12 Aprile 2026 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Tsushima Yūko
Traduzione: Maria Teresa Orsi
Editore: Safarà Editore
Edizione: 2023
Tsushima Yūko (1947-2016) nasce a Tōkyō e si afferma come scrittrice negli anni Settanta, raggiungendo la celebrità con il romanzo Il figlio della sfortuna (寵児 Chōji) nel 1978. Le sue opere trattano spesso di madri single e personaggi ai margini della società giapponese, fondendo temi personali e politici. Figlia del rinomato scrittore Dazai Osamu, nel corso della sua carriera Tsushima Yūko vince numerosi premi, inclusi il Premio Izumi Kyoka (1977), il Premio per la letteratura femminile (1978) e il Premio Noma (1979). Hikari no ryōbun – Il dominio della luce (光の領分 Hikari no ryōbun) viene serializzato nella rivista letteraria Gunzō dal 1978 al 1979.
La storia racchiusa nel romanzo è narrata da una donna di cui non conosciamo il nome, una madre che vive con sua figlia e che sta cercando di finalizzare il divorzio con suo marito, Fujino. Il matrimonio si è concluso da un po’, ma lei fa ancora difficoltà a capacitarsene: sin da quando erano studenti, la sua vita era dipesa profondamente da lui, a favore del quale aveva fatto innumerevoli concessioni.
Presto però si decide a dare una svolta alla sua vita, decidendo per il bene suo e della bimba di allontanarsi dall’uomo che le aveva detto addio per primo. Dopo lunghe ricerche, si trasferisce nella sua nuova casa; locata in una posizione tranquilla, si tratta di uno spazio confortevole e pieno di finestre. La luce che lo inonda non appena si apre la porta piace tanto a lei quanto alla sua bambina, e rende le stanze così luminose da riempirla di un effimero sentimento di speranza.
Le giornate della protagonista procedono ad un ritmo costante, e in esse si alternano il prendersi cura della bimba di tre anni, il lavoro presso la nastroteca e le uscite occasionali. I problemi, però, non tardano ad irrompere nella vita tranquilla che sta cercando di costruire con tutte le sue forze. Tra i comportamenti sempre più incomprensibili di sua figlia, vicini scortesi e sogni incomprensibili, la donna fatica a muoversi a testa alta nella società che la circonda e che sembra porle esclusivamente muri e giudicarla.
Il passare del tempo non fa che mettere in evidenza quanto la narratrice si senta a tratti inadeguata, a tratti impotente: ci viene rivelato tutto, anche i suoi pensieri più intimi e le contraddizioni di cui non sempre si rende conto. Allo stesso tempo, però, la giovane sente nascere in sé pure qualcosa di nuovo – il forte desiderio di riprendere il controllo sulla sua quotidianità, decidendone lei stessa le premesse. Dalla penna di Tsushima Yūko nasce dunque un’opera che in dodici brevi capitoli esplora la complessità dell’essere donna, e in particolare della difficoltà di doversi prendere cura di se stessa, della propria figlia e dei rapporti con chi è esterno a questo piccolo, autonomo nucleo.
Recensione di Martina Gruden
5 Aprile 2026 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Enchi Fumiko
Traduzione: Lydia Origlia
Editore: Safarà Editore
Edizione: 2017
Enchi Fumiko (1905-1986) nasce a Tōkyō con il nome Ueda Fumi, che cambierà in Fumiko nel 1928. Cresce in una famiglia di intellettuali appassionati di letteratura classica giapponese e di teatro kabuki, ricevendo così un’educazione che influenzerà profondamente la sua produzione artistica. Il suo successo in ambito letterario risale al 1954, quando vince il premio per la letteratura femminile Joryūbungakushō. Il romanzo Onnazaka. Il sentiero nell’ombra (女坂 Onnazaka) viene pubblicato nel 1957 e si aggiudica il premio Noma nello stesso anno. Il titolo dell’opera fa riferimento al sentiero secondario che porta al santuario shintō; l’onnazaka, accesso dedicato alle donne, è più lungo e prosegue a lato rispetto alla strada percorsa dagli uomini, più frontale e veloce.
Il romanzo è dunque, come ci si può immaginare, un intrecciarsi di storie di donne che vivono una vita nell’ombra, percorrendo un sentiero laterale creato da un’oppressiva società patriarcale. Tra queste figure femminili, spicca Tomo Shirakawa, che è cresciuta nel confuso periodo prima della Restaurazione e trova il suo unico scudo nell’affidarsi con tutta se stessa alla morale vigente. Le sue energie vengono profuse nella famiglia, al cui centro vi è il marito Yukitomo, primo segretario della prefettura di Fukushima e da tempo instancabile donnaiolo.
Onnazaka. Il sentiero nell’ombra inizia con l’arduo e opprimente compito che viene assegnato a Tomo dal marito: mandata a Tōkyō in compagnia della figlia Etsuko e della cameriera Yoshi, deve tornare a casa portando con sé una concubina per Yukitomo. La donna, all’apparenza, pare impassibile: la sua espressione rimane inflessibile quasi come una maschera nō, e sulle sue labbra aleggia un sorriso elusivo. Però, a guardarla con più attenzione, vi è modo di notare, in contrasto con i suoi gesti controllati, uno sguardo intenso che lascia trapelare la sua sofferenza.
Dopo aver incontrato numerose giovani ragazze, Tomo fa ricadere la sua scelta su Suga, venduta ai Shirakawa per i loro problemi finanziari della famiglia; ha quindici anni, è istruita nella danza ed è caratterizzata da una peculiare bellezza. Arrivata alla dimora dove passerà lunghi anni, è ancora all’oscuro del fatto che è stata ingaggiata per essere non solo la personale cameriera del padrone di casa. Tomo la guarda mentre gioca con le bambole insieme a Etsuko, e non può fare a meno di sentirsi complice nella crudele infamia avvenuta nei confronti della giovane.
Il lettore seguirà gli avvenimenti presso la dimora degli Shirakawa fino alla vecchiaia di Tomo, dal suo accantonamento da parte del marito a favore di Suga fino all’arrivo di un’altra concubina, Yumi, e alla nascita di nuove generazioni. La donna farà del mantenimento dell’armonia familiare – quantomeno all’esterno – il suo scopo ultimo, continuando a muovere tenacemente le fila della casa dietro le quinte anche per rimediare alle sdegnose azioni del marito. La sua fede nella morale, però, andrà pian piano scemando, culminando infine in un liberatorio sfogo mentre si sta avvicinando alla morte, un grido di rabbia che darà voce a tutti i sentimenti che non aveva mai potuto esternare.
Recensione di Martina Gruden
29 Marzo 2026 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Ogawa Yōko
Traduzione: Cristiana Ceci
Editore: Adelphi Edizioni
Edizione: 2007
Ogawa Yōko è considerata una delle voci importanti della letteratura giapponese contemporanea. Nata a Okayama nel 1962, sin da bambina coltiva la sua passione per le storie, interesse che la vasta biblioteca del padre non fa che accrescere. Si laurea in Lettere presso l’Università Waseda di Tōkyō, entrando in contatto con una stimolante selezione di opere. Nel 1991 riceve il prestigioso premio Akutagawa per il romanzo Diario di una gravidanza (妊娠カレンダー Ninshin Karendā). L’anulare (薬指の標本, Kusuriyubi no hyōhon) viene pubblicato nel 1994 e arriva in Italia nel 2007.
La giovane protagonista dell’opera svolge con zelo e perseveranza un lavoro decisamente fuori dal comune: insieme al professor Deshimaru, con il quale lavora da un anno, si occupa della conservazione di “esemplari”. Precisamente, il suo compito è quello di catalogarli con cura: ogni giorno si destreggia tra i registri e le prenotazioni, accogliendo chi si presenta al laboratorio, una palazzina dall’aspetto vecchio e fatiscente che in passato fungeva da dormitorio femminile. La ragazza prende in carico i preziosi oggetti dei clienti e ascolta le loro storie, venendo a conoscenza delle curiose circostanze che li hanno condotti in un posto del genere.
Lei stessa, similmente alle persone che assiste, ha perso qualcosa di fondamentale. Si tratta però di qualcosa che non potrà mai recuperare né trasformare in “esemplare”: un pezzo del suo dito. Prima di arrivare al laboratorio, infatti, lavorava in una fabbrica di gazzosa in un piccolo villaggio. Un giorno un dito le si era schiacciato tra la cisterna di raccoglimento della bibita e il giunto del nastro trasportatore, e la punta del suo anulare – un pezzetto di carne a forma di conchiglia – si era staccata dal suo corpo. Da quel momento, tutto era cambiato e, non potendo vivere circondata da tutto ciò che le ricordava l’orribile incidente, la ragazza aveva deciso di andarsene.
Era arrivata al laboratorio per puro caso e, essendo un posto unico nel suo genere, ne era rimasta intrigata. Ricorda chiaramente il primo “esemplare” che le era stato posto dinnanzi: tre funghi, cresciuti nel luogo dove, a causa di un incendio, era mancata la famiglia di una ragazzina. Per la sedicenne – come molti altri clienti – l’atto di consegnarli al professor Deshimaru era stato fortemente simbolico: inserendo i funghi in una provetta, era come se stesse richiudendo lontano da sé tutto ciò che aveva perso.
Dalla penna di Ogawa Yōko nasce un’opera breve ed efficace, allo stesso tempo delicata quanto inquietante, e le cui atmosfere lasciano il lettore ammaliato. Il laboratorio diverrà non solamente un luogo in cui rinchiudere pezzi del proprio passato, ma con i suoi silenzi e gli spazi vuoti sembrerà fagocitare la protagonista stessa. Man mano che il tempo scorre, la giovane aiutante si accorgerà infatti di trovarsi come intrappolata: non può concepire di separarsi da quell’uomo che la attira a sé con morbosità. E, alla fine, lei stessa gli consegnerà qualcosa che le appartiene.
Recensione di Martina Gruden
23 Marzo 2026 | Letteratura, Recensioni
L’associazione Takamori ha il piacere di invitarvi al quarto e ultimo appuntamento della rassegna Giappone Noir, che si svolge presso la Biblioteca Salaborsa. Mercoledì 25 marzo alle ore 18.00 il traduttore Andrea Filippi presenterà il romanzo Goth (Atmosphere Libri, 2024) di Otsuichi.

Otsuichi, nome d’arte di Hirokata Adachi, è uno scrittore le cui opere si collocano nel genere mystery, horror e thriller. Nasce nel 1978 nella prefettura di Fukuoka e il suo debutto risale al 1996 con l’opera L’estate, i fuochi d’artificio e il mio cadavere (夏と花火と私の死体, Natsu to hanabi to watashi no shitai). Inizia la scrittura di Goth (GOTH 夜の章/僕の章, GOTH yoru no shō/ boku no shō) poco dopo la sua laurea; il romanzo esce in Giappone nel 2002 e si aggiudica lo Honkaku Mystery Award.
Le vicende dell’opera ruotano attorno a due liceali che frequentano la stessa classe. Da una parte vi è Morino Yoru, il cui nome significa “bosco notturno”; la sua pelle è così bianca da farla apparire quasi come una bambola, ed è in netto contrasto con il suo modo di apparire, immancabilmente vestita di nero. Dall’altra parte vi è il ragazzo che corrisponde al narratore di molti dei racconti, e il cui nome verrà svelato solamente verso la fine dell’opera.
Ciò che li accomuna è la loro personalità, inquietamente simile: entrambi sono intensamente affascinati da tutto ciò che riguarda il crimine e, in senso lato, gli atti di violenza. Le loro scarse interazioni davanti ai compagni si alternano alla condivisione – lontano dagli occhi altrui – di abitudini macabre, quali lo scambiarsi foto di cadaveri e articoli di cronaca raccapriccianti. Tali storie li lasciano estasiati, perché osservando i lati più oscuri delle persone, i due hanno l’impressione di avvicinarsi a ciò che percepiscono come l’istanza più reale dell’esistenza: la morte.
Questa inquietante passione li spinge a cercare esperienze fuori dal comune e, nonostante l’unica regola del protagonista sia di non farsi coinvolgere, gli incontri con assassini e persone malvagie degenerano spesso, mettendo a rischio le stesse vite dei due compagni di classe, che si muovono in un mondo intriso di malvagità.
L’opera di Otsuichi è ricca di atmosfere cupe e disturbanti. La caratterizza anche un gioco di prospettiva: i frequenti cambi di punto di vista creano una narrazione che confonde il lettore, completamente immerso negli avvenimenti. I colpi di scena finali non si limitano dunque a sorprendere, ma riescono a far ripensare tutto ciò che si credeva di aver compreso della vicenda.
Dove
Biblioteca Salaborsa, Sala Conferenze
Piazza del Nettuno, 3, 40124 Bologna
Quando
Quarto appuntamento
25 marzo 2026 alle ore 18.00 – Goth (Atmosphere Libri, 2024) di Otsuichi, con il traduttore Andrea Filippi
22 Marzo 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Otsuichi
Traduzione: Andrea Filippi
Editore: Atmosphere libri
Edizione: 2024
Otsuichi, nome d’arte di Hirokata Adachi, nasce nel 1978 nella prefettura di Fukuoka. Si occupa principalmente di racconti con tratti tipici del genere mystery, horror e thriller psicologico. Il suo debutto risale al 1996 con l’opera L’estate, i fuochi d’artificio e il mio cadavere (夏と花火と私の死体, Natsu to hanabi to watashi no shitai). Il romanzo Goth (GOTH 夜の章/僕の章, GOTH yoru no shō/ boku no shō) è composto da sei racconti, il primo dei quali viene scritto quando l’autore ha circa ventitré anni. Esce nel 2002 e si aggiudica, con sorpresa dello stesso Otsuichi, il Honkaku Mystery Award.
I personaggi centrali dell’opera sono due liceali, conosciutisi perché frequentano la stessa classe. Da una parte vi è Morino Yoru, il cui nome significa “bosco notturno” e che – in netto contrasto con la sua pelle bianca come la luna – si veste sempre di nero, incarnando perfettamente l’immagine del buio della notte. Dall’altra parte c’è il protagonista del romanzo, che in numerosi racconti ricopre il ruolo del narratore e il cui nome viene svelato solamente verso la fine dell’opera. I due, in classe, non si salutano nemmeno: distaccati da tutto e tutti, tendono a mantenere le interazioni con chiunque al minimo. Più precisamente, Morino ignora quasi completamente le altre persone, mentre il protagonista si limita a formule di dialogo sufficienti a non apparire fuori dalla norma.
Ciò che li avvicina sono proprio le loro personalità, apparentemente del tutto affini. Li accomuna infatti un’oscura ossessione per tutto ciò che riguarda il crimine, e loro stessi condividono abitudini macabre, scambiandosi foto di cadaveri e articoli su assassini. La violenza è ciò che li affascina maggiormente, permettendo loro di avvicinarsi a quella che percepiscono come l’istanza più reale dell’esistenza: la morte. Seguendo questa inquietante passione, i due finiscono per imbattersi in esperienze estreme e, nonostante l’unica regola del protagonista sia di non farsi coinvolgere, gli incontri con assassini e persone malvagie degenerano spesso, mettendo a rischio le loro stesse vite.
Nel primo racconto, intitolato Goth – Tenebre, tutto parte dal ritrovamento di un taccuino da parte di Yoru. Si tratta del quaderno di un killer che negli ultimi mesi ha ucciso due ragazze, smembrandone i corpi. Ciò che colpisce Yoru e il narratore è il fatto che in esso venga menzionata una terza ragazza, il cui caso però non è mai stato riportato dai notiziari. Probabilmente si tratta di una vittima recente e i due liceali, spinti dal desiderio di trovarne il cadavere, iniziano ad indagare. Proprio questo impulso investigativo, volto ad avvicinarsi a individui pericolosi, è il filo conduttore delle vicende che coinvolgono i protagonisti, immersi in una realtà grottesca in cui il crimine pare essere sempre dietro l’angolo.
L’opera di Otsuichi è intrisa di atmosfere cupe e disturbanti e gioca molto di prospettiva: i frequenti cambi di punto di vista risultano in una narrazione che confonde e inganna il lettore. I colpi di scena finali non si limitano a sorprendere, ma riescono a stravolgere tutto ciò che si credeva di aver compreso della vicenda.
Recensione di Martina Gruden
15 Marzo 2026 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Yoshimoto Banana
Traduzione: Giorgio Amitrano
Editore: Giangiacomo Feltrinelli
Edizione: 2026
Yoshimoto Banana, pseudonimo di Yoshimoto Mahoko, nasce a Tōkyō, città in cui porterà a termine i suoi studi presso la Nihon University. Entra nella scena letteraria mondiale poco dopo la laurea in letteratura, in gran parte grazie all’enorme successo del romanzo Kitchen (キッチン Kitchin). Le tematiche che predilige sono introspettive e spesso hanno a che fare con la sensazione di vuoto in cui ci imbattiamo vivendo – sia questo per via di una perdita o un lutto, oppure perché non sappiamo cosa ci riservi il domani. Come un miraggio (うたかた/サンクチュアリ Utakata/Sankuchuari) è una delle sue primissime opere, la cui pubblicazione in originale risale al 1988. Il romanzo si compone di due racconti: Come un miraggio e Santuario.
La protagonista di Come un miraggio è Toriumi Ningyo (letteralmente Sirena Uccellomarino), nome datole come nella speranza che la bimba fosse amata da tutte le creature del mondo. Ningyo ha diciannove anni e vive con la madre. Il padre, nonostante le supporti economicamente, non è mai stato presente nella quotidianità della figlia; le poche volte in cui l’ha incontrato, Ningyo ha avuto un’impressione pessima di lui, quella di un uomo grezzo e maleducato. Ciononostante, la madre lo ama ancora, e un giorno decide – anche per sconvolgere un po’ la sua vita – di partire con lui per il Nepal.
Vedendo mettersi in viaggio la sua unica famiglia, Ningyo non può fare a meno di sentirsi sola, proprio come quando da attendeva la madre con le chiavi di casa in tasca. Questo sentimento trasforma completamente la sua normalità: gli spazi della casa, che aveva sempre considerato angusti, diventano ora fin troppo grandi. Le stanze si riempiono di vuoto e di silenzio, che vanno riempiti senza l’aiuto di nessuno. La vita si stende davanti a lei, completamente dipendente dalle sue azioni, e a Ningyo quasi manca la forza di guardarla a dirimpetto.
Nel proseguio della sua routine avviene un incontro che pare quasi predestinato – e che forse in un certo senso lo è: una sera, mentre si fa strada tra una moltitudine di persone, Ningyo prova una sensazione così forte da portarla a voltarsi verso colui che le sta accanto. È proprio così che incontra Arashi, ragazzo cresciuto con il padre di lei, ma con il quale non ha alcun legame di sangue. Man mano che passano le giornate, tra i due sboccia un sentimento d’amore che penetra lentamente sotto la pelle della protagonista. Non si tratta di un affetto impetuoso, ma piuttosto di un’emozione che dona tranquillità, proprio come lo stendersi sul fondo del mare e abbandonarsi alla sua quiete. La connessione con Arashi si fa sponda sicura nella vita frenetica e complessa che la protagonista sta affrontando, e la aiuta a proiettarsi con più consapevolezza nel futuro, dando forma ai contorni smussati del domani.
Segue Santuario, racconto dall’atmosfera affine che ci apre una finestra su ciò che può essere la vita dopo una perdita. Tomoaki, oppresso da una perenne stanchezza, decide di fare un viaggio per allontanarsi da tutto e da tutti. Una sera, mentre sta passeggiando, nota una donna piangere sulla spiaggia; dopo averla vista anche il giorno dopo, e quello dopo ancora, decide infine di parlarle. Kaoru si strugge per qualcosa di cui lui non è ancora a conoscenza, ma che sente assomigliare al dolore che sta provando lui stesso. Una volta tornato a Tōkyō, la incontrerà ancora, e la loro confidenza gli sarà di consolazione e di supporto nell’elaborazione dei suoi sentimenti ingarbugliati.
La penna di Yoshimoto Banana, che per quest’opera si ispira alla tradizione degli shōjo manga, ci porta due racconti caratterizzati da una penetrante delicatezza e da tematiche affini: il sentimento di affetto, la solitudine, la lontananza dai propri cari e la ricerca di chiarezza e significato. Amore e dolore convivono nelle vite dei protagonisti che, disorientati nella realtà senza bussola che è quella della giovinezza, fanno del loro meglio per trovare la strada che li porterà al domani.
Recensione di Martina Gruden
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