SōTAISEI RIRON (相対性理論) – HI FI ANATOMIA


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Sōtaisei Riron (lett. “teoria della relatività”) è una rock band formatasi a Tokyo nel Settembre del 2006.

-Presentazione generale del gruppo

La band, la cui caratteristica principale è forse quella della riservatezza per quanto riguarda la vita privata dei vari membri del gruppo (si sa di fatto molto poco su di loro e, oltre a ciò, le foto dopo i concerti sono quasi sempre proibite), si compone di:

  • 薬師丸えつこ (Yakushimaru Etsuko); alla voce
  • 永井 聖一 (Nagai Seiichi); alla chitarra
  • 真部 脩一 (Mabe Shūichi); al basso
  • 西浦 謙助 (Nishiura Kensuke); alla batteria.

Le influenze musicali adottate da questo quartetto arrivano da generi quali il Kayōkyoku (歌謡曲; genere di musica pop giapponese che viene cantata con un accompagnamento per lo più di stampo occidentale), il Group Sounds (essenzialmente si tratta di un sottogenere del rock giapponese) ed il Post-rock. Una loro peculiarità, che si riflette nei titoli di varie canzoni ed anche nei testi musicali, è quella di creare ed inserire giochi di parole che fanno riferimento (e spesso ridicolizzano) animee/o concetti base della fantascienza. Inoltre, basta dare un ascolto anche veloce ad un qualche loro pezzo per comprendere che, almeno parzialmente, il loro successo si basa sulla voce Moe della cantante (là dove per “moe” s’intende, in senso stretto, un interesse, una forte passione per i personaggi di anime, videogiochi, manga, eccetera…). La loro discografia comprende:

  1. Chiffon Shugi (mini-album di debutto, vincitore del concorso All-Japan)
  2. Hi-Fi Shinsho (secondo album, arrivato settimo nell’Oricon Weekly Chart)
  3. Synchroniciteen (terzo album ed uscito nell’Aprile dell’anno 2010, consiste in una collezione dei numerosi live realizzati fino a quel momento)
  4. Tadashii Sōtaisei Riron (quarto album, rilasciato in ritardo il 27 Aprile del 2011 a causa dello tsunami e del terremoto avvenuti a Tohoku, in Giappone, è composto da remix di vecchie canzoni) 

-Presentazione dell’album

L’album che vorremmo consigliarvi questa volta si intitola Hi-Fi Anatomia (ハイファイ新書; “Hai Fai Shinsho”), uscì il 7 gennaio 2009 e viene musicalmente classificato nel genere dell’Indie pop. Le tracce che lo compongono sono (in ordine) le seguenti:

  1. テレ東 (3:53)
  2. 地獄先生 (3:09)
  3. ふしぎデカルト (3:34)
  4. 四角革命 (3:39)
  5. 品川ナンバー (3:49)
  6. 学級崩壊 (3:01)
  7. さわやか会社員 (4:24)
  8. ルネサンス (3:38)
  9. バーモント・キッス (4:16)

L’album presenta suoni fragili, lievi, che danno un forte senso di riservatezza e di timidezza, come se quasi si vergognassero di emettere anche i suoni più leggeri. C’è inoltre un alone malinconico di fondo che accompagna gran parte del CD, nonostante la graziosa voce della cantante sembri un po’ più ottimistica in confronto ad altri loro precedenti album, come ad esempio Chiffon Shugi. Stilisticamente parlando, possiamo ben notare un’alternanza quasi fissa tra un indie molto delicato ed una giocosa club music, il tutto accompagnato da una mestizia che da quasi assuefazione.

-Conclusione

Può non essere un gruppo molto conosciuto, o per lo meno tra noi italofoni, ma vale la pena dare un po’ di attenzione a questa piccola perla recondita, simbolo di una delicata musicalità giapponese tutta da scoprire. Vi invitiamo dunque a scoprire voi stessi i Sōtaisei Riron ascoltando qualcuno dei brani sopraelencati.

Scritto da Simone Cozza

 

 

 

 

 

 

INTERVISTA A VAN PAUGAM – IL CULTORE DEL シティーポップ (SHITĪ POPPU) ONLINE.

 

Abbiamo visto la musica (e poi la cultura) vaporwave ottenere un successo grandissimo negli ultimi anni, riuscendo a contaminare ogni aspetto della vita su internet. Sono stati creati una pletora di spin-offs, discografie, sottogruppi che seguono la sua estetica caratteristica e inconfondibile, in tensione tra un passato irrecuperabile e un futuro tecnologicamente avanzato. Più recentemente è stato il lo-fi hip hop (di cui abbiamo già parlato in almeno un paio d’occasioni) a raggiungere la fama internazionale, aiutando milioni e milioni di studenti ad affrontare le sessioni d’esami e firmando gli ultimi meme trends. I due generi attingono a piene mani dalla cultura giapponese, vestendosi in particolare di immagini tratte dagli anime con cui praticamente ogni millennial è cresciuto.

A fianco di queste due tendenze, si è sviluppata anche la fan base del シティーポップ, o city pop. Questo è però un genere completamente giapponese, sviluppatosi nelle città del paese del sol levante durante gli anni ’80, sulla spinta del miracolo economico successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Dal punto di vista lirico, i testi parlano principalmente d’amore e di vita urbana. Tuttavia è difficile da descrivere dal punto di vista musicale, perchè comprende elementi di jazz, funk, soul, disco… e la lista continua.  Youtube ha supportato questa riscoperta consigliando a chiunque i video dei vari Maria Takeuchi, Tatsuro Yamashita e Taeko Ohnuki, artisti che tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 erano le vere star del panorama musicale giapponese. Il genere morì letteralmente dopo lo scoppio della bolla del mercato immobiliare degli anni ’90, mettendo fine all’illusione di ricchezza e all’ottimismo che si viveva nelle città del Giappone. Internet ha quindi messo in campo un processo quasi filologico che ha portato alla riscoperta di un genere dall’appeal innegabile che fonde i maggiori trend della musica occidentale dagli anni ’70 e li unisce in un irresistibile melting pot musicale in uno stile profondamente giapponese. E Van Paugam ne è il vero gatekeeper.

Van Paugam è un giovane musicista e dj, conceptualist d’istanza a Chicago. Nonostante il suo canale youtube non abbia numeri impressionanti per quanto riguarda le iscrizioni, le sue playlist hanno accumulato milioni di plays e un seguito affezionato. Tutti i giorni per 24 ore sullo stesso canale viene anche trasmessa la radio dedicata al city pop. È anche l’autore di un video esplicativo, egregiamente realizzato, sulla storia e le origini del city pop.

Gli abbiamo rivolto qualche domanda per sapere da cosa deriva la sua passione per il genere e quale sia la sua opinione riguardo al binomio cultura giapponese-meme che si è consolidato negli ultimi anni. Qui di seguito è riportata l’intervista integrale, in inglese e poi tradotta in italiano.

 

1) This interest for city pop, is it a broader passion for Japanese culture in general or is it just about the music? How did you discover it and what where the things drawing you to it?
I’ve always had an interest in lesser known genres of music and also a great appreciation for Japanese culture, so when I discovered City Pop by tracing samples from classic Vaporwave songs from early 2010s the music already felt very familiar and easy to absorb.  City Pop while being Japanese is still just good music in the end, and it’s able to transcend language barriers to speak to many people all over the world who are drawn to the sound regardless of where it originated. I think in a sense you don’t have to particularly love Japanese Culture to appreciate the music as much as just having an attraction to good melodies, grooves and especially amazing slap basslines.
I used to make mixes of Future Funk and Vaporwave, so without knowing it I was already listening to City Pop all along. The genre was sort of just hiding underneath the layers of distorted sounds of the music which I already liked, so once I started digging up the samples I found that the original music had so much charisma and authenticity that they sounded better to me than the songs that sampled them. Once you hear the original it’s hard to go back. I feel what draws me in the most is that the music in a sense sounds so familiar because it has many influences I recognized already, while at the same time being such a unique new blending of those influences that it felt like a strange kind of nostalgia for a time and place you did not grow up in, it’s a comforting feeling for some reason, maybe because humans like a bit of escapism and the music can sometimes evoke that.
2) Is there other music genres or bands from Japan that you enjoy?
 I enjoy a lot Japanese Jazz Fusion from the 80s. Himiko Kikuchi is one of my favorites, and of course the incredible Takako Mamiya. Japan also had a very under-rated funk and disco music scene that could rival anything made in the west. Typically my tastes stay within the late 70s early 80s music scene of Japan, and very rarely venture out of that bubble. I find most contemporary J-Pop to be a bit mindless and too often derivative. There are exceptions to that, but for the most part I don’t usually find as much pleasure in new J-Pop as much the old.  I think there are many incredible Japanese musicians that are still to be uncovered in Japan’s music history; it really is a land of mystery and intrigue in many ways.
3) What do you mean when you refer to yourself as a conceptualist?
It’s a joke more than anything, but I enjoy merging concepts such as nostalgia, distortion, and melancholia into new forms of creative experiences. I find inspiration in high concept art, cinema, and philosophies which sometimes merge and reflect in my work. My views tend to be very idealist so I tend to express things in a very liberal way in regards to emotions, memories, and especially music. Maybe Conceptualist is the wrong word, I’m not sure really, but I like the way it sounds.
4) Overall it seems like Japanese culture has a big influence over internet trends. Vaporwave, for example, takes lots of influence from Japanese icons too. I’ve heard people consider Vaporwave merely a meme, others consider it a reaction to the instability and uncertainty defining the life of most millennials. Why do you think the internet crowd has this kind of pull towards japanese culture? Does nostalgia have anything to do with it?
Japan has always been a strong cultural force and continues to influences everything from fashion, design, technology, and all things cool. I was really into Vaporwave when the scene was still new and the feeling at first was that the genre started as a reaction to rampant consumer excess, aggressive corporate marketing, and the idea that capitalism’s forgotten music could be recycled into something new and fresh, but that philosophy was quickly surpassed by the obsession that became the aesthetics. I think it was almost a poetic irony that much of Japanese City Pop was sampled into Vaporwave considering the music was a reaction to the economic bubble Japan was enjoying at the time that eventually burst causing the genre to practically disappear.
5) If you could be driving in 80’s Tokyo, convertible top down, 2 AM, what would be the perfect soundtrack to your joyride?
Tomoko Aran, Tatsuro Yamashita, Mariya Takeuchi, Anri, and Toshiki Kadomatsu on repeat while driving forever in a permanent loop in time.

Qui di seguito, l’intera intervista in traduzione italiana.

1) Questo tuo interesse verso il city pop, deriva da una passione per la cultura giapponese in generale o si tratta solo della musica? Inoltre, come hai scoperto il genere e quali sono stati i tratti che ti hanno attirato verso di esso?
Ho sempre provato interesse per generi musicali meno conosciuti e apprezzo molto la cultura giapponese; quando ho scoperto il City Pop, rintracciando samples da classici vaporwave recenti, la musica già mi suonava familiare e di facile assimilazione. Alla fine, prima di essere giapponese, il City Pop è buona musica e indipendentemente da dove si è generato può superare le barriere linguistiche raggiungendo chiunque nel mondo sia attratto dal suo sound. Credo che non serva essere particolarmente innamorati della cultura giapponese per apprezzarlo, ma piuttosto avere un’infatuazione per le belle melodie, i grooves e soprattutto per i fantastici giri di basso slap.
Facevo mix di future funk e vaporwave, quindi senza saperlo stavo già ascoltando City Pop. In un certo senso era solo nascosto sotto strati dei suoni distorti della musica che già mi piaceva. Di conseguenza, quando ho iniziato a scoprire quei samples, ho realizzato che la musica originale aveva un carisma e un’autenticità superiori e mi sembravano migliori delle canzoni che le avevano campionate. È difficile tornare indietro una volta che hai sentito l’originale. Credo che la cosa che mi attira al genere sia che la musica suona così familiare, per via delle influenze che ci riconosco, ma allo stesso tempo è un mix talmente unico di quelle stesse influenze che trasmette uno strano senso di nostalgia per un tempo e un luogo in cui non siamo potuti crescere; può essere di conforto, forse perchè come umani bramiamo una fuga dalla realtà che la musica può offrire.
2) Ci sono altri generi musicali o band giapponesi che ti piacciono?
Mi piace tanto jazz fusion giapponese degli anni ’80. Himiko Kikuchi è uno dei miei artisti preferiti, e ovviamente anche l’incredibile Takako Mamiya. In Giappone c’è stata una sottovalutata scena disco funk che potrebbe sfidare tutto ciò che è uscito in occidente. In generale, i miei gusti restano all’interno della scena musicale giapponese tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 e raramente escono da questa sfera. La maggior parte del j-pop contemporaneo mi sembra sia un po’ ripetitivo e spesso troppo derivativo. Ci sono eccezioni, ma il nuovo J-pop non mi coinvolge come quello vecchio. Ci sono ancora molti musicisti straordinari da scoprire nella storia musicale giapponese; il Giappone è una terra di mistero e intrighi per tanti aspetti.
3) Cosa intendi quando ti descrivi come concettualista?
È uno scherzo più che altro, ma mi piace fondere concetti quali la nostalgia, la distorsione, la malinconia in nuove forme di esperienza creativa. Sono ispirato dall’arte high concept, dal cinema e dalla filosofia e ciò può riflettersi nei miei lavori. Le mie opinioni sono spesso idealiste e tendo ad esprimermi in modo molto libero per quanto riguarda emozioni, ricordi e soprattutto musica. Probabilmente concettualista è la parola sbagliata, non ne sono sicuro, ma mi piace come suona.
4) Sembra che la cultura giapponese abbia un’enorme influenza sui trend di internet. La vaporwave, per esempio, attinge molto da icone giapponesi. Per alcuni, la vaporwave è semplicemente un meme, per altri è una reazione all’instabilità e all’incertezza che definiscono la vita di molti millennials. Perchè credi che le persone su internet siano così attratte verso la cultura giapponese? Centra qualcosa il fattore nostalgia?
Il Giappone è sempre stato una forza culturale e continua ad influenzare tutto ciò che sia figo, dalla moda e il design alla tecnologia. Ero appassionato di vaporwave quando la scena era appena spuntata e sembrava che fosse una reazione agli eccessi dilaganti dei consumatori e del marketing aggressivo delle corporazioni; dava l’idea che la musica del passato potesse essere riclicata per creare qualcosa di nuovo e fresco; ma questa idea è stata presto superata dall’ossessione che ne è diventata l’estetica. È quasi ironico che molto del vecchio city pop sia stato campionato nella vaporwave, considerando che quello era una conseguenza proprio della bolla economica che alla fine è scoppiata condannando il genere a scomparire.
5) Se potessi guidare nella Tokyo degli anni ’80, decappottabile a tetto abbassato, 2 di notte, quale sarebbe la perfetta soundtrack?
 Tomoko Aran, Tatsuro Yamashita, Mariya Takeuchi, Anri, e Toshiki Kadomatsu, a ripetizione e guidando per sempre in un loop nel tempo.
Scritta da Jacopo Corbelli.

TOE – THE BOOK ABOUT MY IDLE PLOT IN A VAGUE ANXIETY

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Bentornati a tutti! Oggi vorremmo portare alla vostra attenzione una band (ovviamente di sfondo puramente giapponese), probabilmente sconosciuta ai più, chiamata “Toe”, che si diletta tra vari generi e che può essere collocata fra il post-rock (ovvero un genere musicale che utilizza una strumentazione rock, per l’appunto, ma che si ispira a generi più d’avanguardia come il jazz e la musica elettronica) ed il math-rock (il quale deriva invece dal rock sperimentale ed è famoso per la insolita struttura ritmica che utilizza nell’esecuzione e, dunque, noto anche per la sua complessità tecnica) in maniera indicativa.

-Introduzione generale al gruppo:

Il gruppo Toe nasce nel 2000 ed è composto dai tre musicisti Kashikura Takashi (柏倉隆史) alla batteria, Takaaki Mino (美濃隆章) alla chitarra, Yamane Satoshi (山根敏史) al basso e Yamazaki Hirokazu (山嵜廣和) alla chitarra. La band è tutt’ora formata dai medesimi membri che l’hanno fondata, ed appartiene all’etichetta indie “Machu Picchu” insieme ad altri tre gruppi che sono, nell’ordine, i mouse in the keys, gli Enemies ed i Tangled Hair. Una piccola curiosità da dire al riguardo è che la stessa etichetta musicale è stata creata dai Toe. Gran parte della loro opera musicale è di tipo strumentale, presentando delle “pulite” e melodiche chitarre che incontrano temi tipici del rock classico e che riescono ad intrecciare a peculiari variazioni ritmiche e a tempi singolari. Se analizzata più a fondo , risulta chiaramente essere un gruppo che ha saputo adattarsi e rinnovarsi nel corso dei vari anni nei quali è stato musicalmente attivo e che, per lo più, presenta la sua arte nei vari tour che hanno luogo principalmente nell’isola del Sol Levante“Hear you”  è stato l’ultimo loro album pubblicato, il quale più precisamente è uscito nell’anno 2015. 

Presentazione dell’album:

L’album The book about my idle plot on a vague anxiety rappresenta quello che è il loro vero e proprio album di debutto, uscito nel 2005, che si compone dei seguenti brani:

  • 反逆する風景 (Hangyaku suru fuukei)
  • 孤独の発明 (Kodoku no hatsumei)
  • Tremolo + Delay
  • 向こう岸が視る夢 (Mukougishi ga miru yume)
  • All i can understand is that I don’t understand
  • C
  • Past and Language
  • Music for you
  • I do still wrong
  • メトロノーム (Metronome)
  • Everything means nothing

Qui di seguito il link indirizzato all’album, nel caso in cui la vostra curiosità sia stata stimolata abbastanza da volerlo ascoltare: https://www.youtube.com/watch?v=8VCCkymXplE&t=539s

Si tratta essenzialmente di un’opera dinamica e musicalmente “libera”, che ha come nucleo centrale un ritmo fondamentalmente calmo melodico ma che, a tratti, inserisce anche una cadenza più rapida e scandita; una chiara (e ben riuscita, aggiungerei) fusione, questa, tra quei due generi citati all’inizio che sono il post rock, che funge da base della ritmica dell’intero album, ed il math rock che, al contrario, va un po’ ad “inquinare” tali schemi musicali sui quali regge gran parte del CD. Si può decisamente considerare, altresì, il valore aggiunto di una band musicale come questa che, senza mai rischiare di essere stancante all’orecchio né banale, riesce comunque a mantenere vivo ed a mettere in risalto un proprio stile personale, totalmente riconoscibile con ogni singolo componente del gruppo e che trasmette, in un certo senso, fiducia e sicurezza a chi si approccia a questo originale e ben eseguito sound. In alcuni punti può persino passare come una casuale e giocosa sessione di puro jamming (ciò vale a dire una libera sessione musicale) che, tuttavia, presenta delle strutture ritmiche di fondo sorprendentemente precise e complesse, che vanno quindi a confermare quanto il tutto sia invece ben ponderato e, oltre a ciò, anche l’alto livello tecnico d’insieme della band.

-Conclusione della recensione

Insomma, che dire… detto a parole sembrerebbe davvero una band degna di nota, vero?! Già, ma la musica si può esprimere a parole soltanto fino ad un certo punto; ergo, il mio più sincero consiglio è quello di trovare un buon momento libero e di renderlo ancora più speciale lasciandosi coccolare dall’elegante presenza rock rivestita dai bravissimi e preparatissimi Toe (e, perché no, magari anche per confrontare le vostre opinioni con ciò che vi abbiamo proposto noi della Takamori)!!! Allora, come al solito, buona lettura (e, ovviamente, buon ascolto)!!

Recensione di Simone Cozza.

Tatsuro Yamashita (山下達郎) – “For you”

 

Salve a tutti, curiosi di cultura giapponese che oramai siete “abbonati” ed avidi lettori della nostra solita rubrica musicale!

Quest’oggi ritorniamo con un episodio tutto nuovo che porterà alla vostra attenzione un artista poliedrico di cui, probabilmente, qualcuno di voi avrà già sentito parlare in passato. Parliamo di Tatsuro Yamashita (山下 達郎), un cantante, compositore e produttore giapponese nato nel Febbraio dell’anno 1953Tokyo (東京) , Ikebukuro (池袋).

-Presentazione generale e biografica dell’autore:

Una delle sue tracce più famose e conosciute è certamente “Christmas Eve”; inizialmente parte del suo album “Melodies” del 1983, divenne una vera e propria hit natalizia in tutto il Giappone, ed il motivo di ciò è da ritrovarsi nel fatto che proprio questa viene dai più considerata una delle canzoni natalizie “standard” giapponesi. Per la cronaca, vinse persino un premio speciale durante la 45esima edizione dei Japan Record Awards, 20 anni dopo la sua uscita.

La carriera del nostro artista comincia nel 1973, anno in cui forma la band “Sugar Babe” con gli altri due musicisti che erano Ohnuki Taeko (大貫妙子) Muramatsu Kunio (村松邦夫), ed insieme rilasciarono il loro primo album “Songs” due anni dopo la formazione del gruppo. La band però si sciolse soltanto 3 anni dopo, nel 1976, e fu così che Tatsuro cominciò a dedicarsi alla carriera da solista “agganciandosi” a quella che è una delle etichette americane più famose in assoluto: la RCA.Nacque dunque, attraverso questa sua nuova esperienza in solitario, il suo primo album, che va sotto il nome di Circus Town. “Si riallacciò” quindi al passato, iniziando a collaborare con il produttore del suo primo gruppo musicale Eiichi Ohtaki (大瀧詠一); questa unione di forze generò un nuovo ed ulteriore album musicale, questa volta intitolato “Niagara Triangle (Vol.1)”. Tale collaborazione venne definita da MTV come uno dei seui “supergruppi”  che hanno cambiato irreversibilmente la storia e la cultura della musica giapponese così come la conosciamo oggi.

Da qui ottenne conseguentemente un forte e profondo successo nell’anno 1979 col suo album “Moonglow”; fu così allora che il cantante e compositore di Tokyo cominciò la sua ascesa verso il titolo di icona musicale o, per lo meno, nel contesto giapponese ovviamente. Tirando le somme di quella che è la sua carriera, si contano una ventina di album da solista e oltre 40 pezzi singoli;tali dati (insieme, ovviamente, alla fama riscossa tra i connazionali) lo rendono senza dubbio uno degli artisti che hanno avuto più successo nel campo della musica giapponese contemporanea, avendo venduto (all’incirca) 9 milioni di copie di album in totale. Attualmente è sposato con un’altra cantante giapponese (anch’essa, a parer mio, degna di nota), Mariya Takeuchi (竹内まりや), con la quale ha una figlia.

-Discussione sull’album, “For you”:

L’album uscì in Giappone nel 1982, nell’era in cui la musica giapponese si “adagiava” su un substrato di natura fusion, jazz e funk, e venne dunque inevitabilmente influenzato da tali tendenze provenienti, certamente, dagli Stati Uniti degli anni ’70 e ’80. Anche l’opera di Yamashita si basa di conseguenza su tali stili e generi musicali, annoverandosi a pieno diritto nel City Pop tanto caro alla musica giapponese di quegli anni. La vibe generale dell’opera musicale rimanda ad uno scenario tipico della West Coast americana (parlando per l’appunto di influenze dagli Stati Uniti), nel quale paesaggio potremmo inserire, per esempio, qualche palma, un mare di un colore blu acceso come sfondo e, per qualche maggiore dettaglio, le insegne ed architetture tipiche delle gas stations americane (e, nello specifico, californiane) di quegli anni, come si può appunto notare già dalla stessa copertina dell’album. Abbiamo soli di sassofono,potenti giri di basso ed un catchy groove disco che colpiscono subito l’orecchio e che invogliano ad uscire di casa e farsi un giro in una bella macchina (magari decappottabile), a giro per la città soleggiata e, magari, vicino al mare. L’apertura con Sparkle fornisce subito un buon inizio, aprendo la strada ad altri capolavori quali “Futari”, una ballata d’amore di classe che potresti immaginarti suonata durante il momento del “ballo lento” in una discoteca. La perla, tuttavia, potrebbe essere considerata “Love talkin'”, che riesce in un certo senso a riprendere tutto il ritmo ed il sound generale dell’opera musicale.

Ascoltare questo album è un po’ come tuffarsi nella musica americana che, però, viene filtrata attraverso i gusti tipicamente giapponesi ma, soprattutto, amata e seguita da un gran numero di fan nel paese del Sol levante ancora di più rispetto ad altri paesi. Non a caso, di fatto, tali “orme” verranno seguite poi anche da molti altri artisti giapponesi anche nel corso degli anni a venire, riscuotendo molPto successo tra gli amanti e sostenitori del genere.

Per chi volesse (e, per ovvie ragioni, lo consiglio vivamente) dare un ascolto all’album, avrete qui di seguito il link per andarci direttamente:

https://www.youtube.com/watch?v=W9sxKjq44AA&t=793s

Giunti dunque alla fine anche di questo episodio, non mi resta che sperare che troviate interessante l’articolo ma, soprattutto, che vi piaccia l’album e che anche voi, proprio come me, possiate apprezzare i fini ed eleganti gusti musicali di un artista del calibro di Tatsuro Yamashita. 

Non mi resta quindi che salutarvi qui, e come sempre… al prossimo appuntamento alla scoperta della musica giapponese!

(Recensione di Simone Cozza).

 

 

 

 

 

 

LITE

Ciao a tutti e ben ritrovati per una nuova recensione! Conoscete i Lite? Se non ne avete mai sentito parlare è arrivato il momento di accendere il pc ed accedere a qualsiasi piattaforma musicale per dargli un ascolto! Non avevo idea di chi fossero finché non li ascoltai dal vivo su suggerimento di un amico. Suonarono al Freak Out club di Bologna (locale abbastanza conosciuto soprattutto nell’ambito della musica Underground) in occasione di una serata dedicata completamente al Math Rock. Non riesco a trovare un aggettivo per descriverli, seriamente, dovrei impegnarmi. Ma prima di raccontarvi della serata preferisco introdurvi al percorso musicale della band. Il gruppo nasce a Tokyo nel 2003, iniziano a farsi conoscere suonando un po’ in giro per la prefettura registrando due demo autoprodotte. Nel 2006, fu un anno particolarmente significativo perché rilasciarono un mini album, Lite, e uno più lungo, noto come Filmlets. Sono tanti i generi di cui si fanno uso, il più rilevante è sicuramente il Math Rock ma è anche molto forte la presenza del Progressive Rock e del Post- Emo Rock. Il 2006 è anche l’anno in cui i Lite si spostano dal Giappone ed iniziano a suonare in Europa, in particolare in Irlanda e nel Regno Unito fino ad arrivare negli USA nel 2009, riscuotendo molto successo. Nel 2008 esce Phantasia, il loro secondo album che precede l’uscita di altri due EP, Turns Red e Illuminate. Nonostante le loro grandi abilità e capacità  che si possono percepire già a partire dagli album precedenti, il loro lavoro più maturo risulta Cubic, del 2016. È probabilmente l’album in cui la matrice Math è più presente; batteria sincopata, giri di basso efficaci e tapping alla chitarra. I componenti: Nobuyuki Takeda( chitarra), Kozo Kusumoto ( Synth e chitarra), Jun Izawa ( Basso), Akinori Yamamoto (batteria) sono perfettamente in contatto fra loro, sono un vero gruppo. Per il genere che fanno è necessario che i musicisti siano tecnici e che siano strettamente legati dal tempo. Durante il live vi sono state tantissime interruzioni e riprese di batteria, ognuno di loro sapeva quando fermarsi e quando ricominciare, tutti sapevano che ad un tempo ne seguiva un altro e che il 4/4 era ormai scomparso da un bel po’. Basso e batteria sono sicuramente le linee guida, ma gli altri due chitarristi non sono da meno. Quando si parla di progressive, la prima cosa che ci viene in mente è la tecnica, nel caso dei Lite quest’ultima passa in secondo piano. Perché? Ascoltandoli dal vivo sono riuscito a percepire sensazioni che non avrei mai pensato di provare con questo genere! C’è poco da fare, i giapponesi hanno una melodia interiore che, se esternata, riesce a trascinarci  in un’altra dimensione. Direi che non ho altro aggiungere se non linkarvi qualche brano.

Divertitevi!

(Recensione di Luigi Lonetto)

REI BROWN

Raybaboon era un artista giapponese estremamente elusivo. Per molto tempo è circolata in rete la falsa convinzione che non fosse altri che l’artista per metà giapponese e per metà australiano George Miller, aka Filthy Frank, aka Pink Guy, aka joji. Filthy Frank è una delle figure più trasgressive di Youtube, con una fanbase estremamente dedicata e diversi alias. Appena scoperto raybaboon, a molti sembrava lampante che egli non potesse essere che il suo ennesimo pseudonimo, un nuovo medium per rilasciare musica profondamente intima e vulnerabile tra uno sketch comico e una provocazione lanciata a qualcuno. E’ servito che il personaggio di raybaboon morisse e quello di joji fiorisse per diradare ogni dubbio sulla faccenda. I due sono amici, probabilmente d’infanzia, due artisti diversi ma estremamente legati. Il progetto di joji sta acquistando vita propria, grazie soprattutto alla parziale battuta di arresto di filthy frank tv e alla spinta di 88rising, un entourage che incentra la propria attività sulla diffusione di musica di artisti asiatici in america (e che per ora, ci sta riuscendo di brutto).
Rimossa l’ingombrante e sminuente presenza di joji, Raybaboon è rinato come rei brown, un artista meno sfuggente nella sua nuova versione (ora sappiamo che faccia abbia), non più confinato nell’ombra del suo collega, impegnato ad esplorare in modo estremamente eclettico ogni sfaccettatura della sua produzione artistica.
A nome raybaboon rilasciò un unico ep omonimo di 6 tracce che lo collocò sulla mappa del lo-fi hip hop, un genere prevalentemente underground che unisce sample jazz a beat a bassa fedeltà della vecchia scuola hip hop, di cui il giapponese nujabes (di cui già si è parlato qui e qui) era uno dei maggiori esponenti; negli ultimi anni su internet questo genere è stato comunemente accostato all’estetica della cultura pop giapponese, con immagini tratte da anime e manga che la fanno da padrona sulle thumbnails dell’infinità di video-compilation lo-fi hip hop per rilassarsi o per studiare. Una miriade di artisti occidentali validi è venuta fuori in questo ambiente, profondamente ispirati da quel tipo di immaginario giapponese, mentre Joji e rei brown, hafu cresciuti in giappone, ne hanno una esperienza ancor più diretta. Riguardo a questo, in una rara intervista a goldenboypress, rei brown spiega che crescere in Giappone, tra visioni iper romanzate dell’occidente e gli effetti della bolla economica ebbe su di lui un forte impatto personale ed artistico. Si può dire che joji attinga a piene mani ai suoni tipici del lo-fi hip hop congiunti a una distinta influenza trap (chi, al momento, non ne è influenzato?). rei brown, dal canto suo, mantiene la bassa qualità della produzione, ma spazia in molte direzione sonore, dai synth fino alle percussioni. La sua musica è quindi varia, cantata in inglese con un tono fragile sempre sul punto di incrinarsi che aggiunge alla consistenza sonora eterea una sfumatura decisamente malinconica. E’ nelle tracce acustiche ‘our love remains‘ e il doppio singolo ‘i feel so cold‘ che si ritrova l’esempio più lampante della emotiva vulnerabilità della sua voce.
Al momento, rei brown sta lavorando al suo album di debutto, che segueirà l’ep Lungs pubblicato a fine novembre 2016. In realtà ha appena pubblicato un altro ep, Vetiver, che lui stesso definisce però ‘solo una collezione di canzoni che non pensavo potessero essere adatte nel contesto dell’album’. Questo, insieme all’ep che pubblicò inizialmente sotto vecchio nome, è scaricabile gratuitamente sul suo bandcamp. Tutte le sue tracce possono essere ascoltate su youtube e soundcloud.
(Jacopo Corbelli)