Non cercate in questo luogo || Recensione

Autore: Sesuji
Traduzione: Stefano Lo Cigno
Editore: Newton Compton Editori
Edizione: 2026

Nuova e innovativa voce dell’horror, Sesuji vede il suo debutto con la pubblicazione del romanzo Non cercate in questo luogo (近畿地方のある場所について, Kinki chihō no arubasho ni tsuite) in seguito alla forte attenzione ottenuta dalla storia, originariamente pubblicata e divenuta virale sul web.

Il romanzo adotta le tecniche del mockumentary, alternando brevi sezioni narrative a trascrizioni di interviste, articoli, lettere e post risalenti a momenti diversi degli ultimi decenni. Ciò dona all’opera un inquietante senso di realismo, nonché una notevole varietà stilistica capace di intrattenere a lungo. I capitoli sono accompagnati da rare immagini, il cui effetto sorpresa va a braccetto con l’elemento visivo, contribuendo fortemente alla formazione di un’atmosfera di crescente inquietudine.

La voce narrante condivide lo pseudonimo dell’autore. Sesuji, giornalista, lancia un preoccupante appello: il suo giovane amico Osawa è scomparso, dopo essersi immerso troppo in profondità in un’indagine per conto di una rivista di occultismo. È compito dei lettori, esposti sia alle interazioni dei due protagonisti che alla vasta documentazione relativa all’articolo mai scritto, contribuire alla ricerca di Osawa, nella speranza che non sia troppo tardi.

Voci di adulti, così come di bambini e anziani spaventati e tormentati, rilasciano testimonianze su fenomeni inspiegabili, e la natura sovrannaturale di questa indagine si dipana lentamente davanti agli occhi del lettore. Quest’ultimo non può fare a meno di sentirsene parte integrante, stimolato dalla presenza di elementi ricorrenti che si intrecciano progressivamente portando alla luce angoscianti misteri. Questi paiono orbitare attorno a una malfamata area montuosa della regione del Kinki, nel Giappone occidentale, legata a immagini e rituali misteriosi e tre disturbanti creature impossibili.

Non cercate in questo luogo è un’opera tanto criptica quanto ben costruita, che rimane riluttante a rivelare i suoi segreti fino all’ultima pagina, mantenendo stretta la sua presa sul lettore lungo tutto il racconto. Romanzo dalla deliziosa complessità, la storia di Sesuji è capace di attirare amanti del genere così come nuovi lettori con impressionante facilità, innalzando con cura un labirinto di informazioni del quale sembra impossibile trovare l’uscita, anche una volta concluso il volume.

Recensione di Isabella Sgargi

Finché il caffè è caldo || Recensione

Autore: Kawaguchi Toshikazu
Traduzione: Claudia Marseguerra
Editore: Garzanti
Edizione: 2020

Kawaguchi Toshikazu è uno scrittore, sceneggiatore e regista teatrale giapponese nato a Osaka nel 1971. Prima di dedicarsi ai romanzi, ha lavorato a lungo nel teatro, e proprio da una sua opera teatrale è nato Finché il caffè è caldo, pubblicato nel 2015 e diventato un bestseller internazionale grazie alla sua atmosfera malinconica e al modo delicato con cui affronta i sentimenti umani.

In una piccola caffetteria sotterranea di Tokyo, aperta da oltre un secolo, circola una leggenda: è possibile tornare indietro nel tempo, a patto di sedersi su una sedia speciale e bere un caffè prima che si raffreddi. Nata come opera teatrale, questa storia d’esordio di Kawaguchi ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo grazie alla sua premessa semplice eppure ricca di suggestione.

La struttura del romanzo è scandita dall’arrivo di quattro protagoniste: Fumiko, Kotake, Hirai e Kei; ognuna spinta da una ragione diversa a intraprendere il viaggio nel tempo. Le loro storie, quattro racconti legati da un unico filo conduttore, ruotano attorno a momenti in cui si è fatta una scelta sbagliata, una parola non detta o un addio mancato. La struttura episodica ricorda più una raccolta di racconti che un romanzo unitario, e questo rappresenta al tempo stesso il suo punto di forza e il suo limite principale.

Il tema centrale è l’amore in tutte le sue forme: romantico e familiare, di lunga data o ancora in crescita. Il libro invita a riflettere sui momenti perduti e sull’importanza di esprimere i propri sentimenti finché se ne ha ancora l’occasione. La felicità, suggerisce Kawaguchi, si costruisce attraverso piccoli gesti quotidiani e richiede soprattutto il coraggio di affrontare ciò che si è lasciato in sospeso.

Kawaguchi trascina il lettore in un vortice di sentimenti difficili da evitare: ognuno di noi porta con sé un rimpianto o un ricordo doloroso, qualcosa che avrebbe voluto andasse diversamente. La scrittura è asciutta e diretta, con un ritmo lento e meditativo tipicamente giapponese. Alcuni lettori potrebbero trovare la prosa troppo elementare e le regole del viaggio nel tempo volutamente restrittive un po’ meccaniche; ma è proprio questa semplicità a rendere il libro accessibile e universale. Definito dal Publishers Weekly come “una meravigliosa lettura su una caffetteria in cui tutto è possibile”, il romanzo non è tanto una storia di fantascienza quanto una riflessione malinconica e delicata sull’accettazione. Kawaguchi non promette di cambiare il passato anzi, ribadisce che questo è impossibile ma dimostra che rivisitarlo può bastare per trovare pace. Un romanzo breve, commovente e da leggere in un sorso, proprio come un buon caffè.

Recensione di: Riccardo Bernazzani

Neve di primavera || Recensione

Autore: Mishima Yukio
Traduzione: Andrea Maurizi
Editore: Feltrinelli
Edizione: 2009

Mishima Yukio, nom de plume di Hiraoka Kimitake, nasce a Tōkyō nel 1925; la sua prima opera degna di nota viene pubblicata mentre è ancora tra i banchi di scuola, ed inaugura la carriera di uno degli autori giapponesi più tradotti al mondo. Figura particolarmente controversa, è noto per la sua ossessione per la morte e i suoi ideali di patriottismo tradizionalista, che lo porteranno a togliersi la vita tramite seppuku nel 1970 in seguito ad un tentato colpo di stato.

Neve di primavera (春の雪, Haru no Yuki), pubblicato nel 1965, è il primo volume della tetralogia Il mare della fertilità (豊饒の海, Hōjō no Umi), composta dalle ultimissime opere dell’autore. Questo si concentra molto sulla dimensione emotiva dei personaggi, in particolare quella del protagonista, mostrando al lettore la vita attraverso ai suoi occhi con un linguaggio particolarmente poetico.

La storia vede un bellissimo e raffinato giovane, Kiyoaki, destreggiarsi tra complesse dinamiche sociali e relazionali del Giappone all’inizio del secolo scorso. Dotato di un caleidoscopico mondo interiore nel quale tende a perdersi, Kiyoaki mette a rischio i legami con le poche persone a cui tiene. Tra queste vi è il migliore amico Honda, fermo razionalista e dunque a lui caratterialmente opposto, col quale mantiene un fedele ma non sempre sincero rapporto di amicizia.

Fulcro della storia è Satoko, amica d’infanzia del protagonista, il quale cerca inizialmente di illudersi di non essere innamorato di lei. Tra i due nasce presto una relazione portata avanti in segreto, messa però a rischio dal fidanzamento della ragazza con un membro della famiglia imperiale e dalla testardaggine dello stesso Kiyoaki. I personaggi femminili della storia risultano in generale decisamente complessi, ma non per questo esenti da commenti misogini e atti di violenza perpetrati da quelli maschili.

In conclusione, Neve di primavera è un’opera dal forte carattere introspettivo, che ci mostra da un lato la crescita parallela del protagonista e dei suoi sentimenti, e dall’altro i complessi meccanismi che regolavano i rapporti tra le famiglie nobiliari giapponesi del tempo. Lungo tutta la storia, lo spettro della guerra russo-giapponese non abbandona mai veramente la narrazione, trasmettendo l’idea di un Giappone glorioso ormai svanito, morto assieme ai soldati caduti in battaglia.

Recensione di Isabella Sgargi

 

Dieci notti di sogni || Recensione

Autore: Natsume Sōseki
Traduzione: Paola Cavaliere
Editore: Jouvence
Edizione: 2016

Natsume Kinnosuke, in arte Natsume Sōseki, nasce nel 1867 a Tōkyō (allora ancora denominata Edo); la sua scrittura riscuote immediato successo con la sua prima opera Io sono una gatto (吾輩は猫である,Wagahai wa neko de aru) e vede il suo picco con Kokoro (こころ) nel 1914. Sin dall’infanzia vive una vita travagliata, costellata di ansie, crisi ed infine malattia, che stronca la sua esistenza all’età di 49 anni. È molto apprezzato dal pubblico del suo tempo ed è oggi considerato uno dei più grandi intellettuali del periodo Meiji.

Dieci notti di sogni (夢十夜, Yume Jūya) è una serie composta da dieci brevi storie, pubblicate a puntate sull’Asahi shinbun (朝日新聞) nel corso del 1908. Queste, raccolte in un unico volume a cura di Paola Cavaliere, conducono il lettore all’interno di contesti esplicitamente onirici (le prime 5 storie esordiscono con la frase “Ho fatto questo sogno”), ambientati in diverse epoche.

Questa atmosfera surreale si percepisce in particolare in storie quali la quarta, nella quale un uomo misterioso cerca di trasformare una corda in un serpente per poi scomparire tra le acque di un fiume, oppure la decima, in cui un giovane ammaliato da una donna viene costretto da lei a difendersi da un’orda di maiali che intendono leccarlo.

Maggiore è la sensazione di inquietudine trasmessa dalla seconda storia, in cui un samurai contempla l’uccisione del suo maestro spirituale o, in alternativa, il suicidio; la terza è addirittura paragonabile a un incubo, in quanto vede il protagonista portare sulle spalle suo figlio, un misterioso bambino con delle cavità al posto degli occhi, che lo conduce in un luogo la cui visione dissotterrerà atroci colpe del suo passato.

Dieci notti di sogni è un’opera che, accompagnando il lettore attraverso questi misteriosi sogni, lo lascia spaesato di fronte all’indefinitezza, inquietudine e accennata spiritualità che li pervadono. In questo viaggio onirico si incontrano riferimenti ad epoche dimenticate così come alla contemporaneità dell’autore, atmosfere confuse o addirittura oppressive, nonché un persistente senso di vuoto che, si sa, fu perenne compagno dell’autore stesso.

Recensione di Isabella Sgargi

 

Libro d’ombra || Recensione

Autore: Tanizaki Jun’ichirō
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Bompiani
Edizione: 2017

Tanizaki Jun’ichirō nasce a Tōkyō nel 1886 in una famiglia di commercianti in declino. Non completa il ciclo di studi universitario, ma inaugura la sua carriera letteraria attraverso la pubblicazione su riviste quali Shinshichō (新市長) e Subaru (すばる), che gli fruttano presto un notevole successo. È considerato uno dei principali autori del periodo, ed è noto in particolare per il suo interesse nell’analizzare pulsioni istintive e perversioni dell’uomo, al punto di suscitare scandalo con la pubblicazione di alcune opere.

Il saggio Libro d’ombra (陰翳礼讃, In’ei raisan) viene pubblicato nel 1933, durante la seconda fase della sua produzione, e tratta del complesso tema dell’estetica giapponese e di come questa sia stata influenzata dal contatto con l’Occidente. Esplora inizialmente il problema, vissuto in prima persona, di conciliare le nuove comodità per l’ambiente domestico con un gusto tradizionale come il suo. Respinge poi il modello di toilette occidentale, denunciandone l’accecante bianchezza che mal si sposa con la natura del luogo.

Prosegue toccando gli argomenti più disparati, da cinema e musica a carta, architettura e arredamento, fino al teatro e alla figura della donna. Il filo conduttore delle sue considerazioni è l’amore per l’oscurità, per la penombra, culla della bellezza giapponese che, ormai annegata da una nuova e abbagliante luce elettrica, costringe il popolo del Sol Levante ad abbandonare il suo antico gusto.

Il lettore italiano del ventunesimo secolo fatica forse a carpire la natura di questa bellezza occultata dall’ombra tanto cara a Tanizaki; riconosce tuttavia con facilità problematiche da lui denunciate quali il consumo sfrenato di energia, l’inquinamento luminoso e la deforestazione, tutto in nome di un progresso talmente rapido da apparire sconcertante.

Complessivamente, l’opera pone un quesito fondamentale: che aspetto avrebbe avuto il Giappone, se non si fosse assoggettato così drasticamente agli usi e all’estetica occidentali? Lungi dal rinnegare gli evidenti vantaggi delle nuove tecnologie, Tanizaki immagina un Giappone più autentico, dallo sviluppo forse rallentato rispetto all’Occidente, ma indubbiamente più fedele a sé stesso; quest’idea di Paese è tuttavia destinata a rimanere perduta nel buio dell’ipotesi, mentre la realtà illuminata dal progresso incessante ne è più distante che mai.

Recensione di Isabella Sgargi

Il dominio della luce || Recensione

Autrice: Tsushima Yūko
Traduzione: Maria Teresa Orsi
Editore: Safarà Editore
Edizione: 2023

Tsushima Yūko (1947-2016) nasce a Tōkyō e si afferma come scrittrice negli anni Settanta, raggiungendo la celebrità con il romanzo Il figlio della sfortuna (寵児 Chōji) nel 1978. Le sue opere trattano spesso di madri single e personaggi ai margini della società giapponese, fondendo temi personali e politici. Figlia del rinomato scrittore Dazai Osamu, nel corso della sua carriera Tsushima Yūko vince numerosi premi, inclusi il Premio Izumi Kyoka (1977), il Premio per la letteratura femminile (1978) e il Premio Noma (1979). Hikari no ryōbunIl dominio della luce (光の領分 Hikari no ryōbun) viene serializzato nella rivista letteraria Gunzō dal 1978 al 1979.

La storia racchiusa nel romanzo è narrata da una donna di cui non conosciamo il nome, una madre che vive con sua figlia e che sta cercando di finalizzare il divorzio con suo marito, Fujino. Il matrimonio si è concluso da un po’, ma lei fa ancora difficoltà a capacitarsene: sin da quando erano studenti, la sua vita era dipesa profondamente da lui, a favore del quale aveva fatto innumerevoli concessioni.

Presto però si decide a dare una svolta alla sua vita, decidendo per il bene suo e della bimba di allontanarsi dall’uomo che le aveva detto addio per primo. Dopo lunghe ricerche, si trasferisce nella sua nuova casa; locata in una posizione tranquilla, si tratta di uno spazio confortevole e pieno di finestre. La luce che lo inonda non appena si apre la porta piace tanto a lei quanto alla sua bambina, e rende le stanze così luminose da riempirla di un effimero sentimento di speranza.

Le giornate della protagonista procedono ad un ritmo costante, e in esse si alternano il prendersi cura della bimba di tre anni, il lavoro presso la nastroteca e le uscite occasionali. I problemi, però, non tardano ad irrompere nella vita tranquilla che sta cercando di costruire con tutte le sue forze. Tra i comportamenti sempre più incomprensibili di sua figlia, vicini scortesi e sogni incomprensibili, la donna fatica a muoversi a testa alta nella società che la circonda e che sembra porle esclusivamente muri e giudicarla.

Il passare del tempo non fa che mettere in evidenza quanto la narratrice si senta a tratti inadeguata, a tratti impotente: ci viene rivelato tutto, anche i suoi pensieri più intimi e le contraddizioni di cui non sempre si rende conto. Allo stesso tempo, però, la giovane sente nascere in sé pure qualcosa di nuovo – il forte desiderio di riprendere il controllo sulla sua quotidianità, decidendone lei stessa le premesse. Dalla penna di Tsushima Yūko nasce dunque un’opera che in dodici brevi capitoli esplora la complessità dell’essere donna, e in particolare della difficoltà di doversi prendere cura di se stessa, della propria figlia e dei rapporti con chi è esterno a questo piccolo, autonomo nucleo.

Recensione di Martina Gruden