Autore: Tsuji Hitonari

Traduzione: Asuka Ozumi

Editore: Rizzoli

Edizione: 2024

Tsuji Hitonari nasce a Tōkyō nel 1959. Noto anche come Jinsei Tsuji nei suoi lavori nell’ambito del cinema e della musica, gode di un notevole successo soprattutto in ambito letterario, a tal punto da essere descritto come uno dei maggiori esponenti della nuova letteratura giapponese. La sua abilità lo porta all’ottenimento di svariati riconoscimenti, tra cui il Prix Femina étranger, premio letterario francese conferito ad opere di autori stranieri. Si trasferisce a Parigi nel 2002.

Il castello di lana di vetro (Gurasuwūru no shiro, グラスウールの城) viene pubblicato nel 1996, e compare sugli scaffali delle librerie italiane nel 2024 con un’edizione Rizzoli a cura di Asuka Ozumi. Questo romanzo breve contiene al suo interno due storie distinte: la prima, che dà il nome al titolo, ed un secondo racconto di nome Ghostwriter. Queste, narrate rispettivamente in prima e in seconda persona, risultano apparentemente scollegate, ma il loro legame si palesa man mano che si procede con la lettura.

Il castello di lana di vetro vede come protagonista Keita, produttore musicale dal successo in declino, dipendente di una casa discografica. Egli trascorre le sue giornate — e nottate — in bilico tra una carriera divenuta monotona, un ritmo sonno-veglia stravolto dagli orari di lavoro, la fine della convivenza con la compagna Akiko e il tormento causato da delle allucinazioni uditive. A stravolgere questo insostenibile ritmo giunge Kaneshima, stragavante ingegnere del suono che illustra al protagonista la sua bizzarra visione del mondo e della musica, dalla perdita dell’anima delle canzoni dovuta all’avvento dei CD fino alla presunta esistenza di un dio che risiede in tutti i suoni. Nonostante l’iniziale scetticismo, Keita verrà convinto a seguirlo fino in Hokkaido, in un mistico viaggio alla ricerca di uno specifico, glaciale suono.

La storia successiva narra di un ghostwriter in preda ad un blocco dello scrittore, tormentato dal ritardo rispetto a una scadenza, dall’assillante superiore Nakazawa, dal ricordo dell’ex-moglie e dai sintomi di natura uditiva di una nevrosi depressiva. I parallelismi con la prima storia sono evidenti, nonostante la narrazione di Ghostwriter risulti più introspettiva e meno incentrata sulla consequenzialità degli eventi, inducendo nel lettore un disarmante senso di immedesimazione tramite l’uso della seconda persona, proiettandolo nella tormentata mente del protagonista.

Il castello di lana di vetro, in conclusione, è una lettura breve ma curiosa, figlia del timore del digitale che stava prendendo il sopravvento nel periodo in cui è stata prodotta. Discutendo di CD e cavi oramai in disuso, l’opera rispecchia inconsapevolmente i timori contemporanei nei confronti del progresso tecnologico — evidenziandone l’inevitabile ciclicità — e fa riflettere, tramite le disavventure dei protegonisti, sugli incontri e i piccoli momenti capaci di trascinarci all’interno o allontanarci dalle difficoltà della vita moderna.

 

Recensione di Isabella Sgargi