La ragazza dello Sputnik

Autore: Murakami Haruki
Titolo originale: スプートニクの恋人 (Supūtoniku no koibito)
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Traduzione: Giorgio Amitrano
Edizione: 2013
Pagine: 216

 

Nella primavera del suo ventiduesimo anno, Sumire si innamorò per la prima volta nella
vita. Fu un amore travolgente come un tornado che avanza inarrestabile su una grande
pianura. Spazzò via ogni cosa, trascinando in un vortice, lacerando e facendo a pezzi tutto
ciò che trovò sulla sua strada, e dietro non si lasciò nulla. Poi, senza aver perso nemmeno
un grado della sua forza, attraversò il Pacifico, distrusse senza pietà Angkor Wat e
incendiò una foresta indiana con le sue sfortunate tigri. In Persia si trasformò in una
tempesta del deserto e seppellì sotto la sabbia un’esotica città-fortezza. Fu un amore
straordinario, epocale. La persona di cui Sumire si era innamorata aveva diciassette anni
più di lei ed era sposata. E come se non bastasse, era una donna. È da qui che tutto
cominciò, ed è qui che tutto (o quasi) finì.

La trama

Come si evince dall’incipit del romanzo, La ragazza dello Sputnik racconta la storia di
Sumire, una ragazza poco più che ventenne, con una passione per la generazione Beat e
la scrittura, nonostante non riesca a finire di scrivere nessuno dei libri che inizia.
La storia viene raccontata da un suo amico, innamorato di lei ma non ricambiato.
Sumire è invece innamorata di Myū, un’imprenditrice di origini coreane, di quasi vent’anni
più grande. Anche Myū prova interesse per Sumire, ma c’è qualcosa nel suo passato che
la rende incompleta e le impedisce di amarla come Sumire vorrebbe.
Sumire inizia a lavorare per Myū, e la segue nei suoi viaggi in Francia, Italia e
Grecia, dove improvvisamente scompare. Myū decide quindi di contattare l’amico di
Sumire per avere un aiuto nelle ricerche, e lui si precipita lì. È così che viene a
conoscenza del passato di Myū, fondamentale per intuire dove si trovi Sumire.

Amori, silenzi

Il filo conduttore del romanzo è sicuramente l’amore non corrisposto, che accomuna
tutti e tre i personaggi principali, seppur abbia effetti diversi su ognuno di loro. Se Sumire
mantiene la sua spontaneità e il suo cinismo, e cerca di includere Myū nella sua vita in un
modo o nell’altro, il suo amico è perfettamente conforme alla società, fino a chiudersi
completamente su sé stesso, incapace di esprimere i propri sentimenti. Myū ha invece una
totale inettitudine per l’amore, soprattutto quello fisico.

Murakami racconta la solitudine e l’incomunicabilità dei protagonisti senza mai
renderla esplicita, facendola percepire al lettore tramite dialoghi e silenzi. Il risultato è la
sensazione di essere sospesi, senza avere la certezza di aver compreso a fondo i
personaggi, così come non arrivano mai a comprendersi del tutto tra di loro: si sfiorano,
ma senza afferrarsi mai, continuando a vagare ognuno lungo la propria orbita. Potrebbero
completarsi a vicenda, forse, se solo ci provassero abbastanza, ma non succede mai.

Il finale è l’elemento più controverso: quando Sumire scompare, il narratore
suggerisce che si trovi in un mondo parallelo, dove Myū non è stata cambiata dal suo
passato. Sarà davvero così? Le sarà possibile fare ritorno?

 

— recensione di Giorgia Caffagni.

 

Kitchen (1993)

Autore: Yoshimoto Banana

Titolo originale: キッチン (Kitchen)

Editore: Feltrinelli

Collana: Universale economica Feltrinelli

Traduzione: Giorgio Amitrano

Edizione: 1993

Pagine: 148

 

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.”

Kitchen è il primo romanzo della scrittrice Yoshimoto Banana, che ebbe un immediato successo in Giappone, con oltre 60 ristampe, e fu tradotto in diverse lingue: la prima traduzione fu proprio in italiano, rendendo la Yoshimoto molto popolare nel nostro Paese.

La trama

Kitchen racconta la storia di una ragazza, Sakurai Mikage, che perde l’unica persona che le era rimasta al mondo, sua nonna. Dopo qualche giorno un suo compagno di classe, Yuichi, si presenta alla sua porta e la invita a vivere con lui e sua madre Eriko, transessuale. Mikage ha un’ossessione per le cucine, e dal momento che Eriko e Yuichi hanno la cucina perfetta, accetta la loro offerta. Mentre cucina per loro inizia a sentirsi meglio: i tre si riuniscono nella cucina, priva di tavolo ma piena di nuovi elettrodomestici mai utilizzati, e creano dei ricordi felici insieme. Purtroppo dopo qualche mese Eriko muore.

A questo punto il rapporto tra Mikage e Yuichi diventa complicato, difficile da definire. Si prendono cura l’uno dell’altro poiché entrambi orfani: nessuno dei due ha più una famiglia, e si ritrovano ad essere l’uno per l’altro il fratello, l’amante, la madre, il padre, l’ amico, evitando alcun tipo di etichetta.

Stile e personaggi

I rapporti tra i personaggi nel romanzo sono ambivalenti, decisamente non tipici di una società eteronormativa. Questo incoraggia il lettore a riflettere sul significato di famiglia, casa e identità di genere: nonostante la perdita della famiglia naturale, è possibile sceglierne un’altra, seppur magari diversa. L’autrice suggerisce un tipo di famiglia insolito, suggerendo un amore incondizionato e senza confini.

Un altro aspetto degno di nota è il modo sottile in cui Yoshimoto Banana inserisce il surrealismo nella vita di tutti i giorni: i suoi personaggi fanno gli stessi sogni e si leggono nella mente, lasciando percepire al lettore l’atmosfera magica e onirica in cui vivono. Al tempo stesso, però, nello sfondo sono presenti dettagli che permettono di collocare la storia in un’ambientazione reale, come gli elettrodomestici che stavano diventando sempre più popolari nel Giappone consumista degli anni ’80.

Lo stile, ispirato allo shōjo manga, è semplice e fresco, rendendo la lettura scorrevole e veloce. La Yoshimoto stessa affermò che percepiva i propri scritti come prodotti commerciali, e di voler i propri libri precedenti rimossi dagli scaffali dei negozi non appena pubblicasse un libro nuovo.

— recensione di Giorgia Caffagni.

 

 

Amore (1959)

 

Autore: Inoue Yasushi

Titolo originale: Ai

Editore: Adelphi Edizioni

Collana: Piccola Biblioteca Adelphi

Traduzione: Giorgio Amitrano

Edizione: 2006

Pagine: 118

 

Inoue Yasushi

Laureatosi nel 1936 presso la prestigiosa Università di Kyōto, una delle università imperiali nonché la seconda più antica del Giappone, Inoue Yasushi pubblicò la sua prima opera soltanto nel 1949, all’età di quarantuno anni. Fin da subito furono riconosciute le sue abilità: vinse il premio Akutagawa nel 1950, uno dei premi letterari per scrittori emergenti più prestigiosi di tutto il Giappone. La sua produzione si compone essay writers principalmente di romanzi storici, tra cui Honkakubu Ibun (lett. “il testamento di Honkakubu”), la sua ultima opera, che raggiunse notevole popolarità attraverso la sua trasposizione cinematografica di fine anni ’80 intitolata Morte di un maestro del tè, vincitore del Leone d’Argento alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 1989.

Ai (Amore)

Sebbene tardivo, Inoue fu estremamente prolifico, e nel 1959 pubblicò un libro composto da tre brevi racconti, intitolato Amore. Tre racconti per tre amori diversi: l’amore passato che non si può dimenticare e che consuma il presente; un amore meno impetuoso e meno totalizzante ma non per questo meno memorabile; infine l’amore che come una nuova brezza ravviva la fiamma della vita e dona speranza per il futuro.

Seiteki (Il Giardino di rocce)

Il primo dei tre racconti s’intitola “Il Giardino di rocce”. In questa storia Uomi, da poco sposato con Mitsuki, che è più giovane di lui di una decina d’anni, decide di andare a Kyōto in luna di miele. L’antica capitale, però, è per Uomi un pozzo di memorie degli anni universitari, e, invece che creare nuovi ricordi insieme alla moglie, finisce per ignorarla in favore del ricordo di passioni passate. La storia finisce con Uomi che viene abbandonato dalla giovane sposa, pentita del proprio matrimonio.

Kekkon kinenbi (Anniversario di matrimonio)

La seconda storia narra in realtà di un ricordo di un giovane vedovo, Karaki Shunkichi. Due anni prima era partito con la moglie per un breve viaggio in onore del loro anniversario di matrimonio, viaggio che si erano concessi solamente perché Shunkichi aveva vinto alla lotteria diecimila yen. Questo breve viaggio venne, ad ogni modo, ulteriormente accorciato data l’estrema tirchieria della coppia, che finirà per passare quasi tutta la giornata in treno per poi tornare a casa la sera stessa. È un evento di poco conto in sé e per sé, ma l’autore sembra volerci mostrare come l’amore sia degno di essere celebrato anche attraverso ricordi semplici di momenti passati insieme.

Shi to koi to nami to (La morte, l’amore, le onde)

La terza e ultima storia racconta le vicende di Sugi Sennosuke, un giovane uomo di trentasette anni che si trova a pernottare in un piccolo hotel sul mare e che ha ormai deciso di togliersi la vita di lì a poco. Nell’hotel è presente solo un’altra cliente, una giovane ragazza di nome Nami, che si capirà ben presto intende anch’essa suicidarsi, lanciandosi dalla scogliera vicina. Nel momento in cui Sugi decide di aiutare la giovane Nami a vivere, si riaccende inconsciamente in lui un istinto alla sopravvivenza, una ragione valida per continuare a vivere.

Come le onde nel mare

Nei primi due racconti Inoue usa il ricordo e l’atto del ricordare sia per dare validità ad amori persi che per mostrare la forza totalizzante che questi amori possono avere sulle persone. Se, in particolare nel primo racconto, gli effetti dell’amore hanno conseguenze distruttive, invalidanti, ne “La morte, l’amore, le onde”, Inoue aggiunge l’ultimo tassello alla discussione. Qui ci mostra infatti come la passione amorosa possa ridare senso ad una vita che sembrava ormai persa. L’amore è come un’onda (non a caso nami significa appunto onda) che ti travolge e ti trasporta dove vuole lei. Potrebbe salvarti, trasportandoti sano e salvo a riva, oppure potrebbe essere la tua fine, spingendoti contro gli scogli rocciosi.

 

— recensione di Giulio Venturi

 

 

 

 

Gli omicidi dello zodiaco – Shimada Sōji

Autore: Shimada Sōji

Titolo originale: Senseijutsu satsujin jiken

Editore: Giunti Editore

Collana: M

Traduzione: Giovanni Borriello

Edizione: 2017

Pagine: 336

Come possono “astrologia” e “investigazione” trovarsi nello stesso libro? La prima è spesso denigrata, ridotta a un passatempo per quelli che credono nel soprannaturale. La seconda invece è l’opposto: logica, fredda, ancorata alla realtà, che segue uno schema ben preciso. Ebbene, Shimada Sōji riesce a guadagnarsi la fama proprio unendo questi due mondi che sembrano completamente opposti. Uscito in Giappone nel 1981, riusciamo a mettere le mani su questo libro solo nel 2017 grazie a Giovanni Borriello che lo traduce. Gli omicidi dello zodiaco è il risultato di quella riscoperta dei romanzi noir da parte del Giappone cominciata intorno agli anni ’20.

Un caso controverso

Mitarai Kiyoshi e Ishioka Kazumi riprendono in mano un caso vecchio di decenni, rimasto insoluto a causa del caos scatenato dalla Seconda Guerra Mondiale. Tutto ruota attorno a Umezawa Heikichi, artista, alchimista e appassionato di astrologia, un uomo solitario che passa la maggior parte del tempo nel suo studio. Un giorno, proprio qui viene ritrovato morto con il cranio spaccato, ma la porta dell’edificio è chiusa dall’interno. In più, fra gli oggetti presenti spiccano alcuni strani appunti. Riguardano la creazione della donna perfetta, Azoth, che Umezawa progettava di portare in vita usando parti del corpo delle sue due figlie, due figliastre e due nipoti, basandosi sul segno zodiacale di ognuna. Lui muore lasciando il suo “capolavoro” incompiuto, ma le ragazze vengono trovate ugualmente morte un mese dopo, proprio nel modo indicato da Umezawa. C’è davvero un nesso fra queste morti? Il grande piano di Umezawa è stato forse portato avanti da qualcun altro?

Nonostante la grande quantità di nomi e di informazioni inizialmente possa spaventare, lo scrittore riesce ad equilibrare perfettamente le dettagliatissime dinamiche del caso, il contesto storico e gli scambi di battute sarcastiche e divertenti tra i personaggi. E quello che coinvolge maggiormente è proprio la sfida che lancia Shimada stesso, affermando che il lettore ha in mano tutti gli strumenti per risolvere il caso prima che la soluzione venga svelata. Vi sentite pronti a raccogliere il guanto?

Per gli appassionati di gialli e non

Shimada affronta in modo brillante e originale quello che potrebbe sembrare un enigma della camera chiusa, perché lo trasforma in qualcosa di nuovo e inesplorato. Si apprezzano i dettagli che si è premurato di inserire, le ricerche che ha fatto, la tradizione che si intreccia con la modernità e quel pizzico di soprannaturale che movimenta un po’ la vita di ciascuno di noi. Piacevole e scorrevole, più giallo che thriller, questo libro è un intrigante passatempo che vi metterà alla prova e dal quale rimarrete piacevolmente sorpresi.

– recensione di Francesca Panza


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Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto

Autore: Ogawa Yōko

Titolo originale: 猫を抱いて象と泳ぐ (Neko wo Daite Zō to Oyogu)

Editore: Il Saggiatore

Collana: La Cultura

Traduzione: Laura Testaverde

Edizione: 2015

Pagine: 237

Il romanzo ha come protagonista un bambino, di cui non sappiamo il nome, che ha una particolarità fisica piuttosto bizzarra. Appena nato, le sue labbra sono completamente serrate. I medici lo operano immediatamente, e per ricostruire le labbra lacerate utilizzano un pezzo di pelle asportato dallo stinco del neonato. Questo causerà la crescita, seppur lieve in un primo momento, di una leggera peluria sulle sue labbra. Come se non bastasse questo a renderlo bersaglio dei suoi coetanei a scuola, il bambino è molto taciturno e non ha amici o passatempi. Gli unici con cui si sente a suo agio sono Indira, un’elefantessa morta molto tempo prima sul tetto dei grandi magazzini, e Mummia, una misteriosa bambina rimasta intrappolata nello spazio stretto fra i muri di due abitazioni, una delle quali è proprio quella del nostro protagonista. In lui cresce quindi l’idea che la parola non sia necessaria di per sé, e che sarebbe stato meglio rimanere nel silenzio della sua bocca chiusa, come quando era un neonato.

Il poeta sotto la scacchiera

Ciò che cambia per sempre la sua vita, è l’incontro col Maestro, un ex-conducente che vive in un vecchio autobus fuori servizio assieme al suo gatto bianco e nero, Pedone. Qui, accompagnato dalle golose merende del Maestro, il bambino imparerà a giocare a scacchi sul suo tavolino-scacchiera. Mostra subito una predisposizione naturale, ma qualcosa sembra non funzionare. Durante le partite, il bambino sente un’ansia schiacciante che non gli permette di concentrarsi al meglio. Decide quindi di accovacciarsi sotto al tavolino e di prendere in braccio Pedone, cercando di tranquillizzarsi. Il Maestro non dice nulla, come se capisse la naturalezza di quel gesto, e il bambino ritrova la serenità. Riesce a immaginare la scacchiera guardando la superficie inferiore del tavolo e a capire le mosse dell’avversario dal solo suono che emettono i pezzi. Sarà il primo passo perché gli venga attribuito, in omaggio al magnifico “poeta sulla scacchiera”, il famoso scacchista russo Aleksandr Alechin, il soprannome di Little Alechin, il “poeta sotto la scacchiera“.

Il mare degli scacchi

La metafora più ricorrente del romanzo è quella del “mare degli scacchi“. Il gioco infatti non viene percepito come tale, o come semplice sport, ma come l’esplorazione di un infinito mare di possibilità. Un luogo in cui nuotare da soli può sembrare spaventoso, ma che per il bambino non è così. Lui ha con sé Indira, Mummia e Pedone, una squadra formidabile in grado di trovare un varco di luce anche nel buio del fondale marino. Il Maestro gli ha insegnato a nuotare, ma col tempo il bambino dovrà imparare a cavarsela da solo, cercando di fare sempre “la mossa migliore, non la più forte“.

L’uomo lanciò il bambino nel mare degli scacchi e lo guidò nel tracciare un percorso ineguagliabile senza intimorirsi al cospetto di nessuna fossa oceanica, per quanto profonda, e di nessuna corrente, per quanto fredda.

L’automa

Nonostante giocare sotto alla scacchiera sia la base della strategia del ragazzo, si renderà presto conto che nessun circolo potrebbe mai accettare una condizione simile. Ma ecco che arriva l’idea, presa in prestito dall’inventore ungherese Wolfgang von Kempelen: il Turco.

Il Turco

Il Turco fu un automa costruito nel 1769 dal barone von Kempelen per l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che ne rimase subito affascinata. Era composto dal pupazzo di un uomo mediorientale con tanto di turbante, attaccato a una cassa di legno con scacchiera, che al suo interno rivelava i complessi marchingegni atti a farlo muovere. Ciò che mancava, era la presenza dell’uomo. Si diceva che potesse giocare a scacchi in completa autonomia e senza perdere mai. Incontro dopo incontro, la sua fama crebbe, tanto da farlo girare in tutta Europa e sbarcare negli Stati Uniti. Fra i personaggi più celebri che persero contro di lui, ricordiamo Giorgio III, Benjamin Franklin, Napoleone e Federico II di Prussia. Per molto tempo il Turco Meccanico venne studiato dalle più grandi menti, perfino da esorcisti, ma senza capirne il funzionamento. La svolta arrivò con le intuizioni di Edgar Allan Poe, che capì in che modo il giocatore “umano” all’interno della macchina riuscisse a muoversi e a mascherare la sua presenza. Il Turco venne avvolto dalle fiamme di un incendio nel 1854 e sarà il figlio dell’ultimo proprietario a fornirci ulteriori dettagli sull’invenzione qualche anno dopo.

Spostamento del giocatore di scacchi all’interno dell’automa.

Little Alechin

Al circolo di scacchi decidono quindi di costruire un automa sulla falsa riga del fantoccio messo a punto dal barone, in cui il bambino possa giocare indisturbato. Collegato al tanto amato tavolino-scacchiera del Maestro e tenendo in braccio la riproduzione di Pedone, si rivela il nascondiglio perfetto. E quale volto migliore di Aleksandr Alechin? Da qui, Little Alechin comincia a manovrare i meccanismi interni di Little Alechin, sfruttando la dimensione ridotta del suo corpo. Ma a differenza dell’automa originale, non sono necessarie scacchiere o candele per creare le condizioni agevoli per riprodurre la partita all’interno della cassa di legno. Il bambino continua a giocare guardando la faccia inferiore della scacchiera, immerso nell’oscurità, nuotando con i suoi affetti più cari nell’immenso mare degli scacchi.

Conclusione

Ognuno dei personaggi che incontreremo in questo viaggio, avrà un’idea tutta sua degli scacchi. Ma fra di loro, una costante rimane irremovibile. Gli scacchi sono l’espressione della libertà più pura dell’individuo, sotto forma di una semplice griglia 8×8. E Ogawa Yōko riesce alla perfezione a trasmettere questa sensazione, in un susseguirsi di mosse mozzafiato destinate a far innamorare.

Libro consigliato agli appassionati e non, perché sarà un vero piacere per tutti perdersi, almeno per un po’, nel meraviglioso mare degli scacchi sotto la guida del nostro Little Alechin.

— recensione di Laura Arca


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Blu Quasi Trasparente (1976) – Murakami Ryū

Autore: Murakami Ryū

Titolo originale: 限りなく透明に近いブルー  Kagirinaku tōmei ni chikai burū

Editore: Atmosphere Libri

Traduzione e postfazione: Bruno Forzan

Edizione: 2020

Pagine: 149

 

Contesto storico e letterario

Siamo ormai nella seconda metà degli anni ’70, il Giappone è nel pieno della floridezza e della prosperità economica e la prostrazione dovuta alla pesante sconfitta nel Secondo Conflitto Mondiale sembra ormai alle spalle. Sotto il velo dell’apparenza, tuttavia, un Giappone nel vivo del suo boom economico cela gli aspetti più oscuri della propria società. Se c’è un autore che meglio di chiunque altro riesce ad infilare la propria penna ben dentro al cuore della società in cui vive, questi è certamente Murakami Ryū. Il suo romanzo d’esordio, Blu Quasi Trasparente (pubblicato nel 1976, quando Murakami ha solo 24 anni), vince il più importante premio letterario giapponese: l’Akutagawa, riservato agli autori di letteratura alta (jūn bungaku). Un’assegnazione quanto mai controversa, che divide in modo netto la giuria: chi vota contro il romanzo, lo fa muovendovi critiche violente.

La frattura della giuria è però la stessa che fa breccia nel canone letterario del Giappone. Blu Quasi Trasparente apre la strada ad un nuovo tipo di letteratura alta: una letteratura scritta da giovani, per giovani. E se in questo Murakami Ryū anticipa autori come l’omonimo Haruki o Banana Yoshimoto, certamente non lo fa dal punto di vista dei temi trattati. Il suo romanzo d’esordio è crudo, violento, onirico, spietato. Non dà punti di riferimento al lettore, non gli regala una bella trama o un’estetica piacevole. Ed è proprio questo il punto fondamentale da tenere a mente prima di affrontare la lettura di quest’opera.

Romanzo dell’io?

Murakami Ryū (1952)

 

 

 

 

 

 

 

 

Il romanzo è ambientato a Fussa, vicino alla base militare di Yokota, e segue le vicende di un gruppo di giovani poco più che ventenni. È narrato in prima persona dal protagonista il cui nome, non a caso, è proprio Ryū. Appare chiaro fin da subito come l’opera voglia apparire in forma di testimonianza personale dell’autore, che aveva vissuto sulla propria pelle l’ingombrante presenza americana in Giappone, in particolare a Sasebo. Malgrado non ci sia dato sapere quanto la percentuale di autobiografismo sia consistente nell’opera, la novità del romanzo si manifesta anche in questa scelta. In un mondo letterario dominato dal romanzo dell’io (shishōsetsu), in cui l’esperienza del protagonista tende ad essere lo specchio di quella dell’autore, Murakami ne riprende certe caratteristiche e le sposta in un’ambientazione del tutto nuova, trattando un nuovo tipo di tematiche con uno stile di scrittura frammentario e scomposto. Non sembra esserci una logica consequenziale nella successione degli eventi: Murakami scaglia addosso al lettore una serie di immagini sfuocate ma raccapriccianti, che sembrano avere come unico fine il suscitare disgusto e ribrezzo.

Soffocamento e violenza

“Nella stanza sprofondata nel buio più totale si percepisce soltanto il respiro di Reiko; mentre cerco di resistere alla nausea, vado man mano perdendo coscienza di me stesso. Dalle ascelle di Reiko, che è di sangue misto, proviene un odore dolciastro simile a quello dell’ananas andato a male.”

A dominare il romanzo è un costante senso di chiusura, di oppressione fisica e mentale: una perenne asfissia, un’impressione di soffocamento. I personaggi sembrano non distinguere i contorni della realtà che li circonda, e di conseguenza nemmeno il lettore ne è in grado. Sono personaggi che ci vengono presentati come fogli di carta velina, senza alcun spessore, in preda agli eccessi di cui si nutrono ogni giorno. Ci appaiono persi nel nuovo tessuto urbano, rimodernato dopo le difficoltà del primo dopoguerra e l’arrivo del boom economico. Tutto è violenza, tutto è eccesso. La costante assuefazione dovuta al consumo di droghe riduce al delirio i rapporti umani: un delirio che invade ogni situazione e cancella i sentimenti. Murakami non fa filtrare alcuna aria di romanticismo: persino l’amore è violenza allo stato puro, mera soddisfazione carnale derivante dal sesso estremo e dall’utilizzo di sostanze stupefacenti.

L’influenza americana

L’influenza culturale esercitata sul Giappone dagli USA è importantissima nel primo dopoguerra. Dalla costituzione scritta sul modello americano fino ad aspetti più propriamente culturali, come la passione per il baseball, l’America sembra plasmare un nuovo Giappone a propria immagine e somiglianza. Figlia di un periodo in cui non si è vissuto l’orrore della guerra, la generazione di Murakami Ryū vive nel pieno del boom economico, dove sembra che nulla possa mancare.

Ciò che l’autore tenta di sottolineare è la mancanza di valori di un’intera generazione, che è costretta a rincorrere i falsi miti del sogno americano e l’idealizzazione di quella cultura. Gli stessi soldati americani amici del protagonista sono interessanti solo in quanto americani, non sembrano avere altra reale attrattiva. Figli una generazione cresciuta con il mito del rock’n’roll, delle droghe sintetiche e degli hippie; una generazione che idealizzava questi concetti e li seguiva senza quel tipo di distacco che differenzia un semplice interesse da una fissazione morbosa. Questo aspetto, peraltro, verrà trattato da Murakami in modo ancora più esplicito undici anni dopo, con 69.

Sasebo

Un grumo di umanità

Tuttavia attraverso il sogno Murakami riesce a dare voce al mondo interiore dei suoi personaggi. I loro pensieri più profondi paiono spesso insondabili, sembrano accontentarsi dei loro eccessi, che estremizzano per raggiungere l’apatia, per non sentire ciò che davvero provano. È nei pochi momenti di vera quiete che i personaggi di questo libro sembrano essere davvero loro stessi. L’esistenza di questi momenti dimostra che esiste un qualcosa di autentico in loro; un nocciolo di umanità e probabilmente di innocenza perduta che vorrebbero recuperare, pur senza esserne coscienti. Un’innocenza perfettamente rispecchiata dal personaggio di Ryū, che guarda il mondo con occhi da bambino e costruisce con la mente città immaginarie, perché la città in cui realmente vive non gli appartiene.

“E ad un certo punto, immancabilmente… Immancabilmente tutto diventa una sorta di gigantesco palazzo, mi si crea dentro alla testa questa specie di palazzo dove si riunisce tantissima gente che fa un mucchio di cose diverse. Quando è finito e ci guardo dentro è davvero divertente, sembra proprio di guardare la terra dall’alto di una nuvola. Perché c’è di tutto, ci sono tutte le cose di questo mondo.”

La dicotomia tra la città e una cultura che non è realmente propria porta a vivere una contraddizione, a percepire un certo distacco verso il posto in cui si vive. In questo romanzo la città è freddamente ordinata, banale, fatta di persone con cui i personaggi del romanzo non riescono ad interfacciarsi realmente, neanche nella più banale delle interazioni sociali. Sono una realtà, una città ed una condizione vissute come qualcosa di non realmente proprio, guardate quasi con distacco. Un distacco che i personaggi raggiungono solo tramite l’eccesso, infliggendosi continuamente del male (sia con droghe pesanti, sia con sesso selvaggio finalizzato solo all’autoannientamento), finché persino l’eccesso diventa normalità. L’unico modo per uscirne è cercare di soffermarsi su se stessi e condividere con gli altri la propria ritrovata umanità.

— recensione di Simone Lolli e Pietro Spisni


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