37 Seconds ー HIKARI

37セカンズ

37 Seconds

(Giappone, 2019)

Regia: HIKARI

Cast: Kayama Mei, Kanno Misuzu, Daitō Shunsuke, Watanabe Makiko

Genere: drammatico

Durata: 115 minuti

37 Seconds è un film di genere drammatico del 2019 diretto dalla regista HIKARI. È stato presentato alla 69ᵃ edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino dove ha vinto il Premio CICAE (Confederazione Internazionale dei Cinema d’Essai) e il Premio del pubblico nella sezione Panorama. Nel 2020 è reso disponibile dalla piattaforma Netflix sottotitolato in italiano.

Il viaggio di Yuma

Yuma (Kayama Mei) è una mangaka che vive sulla sedia a rotelle a causa di una paralisi cerebrale infantile. La giovane è una scrittrice brillante, con ottime capacità grafiche e un grande immaginario visivo, ma lavora come ghostwriter. A prendersi il merito del suo lavoro è invece Sayaka, ragazza di bella presenza. Intrappolata dalla società e dagli obblighi familiari, sogna un giorno di riuscire a diventare un’autrice di successo e di condurre la sua vita secondo i propri termini. Dopo un colloquio con la redattrice di una rivista di manga erotici, che definisce le sue raffigurazioni di atti sessuali non abbastanza realistiche,  viene esortata a tornare quando avrà fatto più esperienza. Ma Yuma è decisa a prendere in mano la sua vita, e tra battute d’arresto e una prima esperienza fallimentare con un gigolò, intraprende un insolito viaggio verso la libertà sessuale e la liberazione personale. Grazie all’aiuto dei suoi nuovi amici Toshiya (Daitō Shunsuke) e Mai (Watanabe Makiko), Yuma raggiunge l’emancipazione tanto desiderata, ma con essa tornerà a galla anche un traumatico segreto di famiglia.

Voci nascoste

I paesi di cultura buddhista sono stati più lenti rispetto all’Occidente a riconoscere i diritti delle persone diversamente abili. Secondo la concezione della reincarnazione, infatti, gli handicap sono visti come una punizione dovuta a malefatte compiute nelle vite precedenti, e il Giappone non fa eccezione. 37 Seconds si pone proprio l’obiettivo, come dichiara la regista, di dare voce a chi tendenzialmente viene nascosto dalla società e non solo; a parlare anche della sfera sessuale e del desiderio di emancipazione presente in queste persone, come in chiunque altro.

Due mondi

Nella costruzione di questo particolare Bildungsroman, HIKARI spezza il film in due sequenze. Una prima parte caratterizzata da uno stile abbastanza aggressivo, puro pop nipponico, in linea con l’immaginario dei manga proprio della protagonista. Le immagini della città o dei palazzi sono spesso avvicinate a immaginari infantili: gli ambienti sono filtrati dall’occhio della protagonista, con sovrapposizioni di elementi fantascientifici, creando interessanti ibridi di staticità e movimento. Il cambiamento dei toni della seconda parte è evidente: il ritmo della narrazione rallenta e si carica di emozioni intense, non più mitigate dall’ironia delle prime sequenze. La parte del viaggio in Thailandia pone una netta contrapposizione tra i paesaggi metropolitani giapponesi, vivaci e incalzanti come la prima parte del film, e il paesaggio naturale thailandese, che ben si sposa con il tono più contemplativo e meditativo di queste sequenze.

— recensione di Vittoria Foschi


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Oh Lucy! – Una parrucca e la ricerca della felicità

Oh Lucy! (2018) 

オー・ルーシー!

di Hirayanagi Atsuko 平柳敦子

con Terajima Shinobu 寺島しのぶ, Josh Hartnett Yakusho Kouji 役所広司

Una donna invisibile

Kawashima Setsuko (Terajima Shinobu) è una donna di mezza età priva di stimoli: accanita fumatrice, vive sola in un caotico appartamento di Tokyo. Durante il giorno, lavora come semplice impiegata in un ufficio dove l’ipocrisia la fa da sovrana. Nonostante la capitale sia piena di opportunità, la sua vita sembra un totale fallimento. L’unica persona a lei vicina è la nipote Mika (Kutsuna Shiori), figlia di sua sorella maggiore Ayako (Minami Kaho); la ragazza lavora come cameriera e, per poter risparmiare il più possibile, è stata costretta ad abbandonare il ciclo di lezioni annuali di inglese al quale si era iscritta tempo prima. Su richiesta della nipote, essendo il corso altrimenti non rimborsabile, Setsuko decide pertanto di provare lei stessa una prima lezione gratuita.

 

La nascita di Lucy

All’ingresso dell’aula (situata in una sorta di locale a luci rosse), la donna incontra il californiano John Woodruff (Josh Hartnett), un insegnante di inglese decisamente fuori dall’ordinario. L’uomo, abbracciandola calorosamente e impartendole il minimo indispensabile per poter comunicare, le ordina di parlare esclusivamente in inglese durante le sue lezioni: a detta sua, è difatti necessario immedesimarsi completamente in un parlante nativo per assorbire ogni aspetto di una lingua. Pertanto, agli occhi di John, Setsuko sarà sempre e soltanto l’americana Lucy, una donna dai capelli biondi e ricci (da qui l’uso della parrucca), sicura di sé, spregiudicata e amante dell’avventura.

Il nome Lucy viene scelto in maniera totalmente casuale, pescando dei bigliettini da una scatola; lo stesso vale per il compagno di corso della donna, Tom, ossia il consulente per la sicurezza Komori Takeshi (Yakusho Kouji). Il nuovo alter-ego, tuttavia, risveglia in Setsuko dei sentimenti nascosti da tempo, un desiderio di emancipazione che mai avrebbe sperato di ottenere nella sua veste di quarantenne single; esso le offre finalmente l’opportunità di abbandonare l’eccessiva rigidità giapponese a favore di una rilassatezza e disinibizione tipicamente americane.

Il viaggio

Affezionandosi immediatamente al suo nuovo insegnante, la donna resta però spiazzata alla notizia che John è ritornato a vivere a Los Angeles insieme a Mika, con la quale aveva instaurato una relazione segreta. Setsuko, calatasi ormai completamente nei panni di Lucy, si avventura allora a fianco della sorella Ayako (nonostante la loro controversa relazione) in un viaggio on the road nel caldo ambiente californiano alla ricerca dei due fuggiaschi. Qui, tra studi di tatuaggi e motel squallidi, le due donne faticano a venire a patti con una realtà così diversa e a tratti incomprensibile.

Alla vista di un John così diverso e americano rispetto alla sua variante giapponese (più una sorta di skater, al contrario dell’uomo raffinato e composto, con tanto di occhiali da vista e capelli laccati che aveva conosciuto a Tokyo), Setsuko non perde però l’attrazione che prova dal giorno del loro primo incontro, un amore che simboleggia il suo desiderio di evasione da una vita triste e fallimentare. Il suo alter-ego è determinato a riscattarsi, a trovare finalmente quel briciolo di felicità tanto agognata. Nella creazione di questo viaggio interiore dai risvolti inaspettati, la regista Hirayanagi Atsuko (al suo primo lungometraggio) pone lo spettatore di fronte alle differenze e agli stereotipi che dividono le due metropoli (la disumanizzata e soffocante Tokyo vs. la calda e accattivante Los Angeles) in un turbinio di comicità, momenti drammatici, scontri linguistici e forti emozioni che rendono Oh Lucy! un film unico nel suo genere.

Ecco il trailer:

 

— recensione di Sara Martignoni


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My darling is a foreigner (2010)

  ダーリンは外国人

My darling is a foreigner 

(Giappone, 2010)

Regia: Ue Kazuaki

Cast: Inoue Mao, Jonathan Sherr

Genere: commedia, sentimentale

Durata: 100 minuti

Tratto dal manga ダーリンは外国人 (Darling wa gaikokujin) di Oguri Saori, racconta l’esperienza autobiografica dell’autrice con il giornalista americano Tony Laszlo.

 

Essere un 外国人 (gaikokujin)

Nel film Saori, il cui sogno è diventare disegnatrice di manga, vede Tony, per caso, sul treno e, subito dopo, lo incontra durante un evento a cui entrambi stanno lavorando. Lui è un appassionato di lingua giapponese e, infatti, la parla fluentemente. Tuttavia, è comunque considerato un “gaikokujin“, uno straniero. Questo emerge già da una delle prime scene, in cui lui chiede informazioni per strada in perfetto giapponese ma, in un primo momento, viene liquidato con un “non parlo inglese”, finché non usa una forma più dialettale e riesce ad ottenere l’attenzione del passante.

Il tema è riproposto poi con l’incontro tra Tony e la famiglia di Saori, in occasione del matrimonio della sorella. I genitori di Saori scambiano inizialmente Tony per l’officiante della cerimonia (avendo entrambi tratti occidentali), per poi rimanere stupiti e delusi quando viene presentato loro come il fidanzato della figlia. La madre inizialmente si lamenta della situazione, ma poi finisce per accettare Tony e farlo sentire incluso. Cosa che non avviene, invece, con il padre, che si dichiara contrario e fermamente deciso a non accettare la relazione.

La situazione cambia con la morte improvvisa del padre di Saori. Oltre al dolore per la perdita, la giovane sente il peso della definitiva non accettazione di Tony, il quale a sua volta si sente privato della possibilità di riscattarsi. Questo già sembra far vacillare le loro certezze riguardo alla relazione, inoltre Tony fa visita alla famiglia negli Stati Uniti aggiungendo la distanza fisica a quella emotiva.

Convivere con le differenze

A riportare equilibrio ci pensa la madre di Saori, che mostra alla figlia un libro comprato dal marito per imparare a fare conversazione in inglese. Questo prova che, a dispetto dell’apparente rigidità, era disposto a scendere a compromessi per la figlia e superare i propri limiti, linguistici e non. Inoltre, la madre racconta la storia della loro colazione “particolare” composta da toast e zuppa di miso. All’inizio del loro matrimonio, infatti, preparava al marito una colazione tradizionale, nonostante lei volesse dei semplici toast. Quando arrivò ad ammettere che ne aveva abbastanza, il marito, sorpreso, le rispose tranquillamente che poteva cucinare quello che voleva, purché ci fosse della zuppa di miso per lui. Così cominciò quella che poi diventò una tradizione di famiglia. La morale è che le diverse tradizioni possono convivere ed evolversi nel tempo, diventando a loro volta nuove tradizioni. La vita, di coppia e non solo, è riconoscere le differenze dell’altro, accettarle e condividerle.

Indirettamente, Saori ottiene anche l’approvazione del padre, trovando il coraggio di ricongiungersi con Tony.

Siamo tutti stranieri

Anche Saori, pur vivendo nel suo Paese di origine, sperimenta la sensazione di isolamento e incomprensione quando si ritrova circondata dagli amici di Tony, che parlano solo inglese tra loro e che lei fatica a capire. Quando poi raggiunge Tony in America, pensa tra sé “tutti stranieri”, per poi fermarsi e capire che è lei, lì, ad essere la straniera. Sono il contesto e il punto di vista a fare la differenza. Siamo tutti stranieri quando ci allontaniamo dalla nostra casa, dai nostri cari, dalle nostre abitudini e dalla nostra lingua. Eppure è proprio attraverso la lingua che possiamo sentirci accolti e accogliere l’altro. Saori, arrivata in America, durante una cena con la famiglia di Tony, tira fuori un foglio di carta per leggere un discorso in inglese che si era preparata. Con sua sorpresa, anche gli altri hanno fatto lo stesso, e la ringraziano per la cena con un “Gochisousama”. 

Conclusioni

È una commedia carina e dolce, che tratta in modo leggero quello che è un tema sempre più comune, in un mondo come il nostro in cui le persone si trasferiscono anche molto lontano dal proprio Paese. Le barriere linguistiche, culturali, sociali ci sono, ma possono essere abbattute. Le tradizioni e le società sono un prodotto umano e, come tali, si possono sempre evolvere nel tempo e arricchire grazie alla “diversità”.

 

—  recensione di Cecilia Manfredini.


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A Long Goodbye ー Nakano Ryōta

長いお別れ

A Long Goodbye

(Giappone, 2019)

Regia: Nakano Ryōta

Cast: Aoi Yū, Takeuchi Yūko, Matsubara Chieko, Yamazaki Tsutomu

Genere: family, drammatico, medical

Durata: 127 minuti

A Long Goodbye (長いお別れ) esce nelle sale giapponesi il 31 maggio 2019 e viene diretto dal noto Nakano Ryōta, regista delle pellicole Capturing Dad e Her Love Boils Bathwater.  Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Nakajima Kyōko, il quale si aggiudica il prestigioso premio letterario Chūōkōron (中央公論文芸賞) e il premio Iryōshōsetsu (日本医療小説大賞), specializzato in medical fiction.

La trama

La storia raccontata è quella della famiglia Higashi: i coniugi Shōhei e Yōko vivono da soli a Shizuoka, mentre le figlie ormai adulte conducono le proprie vite. In occasione del settantesimo compleanno del capofamiglia, le due sorelle vengono invitate dalla madre a far visita ai genitori, e qui scoprono il reale motivo della chiamata. Infatti, da almeno sei mesi il padre comincia a mostrare i primi segni di demenza, che poi si rivelerà essere un vero e proprio principio di Alzheimer. Da qui la tacita richiesta della madre di starle accanto durante un momento così difficile, e le conseguenti scelte delle due figlie, che andranno a incidere sulla loro vita privata. Se la maggiore, Mari, fatica a essere presente a causa del marito e del figlio Takashi, con i quali vive in America, la giovane Fumi cerca di conciliare il sogno di lavorare nella ristorazione a Tokyo con questo nuovo aspetto della sua vita. La famiglia Higashi riscoprirà giorno dopo giorno un uomo nuovo: non più l’austero preside scolastico, non più il padre severo, non più il marito coraggioso. Al suo posto, troveranno un uomo che tenta di esprimersi diversamente e che, nei suoi frequenti silenzi, riuscirà a comunicare come non aveva mai fatto prima. Attraverso i suoi ricordi più dolci, la famiglia cercherà di costruirne di nuovi, rendendo questo “lungo addio“, l’occasione per riunirsi e fortificare i legami più importanti.

L’Alzheimer attraverso gli occhi di un maestro

Higashi Shōhei, noto preside e insegnante di scuola, comincia ad avvertire i primi segnali dell’Alzheimer all’età di settant’anni. Sebbene inizialmente si manifesti con difficoltà di orientamento e leggeri vuoti di memoria, l’uomo vedrà presto scomparire anche le identità delle persone a lui più care. Eppure, nonostante non riconosca quasi più i membri della sua famiglia, il suo amore per la cultura sembra accompagnarlo fino ai suoi ultimi istanti. Per tutta la durata del film lo vediamo leggere vari volumi – un libro fra tutti, Kokoro di Natsume Sōseki – e fare esercizi di scrittura di kanji molto complessi. Da questa sua caratteristica, il nipote Takashi comincerà a chiamarlo “kanji master”, provando una grandissima ammirazione nei confronti del nonno.

Shōhei ci fa quindi capire che la passione può talvolta superare la malattia, facendo sì che la demenza non impedisca di compiere azioni come leggere, scrivere, suonare uno strumento. Allo stesso modo, l’uomo non dimentica l’amore che prova verso la moglie e le figlie, e ne diventa “maestro”. Per la prima volta riesce ad aiutarle nel momento del bisogno e prova emozioni nuove, quali gratitudine, orgoglio e commozione.

Super-aging: l’invecchiamento nella società giapponese

Dal 2006 il Giappone è al primo posto fra le super-aging societies, ovvero gli stati in cui la popolazione “anziana” è molto alta rispetto a quella dei giovani. In particolare, in una decina di anni il Giappone ha portato la popolazione sopra i 65 anni a oltre un quarto di quella totale, con la previsione che entro il 2050 possa raggiungere un terzo – ricordiamo che l’Italia è in seconda posizione con più di un quinto. In una situazione del genere, l’invecchiamento della popolazione è diventato un argomento molto discusso in Giappone, rendendo molto più frequenti anche gli accenni alle varie forme di demenza che ne conseguono.

Tuttavia, se è vero che per il 2025 la demenza colpirà un anziano su cinque, il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare sta mettendo in atto piani specializzati per la normalizzazione della malattia. L’obiettivo è infatti quello di creare delle comunità in cui le persone possano vivere insieme e non sentirsi escluse dalla società. Qui possono essere seguite anche nello sviluppo della demenza, cercando di utilizzare esercizi e attività che aiutino i pazienti al recupero della memoria. Dato per certo che attualmente non ci sia una vera e propria cura per questa malattia, è rilevante l’impatto che un trattamento del genere possa avere su un anziano con demenza. L’amore familiare, il continuo allenamento della memoria e un ambiente del tutto inclusivo, possono ridare dignità a chi pensava di averla perduta per sempre.

Nonostante il romanzo trattasse di un padre con l’Alzheimer, mi ha fatto ridere e dato conforto.

Il film che volevo realizzare doveva essere esattamente così.

Nakano Ryōta

A Long Goodbye è un film dolce e malinconico, e ci mette di fronte alla paura di perdere una persona cara. Attraverso le piccole azioni quotidiane della famiglia Higashi, partiremo per un viaggio alla riscoperta dei ricordi più profondi, delle parole mai dette e delle emozioni più intime. Aggrappatevi alla giostra!

 

ー recensione di Laura Arca


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A boy and his samurai (2010)

ちょんまげぷりん Chonmage Purin

Regia: Nakamura Yoshihiro

Cast:  Nishikido Ryo, Tomosaka Rie, Suzuki Fuku

Genere: Commedia

Durata: 1h 48 min

Basato su “Fushigi no Kuni no Yasubei” dello scrittore Araki Gen

 

Trama

Yasube Kijima è un giovane samurai del periodo Edo, che improvvisamente viene trascinato da forze misteriose in un viaggio nel tempo di 180 anni e finisce per ritrovarsi nella Tokyo del XXI secolo. Per caso incontra Hiroko, giovane donna divorziata e madre del piccolo Tomoya. Nonostante le incomprensioni iniziali, i due aiutano Yasube, ospitandolo a casa loro in attesa di trovare una soluzione e il samurai per sdebitarsi inizia ad occuparsi della casa e di Tomoya mentre Hiroko è a lavoro. Questa convinvenza riesce a dare a ognuno di loro quello di cui aveva bisogno: a Hiroko più tempo per concentrarsi sul lavoro ed essere presa sul serio, a Tomoya una figura maschile di riferimento in assenza del padre, infine a Yasube uno scopo nella vita. Infatti, il samurai scopre di avere grande talento nella pasticceria, finendo per competere in uno show televisivo con Tomoya. Come reagirà Yasube alla scoperta della sua nuova vocazione? Riuscirà a non trascurare i legami che ha costruito?

 

 

Tradizione o modernità?

Il dualismo principale che il film mette a confronto è tra passato e presente, tradizione e modernità. Lo stesso Yasube si impegna nella pasticceria come se fosse una sfida tra la sua Edo e la Tokyo in cui è come un pesce fuor d’acqua. Le differenze che spiccano a livello di lingua, abbigliamento e abitudini sono usate come mezzo per divertire lo spettatore creando straniamento, ma allo stesso tempo offrono spunti di riflessione riguardo a tematiche sociali attuali.

Una delle questioni che emergono è quella dei ruoli di genere. Il protagonista è, infatti, un samurai che proviene da un periodo in cui erano gli uomini a garantire la sopravvivenza e sicurezza della famiglia, mentre le donne rimanevano a casa e si occupavano dei figli. Invece, nella Tokyo moderna, Hiroko è una delle tante madri single che devono occuparsi contemporaneamente del lavoro, dei figli e della casa. Per Yasube non è facile comprendere il desiderio di indipendenza e di emancipazione di Hiroko, che ha divorziato proprio perché il marito le chiedeva insistentemente di smettere di lavorare. Quando il samurai afferma che per lui è normale e giusto che una donna rinunci alla carriera per occuparsi della famiglia, Hiroko risponde:

“Forse a Edo! Ma qui siamo a Tokyo.”

Nonostante le profonde differenze culturali, Yasube riesce ad abituarsi ai cambiamenti, grazie alla sua determinazione e disciplina tipiche di un samurai. I lavori domestici e la cucina diventano per lui un dovere da compiere al meglio e un modo per mostrare la sua riconoscenza, portandolo a diventare un punto di riferimento per la famiglia. Hiroko si affeziona e comincia a vedere in lui quello che il suo ex-marito non era riuscito ad essere. Per Tomoya, poi, quello strano personaggio venuto dal passato, con la sua spada e abbigliamento da guerriero, è la figura esemplare e rassicurante di cui aveva bisogno.

Un’altra questione trattata è, infatti, quella della paternità, che si pone quando Yasube viene chiamato a partecipare al “concorso di pasticceria per padri e figli“. Sebbene il regolamento prevedesse un legame biologico tra i concorrenti, Yasube rivendica il suo ruolo, convincendo i giudici che le cure quotidiane verso Tomoya sono sufficienti a definirlo padre.

Conclusioni

L’interrogativo che rimane è: passato e presente possono convivere? Yasube sceglierà di rimanere a Tokyo con la sua nuova famiglia, o finirà per tornare a Edo? E se rimarrà, in che modo? La risposta si trova nella pasticceria.

 

— di Cecilia Manfredini.


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PETAL DANCE (ペタルダンス)

PETAL DANCE

ペタルダンス

(Giappone, 2013)

Regia:  Ishikawa Hiroshi

Cast:  Miyazaki Aoi, Kutsuna Shiori,  Ando Sakura

Genere: cinema d’autore

Durata: 90 minuti

 

Petal Dance è un film del 2013 scritto e diretto da Ishikawa Hiroshi. Regista poco prolifico ma dalla grande sensibilità, Ishikawa avvia la sua carriera cinematografica nel 2002 con il dramma Tokyo.Sora, ottenendo grande successo in particolare per il dramma romantico del 2005 Su-ki-da (好きだ), per cui vince al New Montreal Film Festival l’Iris d’Argento come Miglior Regista. Quello che proponiamo oggi è il suo terzo lungometraggio.

Petal Dance è un film delicato e meditativo, che ci presenta delle giovani donne apparentemente smarrite e in cerca di risposte, le quali partiranno per un road trip che le porterà a scoprire meglio se stesse.

Jinko ( Miyazaki Aoi) e Motomo ( Ando Sakura) sono amiche dai tempi dell’università: la prima sta vivendo una relazione in procinto di decollare, la seconda è uscita invece da un matrimonio. Entrambe sono intenzionate a rivedere la compagna di studi Miki ( Fukiishi Kazue), ora ricoverata in un ospedale psichiatrico a causa di un tentato suicidio. Decidono quindi di andarla a trovare e Motomo si fa prestare la macchina dall’ex-marito. La giovane Haraki ( Kutsuna Shiori), incontrata per caso da Jinko alla fermata del treno, si offre di fare loro da autista accompagnandole nel nord del paese per raggiungere Miki, ignara della loro visita. Una volta raggiunta, le quattro ragazze si recano insieme sulla riva di un mare gelido, simbolo di rinascita e punto di approdo di un percorso che le vede silenziosamente avvicinarsi l’una all’altra.

I colori dominanti – il blu e il grigio – delineano insieme al clima gelido un’atmosfera sospesa e malinconica, la quale funge da spazio di riflessione per le protagoniste. La comunicazione tra di loro avviene spesso tra gesti, lunghi silenzi e sguardi; le vediamo in contemplazione di una natura che appare in costante evoluzione e cambiamento, che le spinge a guardare avanti, nonostante dubbi e rimpianti. Ishikawa pone il focus sull’interiorità dei personaggi e sulla loro percezione del mondo esterno, mostrandoci delicatamente gesti e momenti del quotidiano nella loro semplicità, come per esempio il volo di un aereo scrutato attraverso le dita di una mano da parte di Jinko o i desideri espressi da Haraki ogniqualvolta veda volare qualcosa nel cielo.

La libertà espressiva offerta ai personaggi e la splendida cinematografia regalano momenti di pura poesia, volti a farci apprezzare la quotidianità e il mondo in cui ci troviamo, per quanto trovare la forza di andare avanti possa apparire talvolta gravoso. Fermarsi a riflettere e rallentare per un attimo il passo può essere la chiave capace di farci cogliere la bellezza. La scena conclusiva, in cui le ragazze si soffermano per percepire la forza del vento che le colpisce, lo dimostra. L’atmosfera malinconica di cui è pervaso il film assume nel finale un carattere positivo; le protagoniste lasciano indietro dubbi e dissapori, per rivolgere con ottimismo lo sguardo al futuro.

La mancanza di tensione drammatica e l’esilità della trama potranno rendere Petal Dance poco appetibile per alcuni; il suo fascino sta, tuttavia, nella serenità trasmessa, grazie soprattutto alla contagiosa spontaneità delle ragazze.

 

– di Daniele Cavelli


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