30 Novembre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Luisa Bienati
Traduzione: Giovanna Mochi e Luisa Bienati
Editore: Marsilio Editori
Edizione: 2025
Hiroshima il giorno zero dell’essere umano, nuova raccolta di racconti a cura di Luisa Bienati, attraverso nomi come Ibuse Masuiji, Hara Tamiki e Ōta Yōkō, assume il ruolo di guida in un percorso attraverso l’orrore della bomba atomica. Un percorso breve, ma ben difficile da affrontare, costituito da quello che la letteratura ha prodotto in risposta a una tragedia, un segno di disumanità, come quello che l’episodio di Hiroshima rappresenta.
Tra crudi esempi di come intere famiglie siano state spazzate via e promemoria nei nostri confronti di quanto sia effettivamente importante ricordare questi avvenimenti, possiamo definire questa raccolta un vero e proprio archivio, uno schedario contente diversi ricordi, esperienze, punti di vista grazie al quale riusciamo ad approfondire questa pagina di storia. Noi lettori veniamo accompagnati tra i racconti di una perdita improvvisa, descrizioni delle ripercussioni dell’atomica sul corpo umano, e tentativi di comprendere l’incomprensibile, vale a dire il perché si sia arrivati a infliggere tali danni, a strappare così tante vite innocenti.
La raccolta non si limita a raccontarci i fatti, ma ci ricostruisce davanti agli occhi l’intero scenario, attraverso la pluralità delle voci che la caratterizza.
Obiettivo già dei testi inclusi in essa e quindi di conseguenza della raccolta stessa, è quello di denunciare l’assurdità, la crudeltà di tali avvenimenti, di metterli in luce ancora una volta, nella speranza che si risponda a questo grido d’aiuto, facendo in modo che questi o simili episodi non si ripetano in futuro, che la tragedia dell’atomica rimanga solo un triste, traumatico ricordo; una pagina buia della storia dell’umanità che però non verrà riproposta oltre.
Questo libro è un vero e proprio monito, un invito a non chiudere gli occhi, a non distogliere lo sguardo: la memoria, infatti, è a tutti gli effetti una nostra responsabilità morale.
Recensione di Sara Iannazzo
23 Novembre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Suzuki Suzumi
Traduzione: Chiara Pasqualini
Editore: Leggereditore
Edizione: 2024
L’ultima poesia è un romanzo breve, delicato ma potente, scritto da Suzuki Suzumi, autrice giapponese e non solo: sociologa, editorialista, con un passato non convenzionale come attrice di video per adulti. Questo suo bilico tra mondi (il sociale, l’intimo, il marginale) tesse una voce narrativa capace di sondare memorie spezzate e anime fragili.
La protagonista è una giovane donna di 25 anni che ha lasciato la casa dei genitori quando ne aveva appena 17, trovando lavoro come intrattenitrice nel quartiere notturno di Tokyo. È una vita di sorrisi forzati, conversazioni sussurrate e ombre intiepidite dai colori delle luci al neon. Quando la madre gravemente malata torna nella sua vita con il desiderio di comporre “l’ultima poesia”, il passato e il presente tornano a intrecciarsi. Ma ben presto la madre collassa, finendo in ospedale: i medici le danno pochi giorni di vita. Nel frattempo, la protagonista deve fare i conti anche con il lutto di una cara amica, Eri, una sex worker il cui suicidio ha lasciato una ferita profonda in un animo di vetro già incrinato.
Tra dolore e rimpianto, madre e figlia tentano di trovare un punto d’incontro. Le cicatrici, reali e simboliche, emergono: sul braccio della figlia, segni di bruciature che custodiscono segreti; nella vita della madre, un uomo misterioso che le fa visita. In questa tela di relazioni difficili, si disegna un ritratto intimo di una Tokyo forse poco familiare, sospesa fra empatia e tensione.
Suzuki costruisce un racconto che, pur nella sua brevità, si districa piano e, al tempo stesso, finisce in un attimo, come la vita stessa. La sua prosa è forte e toccante: come una poesia in sé, la narrazione vibra nel silenzio degli sguardi, nel peso dei non detti, nella tensione sottile di chi vive ai margini ma non si arrende. Ogni parola sembra scelta con cura, ogni pausa lasciata respirare come fosse parte di un verso.
Anche nei momenti più strazianti non perde mai un senso di delicatezza, come una melodia malinconica: semplice, ma capace di scatenare un’eco profonda. L’ultima poesia non si limita a raccontare una storia di morte e riconciliazione: è una sfida, a restare accanto al dolore, a non fuggire dalla fragilità. E quando il rapporto tra madre e figlia sembra arrivare a un punto di resa, rimane la traccia di una voce che ha voluto cantare fino all’ultimo istante, anche se lieve e struggente, un addio che è, al tempo stesso, un singhiozzo sommesso da un abbraccio di conforto.
In questo senso, il romanzo ci ricorda che, nel silenzio dell’ultimo verso, risuona qualcosa di eterno: la possibilità che, anche il legame più fragile, possa diventare poesia.
Recensione di Rachele Cesarini
16 Novembre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Kōbō Abe
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Mondadori
Edizione: 2025
Kōbō Abe, pseudonimo di Kimifusa Abe, è stato uno scrittore, drammaturgo, regista teatrale, inventore, saggista, poeta e fotografo giapponese. Nacque a Tokyo, ma passò la prima parte della vita nella Manciuria occupata dai giapponesi, dove il padre svolgeva la sua professione di medico. Ritornato in patria si iscrisse alla facoltà di medicina. Una volta laureato, nel 1948, non prese in considerazione la professione medica e cominciò a dedicarsi alla letteratura.
Tra le sue opere, tradotte e rappresentate in tutto il mondo, troviamo i romanzi “La donna di sabbia“(1962), “Il volto dell’altro“(1964), “La mappa bruciata“(1967), “L’uomo scatola“(1973) e “Il dramma Amici” (1967). Sia nei romanzi che nelle opere teatrali descrive un’umanità alienata, affetta da incomunicabilità, chiusa in reticoli di situazioni senza via d’uscita. In particolare, “L’uomo scatola” di Kōbō Abe è un romanzo che esplora temi come l’alienazione, la perdita di identità e l’incomunicabilità nella società moderna.
Il racconto segue un uomo che, volendo diventare invisibile e inesistente di fronte al giudizio della società, decide di vivere rinchiuso in una scatola, la quale lo trasforma in un oggetto e lo porta all’estremo di un processo di reificazione. Il libro è una profonda meditazione sulla condizione umana e sull’intera società con cui ci confrontiamo oggi, il tutto accompagnato da elementi surreali e grotteschi.
La storia vede la figura del protagonista intersecarsi più volte con la figura del narratore, il quale durante il racconto non ha un’identità confermata, bensì mutevole. Ciò porta continuamente il lettore ad interrogarsi su cosa sia reale, e quanto raccontato nel diario dell’uomo scatola sia realtà o frutto delle sue paure verso una società da cui vuole sempre più allontanarsi.
In conclusione, un libro che permette al lettore di interrogarsi sulle relazioni umane e su una realtà complessa, al quale il racconto permette solo una profonda meditazione senza rispondere agli interrogativi, i quali vengono lasciati allo spirito critico del lettore.
Recensione di Davide Ciaffoni
9 Novembre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Ogawa Yōko
Traduzione: Mimma De Petra
Editore: il Saggiatore Milano
Edizione: 2024
Ogawa Yōko nasce nel 1962 a Okayama e si laurea in letteratura presso l’Università di Waseda. Dal 1988 ha pubblicato più di venti opere, alcune delle quali sono state adattate al grande schermo. La casa della luce (妊娠カレンダー Ninshin Karendā) è una collezione di tre racconti: Diario di una gravidanza, Dormitorio e La Casa della luce. Vengono pubblicati in giapponese in raccolte separate dal 1990 al 1991, e il primo di essi vince il semiannuale premio Akutagawa. Anche qui, come è usuale per le sue opere, Ogawa si addentra in una spiralica esplorazione dei limiti della grottesca natura e psiche umana, spesso prendendo come figure centrali le donne, i loro corpi e i loro ruoli nella famiglia e nella società.
La prima delle tre storie, intitolata Diario di una gravidanza, è narrata da una studentessa universitaria, che lavora come venditrice part-time e vive assieme a sua sorella e il marito di lei, un odontoiatra che vede come penoso per i suoi modi di fare insicuri e timorosi. La studentessa, il cui nome non viene svelato, osserva i cambiamenti di sua sorella durante i nove mesi della sua gravidanza, riportandoli trasparentemente in forma di diario. Dalle iniziali nausee, che sembrano protrarsi in eterno, alla fame insaziabile che segue, la fragile e angosciante ombra del bambino che aleggia tra le mura della casa cambia non solo la donna che lo porterà alla luce, ma anche le vite e i rapporti di tutti e tre i conviventi.
Il successivo racconto si intitola Dormitorio, e la voce narrante è quella di una donna adulta che sta attendendo di poter raggiungere suo marito in Svezia. La sua lineare e monotona esistenza cambia inaspettatamente dal momento in cui riceve una telefonata da suo cugino, che la ricontatta dopo anni perché sta cercando un alloggio universitario. Dopo averlo aiutato a trovare una economica stanza nel pensionato presso cui lei stessa aveva alloggiato, la donna inizia a recarvisi regolarmente, senza però mai riuscire a incontrare il ragazzo. In compenso, passa molto tempo con il direttore dello studentato, un uomo eccentrico e ormai moribondo. Parlandoci, scopre che la residenza sta attraversando difficili cambiamenti, per colpa di alcune preoccupanti voci. Difatti, uno studente è scomparso, e alla narratrice sembra quasi come se fosse stato risucchiato nel pensionato – in effetti, proprio come suo cugino.
Chiude la raccolta il racconto La Casa della luce, titolo che corrisponde al nome dell’orfanotrofio religioso gestito dai genitori della terza protagonista del libro. La ragazza, adolescente, vive sentendosi oppressa dalla vita condivisa con quella che in fin dei conti non riesce a considerare una vera e propria famiglia. Le sue giornate si alternano tra l’amore morboso e ossessivo per l’unico ragazzo liceale della casa, e le cattiverie sadiche che compie nei confronti dei bambini più deboli di lei – le uniche cose che definisce come fonti di felicità nella sua esistenza.
I tre racconti, sebbene scritti con uno stile intimo e fine, sono al contempo inquietanti, grotteschi, accomunati da un’atmosfera surreale che entra gradualmente sotto la pelle del lettore. Mostrandoci alcuni dei lati più scomodi e angoscianti delle relazioni umane, incluse la famiglia e l’amicizia, la scrittrice riuscirà a darci l’impressione di vivere anche noi, insieme ai suoi personaggi, ciò che non è semplicemente un’inquietante ed eccentrica normalità, ma una realtà che tocca i limiti di una tremenda allucinazione.
Recensione di Martina Gruden
2 Novembre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Tawada Yōko
Traduzione: Alessandra Iadicicco
Editore: Ugo Guanda Editore
Edizione: 2017
Memorie di un’orsa polare (titolo originale: Etüden im Schnee) è un romanzo singolare, scritto da Tawada Yōko, autrice che vive tra due lingue e due culture ( il giapponese e il tedesco) e che proprio da questo bilico costruisce la sua voce più autentica. Le sue parole nascono nello spazio di confine, dove il linguaggio diventa ponte tra umano e animale, memoria e identità, corpo e parola.
Il romanzo si apre con la capostipite, un’orsa polare che, nel frattempo, si diletta come scrittrice, narrando la propria vita come fosse un esperimento di umanità. Attraverso la scrittura autobiografica ripercorre così le impronte del suo cammino, iniziato sulle tre ruote del triciclo di un circo. Dopo di lei, la narrazione passa alla figlia Tosca, artista circense anche lei, cresciuta nell’ombra dell’addestramento e dell’applauso, e infine a Knut, il cucciolo nato nella cattività di uno zoo di Berlino, la cui prospettiva infantile e pura restituisce un mondo filtrato da stupore e innocenza.
Tre voci, tre corpi, tre forme di esistenza che si cercano dentro una stessa memoria collettiva. Ogni parte del romanzo è una variazione sul tema della memoria: personale, ereditata, animale. Tawada costruisce un racconto che non si muove in linea retta, ma si avvolge su se stesso, come se la memoria fosse un corpo che respira.
Anche nei momenti più surreali non perde mai la precisione del dettaglio. La sua scrittura sembra camminare sul ghiaccio: leggera, ma sempre consapevole della profondità che si nasconde sotto la superficie.
Memorie di un’orsa polare non è un romanzo da leggere di corsa. È un libro che chiede di essere ascoltato, più che compreso, come una voce che arriva da un luogo lontano ma familiare. E, quando si arriva alla fine, resta nell’aria una sensazione fragile, come il battito di un cuore sotto la neve.
Un invito silenzioso a riconoscere, anche nel freddo del mondo, la traccia luminosa di ciò che ci rende umani. E, forse… anche un po’ orsi.
Recensione di Rachele Cesarini
26 Ottobre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Kōtaro Isaka
Traduttore: Bruno Forzan
Editore: Einaudi
Edizione: 2021
I sette killer dello Shinkansen (titolo originale: マリアビートル, Maria Beetle) è uno dei romanzi più noti di Kōtaro Isaka pubblicato nel 2010. L’autore è considerato uno dei più innovativi scrittori giapponesi, capace di mescolare thriller, riflessioni filosofiche e ironia in modo originale. Questi elementi si ritrovano pienamente in questo romanzo, da cui è stato tratto nel 2022 il film Bullet Train, diretto da David Leitch.
La trama si svolge infatti interamente all’interno di un treno ad alta velocità, lo Shinkansen, che parte da Tokyo ed è diretto a Morioka, nel nord del Giappone. Sette killer, ciascuno con motivazioni e missioni diverse, si ritrovano a bordo: un padre, Kimura, in cerca di vendetta per il figlio ferito da un ragazzino, Ōji, detto il “Principe”, astuto e manipolatore, che cerca di influenzare e cambiare la vita di chiunque lo circondi; Mikan e Lemon, due killer diametralmente opposti caratterialmente, ma considerati tra i migliori nel settore; Nanao, che cerca solo di portare a termine i suoi incarichi e sopravvivere, ma la sfortuna (o fortuna) lo mette continuamente in difficoltà.
Lo stile del romanzo si può definire ibrido: un thriller per quanto riguarda la struttura (con misteri da risolvere, inseguimenti, morti), un racconto filosofico in alcuni dialoghi e un’ironia di fondo nel tono generale. Si tratta di una mescolanza che crea un ritmo vivace, ma che allo stesso tempo invita a riflettere mentre intrattiene. Le linee narrative si intrecciano, in quanto ogni capitolo segue un personaggio diverso, fino a confluire nel finale. Dato che il punto vista cambia continuamente, è difficile poter trovare un protagonista assoluto, come se ogni capitolo costituisse il pezzo di un puzzle da completare. Il linguaggio, inoltre, è piuttosto semplice e scorrevole, caratterizzato dalla presenza di molti dialoghi, che rivelano i pensieri, le paure, le riflessioni dei personaggi.
Infatti, i personaggi, pur essendo dei killer, spesso sono goffi, sbagliano, non sanno esattamente cosa fare; nonostante la presenza della violenza emergono sentimenti molto umani quali affetto, paura e pentimento. Ogni personaggio mostra una parte vulnerabile, e nello spazio chiuso e introspettivo del treno, ciascuno è costretto a convivere con le proprie colpe ed emozioni. Il treno diventa dunque una metafora della condizione umana, del destino: un percorso in cui i personaggi credono di scegliere, ma sono in realtà regolati da forze più grandi di loro che non possono contrastare, quali la casualità, la fortuna e il karma. Ogni azione del singolo, anche la più banale o involontaria, si ripercuote sugli altri, creando una catena di coincidenze fatali.
Nel finale, i destini dei personaggi si intrecciano in modo ironico e inatteso, a testimoniare l’idea centrale dell’opera: nessuno controlla davvero il proprio destino, e perfino la sfortuna può paradossalmente diventare una via di salvezza. I sette killer dello Shinkansen è un’opera dinamica, che racconta un mondo di killer e coincidenze per parlare di un aspetto che accomuna tutti: la ricerca di un senso nel caos della vita.
Recensione di Valeria Varrenti
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