Journey to the Shore (岸辺の旅) (2015)

Journey to the Shore, 岸辺の旅

(Giappone, 2015)

Regia: Kurosawa Kiyoshi

Cast: Asano Tadanobu, Fukatsu Eri

Genere: drammatico, sentimentale

Durata: 128 minuti

 

Journey to the Shore è un film drammatico del regista Kurosawa Kiyoshi, presentato al Festival di Cannes nel 2015 nella sezione Un Certain Regard, per cui ha vinto il premio per la miglior regia. La rivista francese Cahiers du cinéma l’ha posizionato al decimo posto nella lista dei miglior film del 2015.

La trama

Il film racconta la storia di Mizuki, un’insegnante di pianoforte, il cui marito, Yusuke, è scomparso da tre anni. Improvvisamente Yusuke torna a casa, facendole visita come fantasma, rivelando di essere morto in mare. Vuole mostrarle i posti in cui è stato prima di morire e farle conoscere le persone che lo hanno aiutato, così la invita con sé in un viaggio verso la costa, che si rivelerà essere per lei un viaggio alla riscoperta di sé.

L’elemento soprannaturale, sicuramente influenzato dal passato del regista, divenuto famoso come regista di horror, si inserisce nella cornice della storia con leggerezza e intimità, rendendo a tratti difficile distinguere i vivi dai non vivi. Il risultato è un equilibrio esatto tra metafisica e realismo, immaterialità e corporeità: se i vivi sembrano quasi sparire, la presenza dei morti non è motivo di sorpresa per loro, e ha conseguenze tangibili e reali.

 

Nonostante la fotografia sia caratterizzata da colori scuri e freddi, e gli argomenti trattati sono di un certo spessore – l’elaborazione del lutto, la solitudine, il perdono, – il film trasmette un senso di tranquillità e di pace, ostacolato forse solo dai ritmi eccessivamente lenti e contemplativi, che lo rendono a tratti ridondante.

Se inizialmente la scelta degli argomenti trattati può sembrare banale, la prospettiva da cui vengono analizzati – da vicino, come se venissero visti attraverso le lenti di un microscopio – è del tutto originale. La parentesi soprannaturale è così assurda da apparire normale, perché nel mondo di Kurosawa, dove i confini tra la vita e la morte si intersecano, tutto è concesso.

Degne di nota sono la colonna sonora, malinconica al punto giusto, in perfetta linea con l’atmosfera della pellicola, e l’interpretazione dell’attrice protagonista, Fukatsu Eri, abilissima nel comunicare i tumulti interiori di Mizuki e la sua crescita personale, dal risentimento iniziale al perdono finale.

 

— recensione di Giorgia Caffagni.

 

 

Day and Night (2019)

Day and night, デイアンドナイト

(Giappone, 2019)

Regia: Michihito Fujii

Cast: Shinnosuke Abe, Masanobu Andō, Kaya Kiyohara

Genere: Drammatico, Crime

Durata: 134 minuti

La trama

Il film segue le vicende di Koji Akashi subito dopo il suicidio del padre, che improvvisamente sembra al figlio uno sconosciuto. La sua morte infatti getta sulla sua figura molte ombre al punto che Koji comincia a chiedersi chi fosse davvero, fino a mettere in dubbio la sua moralità. Il giovane comincia dunque a indagare sulla vita del padre, cercando chi lo conosceva e interrogandosi sulle azioni da lui compiute in vita. Arriva così a fare la conoscenza di Kitamura, il direttore di un orfanotrofio locale, che il padre di Koji sosteneva con il suo lavoro. Questa scoperta riaccende la speranza nel giovane, che comincia anch’egli a lavorare per gli orfani e per Kitamura, cercando di ripercorrere quelle che sembrano le orme migliori del genitore. Solo dopo qualche tempo il ragazzo si renderà conto che la struttura dell’orfanotrofio si regge su traffici criminali gestiti dallo stesso Kitamura. Koji dovrà allora decidere se entrare a far parte di questo meccanismo, come suo padre, per il bene dei bambini, o restare legato ai propri concetti netti e definiti di “bene” e “male”.

Moralità, conflitto interiore

Tutto il film si basa sulla dicotomia tra Bene e Male, Giusto e Sbagliato. Koji si tormenta interiormente sulla vita del padre, non riuscendo a capire se egli fosse una “brava” o una “cattiva” persona. I ricordi gli presentano un uomo buono, affettuoso e premuroso, ma le ultime azioni della sua vita sembrano invece ritrarre una spia e un criminale che ha lasciato la propria famiglia in balia dei propri nemici togliendosi la vita. Quale di questi due opposti profili corrisponde alla figura di suo padre?

Le pause, i lunghi silenzi e la lentezza delle scene concorrono alla profonda riflessività del film su temi complessi: la moralità, il bene e il male, ma anche il senso di colpa, la cura delle persone amate, il perdono e l’amore. Quanto ci si può allontanare dal Bene in vista di un “bene superiore”? Koji troverà la sua risposta attraverso la propria esperienza, muovendosi e rapportandosi con altri personaggi, come Kitamura, ma anche Nana, una ragazza dell’orfanotrofio ormai maggiorenne che deve fare i conti con il proprio futuro. È chiaro che però ogni scelta ha delle conseguenze e alla fine Koji dovrà rendere conto delle sue, confrontandosi con la persona che è diventato, con il passato di suo padre che non lo abbandona e con la legge.

 

— recensione di Giulia Zeni.

The Light Shines Only There (2014)

The Light Shines Only There, そこのみにて光輝く

(Giappone, 2014)

Regia: O Mipo

Cast: Ayano Gō, Ikewaki Chizuru, Suda Masaki

Genere: drammatico

Durata: 120 minuti

 

The Light Shines Only There è il secondo lungometraggio della regista giapponese, di origini coreane, O Mipo. Nel 2015 è stato selezionato come proposta del Giappone per essere nominato agli Oscar nella categoria Miglior film straniero, ma non è rientrato tra i cinque finalisti. Nonostante ciò ha avuto molto successo a livello sia internazionale sia locale, vincendo il premio di miglior film allo Yokohama Film Festival ed essendo scelto come miglior film del 2015 dall’acclamata rivista cinematografica Kinema Jumpo.

La trama

Il film racconta la storia di Tatsuo, trasferitosi sulla costa in seguito a un incidente di lavoro in una cava, nelle montagne dell’ Hokkaidō. Logorato dai sensi di colpa, Tatsuo passa le giornate a bere e a girovagare per la città. Tuttavia un giorno in una sala di pachinko incontra Takuji, un giovane in libertà vigilata, che lo invita a casa sua, nella periferia della città. La sua vitalità eccessiva e i suoi atteggiamenti infantili sono in forte contrasto con il luogo in cui vive, un edificio buio e spoglio nei pressi della spiaggia. Lì Tatsuo ha modo di conoscere la sua famiglia: il padre, malato; la madre, dai modi rudi; la sorella maggiore, triste e malinconica. L’attrazione tra i due è chiara fin dal primo sguardo, ma il loro rapporto è messo a dura prova dalle loro vite difficili, da cui tentano di fuggire nella speranza di un futuro migliore.

 

 

I personaggi hanno una caratterizzazione ben definita, e nella loro disperazione risultano sinceri e reali. Tra tutti a spiccare è Chinatsu, grazie alla brillante interpretazione di Ikewaki Chizuru. Tra lei e Tatsuo si sviluppa un rapporto di mutua comprensione, germogliato dai lunghi scambi di sguardi, carichi di tensione e desiderio. Il loro dolore, che li rende irrimediabilmente fragili e umani, è il loro punto di incontro. Se i dialoghi sono scarni e rivelano l’inettitudine dei protagonisti, la fotografia, con i suoi colori cupi, trasmette in maniera puntuale le emozioni dei personaggi. Proprio quando sembra non esserci più speranza per loro, l’arancione del tramonto nella scena conclusiva scalda lo schermo, suggerendo che un mondo migliore da qualche parte c’è.

 

— recensione di Giorgia Caffagni

 

Love Letter (1995)

 

Love Letter, ラブレター

(Giappone, 1995)

Regia: Iwai Shunji

Cast: Nakayama Miho, Toyokawa Etsushi

Genere: drammatico, sentimentale

Durata: 117 minuti

 

Caro Fujii Itsuki, come stai?

Io sto bene…

Love Letter racconta la storia di Watanabe Hiroko, una giovane donna di Kobe che ha perso il fidanzato due anni prima, in un incidente in montagna. La sua sofferenza è evidente fin dalla prima inquadratura, in cui la vediamo stesa sulla neve mentre trattiene il respiro, cercando di comprendere come si sia sentito Fujii Itsuki al momento della sua morte.

 

 

Mentre sfoglia il suo annuario scolastico, trova il suo vecchio indirizzo di Otaru, in Hokkaidō, e gli scrive una lettera nel tentativo di superare il proprio dolore. Inaspettatamente riceve una risposta da una donna con il suo stesso nome (interpretata dalla stessa attrice, Nakayama Miho), che era in classe con lui al liceo. Inizia tra le due una fitta corrispondenza, in cui condividono svariati essays writing service aneddoti e ricordi del defunto Fujii Itsuki. La storia si svolge quindi su due piani narrativi: gli anni del liceo, mostrati come un tempo felice, che non sarà possibile riavere indietro, e il presente, carico di nostalgia per quel passato che non c’è più. Nel ripercorrere i propri ricordi, la Fujii Itsuki del presente inizia a guardarli in maniera diversa, scoprendo qualcosa di nuovo, ma potrebbe essere troppo tardi.

Il film è una riflessione sul significato della memoria e sulla caducità della vita. Mentre le nostre storie rimangono invariate, la percezione che ne abbiamo può cambiare nel tempo. Ci sono casi in cui ricordare è estremamente doloroso, ma dei ricordi ci si nutre, servono per crescere e per andare avanti. Il modo in cui si affronta il passato non è lo stesso per tutti, e a volte è necessario trovare percorsi alternativi, come nel caso di Hiroko. I toni malinconici vengono ripresi anche dalla splendida colonna sonora: i personaggi si ritrovano a canticchiare per tutto il film Aoi Sangoshō di Matsuda Seiko, canzone che a quei tempi in Giappone era in cima alle classifiche.

Degno di nota è anche il titolo: se inizialmente sembra fare riferimento alla lettera d’amore spedita da Hiroko per superare la sua perdita, lo spettatore si renderà poi conto che le lettere d’amore sono molteplici, tra cui una ai tempi d’oro del periodo Showa, quando l’economia era all’apice, e il film stesso, che nella sua semplicità è una lettera d’amore al cinema.

Nonostante l’evocativa ambientazione invernale e il tema della perdita di una persona amata, è fortemente percepibile il calore nei rapporti tra i personaggi e il senso di catarsi provato dalle due donne nel guarire dai loro traumi del passato, rivelandosi un film che scalda il cuore.

 

 

— recensione di Giorgia Caffagni.

Kābē – Our Mother (2008)

母べえ

Kābē – Our Mother

(Giappone, 2008)

Regia: Yamada Yōji

Cast: Yoshinaga Sayuri, Asano Tadanobu, Dan Rei, Shida Mirai

Genere: drammatico, storico

Durata: 132 minuti

 

Kābē – Our Mother, uscito nelle sale il 26 gennaio 2008, si basa sull’opera autobiografica della scrittrice Nogami Teruyo, dal titolo 父へのレクイェム (Chichi he no requiemu – Requiem per mio padre).
Il film è disponibile sulla piattaforma Ray Play con i sottotitoli in italiano.

Kābē – Our Mother racconta le vicende di una modesta famiglia della Tokyo degli anni ’40. Madre (Nogami Kayo) e padre (Nogami Hisako), affettuosamente soprannominati dalle due giovani figlie “Kābē e Tōbē” , cercano di condurre una vita per quanto possibile normale, al riparo dal mondo esterno, profondamente colpito dalle dinamiche della Seconda guerra mondiale. La loro tranquilla vita viene però sconvolta dall’arresto di Tōbē, accusato di reato di opinione. L’uomo, professore universitario di lingua e letteratura tedesca, conosciuto per le sue idee liberali, viene portato via in una gelida notte invernale davanti agli innocenti sguardi delle figlie Teruyo e Hatsuko.

Tra il 1937 e il 1945 il Giappone è impegnato a combattere in due grandi conflitti: inizialmente nella Seconda guerra sino – giapponese e successivamente nella Seconda guerra mondiale. Il dolore della perdita, le rinunce e tutte le difficoltà quotidiane vengono riflesse dal microcosmo della famiglia Nogami. Questo film racconta la storia dal punto di vista dei civili, senza soffermarsi sulle grandi imprese, ma sulla vita di tutti i giorni di una famiglia come tante. Eppure nulla viene reso con eccessiva drammaticità: il razionamento del cibo, il coprifuoco, la censura. I protagonisti trovano sempre il modo di rendere il peso di tutte queste disgrazie più leggero, grazie anche all’aiuto di Yamazaki Toru, ex alunno del professor Hisako che si rivela essere un grande amico, una figura fondamentale per la famiglia Nogami.

Kābē si ritrova improvvisamente sola, con il dovere di mantenere la casa e le due bambine, contando solamente sul suo lavoro da supplente. La difficile situazione familiare viene aggravata dal peso dell’opinione pubblica e dalle continue insistenze del padre di Kayo nel spronarla a lasciare Hisako. Eppure, nonostante questo la signora Nogami non si sbilancia mai. Davanti alle numerose umiliazioni Kābē non perde mai il senno e si rifiuta fermamente all’idea di rinnegare il proprio matrimonio. La sua è una ribellione silenziosa, ma estremamente elegante, fatta di parole non dette, ma che lasciano comunque trasparire la sua grande forza interiore.
Anche l’amore genuino tra Kābē e Tōbē risalta perfettamente durante il film. Non si tratta di un sentimento pretenzioso, ma puro, basato sulla fiducia reciproca. Lo stesso amore i coniugi lo riservano alle figlie, spronandole ad essere se stesse, a dare sfogo alle proprie idee ed emozioni, anche in un periodo in cui esprimersi è vietato e viene duramente punito.

La voce narrante di una matura Teruyo guida l’intera narrazione, ripercorrendo i passi di una vita che ha messo tutti a durissima prova, ma che nello stesso tempo le ha permesso di crescere accanto a figure come quella di sua zia Hisako, che le ha trasmesso sin da piccola l’amore per l’arte.

Ciò che più colpisce è l’umanità che si fa strada nel cuore delle persone durante uno dei periodi più drammatici della storia del Giappone. Il film, i cui personaggi sembrano continuamente cercare i proprio baricentro, tocca con estrema delicatezza le nostre corde più intime e ci mostra il mondo attraverso lo sguardo amorevole che solo una madre può avere.

— recensione di Roxana Macovei 


Guarda anche:

Moe no Suzaku (1997)

Moe No Suzaku

 

(Giappone, 1997 )

Regia: Kawase Naomi

Cast: Jun Kunimura, Machiko Ono

Genere: Drammatico

Durata: 95 minuti

Nelle montagne di Nishiyoshino, nella prefettura di Nara, vediamo la quotidianità di una famiglia composta dal padre Kōzo, sua moglie Yasuyo, la nonna Sachiko e i due piccoli Michiru ed Eisuke, cugini. La costruzione di un tunnel dove dovrebbe passare il treno rappresenta un tema su cui si divide la comunità, formata soprattutto da anziani poiché i giovani sono scappati nelle grandi città. Kōzo è un fermo sostenitore di quest’opera e porta i due bambini a vedere il tunnel. 15 anni dopo, ancora nulla è cambiato. In un paesaggio che sembra essere sempre identico a se stesso, gli unici a cambiare sono i protagonisti della storia. Eisuke, ormai adulto, lavora; Michiru invece sta per finire le superiori. Il tunnel è inutilizzato, l’opera incompleta, l’orgoglio di Kōzo ferito.

“Suzaku è uno dei quattro grandi dei cinesi e controlla la zona sud dell’universo. Nishiyoshino è il luogo da sempre protetto da questo dio. Ho tentato, attraverso lo sguardo di questa divinità, di captare i rapporti fra i personaggi – il punto di vista della macchina da presa non appartiene nello specifico a nessuno dei personaggi – di descrivere le montagne e il vento che ha soffiato nel villaggio.”

Kawase Naomi, conosciuta in precedenza per i suoi documentari in 8 mm, pensa di girare un lungometraggio. Non avendo un budget adeguato, decide di cercare una piccola comunità rurale e di utilizzare i suoi abitanti come protagonisti. Questa è una scelta che bene si sposa con il cinema della regista; molto autentico, che trasuda familiarità e intimità. Una piccola comunità è il soggetto perfetto per un film tanto sincero, dove i contorni tra la realtà e la finzione si assottigliano. La vita che vediamo sullo schermo è all’apparenza monotona ma nasconde delle gioie che spesso, nella vita di città, dimentichiamo. Il contatto giornaliero con persone conosciute da sempre, la cordialità e l’aiuto reciproco; nonché l’utilizzo di prodotti della propria terra ed un attaccamento unico a questa. Qui la natura fa da protagonista, il vento è il respiro del dio Suzaku e la camera da presa sono i suoi occhi. Esso guarda il disgregamento della propria realtà e di tante altre zone rurali come quella. Il treno che non passerà rappresenta l’abbandono a sé stesso di un certo giappone rurale, con i giovani conseguentemente costretti ad inseguire il lavoro nelle grandi città. D’altra parte, però, è proprio in questo isolamento che questo paesaggio mantiene la propria integrità. Racchiusa tra le montagne, questa comunità vive un tipo di intimità unica, che la Kawase vuole comunicarci attraverso riprese agli abitanti della zona anche slegate dalla trama. Questi sono i visi che Suzaku porterà sempre con sé insieme ai ricordi di quegli abitanti, fondamentali nella struttura del racconto. Vi è una consequenzialità: la canzone che ricorda la vecchia Sachiko è la stessa che cantano i bambini quando giocano insieme. È una memoria collettiva in cui il singolo si può riconoscere. In questo contesto emerge l’importanza degli anziani, ultimi abitanti del contesto rurale e detentori della memoria.

Seguendo i due giovani protagonisti, vediamo come i ricordi siano il luogo dove ancora sono vive emozioni e legami con persone che, per diversi motivi, nella nostra vita non ci sono più. Lo stesso rapporto tra i due giovani è cambiato con l’arrivo dell’età adulta e solo ricordando possono ritrovare quel tipo di semplicità che vi è fra i due da bambini, quando non vi erano silenzi ed incomprensioni ed i sentimenti erano chiari. Gli esseri umani cambiano, si spostano, scompaiono e le uniche cose che rimarranno invariate sono la natura e quel tunnel di cui, passati gli anni, non si ricorderà neppure il motivo della costruzione; così come nessuno si ricorderà della lotta di Kōzo e di quei due giovani cresciuti sulle montagne. Solo lo spirito di quel luogo manterrà vivi i loro ricordi.

 

— recensione di Simone Lolli.


Guarda anche: