TAKUYA KURODA (Big out of Japan)

 

Dal Giappone, una ventata di aria nuova nella scena Jazz americana. Takuya Kuroda, Trombettista Jazz Nato il 21 febbraio 1980 a Kobe

Takuya Kuroda non è decisamente il nome che ci si aspetterebbe di trovare in un volantino di un Jazz bar di Boston ma come ormai ci ha abituati a riconoscere in più di un secolo di stratificazioni e mix culturali il Jazz non parla una sola lingua e questo artista ne è la perfetta dimostrazione. Nato a Kobe e formatosi musicalmente assieme al fratello maggiore il giovane Takuya Kuroda ha avuto fin da subito una spiccata propensione per lo strumento che lo accompagnerà nella sua brillante carriera… la tromba, ed è proprio con il fratello maggiore (anch’egli trombonista) che muove i primi passi nella scena musicale locale giapponese suonando nelle big bands. Tuttavia la limitata scena locale giapponese comincia ben presto a stargli stretta.

Dopo aver studiato musica in Giappone infatti il giovane artista prende il primo volo per Boston e comincia a frequentare il Berklee College of Music dove, oltre ad affinare la propria tecnica, stringe uno stretto rapporto di collaborazione con gli altri artisti che militano nella scena Jazz underground di Boston tra i quali il cantante José James che lo invita a registrare con lui il proprio album ” Blackmagic” nel quale Kuroda si occupa degli arrangiamenti degli ottoni e ovviamente non manca di far sentire la voce della sua tromba. Mossi questi primi passi a Boston è il turno di New York nel 2006 dove si iscrive al New School’s Jazz and Contemporary Music program che gli permette di immergersi nella frizzante e cosmopolita scena Jazz newyorkese e che ovviamente porta con se grandi opportunità e collaborazioni con altri artisti fra i quali: Junior ManceGreg TardyAndy EzrinJiro YoshidaAkoya AfrobeatValery Ponomarev ed è proprio qui che l’artista riesce nel 2011 ad ultimare il suo primo album indipendente ” Edge” dove lascia esplodere tutta la sua creatività e dove sono fortissime le influenze tipiche delle big bands dove fin da giovanissimo aveva suonato con il fratello. Sempre a New York pubblicherà i successivi due album ” Bitter & High” e “Six Aces” nel 2012 che trasmettono un animo “vintage” ed influenze che spaziano dal Bebop al Soul ma è nel 2014 con il ritorno della collaborazione con José James che Kuroda riuscirà finalmente ad uscire dalla penombra della scena indipendente e ad attuare un’evoluzione stilistica che si rivelerà vincente.

“RISING SON” 2014

Con questo quarto album (pubblicato dalla Blue Note Records) Takuya Kuroda sperimenta con generi molto lontani dalle prospettive più tradizionali alle quali aveva abituato la sua audience andando a fondere elementi hip hop, afro-beat, funky e blues e soprattutto soul che portano un’impostazione decisamente più ritmica e “groovy” soffiando un vento di novità nella scena Jazz che lo aveva accolto e che per prima aveva fatto da palcoscenico al poliedrico artista di Kobe. In Rising Son queste forti influenze sono evidenti fin da subito ascoltando l’album che si presenta come una perfetta colonna sonora di ritmi avvolgenti e frizzanti legati assieme dall’incredibile e onnipresente voce sia soft che tagliente della tromba di Kuroda. Una tromba che permea ogni brano con fraseggi ed assoli dal sapore classico e moderno allo stesso tempo, senza in alcun modo eclissare gli altri strumenti e creando un perfetto equilibrio fra ritmo e melodia. Così si presenta l’album Rising Son.

Cover dell’album Rising Son, Takuya Kuroda. Blue Note Records 2014

In conclusione cosa aggiungere…  al di là di quelli che possono essere i tecnicismi sulla musica di questo artista, gli stili che la compongono o il suo apporto alla scena musicale newyorkese direi che tutto si può riassumere in una frase che lo stesso Kuroda ha rilasciato in una delle sue interviste: “I just wanna feel good when playing“. Insomma, non diventare “Big in Japan” ma negli States non è impresa facile e spero vivamente che Takuya Kuroda continui ad allargare il proprio cerchio di estimatori, se non altro spero almeno che questa breve recensione possa aiutare!

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(Marco Manfroni)

“WE ARE X”: LA DRAMMATICA STORIA DEGLI X JAPAN

 

Gli X Japan sono senza dubbio il gruppo rock più celebrato ed influente che il Giappone abbia mai avuto. Molte altre band giapponesi a seguire si sono ispirate allo stile visuale e musicale degli X, ed il rock in Asia non sarebbe lo stesso senza di loro. La loro popolarità raggiunse un livello tale che nel 1999 l’imperatore Akihito affidò al leader del gruppo, Yoshiki Hayashi, la composizione di un brano per il decimo anniversario della sua incoronazione (che si intitola, appunto, “Anniversary”).

Gli X Japan hanno avuto ed hanno ancora un impatto emotivo molto forte sui propri fan, che vi sembrano legati da una sorta di cordone ombelicale. Molti di questi furono assaliti da sconforto e disperazione quando nel 1998 Hideto “Hide” Matsumoto, uno dei due chitarristi del gruppo, morì prematuramente in circostanze mai del tutto chiarite. Alcuni di questi arrivarono addirittura al suicidio. Nel mondo occidentale, reazioni così estreme si sono verificate probabilmente solo alla morte di Michael Jackson, in seguito alla quale dodici persone si tolsero la vita, impossibilitate a convivere con il dolore derivante dalla sua perdita. In una società estremamente rigida e conservativa come quella giapponese degli anni ’80, gli X Japan hanno rappresentato un fenomeno di rottura attraverso esibizioni musicali rivoluzionarie per l’epoca, dando origine al “Visual Kei”, un movimento che attribuisce al lato visuale di una performance musicale un’importanza pari quasi a quella della musica stessa, in maniera non troppo dissimile da quanto fatto sul finire degli anni ’70 dal movimento glam in occidente, portato avanti da artisti del calibro di David Bowie, Alice Cooper e Kiss. A livello musicale, le composizioni degli X Japan in alcuni casi si avvicinano al power-metal sinfonico e allo speed-metal (un sottogenere dell’heavy-metal particolarmente rapido ed aggressivo), in altri prendono la forma di ballads melodiche, che vertono su semplici e malinconici giri di piano. Il loro brano più lungo, “Art of Life” (29 minuti di durata), è considerato uno dei pezzi più importanti della storia del rock asiatico grazie al suo trascendere qualsiasi convenzione di genere musicale, fondendo power-metal sinfonico, musica classica, heavy-metal e prog-metal in un unico calderone, il cui risultato è un mix di sensazioni contrastanti che spaziano dalla malinconia alla speranza, dalla follia alla rinascita. Alla luce di queste premesse, descrivere nel dettaglio la storia degli X Japan necessiterebbe di molti approfondimenti, e sintetizzare più di vent’anni di carriera in un’opera cinematografica è operazione di una certa complessità.

“We Are X”, documentario musicale diretto da Stephen Kijak, si propone di narrare la storia del gruppo giapponese, partendo dal presupposto che la stragrande maggioranza del pubblico occidentale non ne ha mai sentito parlare. Lo fa sia attraverso uno sguardo ravvicinato sulla vita di Yoshiki Hayashi, fondatore degli X Japan nonché batterista, pianista e compositore della quasi totalità dei pezzi del gruppo, che per mezzo di una serie di interviste rilasciate non solo agli attuali membri della band, ma anche a produttori discografici, ex-componenti del gruppo ed altri artisti che hanno avuto a che fare in certa misura con gli X, come David Bowie e Marilyn Manson. Ad essere al centro di questa pellicola è quasi interamente la figura di Yoshiki, che nei vari spezzoni di intervista espone il suo dolore e la sua sofferenza, raccontando per filo e per segno i drammi interpersonali che hanno caratterizzato la sua esistenza e quella della band stessa. Nell’ osservare una rappresentazione del dolore così esplicita e senza filtri, si potrebbe avere la sensazione di trovarsi di fronte ad una messa in scena quasi artificiosa delle vicissitudini personali del compositore giapponese, come se il documentario cercasse volutamente di suscitare compassione nello spettatore ed i drammi fossero solo uno strumento per attirare la sua attenzione. Quest’impressione viene meno soltanto se si prende consapevolezza della particolare attitudine con cui i componenti degli X Japan vivono la propria vita ed il modo diretto in cui incamerano ed esternano le proprie emozioni: nei loro show capita infatti non di rado di vedere Yoshiki piangere durante uno dei suoi giri di piano oppure Toshi intonare un pezzo tra i singhiozzi, seguito puntualmente dal boato della folla. Queste situazioni in Occidente non sono affatto comuni, soprattutto in concerti heavy metal, in cui le lacrime sul palco rappresentano un fenomeno più unico che raro. L’ attitudine teatrale, a tratti melodrammatica, con cui gli X Japan conducono i loro show si riflette coerentemente anche nel modo in cui la loro storia viene raccontata dal leader del gruppo. Yoshiki non trattiene il pianto quando parla della scomparsa di Hide, e, nel descrivere il proprio dolore fisico derivante dai ripetuti sforzi nel suonare la batteria, mostra dinanzi alle telecamere le radiografie delle varie parti del corpo danneggiate. A questa messa in scena quasi patetica della propria sofferenza si accompagna un’attitudine invece riservata, che si evince dalla scelta del compositore di non aprirsi su questioni interne alla band (come la cacciata dal gruppo del talentuoso bassista Taiji Sawada) e dalla totale omissione della propria sfera interpersonale e relazionale, che non trova alcuno spazio in questo documentario. Ciò che viene invece messa a nudo è la sua interiorità, che si barcamena tra due poli apparentemente distanti, ma in realtà complementari: rabbia da un lato, incarnata da colpi di batteria tirati a velocità supersoniche, e malinconia dall’altro, che si materializza in giri di piano melodici che compongono i pezzi più lenti del gruppo. Non si può fare a meno di notare che nel lavoro di Kijak la carriera musicale degli X Japan assume un ruolo di secondo piano rispetto alla messa in scena delle loro vicissitudini: si parla infatti poco della composizione dei singoli brani (solo qualche menzione ad “Art of Life”) e non viene mai neppure citato il titolo di un album.

Nel corso di questa pellicola musicale non viene rivelato quante copie i cd degli X Japan abbiano venduto in terra natia, né quando hanno raggiunto l’apice del successo e della popolarità. Inoltre, ad essere esplorate sono soltanto la vita di Yoshiki e quella di Toshi. Heath, attuale bassista degli X Japan (subentrato a Taiji Sawada nel ’92), compare solo in qualche breve intervista, così come Tomoaki “Pata” Ishizuka, chitarrista e membro storico degli X Japan. I contorni della figura di Hide, carismatico chitarrista del gruppo, personalità enigmatica e complessa, vengono sapientemente delineati, ma mai approfonditi. Nonostante l’incompletezza e la parzialità della prospettiva assunta, “We Are X” ha il merito di introdurre a dovere la band al pubblico occidentale, offrendogli la possibilità di lasciarsi colpire da una storia incentrata non sul successo, sulla gloria e sulla popolarità della band, bensì su un profondo senso di perdita e sofferenza scaturito dalle vicende interpersonali dei membri del gruppo. E’ proprio da queste sensazioni che muove la necessità compositiva e l’attitudine romantica del compositore Yoshiki Hayashi, per cui l’arte rappresenta l’unico modo per colmare quel senso di vuoto che da sempre lo accompagna. Se “We Are X” per certi versi non è che il riepilogo della storia degli X Japan, per altri rappresenta invece il preludio della parabola della band in Occidente, che è appena agli inizi. In quale misura riusciranno a far presa in Europa ed America non è dato saperlo.  Quel che è sicuro è che Yoshiki Hayashi proverà in tutti i modi ad esportare la sua creatura anche qui da noi, cercando di realizzare i sogni incompiuti di successo overseas di Hide e Taiji, e di ricordare a noi e a sé stesso che la storia degli X Japan non è ancora finita.

(Recensione di Carlo Di Gaeta)

THE CABS

 

La scena math rock giapponese è florida. Il termine, dalla natura molto generica, fa riferimento ad una serie di concetti che non sono comuni al rock convenzionale (principalmente tempi dispari, melodie angolari e intrecciate) che molti musicisti giapponesi continuano ad incorporare spontaneamente nella loro musica. Le Tricot, da poco reduci da un tour europeo che le ha portate anche sul palco dell’ ArcTangent di Bristol, sono le principali rappresentanti in occidente.

Mentre nel 2013 le tre Tricot si preparavano a pubblicare il loro primo album, un altro trio, i The Cabs, si scioglieva in circostanze del tutto inusuali: il chitarrista Takahashi Kunimitsu scompare facendo perdere ogni traccia di se, proprio a ridosso dell’inizio del tour a supporto dell’album di debutto. La band decide di sciogliersi e lo annuncia con un post sul loro sito ufficiale, ora chiuso: a onor del vero Takahashi era il principale songwriter della band, come continuare senza di lui? La fama della band ha però continuato a crescere (su youtube abbondano le cover band), consacrandoli come uno dei gruppi più rilevanti della scena. Dopo lo scioglimento, il bassista\cantante Yoshikatsu Shuto ha continuato a suonare coi KEYTALK (il j-pop più lontano da ciò che rappresentano i the cabs) e il batterista Itta Nakamura coi Plenty; Takahashi si è infine dedicato alla realizzazione della sigla dell’anime Tokyo Ghoul prima di scomparire un’altra volta (capita che aggiorni il suo account soundcloud con nuovi brani, ogni tanto).

La discografia ufficiale della band si compone di soli due ep e un full lenght, tutti presenti sul bandcamp di zankyo records, ma disponibili solo per il download e non per lo streaming. Fortunatamente, i video dei tre singoli estratti dai rispettivi album, le cui visualizzazioni superano il milione, sono sufficienti per convincere un ascoltatore curioso a decidere di mettere le proprie mani sopra i lavori completi. Il primo ep del 2011 Hajime Ichiban no Dekigoto è quello in cui vengono messe più in mostra le inclinazioni aggressive della band. Il risultato è la presenza di due tracce esplosive (For Charles Bronson e Haiku about Kdyla), su cui il chitarrista grida per i due minuti della durata.Invece le altre tre tracce, con un mix più equilibrato tra aggressività e melodia, rispecchiano la direzione che la band prenderà nell’ep seguente. La vera gemma è il singolo Soldiers of February, con la sua strumentale luminosa, la strofa start and stop e un ritornello estremamente orecchiabile interrotti da controllati impeti di rabbia verso la metà e alla fine della traccia (e il video è ipnotico).

Il secondo ep Recur Breath mostra la progressione di una band che perfettamente è a suo agio negli slanci caotici come nelle melodie intricatissime ma orecchiabili che tessono i tre strumenti. Il singolo Spiral of Kielce è un brano intenso, spericolato in cui il batterista brilla accelerando senza sosta tra le maglie strettissime dell’arpeggio di chitarra. Con l’album di debutto Regenerative Landscape i the cabs decidono di investire più nella vena indie rock della loro musica, raccogliendo il disappunto di qualche fan. In realtà, l’album è ricco di momenti in cui impera il disordine (come in Like a Flower, purusha, Shouted all out o sarasa, canzone caotica che sarebbe stata bene nel primo ep) e tutto l’album in generale è decisamente un album dei the cabs. Anschluss, singolo promozionale dell’album, è una buona rappresentazione del nuovo equilibrio sonico raggiunto dalla band; in generale, tutto Regenerative Landscape conserva i tratti particolari dei vecchi lavori, ma li distribuisce consciamente per tutta la durata dell’album. Così la storia dei The cabs è stata interrotta prematuramente, poco prima che potesse avere un continuo magari anche all’estero.

(Recensione di Jacopo Corbelli)

TAEKO ONUKI – 大貫妙子

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Bentornati a tutti! Oggi abbiamo in serbo per voi un’altra spumeggiante puntata alla scoperta della cultura musicale nipponica, incentrata questa volta sulla figura musicale di Ohnuki. Taeko nasce il 28 Novembre del 1953 nella quartiere di Suginami (杉並区) Tokyo (東京) Comincia la sua carriera musicale formando la banda pop Sugar Babe, insieme a  Muramatsu  Kunio(村松 邦男) e a  Yamashita Tatsuro (山下 達郎) (di cui probabilmente sentirete parlare più avanti, ovviamente sempre sul nostro sito!) nell’anno 1973. Il suo primo album fu “Gray Skies” (1)*, uscito nel 1976. Dopo questo suo primo contributo musicale, vennero poi pubblicati altri 25 album nel corso dei vari anni a seguire, arrivando persino ad aggiudicarsi il 21esimo Japanese Academy Award Best Song Award, nel 1998, producendo anche la colonna sonora del film “Tokyo Biyori” (東京日和). Altri Album molto interessenati da ascoltare sono anche “Mignonne” (2)* (1978), e “Romantique” (3)* (1980).

1-(Gray Skies)* link > https://www.youtube.com/watch?v=2cb8E8hSy1k

2-(Mignonne)* link > https://www.youtube.com/watch?v=pQpK0C7isMw

3-(Romantique)* link > https://www.youtube.com/watch?v=EeU38uq0fJI

Oggi vi parleremo del suo album “Sunshower”, uscito nell’anno 1977 (25 Luglio), nel quale possiamo riscontrare una forte componente Funk/Soul ma anche Pop, ed in cui ritroviamo anche vari riconoscimenti musicali “esterni”, quali quello dello stesso  Yamashita Tatsuro ( 山下 達郎) alla voce, Chris Parker alla batteria e Sakamoto Ryuichi (坂本 龍一) alla tastiera.

Le seguenti le varie tracce dell’LP musicale:

  1. Summer Connection
  2. くすりをたくさん
  3. 何もいらない
  4. 都会
  5. からっぽの椅子
  6. Law Of Nature
  7. 誰のために
  8. Silent Screamer
  9. Sargasso Sea
  10. 振子の山羊
  11. サマー.コネクション
  12. 部屋
  13. 荒凉

 

Il senso di J-Pop (o Pop giapponese, che dir si voglia) che fuoriesce da questo album è ben definito e viene espresso da un mid-tempo che si intreccia alla perfezione con la soffice voce di Ohnuki; il tutto viene supportato ed amplificato da assoli strumentali come nel brano くすりをたくさん (tradotto in inglese con Drugs, drugs, drugs), o anche in 都会 (Tokai), che è stato fortemente ispirato dal grandissimo Stevie Wonder ed è senza dubbio uno dei suoi pezzi più famosi e conosciuti. Si tratta quindi di un insieme di brani che rispecchiano molto bene il senso di quello che viene definito “City-Pop” (o, in lingua originale, シティーポップ), che unisce un genere come il Classic Pop ad elementi di Cool Jazz (generalmente tradotto in italiano come Jazz “fresco”, o anche Jazz “rilassato“) e che comincia a prendere piede all’interno del contesto musicale giapponese attorno agli anni ’90. Nel pezzo 振子の山羊 (“Swinging Goats”) possiamo notare un “salto” nella musica fusion (quindi jazz, rock e funk riuniti), ben riuscito e molto piacevole all’orecchio.

Si tratta quindi di un’opera musicale originale, varia e ben “costruita”, della quale consiglio fortemente un ascolto per immergersi nel pop nipponico e nelle sue numerose sfaccettature, a partire dall’azzeccato abbinamento col mondo del jazz. Ringrazio tutti, come al solito, per la lettura e (spero) anche per l’ascolto all’album e all’artista qui recensiti, e per adesso vi saluto, dicendovi che tra non molto una nuova recensione sarà sicuramente pronta per gli amanti e per i più curiosi!

Jaa Mata nee, minna!

(Recensione di: Simone Cozza)

SUCHMOS – THE BAY

Ciao a tutti ragazzi, ben ritrovati per una nuova recensione musicale. Suchmos è il nome del gruppo di cui vi parlerò oggi, un nome un po’ bizzarro  che è stato adattato da “satchmo” , ovvero, il soprannome di uno dei più grandi jazzisti della storia, Louis Armstrong. La formazione della band nasce dalla voglio dei componenti di poter mettere in risalto le loro capacità artistiche e influenzati da vari generi, quali, soul, funk, jazz e rock iniziano a farsi strada nella scena musicale giapponese.  YONCE, TAIKING, HSU, OK, KCEE, and TAIHEI, compagni di infanzia, decisero nel 2013 di fondare la band e tutt’ora sono in attività.

Nel 2015 iniziano a farsi conoscere; è la Space shower music la casa discografica con cui debuttano e rilasciano il loro primo EP, Essence. Lo stesso anno venne rilasciato il loro primo album, The Bay, che riscosse un discreto successo scalando le varie top list giapponesi. Riescono, infatti, ad ottenere il 26° posto nel 株式会社オリコン (Kabushiki-gaisha Orikon) e il 16° posto sul Billboard Megazine. La giovane band si fa presto strada nel panorama musicale nipponico, tale successo è dovuto allo stile adottato dal gruppo che riesce a fondere diversi generi di matrice occidentale con le classiche sonorità della musica giapponese. L’influenza del J-POP è sempre presente e  lo si può intravedere dalla maggior parte dei pezzi, alcuni tra questi permettono ai Suchmos di entrare nelle top list più importanti dell’isola. YMM, il singolo dell’album THE BAY, raggiunge il 44° posto sul   Billboard Japan Hot 100 e il 2°sul  J-Wave Tokyo Hot 100, inoltre,  rilasciano nel 2016  un nuovo EP LOVE&VICE. L’ EP supera il precedente album nelle top list e il singolo “ STAY TUNE” diventa una vera e propria icona della band vincendo il primo posto  al J-Wave Tokyo Hot 100.

TOUR MINT CONDITION” è il primo tour ufficiale della band, il quale segna una chiara maturazione del gruppo e una consapevolezza musicale maggiore, non a caso, l’anno successivo, rilasceranno il secondo Album “ THE KIDS”.

E’ sicuramente il sound lounge e giovanile il punto forte di questi ragazzi, i riff di chitarra sono tipici del funk, accompagnati da un piano che si avvicina all’ acid jazz e che determina le varie strutture dei pezzi.  Riescono a portare in scena un genere che  si accosta anche alla musica elettronica, basti pensare ai vari synth e scratch che DJ KCEE utilizza per  contornare le melodie delle canzoni. Hanno un suono inconfondibile; è il tipico gruppo che se ascolti in radio riconosci subito ed   è  merito di YONCE, il cantante, se questa band è così facilmente riconoscibile. YONCE è il fondatore del gruppo; ha grandi qualità vocali; voce delicata, limpida e ben modulata, le caratteristiche giuste per cantare su groove di basso  che richiamano il funk e il jazz. Ricorda un po’ la voce di Jason “jay” Kay, front-man della famosa band britannica “JAMIROQUAI”, con un flow un po’ più giapponese. Penso che non ci sia nulla di più musicale del funk giapponese;  la lingua ha una metrica che si lega alla perfezione con il beat, è versatile, ed è come se scivolasse da una parte all’altra sulla base musicale.

THE BAY;

Da questi brani si può chiaramente percepire il suono e le intenzioni musicali del gruppo. IL prossimo è il pezzo che ha segnato il successo del gruppo;

Che dire, è un sound che richiama gli anni ’80  ma che si affianca molto bene anche alle sonorità moderne, è forte il tentativo di unire i suoni occidentali con quelli tipici giapponesi. Non mi resta che lasciarvi un buon ascolto, alla prossima recensione!

(Recensione di Luigi Lonetto)

 

SINERGIE MUSICALI: MARCO SANTINI E YASUKO ARIMITSU IN CONCERTO IN GIAPPONE!

 

Le collaborazioni musicali, si sa, nascono da incontri. Incontri spesso fortuiti che si trasformano sovente in profonda empatia e voglia di condividere emozioni ed esperienze. Il 2017 è un anno molto fortunato per Takamori perché ha avuto la possibilità di intrecciare rapporti molto proficui con realtà molto importanti nell’ambito della musica classica e contemporanea. Dopo aver prodotto a maggio, un’opera in collaborazione con il Teatro Comunale di Bologna, un altro piccolo sogno si è realizzato grazie alla collaborazione interculturale a luglio tra due bravissimi artisti:  Marco Santini, noto violinista e compositore contemporaneo di Osimo e il talentuoso soprano Yasuko Arimitsu che da molti anni si esibisce in Italia e all’estero!

Il 23 luglio presso il teatro Kanon Hall di Kagoshima i due si sono esibiti in un concerto che li ha visti intrecciare le proprie anime passando in rassegna brani del repertorio classico (Handel, Giordani, Rossini, Pergolesi, Caccini), contemporaneo (con brani mozzafiato composti dallo stesso Marco Santini) e giapponese (Taki,Kentaro, Okano Teichi e altri). L’audience che ha letteralmente invaso il teatro è stata trasportata per ben due ore dalla magia creata dai due artisti che si sono riproposti di collaborare anche in futuro per confezionare nuove avventure musicali in territorio italiano! Dal concerto, vi proponiamo alcune clip registrate dai nostri cameramen!

 

 

Per chi volesse conoscere meglio l’opera di Marco, può consultare questo link dove lui presenta il suo primo album!

https://www.youtube.com/watch?v=j5FKDkdJlR