Modal Soul – Nujabes (2005)

Tracce: 

1. Feather (featuring Cise Starr & Akin) [0:00]
2. Ordinary Joe (featuring Terry Callier) [2:54]
3. Reflection Eternal [8:02]
4. Luv(Sic) Pt. 3 (featuring Shing02) [12:19]
5. Music Is Mine [17:56]
6. Eclipse (featuring Substantial) [22:20]
7. The Sign (featuring Pase Rock) [25:50]
8. Thank You (featuring Apani B) [30:41]
9. World’s End Rhapsody (featuring Uyama Hiroto) [34:50]
10. Modal Soul (feat. Uyama Hiroto) [40:31]
11. Flowers (guest appearance from Dinah Washington) [45:12]
12. Sea Of Cloud [49:12]
13. Light On The Land [52:13]
14. Horizon [56:09]

Salve a tutti ragazzi! Torna in grande stile la rubrica musicale. Oggi voglio farvi scoprire uno dei dischi in assoluto più belli del Dj-compositore-arrangiatore e produttore Nujabes, uno dei massimi esponenti della scena Hip Hop/Rap giapponese. Il disco si chiama Modal Soul, ed è uscito nel 2005.

Prima, però, un po’ di informazioni:

Chi è Nujabes? O meglio, chi era?

Nujabes (letto al contrario: Seba Jun) è stata una figura importantissima per lo sviluppo dell’Hip Hop in Giappone. Nacque ad Adachi nel 1974 e morì a Shibuya nel 2010 per via di un incidente stradale. In ambito musicale, egli univa in maniera abile e sapiente musica Hip Hop e Jazz, creando un mood nostalgico e particolarmente atmosferico. In tutto, la sua produzione si è snodata in 11 album, di cui 5 in studio (1 di questi postumo) e 6 raccolte di brani. Nujabes era anche proprietario di due case discografiche (T Records, Guinness Records) e fondatore di un’etichetta indipendente: Hyde-Out productions. Egli collaborò non soltanto con rapper giapponesi molto validi (fra cui Shing02), ma anche con esponenti americani (ad esempio: Cise Starr o Substantial). Aggiungendo la ciliegina sulla torta, la sua carriera ha anche incrociato quello che riguarda il mondo degli anime: ebbene sì, Nujabes ha contribuito alla creazione delle colonne sonore di Samurai Champloo*, capolavoro dell’animazione che fonde l’ambiente del Giappone feudale con le sonorità Hip Hop alla perfezione (famosa è l’opening, realizzata proprio con Shing02, il cui titolo è “Battlecry”).

*P.S. Ricordo che il papà della serie è Shinichiro Watanabe, creatore del precedente capolavoro “Cowboy Bebop”

Ultimo album trattato completamente dalle mani del nostro Seba Jun in studio, è proprio Modal Soul, che raccoglie al suo interno dei classici ancora magici all’orecchio. L’album è composto da 14 tracce, di cui 7 in cui sono presenti rapper e 7 strumentali. Il disco si apre con un brano, Feather, che vede la collaborazione di due facce americane appartenenti al gruppo Cyne, ovvero Cise Starr & Akin. Feather è un pezzo che raccoglie una bella critica sociale da parte dei due rapper, che navigano sulle note come abili marinai veterani. Il tappeto musicale si fonde a questa critica in modo impeccabile, rendendola tanto dolce quanto tagliente. Feather, una piuma cullata dal vento, così come le parole dei due Maestri di Cerimonia. “Drifting away like a feather in air, letting my words take me away from the hurt and despair…”. Eccezionale. Il disco prosegue con una bella collaborazione jazzata tra Nujabes e Terry Callier (1945-2012), chitarrista e cantautore americano. Ordinary Joe è un brano che punta a far ballare con l’amore verso la musica, e questo, Seba e Terry hanno saputo farlo molto bene. Reflection Eternal è la strumentale che segue. Ragazzi, basta ascoltarla. No, sul serio. Non penso ci siano parole per questa strumentale, perché Nujabes ha comunicato tutto con il titolo: una riflessione eterna è quello che ci dà la possibilità di fare. Già diverse volte mi sono trovato a ragionare e riflettere con questa base in sottofondo, e posso assicurarvi che rende il flusso di pensieri molto più leggero, provare per credere. Giungiamo a una coppia di tracce totalmente dedicata alla musica, Luv sic part 3 (ft. Shing02) e Music is mine, rispettivamente una traccia rappata ed una strumentale. Luv sic rappresenta la terza parte di una serie di 6 brani prodotti interamente da Nujabes e rappati esclusivamente da Shing02, quasi a dimostrare un grande sodalizio tra i due, ma anche che lo scorrere del tempo rende tutto mutevole, compresa la loro musica. Eclipse vede la partecipazione di un altro abile rapper, Substantial, che benedice il tappeto del nostro Seba con una lirica romantica non da poco. Poetico il ritornello, che descrive un bacio come fosse un’eclisse “Your lips to mine eclipse solar lunar…”. Il brano successivo, The Sign, vanta la collaborazione dell’americano Pase Rock, appartenente al collettivo Five Deez. Per chi non sapesse di cosa si tratta, beh, vi dico solo che uno dei membri si chiama Talib Kweli, e non ha fatto altro che fare la storia del Rap americano. Noccioline. A voi l’ascolto di questa traccia curiosa e particolare, a tratti pare rap, a tratti un discorso in rima. Abbiamo anche una rapper femminile in Modal Soul, e si tratta di Apani B, che in Thank You ringrazia per l’amore che le è stato dimostrato in Giappone, per l’opportunità che le è stata concessa da Nujabes di partecipare in questo progetto, e anche per la cultura che le è stata trasmessa. Con World’s end Rhapsody, featuring Uyama Hiroto, balliamo esattamente come se fossimo in discoteca. La fusione dei suoni è perfetta, ma questo perché Uyama e Nujabes sono sempre stati stretti collaboratori, tant’è che Uyama compare in tanti altri progetti del nostro producer. In tanti altri progetti? E anche nel brano successivo! Modal soul, brano che da il titolo all’intero progetto, è una sinfonia che accarezza le orecchie e ci porta in un prato primaverile, ad osservare il corso della natura mentre magari stiamo sgranocchiando qualcosa con le persone a cui vogliamo bene. Siamo felici così. Questa è l’idea che il pezzo mi ha trasmesso. L’undicesimo brano, è un’instrumental che contiene il campionamento della bellissima voce di Dinah Washington (1924-1963), cantante americana di blues, jazz e gospel. Generi appunto vicinissimi ai gusti personali di Seba. Se Modal soul ci porta in un prato, Flowers ci permette focalizzare l’attenzione sui fiori. Questo disco è un lungo relax in cui prendersi tempo per sé stessi. Dopo tutte le collaborazioni, esso si chiude con ben 3 strumentali: Sea of cloud, Light on the land e Horizon. Vi suggerisce niente la disposizione dei brani? Fantastico. Non ci sono parole, nessuno ha scritto un testo, ma il disco si chiude comunque con una storia. Una storia che può essere di chiunque, una storia che vede un mare di nuvole, minacciose, incombenti, e questo la traccia ce lo sbatte proprio in faccia. Le nuvole le sentiamo, come fossero sulla nostra pelle. Fastidiose, vorremmo scollarcele di dosso come con tutti i problemi quotidiani. Ecco che, però, riusciamo a scorgere una luce (light on the land). Questa luce è la nostra speranza, la speranza che vada tutto bene. La speranza che ci permetterà di vedere l’orizzonte se continuiamo a seguirla, perché se continuiamo, usciremo da questo mare di nuvole. Menzione speciale va a Sea of cloud, che è stata successivamente recuperata per diventare una delle colonne sonore dell’anime Samurai Champloo.

Per concludere, non posso che dire una cosa: questo disco è una bellissima produzione. Non riesco ad indicare alcuna nota di demerito a Nujabes, anche se mi sarebbe piaciuto un mixaggio migliore per quanto riguarda il brano con Shing02, perché credo che la voce, se più calibrata, avrebbe reso il brano una vera forza, mentre così è parecchio sotto tono.

P.s. Ricordo che, per chi volesse ascoltare qualsiasi brano contenuto nel disco, basta semplicemente cliccare sul minutaggio accanto al titolo di ogni traccia ad inizio articolo, così che si apra una pagina youtube che riproduce il brano scelto!

(Recensione di Michele Zangheri)

 

Cell-Scape (2003) – Melt Banana

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Quando mi è stato proposto di recensire gruppi giapponesi avevo già in mente qualche band della scena underground nipponica da poter presentare a chi, magari, con i generi underground (e quindi tutti quei generi musicali poco o per nulla conosciuti dalla società di massa e considerati “outsider” dall’industria musicale a livello globale) non ha mai avuto a che fare finora. Essendo però molte volte band altamente sperimentali e di difficile ascolto ad un orecchio “profano”, inizialmente ho avuto qualche remora nel promuovere gruppi estremi. 

Ci ho pensato su, e sono arrivato alla conclusione che chissenefrega se il 90% di chi leggerà l’articolo (dato che non sto scrivendo per una rivista specialistica tipo Rumore o Noisey) riterrà inascoltabili i Melt-Banana, ma da musicista non posso non buttar giù due righe su uno dei gruppi più importanti della scena Noise non solo giapponese, ma internazionale, tanto che molti dei loro dischi sono stati prodotti da Steve Albini, un vero e proprio guru della musica indipendente, chitarrista degli Shellac nonché noto per aver prodotto dischi di alcuni tra i più importanti gruppi alternative rock americani: basti pensare ai Nirvana in primis, ma anche Stooges, Pixies, Foo Fighters, Sonic Youth, e altri ancora.

Ma ora torniamo ai Melt-Banana. La band è stata formata nel 1992 a Tokyo da Yasuko Onuki (voce), Ichirō Agata (chitarra/effetti), Rika Hamamoto (basso), a cui successivamente si aggiunse Toshiaki Sudō (batteria). Ad oggi i Melt-Banana hanno pubblicato 8 full-length album e la bellezza di ben 23 EP, molti dei quali sono collaborazioni con altri gruppi. Nel 1997 crearono la loro etichetta discografica, la A-Zap, e successivamente Sudō lasciò la band; dunque il gruppo venne aiutato da diversi batteristi per completare il tour ed i successivi dischi. Ad oggi il gruppo possiede questa peculiarità di essere privo di un batterista fisso, perciò vengono periodicamente aiutati da turnisti.

L’ultimo full-lenght dei Melt-Banana, Fetch, risale al 2013, ma oggi parlerò di un altro disco, per due motivi: il primo, è che sono passati già 3 anni da Fetch, e quindi avrebbe poco senso per me promuovere spacciando per “nuovo” un lavoro che, quando uscì, non avevo ancora terminato il liceo (ahimè); il secondo è che in questo album sono contenuti alcuni tra i pezzi che ascoltai quando li scoprii anni fa e dissi “che figata”. Dunque, ecco a voi Cell-Scape.

La copertina non sarà delle più esteticamente accattivanti, anzi, potremmo pure sbilanciarci dicendo che è tremenda (era pur sempre il 2003), ma in un certo senso suggerisce quello a cui l’ascoltatore sta per andare incontro premendo play: un universo caotico e cybernetico in cui gli strumenti classici di un gruppo sono affiancati da effetti e ambienti computerizzati, cosa che a ben vedere ad una band giapponese riesce sempre molto bene. E qui Agata è un maestro nel sovrapporre riff e aggiungere effetti che, apparentemente sconnessi, danno ai brani del gruppo una dose non indifferente di rumorismo. E’ in questo universo, quindi, che il primo brano, Phantasmagoria, un brano puramente ambient, ci teletrasporta. Il disco trasmette i ritmi e la carica frenetica tipica dei Melt-Banana con il pezzo successivo (nonché il primo che ascoltai e tuttora uno dei miei preferiti), Shield for Your Eyes, a Beast in the Well on Your Hand. Abituatevi da ora a questi titoli estremamente lunghi e impossibili da ricordare, perché l’intero lavoro ne è provvisto. Questa scelta stilistica, che è presente non di rado in gruppi underground soprattutto della scena Math e Noise, è un modo per dire al proprio ascoltatore “sì, facciamo musica incasinata e difficile da ascoltare, e anche i nostri titoli rispecchiano quello che suoniamo”. Il brano successivo, A Dreamer Who is Too Weak to Face Up to si apre con un duo voce-batteria, per essere poi affiancati da una riff di chitarra con sonorità che ricordano molto il metal. Già alla fine di questo pezzo l’ascoltatore si sarà fatto un’idea generale dei tratti distintivi dei Melt-Banana: soluzioni ritmiche frenetiche, con una batteria hardcore, una chitarra dal suono acido e riff che richiamano al punk, il tutto racchiuso in un’ottica puramente rumorista. Lo stile vocale della cantante Onuki poi, che è un misto tra il parlato e l’urlato, ricorda molto quello stile che è appunto proprio dei capisaldi del genere. Passiamo poi a Lost Parts Stinging me so Cold, il mio pezzo preferito in assoluto (e l’unico per il quale non ho dovuto fare copia-incolla per scriverlo). Qui il riff portante di chitarra è tipicamente noise, che però non scade nel banale grazie all’abilità con cui Agata rimaneggia i suoni e rende lo stile di questa band unico, tanto che la scena giapponese, grazie a loro e altri gruppi come Boredoms, al di fuori del paese è conosciuta anche come Japanoise. Un blast beat di batteria ci introduce al quinto pezzo, Chain-Shot to Have Some Fun, dove un altro riff graffiante costituisce il ritornello, ed una sorta di apparente calma a metà brano precede il caos finale. Feedback e urla campionate sono le premesse della canzone numero 6, Like a White Bat in a Box, Dead Matters Go On, che nonostante ciò presenta un tema di chitarra e basso che potremmo quasi definire “allegro” (gli stessi Melt-Banana hanno definito questo un disco “pop“, vi lascio immaginare le sonorità degli altri lavori). Con Key is a Fact That a Cat Brings, invece, si riesce a scorgere un’infuenza del punk più classico, anche se a questo punto di ascolto dell’opera e anche nel pezzo successivo A Hunter in the Rain to Cut the Neck Up in the Present Stage ho iniziato a maturare i contro dell’intero album che verranno illustrati complessivamente in chiusura. Infine arriviamo a If it is the Deep Sea, I Can See You There, unico pezzo -quasi- melodico del disco, in cui per la prima volta sentiamo Onuki cantare (nel vero senso della parola), dove i ritmi si abbassano e il ritornello (grazie anche alla voce, appunto) trasmette delle note di tristezza. Anche questa è stato una canzone che ho molto apprezzato. Il disco, come in una tipica ring composition, si chiude con un altro brano ambient, Outro for Cell-Scape, che riprende molto l’intro con l’unica sottile differenza che questo si estende per ben 10 minuti.

Ora, da quello detto finora avrete già dedotto che i Melt-Banana sono una band che, in quanto musicista, rispetto profondamente, e, in quanto appassionato di musica indipendente, hanno saputo catturare la mia curiosità fin da subito e posso affermare che alcuni pezzi mi piacciono moltissimo. Tuttavia, ascoltando Cell-Scape  per intero non ho potuto fare a meno di notare che alcuni interludi e groove (soprattutto di batteria) sono molto simili fra loro, di modo che arrivati verso la fine del disco i pezzi rischiano di perdere identità. Ciò non toglie che ogni singolo brano contiene quella parte, che sia un semplice stacchetto o un intero ritornello, che rende il tutto interessante e degno di essere ascoltato fino in fondo. Tuttavia, essendo lo stile vocale di Onuki un cantato parlato, la mancanza di una vera e propria linea melodica vocale lascia agli strumenti l’arduo onere di colmare questo vuoto. Purtroppo a mio parere, a differenza di altri gruppi come Slint, o i già citati Shellac, che sono in bilico tra lo strumentale e il cantato, e che quindi riescono a creare “masterpiece” anche senza l’ausilio della voce, ciò in questo caso non avviene. Nel complesso però, i Melt-Banana sono senza dubbio una band che vale la pena soffermarsi ad ascoltare, anche solo per sentire qualcosa di nettamente diverso dalla solita poltiglia trita e ritrita proposta dalla musica commerciale. E, per chi si volesse spingere oltre, andando a ricercare gruppi affini a loro nel panorama italiano, consiglio gli Zeus! talentuoso duo basso-batteria che non a caso hanno aperto ai Melt-Banana durante la loro ultima visita in Italia e con i quali ho avuto l’onore di suonare a fianco del mio gruppo qualche anno fa. Di seguito i link Youtube di alcuni dei pezzi cui consiglio l’ascolto.

Recensione a cura di: Enrico Fiore

Lost Part Stinging me so Cold

 

If it is the Deep Sea, I can see you there

 

ZONE OF ZEN – SHING02 & CRADLE ORCHESTRA

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Zone of Zen

Tracce:

1) Zone of Zen

2) Ampersand

3) Twice as nice

4) Jipangu

5) Windy Chimes

6) Passionista

7) Mad stressor

8) Flowers

9) Ephemerald

10) Searching for (Feat. Sayulee) [Remix]

11) Zone of Zen [Remix

 

Eccoci di ritorno con un pizzico di musica! Di che cosa parliamo oggi? Di Hip Hop/Rap.

Parleremo di Shing02 e della Cradle Orchestra, creatori del disco Zone of Zen.Shing02, al secolo Shingo Annen, classe ’75, rappresenta ad oggi una delle migliori e più influenti penne giapponesi grazie alla sua lunga e variegata carriera, sviluppatasi non solo in Giappone, ma anche in America. Shingo ha forgiato la sua musica prendendo spunto da diverse suggestioni quali il reggae, il jazz e la musica classica giapponese, calibrando le liriche sulla riflessione concettuale. Inoltre, egli è uno dei pochi rapper giapponesi in grado di scrivere testi sia in lingua madre, che in inglese. Una figura colma di tali sfaccettature, non poteva che essere accompagnata soltanto da un gruppo di altissimo livello per questo disco: la Cradle Orchestra, complesso Hip Hop composto da 6 membri (Tomoki Seto – DJ & Producer, DJ Chika – DJ, Michitaro – Basso, Mochizuki Asuka – Violino, Aya Ishii – Flauto, Anan Ryoko – Piano) con all’attivo altri 4 dischi, in cui viene sapientemente mischiato il classico sound dell’Hip Hop americano (Talib Kweli e Aloe Blacc, per esempio) ai più disparati tappeti musicali prodotti dalla band.

Se Shing02 si è sempre espresso contraddistinguendosi dagli altri rapper e facendo quello che potremmo chiamare rap “impegnato”, con questo disco non si smentisce. Il CD, scritto interamente in inglese, inizia con il brano Zone of Zen, che ha un chiaro intento: portare l’ascoltatore all’interno della dimensione di Shingo e della Cradle orchestra, la Zona in cui vige lo Zen, in cui fare la propria musica è l’unica cosa che importa. Le metafore sullo spazio, l’universo ed il cielo accompagnano dolcemente la tematica dell’amore universale, che si riproporrà più volte all’interno del disco, in diverse chiavi di lettura (passando dall’amore concettuale a quello verso la musica, per poi trasformarsi in amore verso una donna). Abbracciati dalla “Milky way”, continuiamo a sognare con Ampersand, il brano che vuole essere non solo un’ode alla musica, bensì la dimostrazione di quanto essa può rappresentare per chi la compone e scrive. Personalmente, di questo brano ho apprezzato tantissimo la batteria, ricalcata dal suono di una lancetta di orologio, quasi ad indicare che il sodalizio tra musicista e musica sia uno dei pochi elementi in grado di resistere al tempo. Il tempo e l’essere umano. Due parti impegnate in un’incessante guerra consumata nel quotidiano, esattamente come il brano Twice as nice, che ci offre uno squarcio della realtà giornaliera, condito dalle riflessioni di Shingo sull’amore nei confronti della propria donna. Nella quarta traccia, Jipangu, l’amore verso la consorte muta in quello verso la propria terra natia. Da questo nasce una raffinata descrizione del Giappone, che tocca il passato ed il presente, soggetto a cambiamenti notati dal nostro artista (“I must confess the waves here look not the same, the sounds emanating always changing”). Si cambia nuovamente prospettiva, e il tema del cambiamento all’interno del disco è rappresentato anche dalla successiva e quinta traccia, Windy Chimes. Il “nuovo” spesso è burrascoso. Qui l’esecuzione della Cradle orchestra è stata perfetta nel rendere questa idea: il tappeto musicale è connesso più che mai alla tempesta che il brano vuole farci immaginare, la rivoluzione interiore di cui abbiamo bisogno, le cui motivazioni (prettamente sociali) verranno snocciolate nel settimo brano Mad stressor, dal suono molto più vicino al classico Hip Hop. Il sesto brano, dal titolo Passionista, è uno storytelling in cui il protagonista è un bambino che visita un tempio di tanto in tanto, appassionandosi sempre di più alla cultura, cercando di soddisfare la sua fame di conoscenza e accogliendo la dottrina. Nella seconda strofa percepiamo la sua maturità quando dialoga con uno straniero che gli chiede di compiere un miracolo. Lo straniero vuole solo testare la sua presunta “santità”, ma egli ha la risposta pronta: afferma che non compirà un miracolo solo per la gloria del Tempio, bensì per la necessità richiesta dalla situazione presentatagli. Questo brano è decisamente criptico, ed io l’ho interpretato come il viaggio attraverso la conoscenza dello stesso Shingo, viaggio in cui ha incrociato persone che tentavano esclusivamente di verificare il suo valore con totale freddezza, senza chiedergli di utilizzare la sua conoscenza per scopi più nobili. Finisce la storia, ma noi veniamo proiettati in un campo di fiori. Flowers, l’ottavo brano, è ricco di metafore/paragoni sui fiori, utilizzati in modo intelligente per esprimere la nostalgia derivata dai ricordi di un incontro, probabilmente con la donna amata. Shingo è molto più bravo a cantare le melodie dei ritornelli, e quello di Flowers è uno dei migliori di tutto il disco. Il terzultimo brano del disco si intitola Ephemerald, ed è uno di quelli che ho meno apprezzato per gli arrangiamenti musicali, visto che mi hanno poco convinto. Nonostante il mio scarso apprezzamento, però, Shingo riesce a comporre un testo in cui si denuda e si chiede prima se può far parte di questa continua competizione tra esseri umani, sentendosi fuori luogo. Subito dopo, però, il sentirsi fuori luogo si tramuta in una peculiarità, perché sente di avere il potere e la facoltà di fare ciò che desidera in totale libertà (“I can do good, I can do bad, I can do better, I can do worse, I can sing a chorus or rap a little verse”). Adesso giungiamo al penultimo brano del disco, Searching For. Uno dei due remix del disco, insieme a quello del brano iniziale Zone of Zen, che chiuderà l’esperienza d’ascolto. Lasciatemelo dire: è davvero raro che un remix superi di gran lunga il brano originale, ma questo è proprio QUEL caso. La chitarra che quasi colpisce l’ascoltatore conferisce una carica sensazionale. Quando la batteria entra in scena per accompagnarla, poi, il colpo della chitarra sembra ancora più forte. Tra le due strofe di Shingo troviamo una cantante e musicista giapponese, Sayulee, che arricchisce il brano rendendolo completo con la sua splendida voce femminile. Terminato il ciclone portato da “Searching For”, veniamo accompagnati alla fine dallo stesso testo del brano Zone of Zen, ma questa volta da una base suonata che sa di saluto.

Per concludere, posso dire che questo disco ha un’ottima qualità del suono, curata nei minimi dettagli dalla Cradle orchestra, ma anche qualche pecca. Non sono riuscito a farmi piacere Ephemerald, nonostante il testo interessante, a causa dell’arrangiamento poco convincente, e forse anche a causa di Shingo, che ha eseguito poche variazioni nell’interpretazione dei testi. Eppure, se sentiamo brani come Searching for o Mad Stressor, dalle casse esce la voce di uno Shingo molto più coinvolgente di quello di alcuni altri brani. In sostanza, è davvero un buon disco, ma risente della scarsa propensione alla variazione del flow da parte di Shingo. Consiglio assolutamente l’ascolto.

Link Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=QHlByfmW6Ac

Recensione di: Michele Zangheri

Phantasia (2008) – LITE

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Ritorna la sezione delle recensioni, ma questa volta ci addentreremo in un genere totalmente differente dai dischi analizzati finora. Oggi si parla di Math Rock, e vi verrà presentata quella che viene considerata dalla critica musicale una delle migliori e più influenti band di rock strumentale del Giappone: LITE, formati da Nobuyuki Takeda (chitarra), Kozo Kusumoto (chitarra e sintetizzatore), Jun Izawa (basso), Akinori Yamamoto (batteria). I LITE si sono formati a Tokyo nel 2003 e, dopo i primi demo d’esordio ed un EP self-titled, pubblicano il loro primo album Filmlets nel 2007. Da qui un’instancabile attività sia sul palco che in studio li porta ad incidere la bellezza di quasi un disco ogni anno fino al 2013 (tra EP e full-lenght) e soprattutto a farsi conoscere al di fuori del paese del Sol Levante, intraprendendo una serie di tour in America ed Europa.

Oggi ci occuperemo del loro secondo lavoro full-lenght, Phantasia (2008). La copertina ci anticipa quelli che saranno i colori predominanti di tutta l’opera, un disco lucido, matematicamente ragionato, dai toni squillanti e chiari, a volte freddi, e a volte contornati da momenti di tepore sonoro. Il disco si apre con Ef, una delle mie tracce preferite di questo lavoro dei LITE, dove la band giapponese fa subito intuire all’ascoltatore di che pasta sono fatti. L’uso di due chitarre, in generi come il Progressive Rock e il Math Rock, permette ai musicisti di creare atmosfere variegate, articolate, dove la prima chitarra mantiene il leitmotiv del brano e la seconda può lasciarsi andare in divagazioni tecniche dai risvolti interessanti. è proprio quello che succede in questa prima traccia di apertura, ed è facile intuire come questa soluzione vincente si ripresenterà nei brani successivi. Un gioco di suoni smorzati tra chitarra e batteria caratterizza l’opening della traccia numero due, Contra, in cui attimi di frenesia sono intervallati da momenti di riflessione più profonda. Come immersi in una stanza piena di specchi, il cui riflesso dell’uno cattura il riflesso di un altro, creando un loop di forme geometriche infinitesimali, Infinite Mirror, con un accompagnamento di chitarra terzinato e soluzioni ritmiche di batteria interessanti, teletrasporta l’ascoltatore all’interno di una dimensione escheriana. Con Shinkai, traccia numero quattro, si avvicina lentamente una batteria per giocare con il basso in un duetto in cui presto si inserisce la chitarra, che si diletta in un arpeggio dolce. Da qui si iniziano ad intuire le influenze della corrente più melodica del Math Rock americano e delle sonorità Post Rock, ma non ho neanche potuto fare a meno di pensare ai nordirlandesi And So I Watch You From Afar, altro gruppo Math/Post Rock attivo dalla metà degli anni 2000, mentre ascoltavo questo brano. Con Black & White invece, sentiamo le prime note malinconiche di Phantasia; le soluzioni di chitarre e batteria si rivelano anche qui geniali, toccando punte di fluidità estrema, che comunque si percepisce durante l’ascolto di tutto l’album. Il sesto brano, Interlude, è un breve interludio, appunto, di circa un minuto che, con un dolce arpeggio, segna la metà dell’opera. Ma i ritmi frenetici vengono subito ripresi nella traccia successiva, Ghost Dance, una traccia che è come se portasse l’ascoltatore all’interno di una sala da ballo, dove figure eteree dalle vaghe forme umane si abbandonano in una danza caotica, ma armoniosa allo stesso tempo. Con Solitude invece tornano i toni nostalgici, quel tipo di nostalgia che ti inonda quando sei solo, e lontano da casa. Anche qui regnano le sonorità melodiche, immerse in un’armonia matematica. A seguire il decimo brano, Phantasia, che dà il nome all’album. Esso si apre con un groove di batteria ed un accompagnamento di chitarra molto jazzati. L’intero brano è permeato da un’atmosfera che ricorda vagamente il Rockabilly. Un’aria nuovamente nostalgica, e a tratti sconsolata, torna a soffiare con la penultima traccia, Fade. I colori inizialmente si spengono rispetto al brano precedente, ma solo per poco, perché in realtà fanno nuovamente capolino a metà brano riscaldando l’animo dell’ascoltatore in quello che a mio parere è il miglior riff di chitarra di tutto l’album. Dulcis in fundo A Sequel to the Letter. Gli arpeggi di chitarra si intrecciano fluentemente tra loro come le dita di un prestigiatore di teatro di luci e ombre cinesi. Il suono dei violini dona alla chiusura del brano, e quindi dell’intero disco un tocco di profonda raffinatezza tipica della musica leggera.

Le impressioni finali su quest’opera sono state nel complesso positive: LITE è senza dubbio un ottimo gruppo di musica strumentale, che sa mescolare sapientemente la bravura tecnica con le sonorità melodiche tipiche di alcuni tra i gruppi capostipite del Math Rock melodico contemporaneo, come Tera Melos, Don Caballero, Battles. Unica nota di demerito va alla scelta del brano di chiusura, che non è stata di grande effetto come invece avrebbe potuto esserlo, a mio parere, se l’opera si fosse conclusa con Fade. Ma nonostante ciò, i LITE rappresentano sicuramente un baluardo della scena underground giapponese di questi ultimi anni e vale sicuramente la pena soffermarsi ad ascoltarli sia se si è appassionati del genere, che non.

Link Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=0VZOiIz-wtg

Recensione di: Enrico Maria Fiore

Susumu Yokota – The Magic Thread

SUSUMU YOKOTA

 

 

 

Magic Thread

Tracks:

1 – Weave          5:06

2 – Reflux           6:15

3 – Unravel        2.45

4 – Circular         5:45

5 – Spool             6:47

6 – Potential      6:28

7 – Fiber              2:08

8 – Metabolic    6:34

9 – Stitch             4:17

10 – Blend          5:39

11 – Melt            4:08

Etichetta: The Leaf Label (1998); genere: ambient, elettronica

 

Finora ci siamo occupati di un’elettronica particolare, fatta di tracce lunghe e ipnotiche, dove cogliere la variazione del particolare nell’omogeneità del tessuto sonoro diventa per l’ascoltatore una sfida che costituisce il vero punto di forza della musica. Oggi vorrei proporvi un’esperienza un po’ diversa rispetto alle precedenti recensioni, ci interessiamo ad un artista che purtroppo è scomparso nel marzo dello scorso anno, e quindi proprio a lui dedichiamo queste poche righe, che bazzicano ancora il territorio dell’ambient ma, come preannunciato, si discostano sensibilmente dalle opere fino ad ora analizzate in questa sede. Certo, “Magic Thread” non è indubbiamente l’opera migliore del nostro, ma resta una prova valida e interessante soprattutto se si pensa che, all’epoca, ne vennero pubblicate soltanto mille copie nel 1998 in mezzo a uscite ben più famose di Yokota, quindi una vera e propria pubblicazione in sordina.

Il titolo allude, per quel che si può evincere dalla sobria – quanto bruttina –copertina del disco, a un non meglio identificato “filo magico” in grado di dare senso e direzione all’evoluzione, permettendo all’umanità di giungere a compimento. Il sapore della musica si pregusta quindi esoterico, ma in realtà si tratta di un’elettronica priva di ascendenti spiccatamente psichedelici. Apre le danze “Weave” che tradisce un quasi un senso di attesa, con le sue sonorità celestiali in cui si riconosce distintamente la tecnica della riproduzione al contrario dei suoni. Si giunge così alla seconda traccia, “Reflux”, a nostro parere una delle più belle del disco, interamente sostenuta da un ipnotico giro di basso su cui gioca per accumulazione l’aspetto percussivo. L’opera subisce una prima svolta con “Unravel”, l’atmosfera si fa decisamente più rarefatta e in tre minuti sembra di scendere nelle profondità della terra, ad esplorare gli abissi di un’antichità perduta. È il momento di “Circular”, un’altra traccia di grande impatto, fondata sulla perfetta commistione fra il beat cadenzato e una base di suoni elettronici inquietanti. Poi arriva “Spool”, una delle tracce più lunghe del disco con i suoi quasi sette minuti, nei quali si snodano suoni dal sapore vagamente orientale, ma come se quest’oriente fosse straniato da un filtro elettronico e surreale. La stessa cosa accade in “Potential”, altra traccia che supera i sei minuti, che ci porta oltre la metà del disco attraverso le sue sonorità dance. “Fiber” richiama quasi la prima traccia, ma la leggerezza che caratterizzava l’apertura è del tutto scomparsa in questo breve intermezzo. Lascia quasi basiti la successiva “Metabolic” che strizza l’occhio a una certa estetica del rumore in un disco che finora aveva vissuto di atmosfera comunque tendenti al melodico: le percussioni martellano sul tappeto noise allestito per l’occasione. Un altro apice inquietante si raggiunge con la successiva “Stitch”, stemperata poi dalle percussioni ammiccanti di “Blend”. Chiude il disco l’eterea “Melt”, avvolgendoci nello stesso clima di sospensione che ha caratterizzato le tracce meno percussive del disco.

Si tratta quindi di un’opera ambient dove le tracce hanno una durata media di quattro o cinque minuti, e sono tutte abbastanza diverse fra loro, cosa che non accadeva per le opere da noi precedentemente recensite. Non ci resta che augurare un buon ascolto invitando ovviamente chiunque ad approfondire la variegata e prolifica produzione di Susumu Yokota.

Link Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=mk5fRSUzYpc

Recensione di: Lorenzo Chiavegato

AOKI TAKAMASA – RV8

aoki

Tracks:

1 – RHYTHM-VARIATION 01       6:26

2 – RHYTHM-VARIATION 02       6:10

3 – RHYTHM-VARIATION 03       8:24

4 – RHYTHM-VARIATION 04       10:08

5 – RHYTHM-VARIATION 05       7:25

6 – RHYTHM-VARIATION 06       7:10

7 – RHYTHM-VARIATION 07       5:58

8 – RHYTHM-VARIATION 08       7:32

Etichetta: Raster-Noton (Maggio 2013) genere: minimal

 

Amanti del groove, questo disco è manna per le vostre orecchie! Ci potremmo fermare qui con questa recensione, sarebbe sufficiente da sola a descrivere “RV8”, l’opera che il dj giapponese AOKI (in maiuscolo, sic) Takamasa ha rilasciato nel 2013 per la tedesca Raster-Noton, la stessa etichetta per cui sono apparse le splendide collaborazioni – che vi invitiamo caldamente ad ascoltare – fra Alva Noto e il buon Ryuichi Sakamoto. In questa accattivante esortazione d’apertura è racchiuso sostanzialmente tutto il disco in questione, essenziale ma dinamico, tanto semplice da risultare più complesso di quanto sembri, come tutta la musica più interessante e ben realizzata.

AOKI Takamasa (classe 1976, nativo di Osaka ma da qualche tempo residente a Berlino) è un artista specializzato nella produzione di musica attraverso il laptop, apparecchio che costituisce tutto il suo armamentario essendo AOKI, per sua stessa ammissione, a digiuno di nozioni che gli permettano di utilizzare qualunque altro strumento. AOKI però con il laptop ci sa fare e questo disco ne è un’ottima dimostrazione. Vale la pena soffermarsi sul titolo e sulla scaletta, che se non fossero così calzanti si potrebbero benissimo accusare di scarsa creatività: tutte le tracce portano lo stesso titolo, “RHYTHM-VARIATION”, distinte dal relativo numero di posizione in scaletta, mentre il nome del disco non ne è che l’acronimo seguito dal numero di tracce totali, “RV8”. Anche questo fatto basterebbe di per sé a descrivere il disco in maniera esaustiva, ma qualcosa dobbiamo pur anticiparvi altrimenti questa recensione perderebbe ragion d’essere… Effettivamente l’opera consta di otto pezzi, tutti di durata abbastanza consistente, ognuna sostenuta da un groove che AOKI lascia sfogare per alcuni minuti prima di introdurre delle variazioni sullo stesso. Queste modificazioni possono avvenire per un accumulo della materia ritmica – l’entrata in scena di nuovi beat – o per la diversa disposizione del precedente materiale. La modulazione ritmica avviene però in maniera discreta, priva eventi eclatanti, sicché ai primi ascolti è persino difficile notarla e il groove sembra proseguire immutato per tutta la durata del pezzo, senza contare che la timbrica dei suoni componenti il tappeto ritmico è molto simile per tutti i brani. Ci vogliono dunque più di un paio di ascolti attenti per familiarizzare con le “variations” del titolo ed è per questo che, come avevamo anticipato, in “RV8” c’è più complessità che in apparenza. Non immaginate però un disco monotono e cerebrale; AOKI organizza la scaletta in modo che la fruizione dell’opera risulti più accattivante, alternando tracce dal mood aggressivo (#1, #2) ad altre in cui l’atmosfera si fa più calda e meditativa (#3, #6), oppure fredda e straniante (#5, #7), trovando anche l’occasione per una digressione dal sapore quasi danzereccio (#4). Oltre al groove, AOKI si serve anche di un accompagnamento più “musicale” che contribuisce a caratterizzare ogni traccia del proprio immaginario: si tratta di materiale sonoro minimale ma allo stesso tempo essenziale quanto la controparte ritmica nell’economia dell’opera. La giusta miscela di questi due elementi dà vita a un’opera di grade fascino e carattere, il cui unico difetto (se dobbiamo necessariamente scovarne uno) consiste forse nell’eccessiva durata dei pezzi, che diventa quasi monstre per un disco del genere nella quarta traccia. In conclusione non possiamo che ribadire l’invito rivolto in apertura a tutti gli appassionati di elettronica che trovano nel ritmo un elemento imprescindibile per i loro ascolti. Dunque, let’s groove!

Link Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=4I4iqn5s3JI

Recensione di: Lorenzo Chiavegato