Before we vanish (2017)

Titolo originale: 散歩する侵略者

Regista: Kurosawa Kiyoshi

Uscita al cinema: 16 Settembre 2017

Durata: 129 Minuti

Singolare approccio all’invasione aliena, Before We Vanish (Sanpo Suru Shinryakusha) di Kurosawa Kiyoshi è un’ulteriore conferma del punto di vista unico e decisamente sopra le righe del regista, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Il film, è infatti incentrato su una narrazione assai dilatata, ricolma di elementi strani, assurdi e grotteschi, con dettagli della trama piuttosto oscuri. In Before We Vanish la logica spesso è accantonata, ma sono seguiti i giorni appena antecedenti alla conquista definitiva della Terra, con annessa distruzione di massa da parte di una razza extraterrestre, e la verosimiglianza non è proprio la priorità.

Siamo in Giappone, tre esploratori da un altro pianeta approdano sulla Terra per studiare più da vicino la razza umana e, per far ciò, s’impossessano del corpo di altrettanti individui, due ragazzini e un uomo, di cui riproducono perfettamente le sembianze, ma che hanno ormai smarrito ogni loro ricordo, sentimento, o umanità. Per condurre quindi la loro “indagine preliminare” sul campo, i replicanti alieni necessitano ovviamente di una guida, essendo del tutto ignari dei costumi terrestri. Seguiamo anzitutto le peripezie di Kase Narumi che d’improvviso pare preso da un inspiegabile delirio e, inizia a vagare  per i campi, invadere le propietà dei vicini facendo domande assurde, o a dialogare con cani che in tutta risposta lo mordono. Intanto, disperata, la moglie cerca di capire le origini di tale apparente stato confusionale e di gestirlo, mentre si barcamena tra scadenze di lavoro e un capo particolarmente esigente.

Molti sono gli elementi lasciati volutamente in sospeso in Before We Vanish. L’aspetto forse migliore e sicuramente più geniale del film è infatti l’aver preso un motivo piuttosto ritrito dell’immaginario sci-fi, l’invasione extraterrestre, e l’averlo trattato in maniera del tutto differente: non è tutto assunto come verità data, ma i personaggi credono inizialmente che sia tutto frutto un delirio di pochi visionari, ossia gli alieni stessi, con ovvio effetto comico. Non siamo quindi davanti al solito racconto di attacchi d’astronavi dallo spazio e della coraggiosa reazione della razza umana, finalmente raccoltasi in un unico esercito per combattere l’invasore da lontani universi.

L’epicentro narrativo fantascientifo è difatti solo uno spunto per una riflessione filosofica, su alcuni dei principali assunti antropologici dal punto di vista di qualcuno che è del tutto estraneo alla vita sul globo terracqueo e quindi non dà assolutamente per assodato quello che invece noi riteniamo ovvio. Che cos’è la famiglia e qual è la natura dei legami tra consanguinei? Cosa significa lavoro e perché siamo disposti a sacrificare sull’altare della carriera tanta parte della nostra felicità? Infine, soprattutto, cos’è l’Amore? Sono posti tali quesiti con l’innocenza di un bambino, e molti sono coloro che vengono interrogati. Il risultato, però, non è nulla di pedante o banale, ma il susseguirsi di situazioni quasi farsesche, pervase del black humor che contraddistingue Kurosawa Kiyoshi.

 

—Recensione di Massimo Magnoni.

 

Tokyo Love Hotel || Cineteca JFS

Tokyo Love Hotel è un film del 2014, conosciuto anche col titolo inglese Kabukichō Love Hotel, è un film del 2014 diretto da Ryūichi Hiroki.

Toru convive a Tokyo con la fidanzata Saya, un’artista che sogna di debuttare col proprio gruppo. Licenziato dall’hotel di lusso nel quale lavorava, si ritrova a essere capo di un piccolo love hotel nel quartiere di Kabukichō a Shinjuku. Nella stessa struttura lavora anche Satomi, una donna che si trova costretta a nascondere il marito nel suo appartamento per vicissitudini passate.

He-na, invece, è una ragazza sudcoreana alla quale è scaduto il permesso di soggiorno e, pronta a rimpatriare, lavora per l’ultima volta per la Juicy Fruits, un’agenzia per la quale lavora come prostituta all’insaputa del fidanzato, anche lui coreano partito per il Giappone per studiarne la cucina.

La pellicola è stata presentata in anteprima al Toronto International Film Festival il 7 settembre 2014 e fra i premi ricevuti ricordiamo quello per miglior attore emergente a Sometani Shōta.

Il film offre, con un umorismo asciutto e privo di sentimentalismi, un crudo ritratto del mondo della prostituzione nel distretto a luci rosse della capitale, del razzismo giapponese nei confronti dei cittadini coreani presenti in Giappone e degli effetti economici del disastro di Fukushima. Lo sfondo del love hotel, inoltre, presenta un ricco avvicendarsi di personaggi che permette al regista di trattare svariate tematiche nella durata di un solo giorno.

Potete guardare il nostro video cliccando qui.

Se volete rimanere continuare a conoscere con noi la cinematografia giapponese vi invitiamo a seguirvi sui nostri canali, trovate i link nella descrizione!

Inoltre vi ricordiamo che il database di tutti i sottotitoli dei nostri film sono a vostra disposizione qualora siate interessati a proiettarli all’interno delle vs manifestazioni. Oppure potete richiederci anche una nuova sottotitolazione! Basta scrivere a info@takamori.it!

Miki Satoshi parte 2 || Akushon! – I registi di JFS

Eccoci alla puntata numero 2 su Miki Satoshi, noi siamo l’associazione Takamori e questa è Akushon, la nostra rubrica dei registi! Si parte!

In Za Pūru è un film del 2005, prima prova al lungometraggio del regista comico Miki Satoshi. La storia si basa sulla serie di racconti brevi scritti da Okuda Hideo e che hanno per protagonista lo psichiatra Irabu Ichirō. Interpretato dal comico Suzuki Matsuo, il protagonista è un eccentrico dottore che svolge le sue consulenze nel seminterrato dell’ospedale diretto dal padre. Gli si presentano tre casi clinici: quelli di Kazuo, Tetsuya e Suzumi.  Chi è ossessionato dall’idea di dover fare un’ora in piscina tutti i giorni della propria vita, chi è sconvolto da un’erezione permanente, chi non può allontanarsi da casa per timore che il gas resti acceso: i 3 pazienti portano le loro manie alle attenzioni del medico, che troverà per loro le soluzioni più disparate e antiscientifiche, non astenendosi dall’irriderli. La narrazione di Miki ha un che di giocoso e il film raramente lascia cadere l’attenzione dello spettatore, con interessanti angoli di ripresa e grazie alla prova eccellente di Suzuki Matsuo nei panni dello psichiatra, che mette in ombra i seppur capaci attori che interpretano i pazienti da lui visitati.

Seguiamo con Ore, ore!, in traduzione inglese It’s me, it’s me!, uscito nel 2013. Il protagonista Hitoshi, impersonato da Kamenashi Kazuya, famoso idol giapponese, è un ventenne con un sogno, quello di diventare un fotografo, che ha tuttavia sepolto nel cassetto e conduce l’esistenza di un qualsiasi commesso di un negozio di elettronica. Casualità vuole che, irritato da un cliente, egli entri in possesso del suo cellulare e lo utilizzi per far andare in porto una truffa. Da quel momento in poi, la sua esistenza cambia e comincia un potente gioco di maschere: i furti di identità si susseguono uno dietro l’altro e il giovane commesso Hitoshi ne è carnefice e vittima molteplici volte. I vari ego si fronteggiano o si aiutano, mentre l’identità del protagonista si frammenta in una miriade di storie, scambi, delusioni e difficili accettazioni di se stessi e dell’altro.

Continuiamo con Damejin, uscito nelle sale giapponesi per la prima volta nel 2006. Ryosuke, interpretato da Satō Ryūta, accompagnato da due suoi amici in una sorta di esplorazione di una cava, incontra una strana figura che gli dice che per salvare il mondo dovrà recarsi in India. Non sarebbe un compito difficile, se non fosse che i tre sono persone tutt’altro che intraprendenti e soprattutto dovranno buttarsi per la prima volta nell’impegno del lavoro dovendo racimolare un milione di yen per arrivare a destinazione. Nonostante il film sia del 2006, la sua lavorazione risale al 2002; in un Giappone in pieno collasso economico. Questo aspetto è molto presente nei personaggi, che sono tutti quanti dei soggetti molto eccentrici accomunati da una perdita della speranza totale nella società che li circonda. 

Infine vi parleremo di Ten Ten, in traduzione inglese Adrift in Tokyo, uscito nel 2007. Takemura è uno studente senza famiglia e senza amici con un debito molto grande sulle spalle. Quando Fukuhara, colui che dove va riscattare il debito, va da lui per dargli un ultimatum gli fa un’offerta: per riscattare il debito dovrà accompagnarlo in giro per Tokyo. I due quindi iniziano un tutt’altro che breve viaggio per la metropoli, scoprendo anche il crimine commesso da Fukuhara prima di incontrarlo. Durante questo singolare viaggio i due incontreranno e si si scontreranno con svariate personalità, trovando quasi un rapporto di amicizia.

Per oggi è tutto! Potete guardare il nostro video qui e se volete scoprire altre curiosità sul cinema giapponese e i suoi registi continuate a seguirci! Ci vediamo l’anno prossimo con Akushon!

 

Akunin (2010)

Titolo: Villain

Titolo originale: 悪人

Registra: Lee Sang-il

Durata: 139 minuti

Akunin è un giallo drammatico del 2010 diretto dal regista coreano, naturalizzato giapponese, Lee Sang-il.

Il protagonista è il giovane Yūichi che, abbandonato dalla madre in tenera età, ora si prende cura dei nonni, che lo hanno cresciuto come se fosse suo figlio, in un decadente villaggio di pescatori di Nagasaki.

Yūichi si sente solo e, in cerca di compagnia, un giorno conosce su un sito di incontri Yoshino, una giovane impiegata di un’agenzia assicurativa di Fukuoka. La donna capisce di poter approfittare di lui chiedendo di essere pagata per i loro incontri ed è in realtà interessata a Keigo, un ricco universitario della città, altezzoso e arrogante.

Una sera Yoshino, infatti, nonostante si fosse organizzata per incontrare il primo, che aveva guidato per ore solo per passare del tempo con lei, sale in macchina con il secondo che, in realtà, non è per niente interessato a una relazione seria con lei.

La mattina dopo viene però ritrovato il cadavere della giovane vicino a una sperduta strada di montagna: ha così inizio l’investigazione.

La pellicola è liberamente ispirata dal romanzo noir dello scrittore Yoshida Shūichi L’uomo che voleva uccidermi (la cui recensione potete trovare sul nostro sito cliccando qui), e come il libro, rappresenta la solitudine, il disperato bisogno di essere amati, il dolore, la paura di perdere l’amore ma soprattutto la fragilità delle categorie di ‘buono’ e ‘cattivo’.

Visto il titolo, il lettore è spinto subito alla ricerca di un crudele antagonista ma, col procedere del film e l’entrata in scena dei vari personaggi, quest’indagine si complica ed è essa stessa a problematizzare il classico binario buono-cattivo, bianco-nero.

Akunin, però, non è una celebrazione e idealizzazione dell’atto dell’omicidio con la tipica trama ‘anche gli assassini hanno sentimenti’; quest’idea è smontata in maniera eloquente lungo tutto il film il cui intento, in realtà, è quello ritrarre la bellezza dell’amore e la tristezza della sua mancanza.

Questi sentimenti si fanno strada nelle varie scene sulle commoventi note della colonna sonora composta dal pluripremiato Hisaishi Jō, già compositore per Kitano Takeshi e Studio Ghibli. Hisaishi è capace di rendere la drammaticità della vicenda col delicato ma incalzante motivo presente nel brano principale Shinkō ma che accomuna anche gli altri brani della colonna sonora.

È con la scoperta del colpevole che inizia la seconda parte del film e tutte le certezze e le impressioni apparentemente nette sviluppate dallo spettatore mutano in una confusione emotiva: i ‘bravi ragazzi’ diventano pian piano ‘neri’ mentre quelli ‘cattivi’ acquistano la fiducia e la stima del pubblico. Lee sfuma efficacemente i confini fra buono e cattivo e mostra come il comportamento criminale non è necessariamente un risultato logico della cattiveria di un individuo e, allo stesso tempo, che la mancanza di atteggiamenti criminali non rende per forza una persona ‘buona’. Il film, così, si avvicina lentamente al genere dell’hard-boiled: la responsabilità del gesto criminale non è più riconducibile solo al colpevole ma soprattutto alle strutture sociali che esasperano l’individuo e lo portano a compiere le azioni più drammatiche.

—recensione di Pietro Neri

 

Miki Satoshi parte 1 || Akushon! – I registi di JFS

Ciao e ben ritrovati! Noi siamo l’associazione Takamori e questa è la rubrica Akushon!, dove vi parliamo della vita e dei film dei registi giapponesi. Oggi diciamo due parole sulla figura di Miki Satoshi, seguiteci!

Miki Satoshi nasce nel 1961 e proviene da Yokohama, la metropoli che fa parte della stessa conurbazione di Tokyo. Consegue gli studi universitari presso l’ateneo Keio della capitale, dove si laurea presso il dipartimento di Letteratura. Ai tempi dell’università, viene invitato da un amico a partecipare a una selezione per un lavoro part-time come apprendista sceneggiatore televisivo, risultando dei due amici l’unico ammesso al ruolo. Il ventenne Miki entra perciò nell’ufficio preposto e comincia a lavorare a programmi TV di successo di varie emittenti, da Tamori Club dell’emittente Asahi a The spring of Trivia in onda sulle reti di Fuji TV, sancendo così l’inizio della propria carriera nel piccolo schermo. In seguito, collabora in vari progetti con Takenaka Naoto, i City Boys e con il drammaturgo Miyazawa Akio. Dal 2005, con la trasposizione di un romanzo di Okuda Hideo sul grande schermo e altri lavori attira l’attenzione in qualità di regista, pur continuando a lavorare nell’ambiente televisivo con serie e drama. Nella sua vita artistica ha svolto quindi molteplici attività, dagli inizi come sceneggiatore alla carriera di regista, con incursioni come drammaturgo e produttore in ambito teatrale. Ora diamo un occhio insieme ai momenti più importanti della sua produzione con la macchina da presa!

Ad una prima occhiata la carriera cinematografica di Miki Satoshi potrebbe sembrare scarna e poco degna di nota, soprattutto per il numero di film prodotti, solamente 9. Non dobbiamo però farci trarre in inganno dai numeri, poiché le sue opere non sono certo lasciate al caso. Infatti proprio perché principalmente ha lavorato per emittenti televisive o per produzioni di serie TV, il regista porta con se una maniera tutta sua di fare cinema: stravagante, complessa ma comunque adatta a tutti i tipi di pubblico. È bene quindi tenere anche in considerazione che la sua carriera nel grande schermo è iniziata da poco più di 15 anni, e che quindi ci riserverà grandi sorprese, soprattutto con il film in uscita nel 2022 “what to do with the dead Kaiju?”. Ma per ora concentriamoci su alcune delle sue opere più significative; come “in the pool”, commedia del 2005 su un singolare neurologo alle prese con altrettanto singolari casi clinici. Per proseguire, abbiamo “damejin”, film del 2006 su tre ragazzi definiti “inutili” che per un viaggio in india farebbero di tutto a parte lavorare. Proseguiamo con Ten ten, film del 2007 vincitore del premio best script al Fantasia film festival. Concludiamo poi con “ore ore”, una commedia del 2013 che è valsa al nostro regista il premio come miglior film all’udine Far east Film festival del 2013.

Per oggi abbiamo finito! Potete guardare il nostro video qui e se volete approfondire sui film dai noi proposti di Miki Satoshi, ci vediamo Mercoledì prossimo per un nuovo video di Akushon!

Megane || Cineteca JFS

Megane, in inglese Glasses, è una commedia del 2007 scritta e diretta da Ogigami Naoko.

Stanca della frenetica vita di città, Taeko decide di riposarsi in un luogo dove i cellulari non hanno copertura. Atterra così in una curiosa isola del Sol Levante e decide di soggiornare alla pensione Hamada tenuta dal signor Yuji.

Durante la sua permanenza Taeko ha, a suo malgrado, l’occasione di conoscere alcuni degli eccentrici abitanti dell’isola: Yuji, l’oste che si diverte a disegnare mappe fuorvianti e il suo cane Koji; Sakura una signora misteriosa che tiene sulla spiaggia un piccolo stand di granite in primavera ma non accetta compenso in denaro; e Haruna, un’insegnante di biologia triste per l’assenza di ragazzi carini nella sua scuola.

Stanca della loro stranezza, Taeko prova a cambiare alloggio ma dopo poco decide di tornare indietro.

La vicenda colpisce perché scevra di un vero e proprio filone narrativo; la quotidianità dei personaggi è caratterizzata da un’attività a prima vista poco sensata anche per la nuova arrivata: il meriggiare, un ritorno al respiro, alla riflessione, al tempo per se stessi, alla lentezza. Il film, infatti, è considerato dalla critica ‘un’ode ai piaceri del lento vivere’ e coi suoi fotogrammi sono in grado di lenire quell’angoscia sottile che permea la vita frenetica di oggi.

Se volete rimanere continuare a conoscere con noi la cinematografia giapponese vi invitiamo a seguirvi sui nostri canali, in più potete guardare il nostro video qui.

Inoltre vi ricordiamo che il database di tutti i sottotitoli dei nostri film sono a vostra disposizione qualora siate interessati a proiettarli all’interno delle vs manifestazioni. Oppure potete richiederci anche una nuova sottotitolazione! Basta scrivere a info@takamori.it!