Shokudō Katatsumuri || Cineteca JFS

Shokudō katatsumuri, in inglese Rinko’s restaurant, è un film del 2010 diretto da Tominaga Mai e ispirato dall’omonimo romanzo di Ogawa Ito.

A seguito di un’infanzia complicata, la piccola Rinko decide di lasciare il paesino natio per fuggire dalle cattive voci che tormentano la sua vita quotidiana. Arriva così a Tōkyō dove si sistema con la nonna dalla quale impara a conoscere i segreti della cucina e ad amarne l’arte, maturando così il desiderio di aprire un posto tutto suo. Tuttavia, per lo shock dovuto alla morte della nonna e al brusco allontanamento del fidanzato che la deruba dei soldi messi da parte per il ristorante, la giovane perde la propria voce.

Rinko decide perciò di tornare nei luoghi della sua infanzia e riallaccia i rapporti con l’eccentrica madre con la quale ha sempre avuto un rapporto freddo. Qui la giovane decide di perseguire il suo amore per la cucina e, con l’aiuto di un vecchio amico, trasforma il magazzino della madre in un piccolo ristorante nel quale accetta però solo una prenotazione al giorno che le permette di dedicare una cura particolare alla preparazione di ogni pietanza.

Immersa nella verdeggiante campagna giapponese, la vicenda ritrae in maniera unicamente leggera le storie dei vari clienti, tutti con una delicata e personale storia alle spalle. Grazie alla sua cucina, che sembra quasi avere poteri magici, Rinko riesce a scaldare il cuore dei suoi avventori e a colorare la loro quotidianità in un percorso che le farà riscoprire affetti mai veramente vissuti.

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Gemini (1999)


Titolo: Gemini
Titolo originale: 双生児
Regista: Tsukamoto Shin’ya
Uscita al cinema: 15 settembre 1999
Durata: 84 minuti

Gemini è un film drammatico del 1999, diretto da Tsukamoto Shin’ya, presentato alla 56ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione ‘Cinema del Presente’.
La pellicola è ambientata all’inizio del 20° secolo, al tramonto dell’epoca Meiji; Yukio è un medico di successo che gode di grande fama in città e vive una vita apparentemente perfetta.

L’unica macchia d’ombra nella sua esistenza è l’amnesia della moglie che ne rende misteriose le origini ed è proprio per questo motivo che i genitori del protagonista osteggiano la loro unione.

A mettere in moto l’azione, però, è il ritrovamento del cadavere del padre morto in circostanze sospette. È proprio in questo momento che la vita perfettamente in bilico di Yukio viene stravolta e il gemello del protagonista, abbandonato dai propri genitori, torna a riprendersi ciò di cui è stato
privato.

La pellicola è liberamente ispirata a un racconto breve di Edogawa Ranpo, considerato il padre del giallo giapponese. L’originale, tuttavia, è più interessato a dipingere un nuovo metodo d’indagine; l’inchiesta ritratta nel racconto è considerata, infatti, una delle prime investigazioni scientifiche della letteratura per l’uso delle impronte digitali. Il cineasta, al contrario, sembra più interessato al tema dell’identità e come lo sviluppo di essa viene fortemente influenzata dal milieu, l’ambiente sociologico e culturale nel quale l’identità dell’individuo viene a formarsi.

Il film è molto distante dal tipico stile di Tsukamoto e dalle sue ambientazioni futuristiche che lo hanno reso capofila del cinema cyberpunk giapponese. Questa pellicola, infatti, ritrae la società del tardo periodo Meiji in tutti i suoi aspetti più controversi. L’astio dei genitori per la nuora e le sue misteriose origini è uno di questi e sta proprio a sottolineare l’importanza dell’identità nella società giapponese di inizio Novecento.
Un altro tema sicuramente fondamentale nello sviluppo della storia è quello del doppio. Nel film non si scontrano solo due gemelli ma anche le realtà dalle quali gli stessi provengono; la vita statica, fredda e silenziosa del medico di successo è giustapposta a quella sgargiante e caotica dei bassifondi della città nei quali il gemello Sutekichi è cresciuto che vengono ritratti nel film in maniera estremamente pittoresca.
Questo forte accostamento è volto, ancora una volta, a dare un’immagine più completa del periodo Meiji come complessa fase di transizione fra il passato samuraico e il progresso di stampo europeo imposto dalle istituzioni.

 

—recensione di Pietro Neri.

Achille e la tartaruga (2008)

Titolo originale: アキレスと亀
Regista: Takeshi Kitano
Uscita al cinema: 20 settembre 2008
Durata: 119 min

La Trama

Machisu è nato da una famiglia benestante ma rimane presto orfano di entrambi i genitori. Quando il padre si suicida dopo il fallimento della propria azienda, la matrigna lo manda a vivere con una coppia di zii che lo maltrattano, sino a quando lo mettono in un orfanotrofio. Da adolescente Machisu studia presso una scuola d’arte e trova il proprio stile di pittura sfidato dai lavori più sperimentali e concettuali dei compagni di studio. Tuttavia, Machisu riesce a stringere amicizia con un’altra studentessa, Sachiko, che è un “partner che capisce”. I due si sposano e nasce loro una figlia. Con il tempo, l’ossessione di Machisu di raggiungere gli standard dell’arte contemporanea aumenta sempre di più sino a sopraffarlo e annullare la sua esistenza, lasciandolo insensibile a tutto quanto avviene attorno, inclusa la morte della figlia e l’essere lasciato dalla moglie. Mentre le persone che lo circondano muoiono e se ne vanno, Machisu prova come meglio può a tenere il passo con le attese degli esperti d’arte, rimanendo senza un soldo e divenendo sempre più patetico.

Durante la pellicola sorgono molte situazioni leggermente umoristiche, ma il film non punta in ogni momento a grasse risate. Le scene dell’artista “di mezza età” (interpretato da Kitano) che convince la moglie solidale a realizzare la sua arte sono anzi lunghe, e diventano progressivamente crudeli. Inoltre, Achille e la Tartaruga a volte risulta un po’ confusionario e incoerente, similmente alle altre due parti della trilogia, da cui differisce a causa delle prime due parti del film, divertenti e accessibili al pubblico. La terza parte del film, tuttavia, spesso ricade in una serie di sketch comici scollegati tra loro e dal resto del film.
Un’arte pericolosa

Kitano infilza la cultura dell’arte moderna globale e si prende gioco anche del suo stesso lavoro.
Questo film sul mondo dell’arte moderna, afferma che quasi tutti gli artisti contemporanei hanno interpretato male il valore artistico e la creatività cercando solo la fama e il successo commerciale.
È un racconto crudele dell’arte, come spiega l’autore, una parabola dell’artista “maledetto”, che, come Achille, resta indietro e non riesce a raggiungere mai la tartaruga del successo e della perfezione, finendo per logorarsi.

Inoltre, tramite questa passione, Machisu affronta le situazioni dolorose che la vita gli pone, con uno sguardo oggettivo, come se gli eventi fossero semplicemente qualcosa da rappresentare su tela. L’artista passa dalle vicende drammatiche a momenti di ilare leggerezza, come se fossero solo spennellate di colore su una tela scura, mostrando una distanza quasi inquietante.

 

—recensione di Paolo Segala.

Yōkame no semi (2011)

Yōkame no semi, in inglese Rebirth, è un film drammatico del 2011 diretto da Narushima Izuru e ispirato al romanzo omonimo della scrittrice Kakuta Mitsuyo.

Spinta a rinunciare al proprio bambino a seguito della fine del rapporto extra-matrimoniale con Takehiro, Kiwako decide di rapire la bambina che l’uomo ha avuto con la propria moglie. Così, la donna inizia a crescere da sola la neonata, che ribattezza Kaoru, col desiderio di vivere la maternità che le era stata portata via.

Solo dopo 4 anni Erina viene ritrovata dalle autorità in una sperduta isola del sud del Paese e riportata ai genitori che però non riesce a riconoscere come tali. Con una madre ormai estraniata dal proprio ruolo e un padre sempre più distante, la giovane non è in grado di trovare pace e decide presto di lasciare casa per vivere da sola. È l’incontro con Chigusa, una giornalista freelance curiosa di conoscere il suo passato, che la porterà a rivivere il suo doloroso vissuto e a ritornare nei luoghi della sua infanzia.

Fra i numerosi premi ricordiamo quello per miglior film e regista alla 35esima edizione del Japanese Academy Prize e quello per migliore attrice ai Cinema Junpo Awards.

I continui salti temporali e la profondità dei personaggi permettono alla pellicola di approfondire la psicologia dei personaggi non catalogabili nelle dicotomiche etichette di ‘buono’ o ‘cattivo’. Comprendiamo il dolore di Kiwako nel rapire una bambina non sua e i profondi traumi che accompagneranno Erina per tutta la vita ma che le permetteranno anche di trovare un nuovo entusiasmo per il suo futuro di madre.

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Zatōichi: The Last (2010)

Zatōichi: The Last è un film del 2010, diretto da Sakamoto Junji e basato sull’opera letteraria di Shimozawa Kan, Zatōichi Monogatari e nel 2011, la pellicola è stata proiettata alla sesta edizione dell’Ōsaka Asian Film Festival

La storia segue le vicende di un samurai non vedente, Zatōichi, che ritorna nella sua città natale per condurre una vita ordinaria. Ma, ben presto, sarà costretto a riprendere in mano la spada e tornare a combattere.

La città del protagonista è in pericolo a causa di un gruppo di yakuza, che vogliono trasformarla in un porto e sfruttare gli abitanti per ricavare denaro. Zatōichi usa le sue abilità per difendere il villaggio, ma in questo modo, la sua identità viene svelata, e lui dovrà subirne le conseguenze.

Gli abitanti si rivolgono a Zatōichi per chiedergli di aiutare il suo villaggio, come ha fatto con altri. Così, nel corso della sua avventura, il samurai si trova a lottare contro la yakuza, ma qualcosa non va come previsto. Infatti, non solo dovrà superare il suo tragico passato, ma anche affrontare numerose difficoltà, senza mai perdersi d’animo.

Zatōichi: The Last vi offrirà un piccolo viaggio nel mondo samuraico giapponese, facendovi esplorare il genere cinematografico del jidaigeki. Il protagonista ne uscirà vittorioso? Se ha suscitato il vostro interesse, e volete conoscere nuovi registi e film dal Giappone, seguiteci sui nostri canali, link in descrizione!”. Potete guardare il nostro video qui, vi aspettiamo!

The long excuse (2016)

Titolo: The long excuse

Titolo originale: 永い言い訳

Regista: Nishikawa Miwa

Uscita al cinema: 14 ottobre 2016

Durata: 124 minuti

 

La Trama

 Saicho Kinugisawa è uno scrittore dal carattere molto difficile, cinico e distaccato. Una sera mentre consuma un rapporto sessuale con la sua amante viene a sapere che sua moglie muore in un incidente stradale. Non ne è particolarmente colpito, per via del fatto che da parte sua non ci fosse vero amore verso la moglie, tuttavia essendo un personaggio pubblico gli vengono fatte domande e interviste sulla defunta moglie e nel rispondere finge estremo dolore e rammarico. Durante il funerale però incontra un amico della moglie che ha subito un lutto per lo stesso incidente. Per il suo cinismo e la sua concezione di dover apparire dispiaciuto si offrirà di dare una mano a badare ai figli dell’amico, non sapendo però che questa sua scelta dettata dal suo distaccamento emotivo gli cambierà la vita

L’elaborazione del lutto

Subire un lutto non è una situazione facile a livello emotivo e ognuno reagisce in maniera molto differente a seconda del suo carattere. Il messaggio che la regista voleva mandare era proprio questo rappresentando le diverse vite dei due protagonisti che improvvisamente si trovano immersi nella stessa situazione. Il ruolo dei bambini inoltre è fondamentale: grazie alla loro ingenuità data dalla giovane età vedono tutto con occhi diversi e anche loro devono combattere contro dispiacere e tristezza dovendo anche però affrontare contemporaneamente una situazione economica e familiare non delle migliori.

Trasformazione

La tematica centrale nel film, oltre al lutto, è come un’esperienza traumatica possa cambiare radicalmente le persone. Nishikawa lo rappresenta in maniera precisa e dolce senza tralasciare o saltare alcuna parte di questo processo. Lo si vede in maniera molto spiccata nel personaggio di Saicho che, a causa di vari avvenimenti dopo la morte della moglie, e anche grazie ad una grande prestazione attoriale di Motoki Msashiro, arriverà a capire che il se stesso scrittore non era la persona adatta a superare questo terribile evento e che sarebbe dovuto cambiare in tutto e per tutto.

 

—recensione di Massimo Magnoni.