JFS: TRACES OF SIN 3/12/2019

 

PROMOZIONE JFS: ingresso 3 euro

Traces of Sin – 愚行録

(Giappone, 2016)
Regia: Ishikawa Kei
Cast: Tsumabuki Satoshi, Mitsushima Hikari, Koide Keisuke
Durata: 120 minuti

Lingua giapponese con sottotitoli professionali in italiano Takamori

Un uomo d’affari di successo, sua moglie e suo figlio vengono assassinati: l’omicidio suscita subito scalpore, ma rimane un caso irrisolto. Un anno dopo Tanaka, giornalista per un settimanale, ottiene il permesso di seguire il caso. Intervistando i conoscenti delle vittime, lentamente la verità comincia a venire a galla.

 

Dove: Cinema Rialto, Via Rialto, 19, 40126 Bologna
Quando: ore 21:00

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PETAL DANCE (ペタルダンス)

PETAL DANCE

ペタルダンス

(Giappone, 2013)

Regia:  Ishikawa Hiroshi

Cast:  Miyazaki Aoi, Kutsuna Shiori,  Ando Sakura

Genere: cinema d’autore

Durata: 90 minuti

 

Petal Dance è un film del 2013 scritto e diretto da Ishikawa Hiroshi. Regista poco prolifico ma dalla grande sensibilità, Ishikawa avvia la sua carriera cinematografica nel 2002 con il dramma Tokyo.Sora, ottenendo grande successo in particolare per il dramma romantico del 2005 Su-ki-da (好きだ), per cui vince al New Montreal Film Festival l’Iris d’Argento come Miglior Regista. Quello che proponiamo oggi è il suo terzo lungometraggio.

Petal Dance è un film delicato e meditativo, che ci presenta delle giovani donne apparentemente smarrite e in cerca di risposte, le quali partiranno per un road trip che le porterà a scoprire meglio se stesse.

Jinko ( Miyazaki Aoi) e Motomo ( Ando Sakura) sono amiche dai tempi dell’università: la prima sta vivendo una relazione in procinto di decollare, la seconda è uscita invece da un matrimonio. Entrambe sono intenzionate a rivedere la compagna di studi Miki ( Fukiishi Kazue), ora ricoverata in un ospedale psichiatrico a causa di un tentato suicidio. Decidono quindi di andarla a trovare e Motomo si fa prestare la macchina dall’ex-marito. La giovane Haraki ( Kutsuna Shiori), incontrata per caso da Jinko alla fermata del treno, si offre di fare loro da autista accompagnandole nel nord del paese per raggiungere Miki, ignara della loro visita. Una volta raggiunta, le quattro ragazze si recano insieme sulla riva di un mare gelido, simbolo di rinascita e punto di approdo di un percorso che le vede silenziosamente avvicinarsi l’una all’altra.

I colori dominanti – il blu e il grigio – delineano insieme al clima gelido un’atmosfera sospesa e malinconica, la quale funge da spazio di riflessione per le protagoniste. La comunicazione tra di loro avviene spesso tra gesti, lunghi silenzi e sguardi; le vediamo in contemplazione di una natura che appare in costante evoluzione e cambiamento, che le spinge a guardare avanti, nonostante dubbi e rimpianti. Ishikawa pone il focus sull’interiorità dei personaggi e sulla loro percezione del mondo esterno, mostrandoci delicatamente gesti e momenti del quotidiano nella loro semplicità, come per esempio il volo di un aereo scrutato attraverso le dita di una mano da parte di Jinko o i desideri espressi da Haraki ogniqualvolta veda volare qualcosa nel cielo.

La libertà espressiva offerta ai personaggi e la splendida cinematografia regalano momenti di pura poesia, volti a farci apprezzare la quotidianità e il mondo in cui ci troviamo, per quanto trovare la forza di andare avanti possa apparire talvolta gravoso. Fermarsi a riflettere e rallentare per un attimo il passo può essere la chiave capace di farci cogliere la bellezza. La scena conclusiva, in cui le ragazze si soffermano per percepire la forza del vento che le colpisce, lo dimostra. L’atmosfera malinconica di cui è pervaso il film assume nel finale un carattere positivo; le protagoniste lasciano indietro dubbi e dissapori, per rivolgere con ottimismo lo sguardo al futuro.

La mancanza di tensione drammatica e l’esilità della trama potranno rendere Petal Dance poco appetibile per alcuni; il suo fascino sta, tuttavia, nella serenità trasmessa, grazie soprattutto alla contagiosa spontaneità delle ragazze.

 

– di Daniele Cavelli


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Lucifero e altri racconti – Akutagawa Ryūnosuke


Autore
: Akutagawa Ryūnosuke

Titolo: Lucifero e altri racconti

Editore: Lindau

Traduzione: Andrea Maurizi

Edizione: 2019

Pagine: 206 inclusa postfazione

Akutagawa Ryūnosuke è stato uno degli autori più acclamati del panorama letterario giapponese, conosciuto anche al di fuori della sua terra natia. Uno scrittore in grado di trasportare il lettore in altre epoche, epoche passate, dove naturalmente il confine tra reale e fantastico si assottiglia e diventa effimero. La premessa però è che Akutagawa era anche un uomo; un uomo inquieto ed ossessionato dalla morte, ma allo stesso tempo assetato di conoscenza e sognatore. È da qui che probabilmente nasce la sua grande passione per il Cristianesimo, una passione coltivata nella sua breve vita con intensità e target differenti nel corso del tempo. A tratti è stata una curiosità puramente estetica, ad altri esistenziale e filosofica, soprattutto nei confronti di Gesù e della figura del martire. Proprio questa sua visione così preziosamente sfaccettata traspare da questa raccolta di racconti brevi, da sempre il media prediletto di Akutagawa, uniti tra loro per l’appunto dal filo conduttore del cristianesimo. Akutagawa ha vissuto in una fase specialmente dinamica della storia del Giappone, il periodo Meiji (1868 – 1912), e senz’altro i repentini cambiamenti della società del tempo hanno influenzato la sua poetica. L’autore è stato cresciuto da una famiglia di origine samuraica e aveva una vasta cultura sia riguardo al Giappone classico che alla Cina, nonché dei loro folklori, da cui sapientemente attinge per realizzare la maggioranza delle sue opere che spesso hanno un retrogusto quasi mitologico, o leggendario.

Lucifero e altri racconti” racchiude dieci componimenti raffinati che forniscono spunti sia psicologici che storico-culturali del tempo, essi appartengono alla categoria dei cosidetti Kirishitan mono ovvero i racconti cristiani, scritti da Akutagawa tra il 1916 e il 1927, anno in cui si toglierà la vita.

Il diavolo e il tabacco” ambientato nel 1549, anno in cui arrivarono i primi missionari Gesuiti con l’obbiettivo di evangelizzare il Giappone, è il racconto con cui esordisce questa raccolta. Una storia semplice, una novella, con cui l’autore ci fa però riflettere su quanto sia complessa e soggettiva la nozione di peccato. Il diavolo si camuffa per viaggiare a bordo della nave coi santi padri, e una volta in Giappone si mette al lavoro per riuscire a tentare qualche fedele. Il diavolo verrà scoperto e messo in fuga, ma avendo importato con successo le sue preziose piante di tabacco nel paese, la vittoria contro di lui sarà solo parziale.

Akutagawa riprende lo stesso concetto in un altro racconto, “Gesù di Nanchino“, stavolta ambientato in Cina, un luogo molto caro all’autore. La protagonista, Jinhua, è una giovane ragazza molto devota al cristianesimo che è costretta però a prostituirsi per prendersi cura del vecchio padre. Le contraddizioni si moltiplicheranno quando la ragazza contrarrà una malattia venerea che per essere curata deve essere trasmessa a qualcun’altro, e per non peccare inizierà a rifiutare clienti per evitare di contagiarli. La situazione diventa critica, finché una sera non arriverà un uomo straniero che Jinhua non sarà in grado di respingere e che la libererà della malattia giacendo con lei. In sogno lo straniero le rivela di essere Gesù Cristo e al mattino, quando la ragazza si sveglia, non trova nessuno al suo fianco. Alla fine scopriremo che tutta la faccenda è stata un malinteso e che lo straniero è morto mesi più tardi per la malattia venerea che contrasse quella notte, ma il tutto all’insaputa di Jinhua, che invece crede di aver assistito ad un miracolo che, oltre ad averle salvato la vita, le ha anche donato le conferme necessarie per rendere la sua fede incrollabile.

Un altro racconto degno di nota è “Un debito di riconoscenza” più che altro per l’espediente narrativo impiegato da Akutagawa, un espediente che non può che ricordare il racconto più celebre dello scrittore, “Rashōmon” del 1915, da cui nel 1950 è stato tratto l’omonimo film capolavoro del maestro Kurosawa Akira, che ha contribuito ad accrescere esponenzialmente la fama di Akutagawa nel mondo. Il racconto si snoda in tre parti, con tre narratori differenti che raccontano la stessa storia; sta al lettore raccogliere i tasselli di questo grande puzzle in cui si alternano confessioni, debiti e promesse, sempre con tematiche legate alla religione e al martirio.

Quest’ultimo tema è trattato ancor più nello specifico in “La morte di un cristiano“, un’altra storia toccante presente nella raccolta, in cui un ragazzo amato da tutta la comunità ecclesiastica di un villaggio viene cacciato poiché accusato di aver messo incinta una giovane donna. Il protagonista si troverà a vivere nei bassifondi, rinnegato dai cristiani e disprezzato da tutti gli altri, ma con la sua fede del tutto intatta un giorno troverà la sua occasione per riscattarsi. Quando un terribile incendio divampa nella casa dove abitavano la sua presunta amante e figlia, il ragazzo si getta nelle fiamme e salva la bambina, sacrificando la propria vita. Solo alla fine del racconto scopriremo che il protagonista non solo era innocente, ma che addirittura era di sesso femminile.

Il sorriso delle divinità” è sicuramente il racconto più suggestivo della raccolta e delinea con chiarezza la visione che Akutagawa ebbe del cristianesimo nei suoi ultimi anni di vita (assieme a “Lucifero” e “L’uomo da Occidente – parte I e II“, delle vere e proprie riflessioni teologiche dell’autore). Le tranquille passeggiate di Padre Organtino, un famoso Gesuita in Giappone, nel giardino della sua chiesa in cui convivono piante orientali ed occidentali, descritto con un magnifico stile quasi simbolista, vengono interrotte da delle manifestazioni dei kami, le divinità dello Shintoismo. Dalla bocca dei kami, Akutagawa parla e dice la sua; il Giappone non si può convertire, il Giappone è già stato messo alla prova, ha assimilato il buddhismo e si è evoluto. Il vento del cristianesimo può soffiare impetuoso ma la forza della tradizione giapponese è simile a quella della canna di bambù, che si piega ma non si spezza.

La peculiarità del racconto breve è l’immediatezza e con ciò si intende qualcosa che esprima concetti in maniera diretta, non qualcosa che lascia il tempo che trova. “Lucifero e altri racconti” è una lettura che fornisce ottime occasioni per fermarsi a riflettere su cose familiari agli occidentali ma da un punto di vista alternativo e affascinante, quello orientale. Come una finestra in soffitta di casa nostra che ci è sempre sfuggita e da cui ci affacciamo per la prima volta. Tutto questo magistralmente narrato con lo stile che è proprio di uno scrittore geniale come Akutagawa Ryūnosuke, a cui è anche dedicato il più prestigioso riconoscimento letterario giapponese (l’Akutagawa Ryūnosuke Shō), e il cui nome è stato reso immortale dalle sue opere.

 

— di Elia Frontoni


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JFS: KEY OF LIFE 12/11/2019

PROMOZIONE JFS: ingresso 3 euro

Key of Life
鍵泥棒のメソッド

(Giappone, 2012)
Regia: Uchida Kenji
Cast: Sakai Masato, Kagawa Teruyuki
Durata: 128 minuti

Lingua giapponese con sottotitoli professionali in italiano Takamori

Dove: Cinema Rialto, Via Rialto, 19, 40126 Bologna
Quando: ore 21:00

Sakurai è un aspirante attore. Frustrato, decide di tentare il suicidio, ma prima si reca ai bagni pubblici. Lì un uomo di nome Kondō cadendo, sbatte la testa e perde la memoria. Sakurai decide così di scambiare le chiavi dei loro armadietti, prendendo l’identità di Kondō. Quello che non si aspetta, però, è di trovarsi presto nei guai con la Yakuza…

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DADARAY – DADASTATION

Il Gruppo

I DADARAY sono un trio indie presente dal 2017 sulla scena musicale giapponese. Il nome riprende il termine “DADA” dal movimento dadaista, unendolo a “RAY” per indicare la luce. Il significato insito dietro, secondo la band, sarebbe “la luce distrugge l’ordine prestabilito e il buonsenso”.

Sebbene il gruppo sia attivo da pochi anni, i suoi componenti non sono facce nuove nel panorama musicale. REIS, cantante principale nonché tastierista, tentò già dal 2011 una carriera da solista sotto il nome di NIKIIE. Kyūjitsu Kachō, bassista e fondatore del gruppo, è attivo dal 2007 e lavorò con diverse band prima di dare inizio al progetto DADARAY. Per finire, Etsusha, tastierista e seconda voce, tentò come la collega una carriera da solista in passato, e ancora oggi lavora come supporto a diversi gruppi oltre al suo trio.

Particolari, eclettici ma comunque non sempre e non troppo fuori dalle righe del loro genere. Il sound dei loro lavori è in pieno stile indie pop, contornato però da sonorità funky e a tratti addirittura smooth jazz.
La discografia della band è composta da 4 mini album e 1 solo album effettivo. Tutti i lavori portano come marchio di fabbrica la dicitura “DADA” all’interno del nome, che richiama il movimento sul quale la band affonda le proprie ideologie.
Esaminando i testi, non ci si troverà davanti a qualcosa di frivolo (come invece alcune melodie suggerirebbero), ma al contrario il pessimismo, la critica sociale e la profondità delle frasi lasciano facilmente spiazzato l’ascoltatore, che non si sarebbe probabilmente aspettato un connubio del genere tra musica e parole.
Interessante quindi il fatto che la maggior parte dei brani dei DADARAY possegga questa “doppia anima”, rendendone complessa l’interpretazione (È felice? È triste? Cosa vogliono trasmettere esattamente?).

DADASTATION (2017)

Primo (e per ora unico) album della band giapponese che ha visto la luce nel 2017. Tra inediti e riprese di brani già pubblicati e riarrangiati ad hoc, il prodotto in sé si presenta come un saliscendi tra tracce indie pop giapponesi molto classiche e pezzi particolarmente interessanti con una melodia stravagante che sorprende il pubblico.
L’ impronta elettronica su strumenti e voce si mantiene costante, ma non troppo invasiva e comunque sempre apprezzabile per gli amanti del genere.

Tra le 13 tracce totali, alcune spiccano particolarmente per l’originalità della composizione e per i messaggi trasmessi:

トモダチ(tomodachi) è la traccia malinconica dell’album, quella che tradisce il distacco precedentemente accennato tra testo e melodia.
Ritmo con intensità altalenante, che parte leggero per poi proseguire in un crescendo costante fino ad esplodere in sonorità quasi electro-rock, smorzarsi e ripartire di nuovo. La voce di REIS (molto delicata in generale) aiuta decisamente a definire la natura struggente del pezzo.

WOMAN WOMAN si presenta come una canzone molto ritmica e andante, che all’udito pare essere l’incontro tra il jpop e il sound di un bar statunitense della prima metà del XX secolo. Sembra un accoppiamento improbabile, ma incredibilmente (vuoi anche per il testo pieno di significato come da tradizione DADARAY) funziona, rendendo WOMAN WOMAN una delle tracce migliori della discografia del trio.

For Lady (Remix by YYIOY) è quella traccia con la quale si parte un po’ pervenuti, poiché si scorge la dicitura “remix” accanto al titolo. Inizialmente presente nel mini album “DADAX”, qui è stata riproposta quasi completamente stravolta in chiave molto più “artificiale”. La trasformazione è stata ben pensata, perché la sonorità elettronica creata è la migliore dell’album senza alcun dubbio e richiama molto lo stile della collega coreana MISO. Per gli amanti del genere è un ascolto obbligato, possibilmente da fare in cuffia.
イキツクシ (Ikitsukushi) è il brano più famoso del gruppo giapponese. Nato con l’EP “DADAISM”, è stata ripresa intoccata su “DADASTATION” e in chiave remixata, successivamente, su “DADAX”. Melodia orecchiabile e catchy, che viene accompagnata dal testo più cupo dell’album.
“…Non importa quanto mi venga portato via.
Sento di aver vissuto questa vita tanto quanto mi fosse possibile.
Sto bene, quindi perché non vediamo di piantarla?…”
Trad. “Lyrical Nonsense”

Il brano si evolve su frasi di questo calibro, creando quel tipico senso di incongruenza testo-melodia che la band ormai porta e diffonde come uno dei propri marchi distintivi e che, probabilmente, si è diffuso grazie a questo pezzo.

L’album ovviamente non si esaurisce con le tracce sopracitate. Ci sono molte altre perle che meritano di essere ascoltate e che sicuramente non vi lasceranno insoddisfatti, prime tra tutte 場末 (basue) e 僕らのマイノリティ(bokura no mainority). DADASTATION è un album eclettico come i suoi creatori, che da un suono all’apparenza piuttosto lineare riesce a portare in varie dimensioni differenti (ma comunque collegate) pezzo per pezzo.

Conclusioni

DADASTATION è un progetto decisamente peculiare all’interno del panorama musicale nipponico. Testi nella stragrande maggioranza dei casi di uno spessore non indifferente che forse un po’ tradiscono l’ideologia dadaista “nuda e cruda” dove il significato non dovrebbe esserci. Tuttavia, è bene ricordarsi che lo scopo principale della band è distruggere “l’ordine prestabilito e il buonsenso”, ed effettivamente è ciò che accade con il contrasto testo-melodia tanto utilizzato dal trio e con lo sfruttamento di arrangiamenti tutt’altro che semplici e/o prevedibili.

— di Matteo Calzati


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