Autore: Ōe Kenzaburō

Traduzione: Nicoletta Spadavecchia

Editore: Garzanti

Edizione: 1987

Il grido silenzioso (万延元年のフットボール, lett. Il calcio nell’anno Man’en), è una delle opere più celebri di Ōe Kenzaburō, uno dei più grandi autori del ventesimo secolo. La sua opera esplora temi come l’alienazione, la responsabilità individuale, il trauma storico, la disabilità e la ricerca di un senso morale in tempi di crisi. Studiò letteratura francese all’università, per cui fu fortemente influenzato da autori come Sartre e Camus. Per la sua prosa intensa e poetica Ōe è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1994. Morirà nel 2023.

La storia si svolge nel Giappone degli anni Sessanta e vede come protagonista Mitsusaburō “Mitsu” Nedokoro, un uomo di quarant’anni, colto, introverso e tormentato da profonde inquietudini esistenziali. Diventato da poco tempo cieco da un occhio a causa di un incidente, Mitsu sente il peso della sua capacità di “avere un occhio sulle tenebre”. Alienazione e oppressione non mancano nemmeno in famiglia: la moglie è diventata psicologicamente fragile e dipendente dall’alcol dopo la nascita del figlio disabile mentale. Il tema della disabilità si ripropone infatti in molteplici opere di Ōe, in quanto il figlio dell’autore stesso è nato con una disabilità cognitiva e linguistica.

Dopo il suicidio grottesco e inspiegabile del suo più caro amico che lo lascia prostrato, Mitsu decide di tornare al villaggio rurale della sua infanzia insieme al fratello minore, Taka, affetto da disturbi mentali ma carismatico e determinato. Il rapporto tra Mitsu e Taka è cruciale nel romanzo: Mitsu, introverso e passivo, si contrappone al fratello minore, che cerca di guidare una ribellione giovanile contro il potere economico locale incarnato da un supermercato gestito da un coreano naturalizzato giapponese. I due fratelli rappresentano infatti due modi opposti di reagire alla crisi — l’uno con l’introversione e l’altro con la ribellione.

Altro tema fondamentale nell’opera è il trauma storico e familiare: la narrazione intreccia passato e presente, mostrando come le ferite storiche (la rivolta contadina, la guerra, il suicidio, la disabilità), condizionino le scelte individuali e il tessuto sociale. Un episodio che riguarda la storia del paese delle loro origini e anche la storia familiare dei due fratelli è la rivolta contadina del 1860, in cui si dice che il loro bisnonno abbia avuto un ruolo ambiguo: la discussione di questo episodio diverrà fonte di conflitto tra Mitsu e Taka, che sfocerà in violenza e alienazione.

Per tutti questi motivi, Mitsu sarà costretto ad affrontare sé stesso, il passato della sua famiglia e il senso di colpa, iniziando un percorso doloroso verso l’accettazione e la sopravvivenza: ciò sembra impossibile in quanto la sua personalità non sembra ben adattarsi alla realtà. Mitsu incarna infatti la figura dell’uomo moderno, colto ma impotente, paralizzato dal peso della storia e dall’impossibilità di trovare un senso nella contemporaneità, caratterizzata da un ulteriore conflitto tra ruralità e modernizzazione: il villaggio è infatti simbolo di un Giappone arcaico che si scontra con l’industrializzazione e il consumismo moderno.

Alla luce del contesto conflittuale e tragico della vita di Mitsu, il grido silenzioso del titolo allude all’impossibilità di esprimere dolore in modo diretto, alla comunicazione interrotta, a un muto trauma che Mitsu porta sempre con sé ma che non riesce a condividere con nessuno. Attraverso i molteplici e stratificati conflitti sia relativi al contesto geografico e sociale che alla sfera relazionale, Ōe ci costringe a guardare dentro noi stessi, come Mitsu, per esplorare la sofferenza mai esplicitata e i silenzi della nostra storia personale.

Recensione di Martina Benedetta Calabrese