ma questa volta da una base suonata che sa di saluto.

Per concludere, posso dire che questo disco ha un’ottima qualità del suono, curata nei minimi dettagli dalla Cradle orchestra, ma anche qualche pecca. Non sono riuscito a farmi piacere Ephemerald, nonostante il testo interessante, a causa dell’arrangiamento poco convincente, e forse anche a causa di Shingo, che ha eseguito poche variazioni nell’interpretazione dei testi. Eppure, se sentiamo brani come Searching for o Mad Stressor, dalle casse esce la voce di uno Shingo molto più coinvolgente di quello di alcuni altri brani. In sostanza, è davvero un buon disco, ma risente della scarsa propensione alla variazione del flow da parte di Shingo. Consiglio assolutamente l’ascolto.

Link Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=QHlByfmW6Ac

Recensione di: Michele Zangheri