Matsumoto Seichō – La ragazza del Kyūshū (1961)

Autore: Matsumoto Seichō

Titolo originale: Kiri no hata

Editore: Adelphi

Collana: Fabula

Traduzione: Gala Maria Follaco

Edizione: 2019

Pagine: 208

 

Kiriko è una giovane vent’enne che, dal lontano Kyūshū, si reca a Tokyo per convincere il celebre avvocato Kinzo Ōtsuka a difendere il fratello accusato, a suo parere ingiustamente, di omicidio. Ōtsuka, per ragioni principalmente di carattere economico, rifiuta il caso poiché la ragazza non è in grado di far fronte all’ingente parcella. Il fratello verrà poi condannato alla pena di morte e morirà in carcere poco prima dell’avvenuta esecuzione. Questo è l’inizio del noir di Matsumoto, dove il rifiuto da parte dell’avvocato segna il cambiamento della giovane ragazza del Kyūshū, dando vita al suo gelido piano di vendetta.

“Tutto il sistema penale è colpevole, se i poveri non possono ottenere giustizia.”

“La ragazza del Kyūshū” di Matsumoto è una storia avvincente e intrigante, caratterizzata da una tensione narrativa che impedisce al lettore di distogliere l’attenzione e lo costringe a rimanere con il fiato sospeso grazie ai numerosi colpi di scena. Attraverso un linguaggio semplice ed essenziale ci addentriamo nel Giappone degli anni 60’, familiarizzando con questa “esotica” altresì seducente realtà, costituita, ad esempio, da ragazze che nei locali notturni intrattengono i clienti attraverso una pura e semplice conversazione, senza alcun fine di tipo sessuale.
Oltre ad essere un giallo, l’opera di Matsumoto presenta un’attenta analisi dei sentimenti più intimi e profondi dei personaggi. Come ad esempio il rimorso da parte dell’avvocato per non aver accettato la causa o il desiderio di vendetta che accompagna la protagonista per tutta la durata del racconto. L’insieme di questi stati d’animo conduce il lettore a riflettere e a porsi delle domande: “Alcuni eventi possono effettivamente tradursi in azioni imprevedibili?”; o ancora: “Il dolore può, in un qualche modo, sfociare in un sentimento di vendetta?”. Possiamo definire Matsumoto Seichō un vero e proprio maestro del giallo, tanto è vero che alcuni gli designano l’appellativo di “Simenon giapponese”.

Seichō Matsumoto (1909-1992) è stato un giornalista e scrittore giapponese. Autore molto conosciuto in patria e vincitore del premio Akutagawa nel 1953, ha scritto oltre 300 romanzi e diversi racconti. È stato pubblicato per tre volte nel Giallo Mondadori: La Morte è in Orario del 1957 è l’opera più conosciuta, seguita da Come sabbia tra le dita del 1961 e Il palazzo dei matrimoni del 1998. Le tematiche dei suoi gialli affondano spesso le radici nei problemi sociali giapponesi, il tutto unito ad una predilezione per l’indagine strettamente logica ed intuitiva. Nel 2018 Adelphi ha pubblicato Tokyo Express, apparso nell’edizione originale nel 1958, da cui è stata tratta nel 2007 la miniserie Ten to sen, con Takeshi Kitano.

— Recensione di Federica Mocci.


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Dopo il banchetto (1960) – Mishima Yukio

Autore: Mishima Yukio

Titolo originale: 宴のあと

Editore: Feltrinelli

Traduzione: Livia Livi

Edizione: 2013

Pagine: 250

Un autore fondamentale…

Tra gli scrittori che la letteratura del Sol Levante ci propone, i più tradotti in Italia sono il pilastro del romanzo giapponese, Tanizaki Jun’ichiro, e gli autori best seller Murakami Haruki e Yoshimoto Banana. Di nessuno di questi tre scrittori, tuttavia, sono stati tradotti più di 30 libri (29 per Banana, 28 per Murakami, 26 per Tanizaki). C’è invece un autore che l’editoria italiana ha pubblicato più di ogni altro: Mishima Yukio, con ben 42 opere tradotte. Queste cifre dovrebbero già rendere chiara l’importanza e la fama di uno scrittore come Mishima, senza dubbio uno dei più grossi ambasciatori della letteratura e della cultura giapponese nel mondo.

…e controverso

Personaggio dalla vicenda personale e pubblica travagliata, artista a 360 gradi, muore suicida nel 1970 a 45 anni, con il tradizionale ed anacronistico metodo del suicidio rituale samuraico (seppuku). Autore e uomo fortemente legato ai valori della tradizione giapponese, mai incline all’americanizzazione e all’occidentalizzazione della sua nazione e spesso anche avvicinato al Fascismo per ideologia politica, Mishima, durante la sua parabola artistica, non mancò di suscitare scalpore dentro e fuori dalla letteratura. Il romanzo che recensiamo oggi, Dopo il banchetto (Utage no ato, 1960) ne è l’esempio perfetto: dietro la trama amorosa intessuta, e progressivamente distrutta, dai due protagonisti, si cela una pungente descrizione satirica (nemmeno troppo velata) della classe politica del Giappone negli anni del dopoguerra.

Mishima (a sinistra) a colloquio con il premio Nobel Kawabata Yasunari

 

Una storia d’amore fuori dal comune

“Mandò nella stanza di Tamaki il cestino di frutta che aveva portato, poi si sedette su una sedia ad una certa distanza nel corridoio, e rimase in attesa di Noguchi. Kazu capì dalla propria impazienza − era persuasa ormai che Noguchi non sarebbe arrivato − quanto quell’uomo le piaceva.”

Il romanzo si sviluppa attorno ad un’inusuale storia d’amore tra Kazu, donna nubile di oltre cinquant’anni “la cui vita privata l’amore non avrebbe turbato mai più”, e Noguchi, vecchio ministro ed intellettuale, pezzo grosso del partito radicale. Le certezze della forte Kazu, proprietaria di un ristorante d’alta classe (il Setsugoan), vengono spazzate via dalla ventata di passione che l’incontro col vecchio ministro suscita in lei. Il matrimonio tra i due apre alla protagonista la possibilità di una nuova, intraprendente vita: impegnata come mai nella campagna elettorale del marito, Kazu capisce che diventare la moglie di un uomo importante era stato il fine agognato di tutta la sua vita. Noguchi rappresenta per la donna un’ancora di salvezza dalla solitudine e una speranza dopo la morte: la speranza di non cadere nell’oblio. Col passare dei mesi, tuttavia, le difficoltà e le differenze caratteriali tra i due coniugi si fanno sentire in modo sempre più importante. Dopo il banchetto illustra anche la parabola discendente di questa peculiare storia d’amore.

Il velo di politica

“Kazu si sollevò un po’, con cautela, come una donna che si alzi in piedi su una barca a mare mosso. <<Vorrei che smettesse di preoccuparsi. Qualunque cosa si faccia, non c’è assolutamente pericolo di finire in galera.>>
<<Come mai ne è così sicura? Questa è la preoccupazione più grave del presidente del comitato.>>
<<Ho fatto una piccola minaccia, ed ora è tutto a posto.>> Kazu, senza ascoltare la replica di Yamazaki, si girò sullo stomaco.”

Come accennato in precedenza, però, il romanzo si struttura su più livelli. In secondo piano, ma non per importanza, vi è la questione politica illustrata da Mishima. L’autore rappresenta la classe politica del suo tempo con pungente ironia, svelando i meccanismi e gli ingranaggi che si celano dietro il mondo della classe dirigente giapponese. Un mondo fatto di colpi bassi, di minacce, di arrivismo: è la stessa Kazu a tentare di inserirsi di prepotenza in questo mondo, arrivando persino ad ipotecare il proprio locale per la campagna elettorale del marito. La contraddizione fondamentale del romanzo è proprio relativa alla storia d’amore tra Kazu e Noguchi: la donna è proprietaria di un ristorante di lusso frequentato e finanziato da conservatori, mentre Noguchi è uno storico statista del partito radicale giapponese.

Narrazione accelerata, descrizione rallentata

“Il panorama ondulato era incorniciato dai rami dei fitti pini rossi del parco. Le impalpabili foglioline degli alberi dei monti dirimpetto alla valle luccicavano con riflessi color zafferano. Malgrado il sole sfolgorante del tardo pomeriggio, era diffusa su tutto una tenera foschia, e immersi in quella vaga luce i rami in boccio sembravano come i capelli arruffati di una donna appena desta.”

Come accade tipicamente nei romanzi di Mishima, la descrizioni avvengono con rara minuzia. Nel caso di Dopo il banchetto, in particolare, l’autore si sofferma principalmente su due aspetti: il cibo e i paesaggi. Accade spesso che venga riportato per intero il menu di una serata, o che siano presenti lunghe, ed affascinanti, descrizioni dell’ambiente circostante. Per contro, la narrazione spesso subisce degli sbalzi: non mancano le ellissi, e Mishima omette sovente parti dello svolgimento della trama. Ad esempio, è ben descritto il processo emozionale che conduce i due protagonisti al matrimonio, ma lo stesso matrimonio viene liquidato in una riga alla fine di un capitolo: “Il ventotto di maggio, Noguchi e Kazu si sposarono.” Mishima preferisce cioè parlare di ciò che avviene attorno ai fatti e le motivazioni di essi, piuttosto che parlare dei fatti.

In conclusione

Senza dubbio, un grande romanzo di Mishima, seppur goda di minore fama rispetto ai grandi caposaldi della sua produzione (Confessioni di una mascheraIl padiglione d’oro, la tetralogia de Il mare della fertilità, ...). Un romanzo dal sapore quasi decadente, ma contraddistinto dalla sempre stupenda prosa di questo autore. Un romanzo che riesce a mettere in mostra l’amore senza mettere in mostra la passione. Un romanzo che riesce a costruire e demolire, fare e disfare, nel giro di poche pagine. Un romanzo che conferma, in conclusione, Mishima come uno dei must della letteratura del Sol Levante.

— recensione di Pietro Spisni


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Il rovescio del broccato

Autore: Tanishi Kingyo, Santō Kyōden, Umebori Kokuga

Titolo: Il rovescio del broccato

Editore: Atmosphere libri

Traduzione: Cristian Pallone

Edizione: 2019

Pagine: 273

Atmosphere propone in traduzione italiana quattro racconti ambientati nel quartiere di piacere di Yoshiwara, nell’antica Edo (attuale Tokyo) verso la fine del XVIII secolo. La diffusione dei quartieri di piacere risale al 1617 sotto lo shogunato Tokugawa. Erano presenti in tutto il Giappone ma, con la crescente importanza della capitale Edo, molti tenutari di case private decisero di spostarvi la loro attività. Venne loro data una porzione di terreno e, così, nacque il quartiere di Yoshiwara. Vi erano vari livelli di cortigiane, il primo era rappresentato dalle oiran. Vi erano anche le geisha, per cui è più corretta la definizione di intrattrenitrici. Esse infatti non si prostituivano: quella che le identifica con prostitute è una visione occidentale nata verso la fine del XIX secolo dovuta ad una generalizzazione compiuta dai viaggiatori che definivano con questo termine le donne dedite ad ogni forma di intrattenimento, senza differenziare.

Edo umare uwaki no kabayaki (1785) di Santō Kyōden

Quando si parla delle opere del Gesaku, è molto interessante notare come difficilmente si tratti di letteratura come noi la intendiamo: il testo veniva prodotto in xilografia e la parte visiva era particolarmente importante. La collaborazione tra scrittore e disegnatore era fondamentale ed alcuni scrittori, tra cui lo stesso Santō Kyōden, creavano le illustrazioni delle proprie opere.  In queste si racconta di un mondo elegante, dove citazioni colte e un aspetto nobile sono necessarie per entrare nelle grazie di una cortigiana, dominato da regole di etichetta e, in fin dei conti, dal denaro. Questo molte volte muove la narrazione: clienti poveri innamorati delle cortigiane che provano in ogni modo a ritornare dall’amata, oppure storie di amori impossibili che, il più delle volte, si risolvono in un doppio suicidio, leitmotiv della letteratura giapponese. Sovente è presente anche l’elemento sovrannaturale che si presenta sottoforma di fantasmi e maledizioni. Questo ci dice molto sul bagaglio culturale degli autori di queste storie: molti di questi sono infatti uomini estremamente colti e fanno un uso sapiente di elementi lontani da una semplice storia di intrattenimento.

L’autore della prima storia, Tanishi Kingyo, era un medico. Lo stesso Santō Kyōden, autore importante e molto noto nell’Edo dell’epoca, non era soltanto dedito alla scrittura e all’illustrazione dei suoi libri: era anche un poeta molto attivo nei circoli degli intellettuali del periodo, definiti bunjin, ovvero “uomini di lettere”. Queste erano opere scritte per il divertimento proprio e dei chōnin, gli abitanti della città. In quanto divertissement, non era ben vista nella società questa attività di scrittori e molti, tra cui gli autori già citati, si firmavano con pseudonimi. Era anche molto attiva la censura nei confronti di queste opere: lo stesso Santō Kyōden vi incapperà proprio con il racconto Il rovescio del broccato. Quest’opera è ambientata nel quartiere di piacere di giorno, e rappresenta quello stesso mondo capovolto. La storia dei due amanti fa solo da cornice al vero protagonista: il quartiere di Yoshiwara, in questo caso mostrato nella sua nudità e nel momento in cui, solitamente, è spento. La sua capacità di intrecciare elementi del racconto licenzioso, come la parodia dei classici e la satira sociale, ad una trama sentimentale, lo rende un autore importante nel panorama della Edo dell’epoca. Questo cambiamento è presente anche nell’ultima storia qui proposta, Un bivio lungo la strada verso la conquista della cortigiana scritto da Umebori Kokuga. Questo denota la nascita di una nuova sensibilità all’alba del XIX secolo in Giappone, così come l’obsolescenza in cui era incappato il racconto licenzioso e la necessità, in qualche modo, di reinventarsi.

 

– di Simone Lolli


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Scrivere per Fukushima

Autore: Vari
Titolo: Scrivere per Fukushima
Editore: Atmosphere libri
Traduzione: Vari
Edizione: 2013
Pagine: 204

All’11 marzo 2011 spesso ci si riferisce con il termine sono hi (quel giorno), voce che divide in modo drastico il prima dal dopo. La contemporaneità sembra infatti separata da questo triplice disastro che ha colpito non solo il Giappone, ma il mondo intero. Quel giorno di primavera, la terra inizia a tremare alle 14:46 ed il sisma, di 9.0 è il più potente mai registrato nel paese. Poco tempo dopo, un’onda anomala si abbatte sulle coste nord-orientali della regione del Tōhoku raggiungendo un’altezza massima di 13 metri e penetrando fino a 7 chilometri nell’entroterra giapponese, danneggiando in modo irreversibile la centrale di Fukushima Dai-ichi. L’incidente nucleare viene classificato al livello 7, il più altro della scala INES (International Nuclear Event Scale) e le conseguenze del meltdown si rivelano catastrofiche.

Ad un anno di distanza dal fall out nucleare di Fukushima, il direttore della rivista Waseda Bungaku, Ichikawa Makoto lancia un appello ai letterati giapponesi affinché scavino tra quelle macerie per dissotterrare nuove parole, per liberare l’immaginazione che è stata sepolta dai drammatici eventi ed infine per tentare di offrire un po’ di sostegno all’intero paese.
A rispondere alla sua richiesta sono numerosi scrittori e scrittrici, che impugnano subito la penna con l’intento di combattere quel vuoto che il susseguirsi dei tragici eventi si è lasciato dietro. Dalle loro immediate risposte nasce questa antologia, intitolata 震災とフィクションの “距離” (Shinsai to fikushion no “kyori”) e pubblicata in Italia un anno dopo, nel 2013, con il titolo “Scrivere per Fukushima. Racconti e saggi a sostegno dei sopravvissuti del terremoto“. Anche l’edizione italiana, a cura di Gianluca Coci, vede il contributo di numerosi traduttori che si mettono prontamente all’opera per tentare di contribuire alla ricostruzione del Giappone, trattandosi infatti di un’opera no profit i cui ricavati vengono devoluti alla Croce Rossa giapponese.

I ventidue racconti all’interno dell’antologia consentono al lettore di approcciarsi alla tragedia attraverso numerosi punti di vista. Alcuni scrittori infatti la vivono e la raccontano in prima persona, altri da lontano; e ancora c’è chi narra l’accaduto in termini diretti, mentre altri scelgono di distaccarsi e trasporre gli eventi, elaborandoli in altri termini. Tutto questo è possibile grazie alla grande varietà di artisti che lavorano per dare vita a questo grande mosaico di vita quotidiana, di cose semplici che la catastrofe sembra aver spazzato via. Ciò che alla fine emerge però all’interno di questo lavoro è la solidarietà, la voglia di riemergere da quelle macerie e soprattutto di non arrendersi.

La ricchezza e la diversità si coglie anche nei generi e nei temi di questi racconti. Sono storie che parlano del mondo intero e soprattutto dal mondo intero: l’opera con la quale si apre la raccolta infatti si intitola “Risveglio” ed è una breve lettera solidale a opera di Yoko Ono Lennon, che dalla Grande Mela, dopo aver appreso la triste notizia di ciò che è accaduto nel paese natio, esprime il suo dolore e la sua vicinanza alle vittime.

L’autore di “Verso la prossima primavera: la festa dei morti“, Shighmatsu Kiyoshi, opta per una visione realistica e uno stile classico nel raccontare l’accaduto, mettendo al centro gli effetti che il disastro ha avuto sulle piccole realtà in relazione ad un momento molto significativo dell’anno: l’obon, festa dei morti. Egli tocca diversi temi, tra cui la contaminazione da radiazioni, la discriminazione nei confronti delle vittime e l’allontanamento forzato dalla terra natia.

Anche la scrittrice Kawakami Mieko offre il suo contributo con il racconto “Marzo è di lana” e incentra la sua opera sul tema della gravidanza, un momento delicato della vita dell’essere umano, immaginando un mondo fatto di lana che possa sfilarsi e ricostruirsi a suo piacimento. In questo caso il dramma di Fukushima viene affrontato da una prospettiva lontana e distaccata, in quanto l’accaduto viene toccato solo con l’arrivo di un sms.

Accanto a queste e tante altre opere di fiction, si trovano anche diversi saggi che affrontano il tema in maniera altrettanto interessante. “L’energia nucleare può essere sostituita da quella rinnovabile?“, a opera di Fuji Hisako rappresenta, per esempio, una solida dimostrazione con tanto di numeri alla mano di come anche in Giappone sia possibile la completa conversione dall’energia nucleare a quella basata su fonti sostenibili.

Il fine ultimo di questo lavoro è quello di esorcizzare, per quanto possibile, l’ansia e la paura tramite la potenza dell’immaginazione e attraverso le pagine di quest’opera l’intento sembra sia stato raggiunto. Nonostante non sempre la comprensione dei singoli racconti risulti immediata, la bellezza di questa raccolta si trova proprio nel rendersi conto di come ognuno abbia una visione diversa dello stesso evento. Quest’opera, scritta dalle persone per le persone, diventa così strumento di rinascita e di riconquista di tutte quelle parole che per troppo tempo sono rimaste sotterrate.

– di Roxana Macovei


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Ōe Kenzaburō – Insegnaci a superare la nostra pazzia

Autore: Ōe Kenzaburō

Titolo: Insegnaci a superare la nostra pazzia

Editore: Garzanti

Traduzione: Nicoletta Spadavecchia

Edizione: 2009

Pagine: 203

“Insegnaci a superare la nostra pazzia” è una raccolta di quattro brevi romanzi dai tratti semiautobiografici, appartenente allo scrittore Ōe Kenzaburō (大江 健三郎) insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1994; scritti in periodi differenti, condividono come leitmotiv la follia che può affliggere ogni uomo, l’inquietudine esistenziale e una realtà cruda e opprimente. Gli stilemi linguistici adottati dallo scrittore e la ricchezza lessicale per nulla casuale reiterano nel lettore un senso d’angoscia che rende la lettura a tratti impervia. Una lettura folle e perturbante, come la realtà rappresentata, che mira a mettere in subbuglio i moti dell’animo.

“Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime”, racconto pubblicato nel 1972, esordisce con un io narrante inaffidabile: protagonista è un paziente affetto da cancro al fegato che, alla vigilia della sua morte, ripercorre i “giorni felici” della sua vita e l’influenza che “quell’uomo” ha avuto su di essa, una “storia contemporanea” che egli detta ad una “esecutrice testamentaria” in cui riemergono rancore per la madre e folli e mendaci rivelazioni di cui egli stesso è vittima. Difatti il protagonista si scopre essere un paziente ricoverato nel reparto neurologico dell’ospedale, affetto da una curabile cirrosi, ma che brama la morte come azione di rivalsa nei confronti della madre. Una trama tortuosa in cui il punto di vista del narratore vacilla tra menzogne e verità; pagine che rispecchiano la psiche di un folle in cui la realtà risulta fallace e priva di appigli. Magistralmente Kenzaburō emula il pensiero di un folle, addentrandosi nella sua mente, districandosi nella selva di mistificazioni da lui create, fino a giungere al trauma infantile che ha provocato tutto ciò: un padre invasato che non accettava la disfatta del Giappone nel 1945 e la conseguente resa dell’imperatore. Lo shock arrecatogli da “quell’uomo” e il rapporto conflittuale con la madre sono le premesse del baratro.

“L’animale d’allevamento”, racconto del 1958 grazie a  cui lo scrittore ricevette il premio Akutagawa, narra il trauma di un passaggio repentino e violento dall’infanzia alla vita adulta che il protagonista, bambino di un anonimo villaggio, subisce durante la guerra del pacifico in Giappone. La guerra, apparentemente lontana, irrompe nella quotidianità arretrata e misera del villaggio con la cattura di un “soldato negro”, a cui il titolo dell’opera fa riferimento. Gli epiteti che contrassegnano il soldato simbolizzano l’evoluzione del rapporto che intercorre tra lui e il villaggio, nonché il processo di deumanizzazione del nemico in tempo di guerra, che viene decostruito da essere umano a “preda”, “animale d’allevamento”  e infine “animale domestico”, quando gradualmente egli entra a far parte della vita dei bambini del villaggio. Un rapporto in cui lo scrittore ci illude che possa esserci un lieto fine e che invece tronca con la presa in ostaggio dell’io narrante da parte del soldato, non appena la sua incolumità viene messa a rischio. L’intesa iniziale viene spezzata dalla guerra che sembra solo una cornice lontana e che, al contrario, frantuma con veemenza il quadro delineato: “Tutto il sotterraneo fu un ululare di adulti e sentii lo sfracellarsi della mia mano e del cranio del soldato negro”.

“Insegnaci a superare la nostra pazzia”, scritto nel 1969, si ricollega al primo racconto, con una collocazione cronologica antecedente rispetto a quest’ultimo, e pone i preamboli che condurranno il protagonista alla pazzia. Emergono fin da subito due rapporti antitetici tra loro: l’antagonismo madre-figlio e il binomio morboso tra un padre apprensivo e il figlio malformato. Saranno proprio la frattura del rapporto con il figlio, quando il protagonista comprende che egli può vivere senza di lui, e la guerra dichiarata alla madre attraverso il desiderio di voler scrivere una “biografia rivelatrice” sul padre, a creare una scissione interna liberatoria, ma foriera della sua follia. Un racconto che rimanda palesemente il lettore alla vita privata di  Ōe Kenzaburō e al rapporto con il figlio Hikari, affetto fin dalla nascita da una gravissima lesione cerebrale.

“Aghwee il mostro celeste”, pubblicato nel 1964, conclude la raccolta riproponendo il tema della pazzia scaturita dal rimorso di un padre:  Aghwee, la creatura immaginaria dalle sembianze infantili, “grande come un canguro con una camicia di cotone bianco”, che solo egli  riesce a vedere, si scopre altro non essere che il fantasma di suo figlio. Quando alla nascita gli venne diagnosticata erroneamente un’ernia cerebrale, il padre lo fece morire, non disposto “ad accudire un figlio che avrebbe avuto soltanto funzioni vegetative”. Quando poi dall’autopsia si rivelò essere un semplice tumore benigno, il padre cominciò ad avere allucinazioni. Ciò è punto di partenza per un cielo di esseri fluttuanti che ogni tanto fanno una visita in terra, come Aghwee, nome che probabilmente si riferisce al mugolio del bambino, unico verso che gli fu permesso emettere nella sua breve esistenza. Un uomo segnato dalle sue scelte, che afferma di non vivere nel “tempo presente”, e che si condanna all’espiazione finale, ovvero la sua morte.

“Insegnaci a superare la nostra pazzia” è una raccolta in cui si annidano le peggiori inquietudini dell’uomo e in cui la follia si erige  quasi come una condizione contagiosa in cui ognuno di noi può precipitare e soccombere. Un’opera  che non soltanto lascia il lettore in uno stato d’amarezza, ma lo mette a confronto con timori e riflessioni sulla precarietà della vita. Ōe Kenzaburō conferma, con tale opera e le tematiche scomode da lui sviscerate, la fama di massimo scrittore del ventesimo secolo  attribuitagli indiscussamente.

 

– di Riccardo Peron


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Lucifero e altri racconti – Akutagawa Ryūnosuke


Autore
: Akutagawa Ryūnosuke

Titolo: Lucifero e altri racconti

Editore: Lindau

Traduzione: Andrea Maurizi

Edizione: 2019

Pagine: 206 inclusa postfazione

Akutagawa Ryūnosuke è stato uno degli autori più acclamati del panorama letterario giapponese, conosciuto anche al di fuori della sua terra natia. Uno scrittore in grado di trasportare il lettore in altre epoche, epoche passate, dove naturalmente il confine tra reale e fantastico si assottiglia e diventa effimero. La premessa però è che Akutagawa era anche un uomo; un uomo inquieto ed ossessionato dalla morte, ma allo stesso tempo assetato di conoscenza e sognatore. È da qui che probabilmente nasce la sua grande passione per il Cristianesimo, una passione coltivata nella sua breve vita con intensità e target differenti nel corso del tempo. A tratti è stata una curiosità puramente estetica, ad altri esistenziale e filosofica, soprattutto nei confronti di Gesù e della figura del martire. Proprio questa sua visione così preziosamente sfaccettata traspare da questa raccolta di racconti brevi, da sempre il media prediletto di Akutagawa, uniti tra loro per l’appunto dal filo conduttore del cristianesimo. Akutagawa ha vissuto in una fase specialmente dinamica della storia del Giappone, il periodo Meiji (1868 – 1912), e senz’altro i repentini cambiamenti della società del tempo hanno influenzato la sua poetica. L’autore è stato cresciuto da una famiglia di origine samuraica e aveva una vasta cultura sia riguardo al Giappone classico che alla Cina, nonché dei loro folklori, da cui sapientemente attinge per realizzare la maggioranza delle sue opere che spesso hanno un retrogusto quasi mitologico, o leggendario.

Lucifero e altri racconti” racchiude dieci componimenti raffinati che forniscono spunti sia psicologici che storico-culturali del tempo, essi appartengono alla categoria dei cosidetti Kirishitan mono ovvero i racconti cristiani, scritti da Akutagawa tra il 1916 e il 1927, anno in cui si toglierà la vita.

Il diavolo e il tabacco” ambientato nel 1549, anno in cui arrivarono i primi missionari Gesuiti con l’obbiettivo di evangelizzare il Giappone, è il racconto con cui esordisce questa raccolta. Una storia semplice, una novella, con cui l’autore ci fa però riflettere su quanto sia complessa e soggettiva la nozione di peccato. Il diavolo si camuffa per viaggiare a bordo della nave coi santi padri, e una volta in Giappone si mette al lavoro per riuscire a tentare qualche fedele. Il diavolo verrà scoperto e messo in fuga, ma avendo importato con successo le sue preziose piante di tabacco nel paese, la vittoria contro di lui sarà solo parziale.

Akutagawa riprende lo stesso concetto in un altro racconto, “Gesù di Nanchino“, stavolta ambientato in Cina, un luogo molto caro all’autore. La protagonista, Jinhua, è una giovane ragazza molto devota al cristianesimo che è costretta però a prostituirsi per prendersi cura del vecchio padre. Le contraddizioni si moltiplicheranno quando la ragazza contrarrà una malattia venerea che per essere curata deve essere trasmessa a qualcun’altro, e per non peccare inizierà a rifiutare clienti per evitare di contagiarli. La situazione diventa critica, finché una sera non arriverà un uomo straniero che Jinhua non sarà in grado di respingere e che la libererà della malattia giacendo con lei. In sogno lo straniero le rivela di essere Gesù Cristo e al mattino, quando la ragazza si sveglia, non trova nessuno al suo fianco. Alla fine scopriremo che tutta la faccenda è stata un malinteso e che lo straniero è morto mesi più tardi per la malattia venerea che contrasse quella notte, ma il tutto all’insaputa di Jinhua, che invece crede di aver assistito ad un miracolo che, oltre ad averle salvato la vita, le ha anche donato le conferme necessarie per rendere la sua fede incrollabile.

Un altro racconto degno di nota è “Un debito di riconoscenza” più che altro per l’espediente narrativo impiegato da Akutagawa, un espediente che non può che ricordare il racconto più celebre dello scrittore, “Rashōmon” del 1915, da cui nel 1950 è stato tratto l’omonimo film capolavoro del maestro Kurosawa Akira, che ha contribuito ad accrescere esponenzialmente la fama di Akutagawa nel mondo. Il racconto si snoda in tre parti, con tre narratori differenti che raccontano la stessa storia; sta al lettore raccogliere i tasselli di questo grande puzzle in cui si alternano confessioni, debiti e promesse, sempre con tematiche legate alla religione e al martirio.

Quest’ultimo tema è trattato ancor più nello specifico in “La morte di un cristiano“, un’altra storia toccante presente nella raccolta, in cui un ragazzo amato da tutta la comunità ecclesiastica di un villaggio viene cacciato poiché accusato di aver messo incinta una giovane donna. Il protagonista si troverà a vivere nei bassifondi, rinnegato dai cristiani e disprezzato da tutti gli altri, ma con la sua fede del tutto intatta un giorno troverà la sua occasione per riscattarsi. Quando un terribile incendio divampa nella casa dove abitavano la sua presunta amante e figlia, il ragazzo si getta nelle fiamme e salva la bambina, sacrificando la propria vita. Solo alla fine del racconto scopriremo che il protagonista non solo era innocente, ma che addirittura era di sesso femminile.

Il sorriso delle divinità” è sicuramente il racconto più suggestivo della raccolta e delinea con chiarezza la visione che Akutagawa ebbe del cristianesimo nei suoi ultimi anni di vita (assieme a “Lucifero” e “L’uomo da Occidente – parte I e II“, delle vere e proprie riflessioni teologiche dell’autore). Le tranquille passeggiate di Padre Organtino, un famoso Gesuita in Giappone, nel giardino della sua chiesa in cui convivono piante orientali ed occidentali, descritto con un magnifico stile quasi simbolista, vengono interrotte da delle manifestazioni dei kami, le divinità dello Shintoismo. Dalla bocca dei kami, Akutagawa parla e dice la sua; il Giappone non si può convertire, il Giappone è già stato messo alla prova, ha assimilato il buddhismo e si è evoluto. Il vento del cristianesimo può soffiare impetuoso ma la forza della tradizione giapponese è simile a quella della canna di bambù, che si piega ma non si spezza.

La peculiarità del racconto breve è l’immediatezza e con ciò si intende qualcosa che esprima concetti in maniera diretta, non qualcosa che lascia il tempo che trova. “Lucifero e altri racconti” è una lettura che fornisce ottime occasioni per fermarsi a riflettere su cose familiari agli occidentali ma da un punto di vista alternativo e affascinante, quello orientale. Come una finestra in soffitta di casa nostra che ci è sempre sfuggita e da cui ci affacciamo per la prima volta. Tutto questo magistralmente narrato con lo stile che è proprio di uno scrittore geniale come Akutagawa Ryūnosuke, a cui è anche dedicato il più prestigioso riconoscimento letterario giapponese (l’Akutagawa Ryūnosuke Shō), e il cui nome è stato reso immortale dalle sue opere.

 

— di Elia Frontoni


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