Dieci notti di sogni || Recensione

Autore: Natsume Sōseki
Traduzione: Paola Cavaliere
Editore: Jouvence
Edizione: 2016

Natsume Kinnosuke, in arte Natsume Sōseki, nasce nel 1867 a Tōkyō (allora ancora denominata Edo); la sua scrittura riscuote immediato successo con la sua prima opera Io sono una gatto (吾輩は猫である,Wagahai wa neko de aru) e vede il suo picco con Kokoro (こころ) nel 1914. Sin dall’infanzia vive una vita travagliata, costellata di ansie, crisi ed infine malattia, che stronca la sua esistenza all’età di 49 anni. È molto apprezzato dal pubblico del suo tempo ed è oggi considerato uno dei più grandi intellettuali del periodo Meiji.

Dieci notti di sogni (夢十夜, Yume Jūya) è una serie composta da dieci brevi storie, pubblicate a puntate sull’Asahi shinbun (朝日新聞) nel corso del 1908. Queste, raccolte in un unico volume a cura di Paola Cavaliere, conducono il lettore all’interno di contesti esplicitamente onirici (le prime 5 storie esordiscono con la frase “Ho fatto questo sogno”), ambientati in diverse epoche.

Questa atmosfera surreale si percepisce in particolare in storie quali la quarta, nella quale un uomo misterioso cerca di trasformare una corda in un serpente per poi scomparire tra le acque di un fiume, oppure la decima, in cui un giovane ammaliato da una donna viene costretto da lei a difendersi da un’orda di maiali che intendono leccarlo.

Maggiore è la sensazione di inquietudine trasmessa dalla seconda storia, in cui un samurai contempla l’uccisione del suo maestro spirituale o, in alternativa, il suicidio; la terza è addirittura paragonabile a un incubo, in quanto vede il protagonista portare sulle spalle suo figlio, un misterioso bambino con delle cavità al posto degli occhi, che lo conduce in un luogo la cui visione dissotterrerà atroci colpe del suo passato.

Dieci notti di sogni è un’opera che, accompagnando il lettore attraverso questi misteriosi sogni, lo lascia spaesato di fronte all’indefinitezza, inquietudine e accennata spiritualità che li pervadono. In questo viaggio onirico si incontrano riferimenti ad epoche dimenticate così come alla contemporaneità dell’autore, atmosfere confuse o addirittura oppressive, nonché un persistente senso di vuoto che, si sa, fu perenne compagno dell’autore stesso.

Recensione di Isabella Sgargi

 

Libro d’ombra || Recensione

Autore: Tanizaki Jun’ichirō
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Bompiani
Edizione: 2017

Tanizaki Jun’ichirō nasce a Tōkyō nel 1886 in una famiglia di commercianti in declino. Non completa il ciclo di studi universitario, ma inaugura la sua carriera letteraria attraverso la pubblicazione su riviste quali Shinshichō (新市長) e Subaru (すばる), che gli fruttano presto un notevole successo. È considerato uno dei principali autori del periodo, ed è noto in particolare per il suo interesse nell’analizzare pulsioni istintive e perversioni dell’uomo, al punto di suscitare scandalo con la pubblicazione di alcune opere.

Il saggio Libro d’ombra (陰翳礼讃, In’ei raisan) viene pubblicato nel 1933, durante la seconda fase della sua produzione, e tratta del complesso tema dell’estetica giapponese e di come questa sia stata influenzata dal contatto con l’Occidente. Esplora inizialmente il problema, vissuto in prima persona, di conciliare le nuove comodità per l’ambiente domestico con un gusto tradizionale come il suo. Respinge poi il modello di toilette occidentale, denunciandone l’accecante bianchezza che mal si sposa con la natura del luogo.

Prosegue toccando gli argomenti più disparati, da cinema e musica a carta, architettura e arredamento, fino al teatro e alla figura della donna. Il filo conduttore delle sue considerazioni è l’amore per l’oscurità, per la penombra, culla della bellezza giapponese che, ormai annegata da una nuova e abbagliante luce elettrica, costringe il popolo del Sol Levante ad abbandonare il suo antico gusto.

Il lettore italiano del ventunesimo secolo fatica forse a carpire la natura di questa bellezza occultata dall’ombra tanto cara a Tanizaki; riconosce tuttavia con facilità problematiche da lui denunciate quali il consumo sfrenato di energia, l’inquinamento luminoso e la deforestazione, tutto in nome di un progresso talmente rapido da apparire sconcertante.

Complessivamente, l’opera pone un quesito fondamentale: che aspetto avrebbe avuto il Giappone, se non si fosse assoggettato così drasticamente agli usi e all’estetica occidentali? Lungi dal rinnegare gli evidenti vantaggi delle nuove tecnologie, Tanizaki immagina un Giappone più autentico, dallo sviluppo forse rallentato rispetto all’Occidente, ma indubbiamente più fedele a sé stesso; quest’idea di Paese è tuttavia destinata a rimanere perduta nel buio dell’ipotesi, mentre la realtà illuminata dal progresso incessante ne è più distante che mai.

Recensione di Isabella Sgargi

Il dominio della luce || Recensione

Autrice: Tsushima Yūko
Traduzione: Maria Teresa Orsi
Editore: Safarà Editore
Edizione: 2023

Tsushima Yūko (1947-2016) nasce a Tōkyō e si afferma come scrittrice negli anni Settanta, raggiungendo la celebrità con il romanzo Il figlio della sfortuna (寵児 Chōji) nel 1978. Le sue opere trattano spesso di madri single e personaggi ai margini della società giapponese, fondendo temi personali e politici. Figlia del rinomato scrittore Dazai Osamu, nel corso della sua carriera Tsushima Yūko vince numerosi premi, inclusi il Premio Izumi Kyoka (1977), il Premio per la letteratura femminile (1978) e il Premio Noma (1979). Hikari no ryōbunIl dominio della luce (光の領分 Hikari no ryōbun) viene serializzato nella rivista letteraria Gunzō dal 1978 al 1979.

La storia racchiusa nel romanzo è narrata da una donna di cui non conosciamo il nome, una madre che vive con sua figlia e che sta cercando di finalizzare il divorzio con suo marito, Fujino. Il matrimonio si è concluso da un po’, ma lei fa ancora difficoltà a capacitarsene: sin da quando erano studenti, la sua vita era dipesa profondamente da lui, a favore del quale aveva fatto innumerevoli concessioni.

Presto però si decide a dare una svolta alla sua vita, decidendo per il bene suo e della bimba di allontanarsi dall’uomo che le aveva detto addio per primo. Dopo lunghe ricerche, si trasferisce nella sua nuova casa; locata in una posizione tranquilla, si tratta di uno spazio confortevole e pieno di finestre. La luce che lo inonda non appena si apre la porta piace tanto a lei quanto alla sua bambina, e rende le stanze così luminose da riempirla di un effimero sentimento di speranza.

Le giornate della protagonista procedono ad un ritmo costante, e in esse si alternano il prendersi cura della bimba di tre anni, il lavoro presso la nastroteca e le uscite occasionali. I problemi, però, non tardano ad irrompere nella vita tranquilla che sta cercando di costruire con tutte le sue forze. Tra i comportamenti sempre più incomprensibili di sua figlia, vicini scortesi e sogni incomprensibili, la donna fatica a muoversi a testa alta nella società che la circonda e che sembra porle esclusivamente muri e giudicarla.

Il passare del tempo non fa che mettere in evidenza quanto la narratrice si senta a tratti inadeguata, a tratti impotente: ci viene rivelato tutto, anche i suoi pensieri più intimi e le contraddizioni di cui non sempre si rende conto. Allo stesso tempo, però, la giovane sente nascere in sé pure qualcosa di nuovo – il forte desiderio di riprendere il controllo sulla sua quotidianità, decidendone lei stessa le premesse. Dalla penna di Tsushima Yūko nasce dunque un’opera che in dodici brevi capitoli esplora la complessità dell’essere donna, e in particolare della difficoltà di doversi prendere cura di se stessa, della propria figlia e dei rapporti con chi è esterno a questo piccolo, autonomo nucleo.

Recensione di Martina Gruden

 

Armonie di primavera || Concerto

L’associazione Takamori è lieta di invitarvi al concerto Armonie di Primavera, che si terrà domenica 31 maggio presso il Museo internazionale e biblioteca della musica a Bologna.

Il concerto rappresenterà un punto d’incontro tra la musica giapponese e quella italiana. A esibirsi saranno Arimitsu Yasuko come soprano e Claudio Cirelli al pianoforte.

Arimitsu Yasuko si diploma in canto lirico presso la Scuola Superiore di Kagoshima, frequentando successivamente il conservatorio Shōwa di Tōkyō. Formata con docenti di alto calibro, inizia ad esibirsi in numerosi concerti e opere in Italia e all’estero, ricevendo anche supporto per la realizzazione di concerti-recital con lei come protagonista. In Giappone, partecipa a joint concert annuali in teatri di rilievo specialmente a Kagoshima e a Tōkyō. è molto attiva anche sul territorio bolognese, e prende parte più volte a workshop internazionali di canto lirico.

Claudio Cirelli si diploma in pianoforte al Conservatorio di Musica Arrigo Boito di Parma. Fondatore del Quartetto Florestano, continua a affinare le sue capacità spaziando anche nel repertorio vocale e frequentando corsi di perfezionamento cameristico. Si esibisce in svariate stagioni concertistiche di prestigio e numerosi programmi sinfonico-concertistici, partecipando a 82 titoli operistici e 180 produzioni liriche. Attualmente insegna presso il Conservatorio di Parma.

Il programma è come segue:

Son bella pastorella – Gioachino Rossini (canzonetta da camera, 1835)
Le Violette – Alessandro Scarlatti (aria da camera, ca. 1690)
Ave Maria – attribuita a Giulio Caccini (in realtà Vladimir Vavilov, 1970) 550
Karatachi No Hana – Yamada Kosaku, poesia di Kitahara Hakushū (1925)
Kono Michi – Yamada Kosaku, poesia di Kitahara Hakushū (1927)
Sōshunfu – Nakada Akira, poesia di Yoshimaru Kazumasa (1913)
Nella fantasia – Ennio Morricone, dal film The Mission (1986)
Chi il bel sogno di doretta – Giacomo Puccini, dall’opera La rondine (1917)

pianoforte solo

Variazione pianistica su Tosca – Claudio Cirelli (2020 ca.)
Vissi d’arte – Giacomo Puccini, dall’opera Tosca (1900)
La danza (tarantella napoletana) – Gioachino Rossini, da Soirées musicales (1835)

Quando:

Domenica 31 maggio 2026 alle ore 17:00

Dove:

Museo internazionale e biblioteca della musica
Strada Maggiore 34, 40125 Bologna (BO)

Per info e biglietti si prega di scrivere a: info@takamori.it

 

Onnazaka || Recensione

Autrice: Enchi Fumiko
Traduzione: Lydia Origlia
Editore: Safarà Editore
Edizione: 2017

Enchi Fumiko (1905-1986) nasce a Tōkyō con il nome Ueda Fumi, che cambierà in Fumiko nel 1928. Cresce in una famiglia di intellettuali appassionati di letteratura classica giapponese e di teatro kabuki, ricevendo così un’educazione che influenzerà profondamente la sua produzione artistica. Il suo successo in ambito letterario risale al 1954, quando vince il premio per la letteratura femminile Joryūbungakushō. Il romanzo Onnazaka. Il sentiero nell’ombra (女坂 Onnazaka) viene pubblicato nel 1957 e si aggiudica il premio Noma nello stesso anno. Il titolo dell’opera fa riferimento al sentiero secondario che porta al santuario shintō; l’onnazaka, accesso dedicato alle donne, è più lungo e prosegue a lato rispetto alla strada percorsa dagli uomini, più frontale e veloce.

Il romanzo è dunque, come ci si può immaginare, un intrecciarsi di storie di donne che vivono una vita nell’ombra, percorrendo un sentiero laterale creato da un’oppressiva società patriarcale. Tra queste figure femminili, spicca Tomo Shirakawa, che è cresciuta nel confuso periodo prima della Restaurazione e trova il suo unico scudo nell’affidarsi con tutta se stessa alla morale vigente. Le sue energie vengono profuse nella famiglia, al cui centro vi è il marito Yukitomo, primo segretario della prefettura di Fukushima e da tempo instancabile donnaiolo.

Onnazaka. Il sentiero nell’ombra inizia con l’arduo e opprimente compito che viene assegnato a Tomo dal marito: mandata a Tōkyō in compagnia della figlia Etsuko e della cameriera Yoshi, deve tornare a casa portando con sé una concubina per Yukitomo. La donna, all’apparenza, pare impassibile: la sua espressione rimane inflessibile quasi come una maschera nō, e sulle sue labbra aleggia un sorriso elusivo. Però, a guardarla con più attenzione, vi è modo di notare, in contrasto con i suoi gesti controllati, uno sguardo intenso che lascia trapelare la sua sofferenza.

Dopo aver incontrato numerose giovani ragazze, Tomo fa ricadere la sua scelta su Suga, venduta ai Shirakawa per i loro problemi finanziari della famiglia; ha quindici anni, è istruita nella danza ed è caratterizzata da una peculiare bellezza. Arrivata alla dimora dove passerà lunghi anni, è ancora all’oscuro del fatto che è stata ingaggiata per essere non solo la personale cameriera del padrone di casa. Tomo la guarda mentre gioca con le bambole insieme a Etsuko, e non può fare a meno di sentirsi complice nella crudele infamia avvenuta nei confronti della giovane.

Il lettore seguirà gli avvenimenti presso la dimora degli Shirakawa fino alla vecchiaia di Tomo, dal suo accantonamento da parte del marito a favore di Suga fino all’arrivo di un’altra concubina, Yumi, e alla nascita di nuove generazioni. La donna farà del mantenimento dell’armonia familiare – quantomeno all’esterno – il suo scopo ultimo, continuando a muovere tenacemente le fila della casa dietro le quinte anche per rimediare alle sdegnose azioni del marito. La sua fede nella morale, però, andrà pian piano scemando, culminando infine in un liberatorio sfogo mentre si sta avvicinando alla morte, un grido di rabbia che darà voce a tutti i sentimenti che non aveva mai potuto esternare.

Recensione di Martina Gruden