Rentaneko | Cineteca JFS

L’Associazione Takamori è lieta di presentarvi Rentaneko, un film drammatico giapponese del 2012 diretto da Ogigami Naoko.

Sayoko, interpretata da Ichikawa Mikako, è una giovane che vive con numerosi gatti in casa; non è sposata, non ha amici e l’unica parente mostrata nella pellicola è la nonna che l’ha cresciuta fin da bambina, deceduta da 2 anni lasciandole in ereditá i gatti.
Rimasta sola e sapendo di attrarre animali meglio di quanto farebbe con le persone decide di affittare i felini trasportandoli su un carretto lungo la sponda di un fiume e annunciandoli utilizzando un megafono.

Il film è stato presentato in anteprima all’International Film Festival di Stoccolma e, tra i vari, ha partecipato al Far East Film Festival di Udine e al Busan Film Festival.
A differenza di numerose altre pellicole che esplorano la solitudine come parte della vita moderna, Rentaneko è particolarmente semplice ma non banale, portando avanti lungo tutta la durata dell’opera un semplice messaggio – “non c’è nulla di meglio di un gatto per quando ci si sente soli”.

Per maggiori informazioni riguardo al film, vi invitiamo a visitare il nostro canale YouTube dove potrete visionare il nostro nuovo video (disponibile premendo qui), insieme a tanti altri contenuti interessanti sul mondo della cinematografia giapponese e non solo !

Vi ricordiamo che il database di tutti i sottotitoli dei nostri film è a vostra disposizione qualora siate interessati a proiettarli all’interno delle vs manifestazioni.
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The Little House (2014)

Titolo: The Little House (小さいおうちChiisai Ouchi)

Regista: Yamada Yōji

Anno di uscita: 2014

Durata: 136 minuti

Attori principali: Matsu Takako, Karuki Haru

The Little House (Chiisai ouchi) è un film drammatico del 2014 diretto da Yamada Yōji, è tratto dal romanzo di Nakajima Kyōko e rappresenta anche l’ultima opera del regista.

Racconta uno spaccato della società giapponese prima della seconda guerra mondiale attraverso gli occhi di una domestica che lavora presso una benestante famiglia di Tokyo. La storia inizia con Takeshi che ritrova un manoscritto appartenuto alla defunta zia Taki, e leggendone le pagine viene a conoscenza degli eventi che hanno riguardato la vita della parente, in particolare del periodo in cui lavorò come cameriera presso la famiglia Hirai, composta da Masaki, impiegato in una fabbrica di giocattoli, la moglie Tokiko e il figlio Ryoichi. Taki si trova fin da subito molto bene nel suo lavoro, venendo soprattutto apprezzata dai due coniugi per la dedizione che ella dimostra nelle cure del piccolo Ryoichi, al quale si lega particolarmente.

Questo equilibrio viene però sconvolto dall’arrivo di un nuovo dipendente nell’azienda di Masaki, Itakura Shōji che cattura subito l’interesse non solo di Tokiko ma anche della stessa Taki, e mentre la prima rende palese il proprio sentimento, la seconda non lo dichiarerà mai. Tutto ciò viene però bruscamente interrotto dallo scoppio della seconda guerra mondiale. L’impoverimento generale dovuto al conflitto costringe gli Hirai con grande dolore a fare a meno della domestica, dunque Taki ritorna nel suo paese e solo dopo la fine della guerra scoprirà che i due coniugi sono morti sotto i bombardamenti. Yamada usa una struttura a flashback, in cui tutti gli eventi raccontati sono filtrati dal ricordo, si viene quindi a creare un perfetto intreccio tra presente e passato.

Con l’espediente del manoscritto che viene ritrovato e letto dal nipote, Taki diventa la narratrice della storia e di conseguenza il suo punto di vista è privilegiato ma non l’unico, abbiamo infatti un’altra figura protagonista della storia, ovvero Tokiko. Queste due donne esprimono ideali di femminilità differenti, mentre la prima è timida, docile e restia a mostrare i propri sentimenti, la seconda è vivace, moderna e intraprendente, pronta a seguire il suo cuore senza pensare troppo alle conseguenze.

— Recensione di Delia Pompili.

Hit me anyone one more time! (2019)

Titolo: Hit me anyone one more time

Titolo originale: 記憶にございません

Regista: Mitani Kōki

Uscita al Cinema: 13 settembre 2019

Durata: 127 minuti

LA TRAMA

Siamo nel Giappone contemporaneo, in un momento dimenticabile per la politica giapponese. Infatti, il governo in carica, in questo momento, è considerato il peggiore di sempre, soprattutto a causa dell’attuale Primo Ministro Kuroda Keisuke (Nakai Kiichi), considerato il peggior primo ministro della storia. Keisuke è una persona rude, altezzosa e superba e chi più ne metta, ma un giorno a seguito di un discorso viene colpito in testa da una pietra perdendo la memoria. Da questo momento, il Primo ministro, con l’aiuto dei suoi segretari Nozomi Banba (Koike Eiko) e Isaka (Dean Fujioka), decide di cambiare e diventare un perfetto Primo Ministro. Per fare questo però è necessario mantenere all’oscuro tutti quanti, compresa la moglie Satoko (Ishida Yuriko) e il figlio Atsuhiko (Hamada Tatsuomi), riguardo la sua condizione di amnesia. Questo fatto scaturisce situazioni di imbarazzo e comicità e queste stesse situazioni porteranno il Premier a prendere decisioni avventate che a volte però saranno salvifiche per il suo Paese.

 

LA COMMEDIA

Questa volta Mitani Kōki ha deciso di portare al cinema una tipologia di commedia che sorprendentemente noi italiani conosciamo bene: la commedia degli equivoci. Infatti, tutta la pellicola e la maggior parte delle scene comiche presenti sono basate su equivoci creati dalla condizione di Keisuke. Bisogna però precisare che ogni fraintendimento creato da questa perdita di memoria è diverso e dinamico con risvolti sempre unici nel loro genere. Il regista, infatti, cerca in ogni scena di essere sempre originale rispettando comunque le caratterizzazioni forti e variegate dei suoi personaggi, senza rinunciare però a quella verve macchiettistica che tanto è cara alla commedia.

NON SOLO RISATE

Nonostante tutto, il film non ha come unico scopo quello di far ridere il proprio pubblico. Ogni personaggio ha una sua evoluzione e alla fine del film nessuno di questi è uguale a com’era all’inizio. Inoltre, Mitani Kōki ci da anche varie rappresentazioni dei funzionari, mostrandoci come essi siano degli esseri umani come tutti in grado di sbagliare, di essere comprensivi ma anche dei poco di buono con in mente soltanto potere e denaro. Insomma, in fin dei conti il regista cerca di dare una rappresentazione della varietà sociale giapponese dentro il governo, alleggerendo il tutto con una brillante vena comica che dona alla pellicola una completezza da manuale.

—Recensione di Massimo Magnoni.

True Mothers (2020)

True Mothers (朝が来る)

Regia: Kawase Naomi
Durata: 139 minuti
Attori principali: Hiromi Nagasaku, Arata Iura, Aju Makita
Anno: 2020

True mothers è un film basato sul romanzo “Asa ga kuru” di Tsujimura Mizuki, tratta le vicende di Satoko e Kiyokazu Kurihara, una coppia felicemente sposata che però non riesce ad avere figli. Questo li fa cadere progressivamente in uno stato di tristezza, tentano di cambiare questa situazione in ogni modo ma invano, finché non si rivolgono ad un ente no profit che accoglie madri che non possono prendersi cura dei propri figli, dando così la possibilità a delle coppie di adottarli. Ed è così che ai due viene affidato Asato, un bambino nato da una ragazza delle scuole medie di nome Hikari, che impossibilitata a tenerlo è costretta a separarsene. La coppia può quindi iniziare finalmente la loro vita familiare tanto desiderata, mentre Kiyokazu si dedica al lavoro, Satoko decide di lasciare tutto per dedicare il suo tempo alla crescita del figlio. Passano così cinque anni tranquilli fino a quando Hikari, madre biologica di Asato, decide di ripresentarsi nella vita dei Kurihara, rivendicando la maternità sul bambino e mettendo in crisi l’equilibrio familiare costruito negli ultimi anni.

True mothers è un film che parla di vite inizialmente separate, ma che poi per delle vicissitudini non del tutto piacevoli sono costrette a incontrarsi e ad intrecciarsi. Questo è reso con una narrazione che non è mai lineare, che avanza e indietreggia, il passato s’intreccia con il presente tramite dei flashback che ci permettono di capire cosa ha portato i personaggi a vivere determinate situazioni. Il regista Kawase inoltre conduce abilmente lo spettatore, nonostante all’inizio del film può sembrare di avere ben chiare le dinamiche che intercorrono tra i personaggi, e dove sia quindi il torto e la ragione, man mano che si va avanti con la visione il giudizio cambia, sostituendo magari il sentimento di disprezzo iniziale con comprensione.

Il tema della maternità e il forte impatto che ha nella vita di una donna, è ovviamente il centro di tutte le vicende, e viene presentato tramite le figure di Satoko e di Hikari: la prima che vorrebbe con tutta sé stessa un figlio non lo può avere, e ciò provoca in lei un senso di inadeguatezza, la seconda invece è costretta a rinunciarvi a causa dell’età e della situazione familiare, generando in lei nel tempo un forte senso di colpa.

—Recensione di Delia Pompili.

Flying Colors (2015)

Flying Colors (ビリギャル)

Durata: 117 minuti
Regia: Doi Nobuhiro
Attori principali: Arimura Kasumi, Itō Atsushi
Musica: Segawa Eishi
Anno: 2015

In Flying Colors, in giapponese Biri Gyaru (ビリギャル), Doi Nobuhiro ci fornisce una prova per certi versi semplice e prevedibile, che tuttavia ci colpisce per la fluidità della narrazione e la sincerità dei momenti drammatici, senza scadere in un lirismo o un’affettazione facilmente riscontrabili in prove su temi simili (come può essere la biografia su uno spezzone di vita tratto da una storia vera e con un finale felice). Sayaka, interpretata dalla nota Arimura Kasumi, è un’adolescente con difficili rapporti sociali e una passione per le minigonne e le tinte per capelli. Visibilmente indifferente ai suoi risultati scolastici, per motivi superficiali decide di tentare l’esame d’ingresso a una delle più prestigiose università della capitale, l’ateneo Keio. L’impresa appare disperata, ma la madre, impersonata da Yoshida Yō, cerca sinceramente il bene della figlia e la iscrive a un doposcuola di preparazione agli esami d’ingresso all’Università. Chiave di volta del suo cambiamento è il mentore che prende a cuore la situazione di Sayaka, il dedito e creativo Yoshitaka. Grazie alle idee mirabolanti dell’insegnante e all’impegno indefesso della neo-studentessa, il traguardo viene raggiunto e il finale felice è garantito, così come nella storia reale da cui è tratta la sceneggiatura.

La prova degli attori alza il livello qualitativo della pellicola e in essa si distinguono tanto la studentessa e l’insegnante, quanto i genitori della ragazza. Questi ultimi in particolare riescono a conferire un taglio davvero umano alla relazione adolescente-genitore, specialmente nell’ambito della lite familiare occasionata dal padre nel suo pervicace sostegno a un’improbabile carriera da giocatore di baseball professionista dell’altro figlio, Ryūta. Nel corso del film si tocca inoltre uno dei temi portanti vissuti dall’adolescenza giapponese, ossia la questione degli esami d’ingresso all’Università, grande croce del sistema educativo nipponico (e, più in generale, asiatico). L’approccio traumatico a questo sistema viene ammorbidito dalla figura del maestro, che trasmette un’immagine totalmente positiva e ricca di speranze per la protagonista (e, in generale, per il mondo studentesco). In conclusione, il film trasmette in maniera efficace e diretta le emozioni di cui si imbevono i suoi protagonisti, dei quali risalta l’ottima capacità attoriale e che di fatto rendono l’opera un intrattenimento leggero e piacevole.

—Recensione di Antongiorgio Tognoli.

I have to buy new shoes (2012)

Titolo originale: 新しい靴を買わなくちゃ
Regista: Kitagawa Eriko
Uscita al cinema: 6 ottobre 2012
Durata: 115 Minuti

Sinossi
Il giovane fotografo Yagami Sen (Mukai Osamu) parte insieme a sua sorella Suzume (Kiritani Mirei ) per una vacanza a Parigi. All’arrivo, viene però abbandonato da quest’ultima, che scappa per fare una visita a sorpresa al suo ragazzo, Kango (Vai Ayano), artista giapponese ora residente nella città.
Quello che sembra un’infelice circostanza, si rivela ben presto un incontro fortunato per Sen che, nei pressi del fiume Senna, si imbatte in Teshigawara Aoi (Nakayama Miho), affascinante quanto malinconica editrice di riviste, quando, inciampando sul passaporto di lui, spezza il tacco della sua scarpa.
Obbligata nei confronti di Sen, che a seguito dell’incidente le ripara momentaneamente la scarpa, prima di fuggire a lavoro Aoi lascia il suo biglietto da visita al fotografo che ora deve recarsi all’ambasciata.

Quella che nasce come una gentilezza tra due sfortunati sconosciuti, si trasforma ben presto una premurosa affinità e tra il timido imbarazzo di entrambi, ma nell’audacia che solo il breve tempo di un viaggio può incoraggiare, Sen finisce per spendere il tempo a disposizione nella suggestiva città dell’amore in compagnia della solitaria ed esperta Aoi.

Con I have to buy new shoes, la sceneggiatrice e regista, Kitagawa Eriko, lascia ancora una volta la sua impronta nel cinema nipponico, affascinando con il suo aggraziato sguardo sull’amore.
La Kitagawa, senza mai cadere in banali cliché, fa della sua pellicola un tributo al romanticismo in tutte le sue dimensioni, celebrato dalla differenza tra Aoi e Sen, lei di una decina di anni più grande di lui. Una differenza che non diviene mai semplice ostacolo narrativo ma che arricchisce e caratterizza la reciproca attrazione.
I have to buy new shoes è una pellicola delicata, squisitamente montata che vanta di una sapiente fotografia, semplice e pulita, che riesce a evocare la più classica atmosfera parigina senza cadere in nessuna stucchevolezza. Accompagnata dalle melodie di compositori del calibro di Sakamoto Ryuuichi, la Nakayama affascina nel suo ruolo di Aoi tanto quanto la Parigi che passeggia sui suoi tacchi eleganti, gradevolmente equilibrata dal più giovane Mukai, nei panni dello spigliato ma affidabile Sen.
I have to buy new shoes è una commedia romantica dal gusto agrodolce, un film permeato di speranza e malinconia, che delicatamente avvolgono lo spettatore e lo accompagnano fino ai titoli di coda.

 

—Recensione di Claudia Ciccacci