15 Febbraio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Yoshimoto Banana
Traduzione: Alessandro Giovanni Gerevini
Editore: Universale Economica Feltrinelli
Edizione: 2002
Sly è l’ottavo romanzo della celebre scrittrice Yoshimoto Banana. Pubblicato per la prima volta nel 1996, l’opera vede la sua prima traduzione italiana due anni dopo, nel 1998.
L’opera si sviluppa come un racconto a posteriori e in prima persona attraverso gli occhi di Kiyose, giovane designer di gioielli, che ricorda di un viaggio fatto assieme a due amici: Hideo e Takashi. Motore dell’opera è la scoperta di Takashi di essere sieropositivo e quindi, per sfruttare il tempo che ancora hanno insieme, i tre decidono di fare un viaggio, scegliendo come meta l’Egitto.
Nucleo del componimento sono le emozioni private della protagonista: nonostante la grande importanza che viene data alla descrizione dei luoghi (sono molti i passaggi in cui l’autrice si dilunga nella descrizione dei vari templi o del paesaggio) a muovere l’opera sono i sentimenti e i pensieri che animano Kiyose, attorno ai quali poi si sviluppa la trama. Sentimenti centrali del racconto sono: il profondo senso di amicizia, che unisce i tre personaggi, e la costante presenza della morte, che si manifesta come una sottile malinconia e nostalgia per quei momenti che non possono durare in eterno.
Lo stile dell’opera è molto semplice, scorrevole nonostante l’ampio uso di metafore nelle descrizioni dei paesaggi e delle emozioni.
Infine, Sly, come molte altre opere giapponesi, lascia un finale aperto: all’inizio dell’opera, dopo aver scoperto che Takashi era sieropositivo, sia Hideo che Kiyose, essendo che avevano entrambi avuto una relazione con lui, decidono di fare il test per vedere se anche loro erano sieropositivi. Il risultato del test non viene esplicitato nel romanzo, lasciando quindi il lettore nel dubbio con questo finale ambiguo.
Recensione di Nina Secci
9 Febbraio 2026 | Letteratura, Rassegna
L’associazione Takamori è lieta di invitarvi al primo appuntamento della rassegna Giappone Noir. Mercoledì 11 febbraio il traduttore Alessandro Passarella presenterà il romanzo Vangelo nero di Matsumoto Seichō.

Matsumoto Seichō (1909-1992), spesso definito il “Simenon giapponese,” è noto per i suoi romanzi di stampo poliziesco, nei quali introduce varie tematiche sociali. Nato a Kokura nella prefettura di Fukuoka, dove è commemorato da un museo, da giovane abbandona gli studi e si guadagna da vivere prima in una tipografia, poi collaborando con la rivista Asahi Shimbun. Nel 1953 riceve il Premio Akutagawa per una cronaca storica, il che gli permette di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Nel corso della sua carriera pubblica più di 300 romanzi e diversi racconti.
Vangelo nero (黒い福音 Kuroi fukuin), che inizia ad essere serializzato nel 1959, è un’opera che si ispira ad un vero fatto di cronaca, quello di una hostess ritrovata morta in un fiume nel sobborgo di Tōkyō. Il sospettato principale fu un sacerdote straniero, che tuttavia non venne mai arrestato, e il caso venne anzi archiviato. Matsumoto riprende questi avvenimenti e descrive come potrebbero essere andate le cose; il romanzo segnerà da questo punto di vista quasi un momento di svolta, dopo il quale lo scrittore si dedicherà a opere di vero e proprio giornalismo.
Il libro si divide in due parti: la prima descrive la vita quotidiana dei preti salesiani, tra i quali spiccano padre Villiers e padre Tolbecque. Momento cruciale è naturalmente la morte di Ikuta Setsuko, una giovane hostess di una compagnia aerea inglese, il cui cadavere viene ritrovato in un fiume. Segue infine la parte del romanzo dedicata alle indagini, nella quale il lettore assisterà alla ricerca del colpevole e del movente.
Il romanzo si colloca in un periodo della storia giapponese molto specifico: il dopoguerra, in cui il Paese inizia a rinascere dopo la fine dell’occupazione, e nel quale si fanno strada forti interessi da parte di attori sia giapponesi che stranieri. Ne Vangelo Nero, quest’atmosfera si respira appieno, portando l’attenzione del lettore su che vi è di marcio e di corrotto nelle piaghe nascoste della società nipponica.
Seguono maggiori informazioni sull’evento. Vi aspettiamo numerosi!
Dove
Biblioteca Salaborsa, Sala Conferenze
Piazza del Nettuno, 3, 40124 Bologna
Quando
11 febbraio 2026 alle ore 18.00
8 Febbraio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Okamoto Kanoko
Traduzione: Fujimoto Yūko
Editore: Lindau
Edizione: 2018
Okamoto Kanoko (1889-1939), poetessa, saggista e narratrice, nasce nell’attuale Minato, a Tōkyō, in una famiglia di proprietari terrieri, ed entra nel mondo della scrittura già da giovane. Predilige i componimenti tanka, frequenta scrittori quali Tanizaki Jun’ichirō e Yosano Akiko e collabora con varie riviste letterarie quali Myōjō (Stella lucente) e Seitō (“Bluestocking”). Tornata in Giappone dopo un periodo in Europa e negli Stati Uniti, esordisce come prosatrice con il romanzo breve La gru morente (鶴は病みき Tsuru wa Yamiki), che trae ispirazione dagli ultimi giorni dello scrittore e poeta Akutagawa Ryūnosuke. Frotte di pesci rossi (金魚撩乱 Kingyo ryōran) è una raccolta di tre racconti e arriva in Italia nel 2018.
La prima storia, Frotte di pesci rossi, segue le vicende di Fukuichi, figlio adottivo di una coppia che si guadagna da vivere con un vivaio di carassi dorati. Dopo sei anni di formazione, durante i quali il giovane si è recato in città per seguire un corso di piscicoltura, Fukuichi torna nel luogo dov’è cresciuto per ereditare la tradizione familiare. Molto è cambiato, ma non la sua abitudine di guardare la scarpata antistante la valle in cui abita, luogo dove si erge la casa della giovane Masako. Crescendo, è rimasto ammagliato dalle fattezze della ragazza, e ormai non può fare altro che struggersi per un sentimento sul quale non ha controllo. Altra ossessione della sua vita diventa così quella di creare una varietà di pesce rosso che possa essere degno dell’apprezzamento della giovane – un ibrido che premi le sue fatiche, facendosi specchio della bellezza eterea di Masako.
Nel seguente racconto, dal titolo Nel Settentrione, ci viene narrata una storia conosciuta non solo nel villaggio in cui si trova la narratrice, ma un po’ per tutto il Tōhoku. Si tratta del toccante resoconto delle vicende di un ragazzo idiota – appellato Shirō-scemo – che si è conquistato il favore della comunità grazie alla sua spontaneità e cortesia. Affezionatosi a una ragazza in età da marito, il giovane farà nascere in lei un sentimento materno che la accompagnerà fino alla vecchiaia, facendola sperare in un improbabile ricongiungimento con l’amico.
Segue infine Il genio familiare, che ci fa conoscere il piccolo mondo delineato dai confini della taverna “Alla vita.” Gestito dalla stessa famiglia da quasi cinquant’anni, il locale tesse la sua storia senza grandi cambiamenti. Un giorno, però, al posto dell’anziana gestrice, alla finestrella della taverna appare un nuovo volto, quello di sua figlia. Kumeko, a suo malincuore, è infatti tornata all’osteria dopo tre anni di autonomia, e si è dovuta fare carico del compito impostole dal suo ruolo nella famiglia. A fornirle rincuoro nella sua vita monotona sarà, sorprendentemente, il segreto che aveva dato conforto alla madre, e che diverrà per lei una rinnovata chiave di lettura della sua esistenza.
I temi che si intrecciano nella scrittura di Okamoto Kanoko, elegante e piena di riferimenti culturali, sono vari, dal senso estetico al significato delle convenzioni sociali, fino a quello del ruolo della donna. Il lettore verrà così coinvolto in tre delicate storie, diverse tra sé e dalle molteplici sfaccettature, ma accomunate da una inopinata rivelazione finale che stupirà sia i personaggi che noi, fornendoci un ultimo tassello per apprezzare appieno gli avvenimenti.
Recensione di Martina Gruden
1 Febbraio 2026 | Letteratura, Recensioni, Senza categoria

Autore: Kanai Mieko
Traduzione: Laura Testaverde
Editore: Neri Pozza
Edizione: 2024
Kanai Mieko – scrittrice, critica letteraria e poetessa – nasce nel 1947 a Takasaki, nella prefettura di Gunma, ed entra nella scena letteraria già da giovane. A 19 anni, il suo racconto Vita d’amore (愛の生活 Ai no seikatsu) viene nominato per il Premio Osamu Dazai, e nel 1969 le viene conferito il Premio Gendaishi Techō per la poesia. In seguito vincerà il Premio Izumi Kyōka nel 1979 e il Women’s Literature Award nel 1988. Una lieve vertigine (軽いめまい Karui Memai) viene pubblicato in lingua originale nel 1997 e tradotto in italiano nel 2024.
Lo spunto per il romanzo risale a un episodio personale dell’autrice, che ci racconta lei stessa nella postfazione: un giorno, le era capitato di fare visita a una coppia di conoscenti che era poi finita col divorziare. Ciò che l’aveva colpita della loro abitazione era stata l’inquietante freddezza che aleggiava tra i due, un’atmosfera che le sembrava mostrare la follia della monotonia quotidiana di una casalinga. Kanai Mieko, però, non è interessata a spiegare le ragioni per cui si può sprofondare in tale follia: al contrario, decide di dedicarsi a un momento specifico che può appartenere a una vita comune. Si tratta della lieve vertigine che coglie molte donne nel loro quotidiano – un attimo di coscienza della loro vita che si inserisce in mezzo al susseguirsi continuo di eventi di poco significato.
Nel romanzo, questa lieve vertigine ci viene mostrata attraverso i pensieri di Natsumi, una giovane donna che non è scelta per un qualche suo tratto speciale, ma anzi è una persona come se ne possono trovare di molte a Tōkyō o altrove. Natsumi fa la casalinga e risiede in un moderno appartamento della capitale insieme al marito, un tipo tranquillo che però a volte la irrita, e i loro due figli, assai energici data la loro vivace età. Obiettivamente, insomma, la sua è una realtà tranquilla e agiata, che trascorre in gran parte all’interno della cornice familiare.
Natsumi infatti non assiste a nessun cambiamento irrequieto, nessuno scossone. Le sue giornate si compongono da un alternarsi di eventi prevedibili, come il prendersi cura dei bambini, lo svolgere commissioni, o il fare il bucato. A volte, va a trovare parenti, oppure esce con il gruppo di amiche che conosce dai tempi delle superiori. Altre ancora, incontra le sue vicine, che la mettono al corrente degli ultimi pettegolezzi della palazzina.
Talvolta, però, le capita anche di sentire come una lieve vertigine. Ad esempio, mentre lava i piatti, succede che si sorprenda a fissare l’acqua che scorre, sentendosi come in un sogno. Le pare sempre che sia passato un po’ di tempo, anche se in verità si tratta di pochi secondi – abbastanza, però, per percepire se stessa in modo diverso dal solito. In momenti simili, le cose più naturali le appaiono improvvisamente inspiegabili e di tanto in tanto, si domanda per quanto andrà avanti questa sua vita pregna di noia, così quieta e senza grossi intoppi.
Lo stile dell’opera è ricco ed innegabilmente intenso: i periodi sono spesso così lunghi che il lettore potrà facilmente perdersi in un viaggio di sola andata nella mente della protagonista. Tramite il flusso di coscienza di Natsumi, Kanai Mieko riesce a mostrarci con potenza e maestria come anche la persona più comune nasconda in sé un microcosmo, e ci farà riflettere sul modo in cui noi stessi costruiamo la propria esistenza.
Recensione di Martina Gruden
25 Gennaio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Kawabata Yasunari
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Einaudi
Edizione: 1997
Kawabata Yasunari, nato a Ōsaka nel 1899 e morto probabilmente suicida nel 1972, è considerato uno dei maggiori autori giapponesi moderni. Si laurea in letteratura all’Università imperiale di Tōkyō, e in seguito si afferma ben presto come scrittore dalla prosa raffinata e intima. Nel 1968, diventa il primo giapponese a cui viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Tra le sue maggiori opere si collocano ad esempio La ballerina di Izu (伊豆の踊子 Izu no Odoriko; 1926) e Il paese delle nevi (雪国 Yukiguni; 1948). Bellezza e tristezza (美しさと哀しみと Utsukushisa to kanashimi to) viene pubblicato a puntate tra il 1961 e il 1963, e raccolto in volume nel 1965. Da esso è stato tratto il film L’amaro giardino di Lesbo, diretto da Shinoda Masahiro.
Kawabata ci introduce subito uno dei personaggi principali dell’opera, Ōki Toshio, uno scrittore sulla cinquantina con una moglie e due figli ormai adulti. Lo conosciamo mentre sta viaggiando in treno da Tōkyō a Kyōto, agli sgoccioli dell’anno; unico viaggiatore nel vagone, provando un senso di solitudine e incertezza, Ōki riflette sul motivo per cui si sta recando nella vecchia capitale. Da tempo, infatti, aveva preso l’abitudine di ascoltare le campane di fine anno alla radio, un suono che annuncia il terminare del vecchio e l’arrivo di un nuovo periodo, e che inevitabilmente gli riporta a mente tutto ciò che i mesi passati hanno significato per lui. Avendo a lungo desiderato di sentire i commoventi 108 rintocchi dal vivo, quest’anno aveva deciso di realizzare questo suo sogno.
In segreto, però, vi è anche un’ulteriore motivazione per la sua visita: Ōki non può fare a meno di sperare in un incontro con Ueno Otoko, e si augura di riuscire a condividere l’ultima notte dell’anno con lei. La possibilità di richiudere almeno per un attimo la distanza creatasi tra di loro lo alletta, sebbene non la veda da una ventina di anni. L’ultima volta, difatti, risale al periodo del suo innamoramento per lei: Ōki, uomo sposato, aveva circa trent’anni, mentre la ragazza era appena sedicenne. Dopo essere rimasta incinta, Otoko aveva partorito una figlia che era presto morta; in seguito ad un disperato tentativo di suicidio era stata ricoverata in un opprimente reparto psichiatrico e, una volta dimessa, si era trasferita a Kyōto con la madre. Tuttora vive lì, mai sposata, godendo del titolo di artista acclamata.
Una volta giunto in città, Ōki le telefona e l’incontro con l’antica amante viene organizzato. Con suo rammarico, però, la donna non si presenta all’appuntamento da sola. Porta infatti con sé l’allieva Sakami Keiko, per evitare di rimanere faccia a faccia con l’uomo che l’aveva tanto ferita, ma che non era riuscita a cancellare dal suo cuore. La ragazza che l’accompagna, scopriremo presto, è per Otoko ben più che una semplice discepola, e prova grande gelosia per l’uomo che, nonostante abbia causato un immenso dolore alla sua maestra, è da lei ancora amato.
Collocati in un’atmosfera a tratti ossessiva, a tratti sentimentale, i personaggi vengono delineati con enorme maestria, facendoci scoprire il loro mondo interiore e i fantasmi del passato che tornano a farsi vivi nelle loro menti. Ricca di descrizioni intime e delicate (a tratti però anche piuttosto dirette), la narrazione ci porterà in un viaggio nelle pieghe più disturbanti del sentimento amoroso, unito a quello di perdita, consapevolezza, e anche un po’ di vendetta.
Recensione di Martina Gruden
19 Gennaio 2026 | Letteratura, Rassegna
L’associazione Takamori è lieta di presentare Giappone Noir
Biblioteca Salaborsa

Nasce Giappone Noir, la rassegna che porterà il pubblico alla scoperta della cupa e sfaccettata narrativa noir giapponese, a cura di Francesco Vitucci in collaborazione con l’Associazione Takamori.
Il noir giapponese affonda le sue radici nella detective fiction anglosassone. Durante l’epoca Meiji, grazie all’intensificarsi dei contatti con l’oltreoceano, la letteratura straniera inizia a diffondersi in Giappone con crescente frequenza. Punto di svolta è, nel 1887, la pubblicazione a puntate del racconto Black cat di Edgar Allan Poe, sul quotidiano Yomiuri shinbun. Segue, nel 1889, l’apparizione sul Chūō Shinbun delle avventure di Sherlock Holmes. La stampa periodica diventa così il primo veicolo di diffusione di questo genere, che si affermerà ben presto anche in forma di romanzo.
La popolarità del genere cresce rapidamente e, sebbene la detective fiction nasca da modelli occidentali, viene presto adattata al contesto sociale e culturale nipponico. Ne sono esempio i più di settanta adattamenti di Kuroiwa Ruikō (Kuroiwa Shūroku, 1862-1920) e i romanzi di Edogawa Ranpo (1894-1965), pseudonimo di Hirai Tarō, considerato il padre della detective fiction moderna giapponese. A differenza di molti autori che lo avevano preceduto, Ranpo ambienta i propri romanzi nella sua epoca, prediligendo elementi di suspense, mystery e di indagine psicologica dell’ossessione.
Nel secondo dopoguerra, spiccano figure quali Yokomizo Seishi (1902-1981), affascinato dal racconto storico, e Matsumoto Seichō (1909-1992), che riprende il genere hard-boiled e vi introduce tematiche sociali, spostando il focus dall’atto criminale in sé alla motivazione che vi è dietro, e a come quest’ultima si riconduca ai punti ciechi della società.
Negli anni Sessanta e Settanta si assiste alla prima ondata di autrici noir, tra le quali spiccano Togawa Masako (1931-2016) e Natsuki Shizuko (1938-2016). In anni ancor più recenti seguono poi scrittrici come Miyabe Miyuki e Kirino Natsuo, la cui narrazione esplora i lati più disturbanti dei rapporti interpersonali e della natura umana.
Il percorso della rassegna Giappone Noir porterà il pubblico alla scoperta di quattro opere, che spaziano dalla seconda metà del Novecento fino agli anni a noi più recenti. Esse saranno presentate dai traduttori italiani che ci illustreranno il loro lavoro, dandoci un quadro più approfondito non solo sulle sfide della traduzione, ma anche sulle molteplici sfumature di questo affascinante genere.
Dove
Biblioteca Salaborsa, Sala Conferenze
Piazza del Nettuno, 3, 40124 Bologna
Quando
Primo appuntamento
11 febbraio 2026 alle ore 18.00 – Vangelo nero (Adelphi, 2025) di Matsumoto Seichō, con il traduttore Alessandro Passarella
Secondo appuntamento
4 marzo 2026 alle ore 18.00 – Strani disegni (Einaudi, 2025) di Uketsu, con il traduttore Stefano Lo Cigno
Terzo appuntamento
11 marzo 2026 alle ore 18.00 – Il santuario della montagna silenziosa (Newton Compton Editori, 2025) di Kamon Nanami, con il traduttore Corrado Cucchi
Quarto appuntamento
25 marzo 2026 alle ore 18.00 – Goth (Atmosphere Libri, 2024) di Otsuichi, con il traduttore Andrea Filippi
L’ingresso è gratuito. Vi aspettiamo numerosi!
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