Iwaki Kei – Arrivederci Arancione

Autrice: Iwaki Kei

Traduttrice: Anna Specchio

Titolo originale: さようなら、オレンジ (Sayōnara, orenji)

Editore: E/O

Collana: Dal mondo

Anno edizione: 2018

Pagine: 158

 

Australia, oggigiorno vista da molti come la nuova America, una terra piena di opportunità. È qui che Iwaki Kei (scrittrice giapponese trasferitasi stabilmente sul suolo australiano) articola le vicende di Salima e Sayuri, due immigrate dai background diametralmente opposti, ma animate dalla stessa determinazione.

Protagoniste agli antipodi

Il libro presenta una storia bipolare: da una parte abbiamo le vicende di Salima, immigrata da un paese africano in guerra (del quale non si saprà mai il nome). Una donna forte, che porta con sé le cicatrici di un passato duro e di un presente avverso, dove la sopravvivenza è una questione da affrontare prettamente in solitaria (il marito la lascia poco dopo l’arrivo nel nuovo paese). Oltre al peso dei figli da crescere, Salima si vede costretta in poco tempo a rimboccarsi le maniche e a fronteggiare lo scoglio della nuova lingua, la repulsione verso il nuovo lavoro e un crescente senso di solitudine e di emarginazione. Dall’altro lato abbiamo Sayuri, neo-mamma giapponese e moglie di un brillante professore universitario, ritrovatasi in Australia per seguire il marito. Nella sua quotidianità sogna ardentemente di scrivere un libro, ma senza successo. Inoltre, nonostante la sua vita possa sembrare assai più rosea dell’altra protagonista, la solitudine e il fato avverso la catapulteranno in un baratro da un momento all’altro, costringendola a un percorso di risalita impervio dove acquisterà man mano sempre più coscienza di se stessa.

Il filo conduttore che unisce le due donne, oltre alle avversità della vita più o meno marcate e un evidente senso di estraneità verso il nuovo ambiente, è un corso di inglese che entrambe decidono di frequentare, dove si conosceranno sviluppando una sorta di legame. Lungo la vicenda saranno supportate da Paola, una compagna di corso, e dall’affabile professoressa McDonald.

Due tecniche di narrazione

Le due protagoniste hanno tecniche narrative differenti l’una dall’altra: Salima gode nei suoi capitoli di un narratore in terza persona, che tuttavia non è completamente esterno ed oggettivo. Infatti, i vari personaggi hanno tutti dei soprannomi dettati dall’impressione che hanno dato alla protagonista (ad esempio, Sayuri nei capitoli di Salima viene chiamata “riccio”). Di Salima conosciamo la sua quotidianità nella sua interezza, dal risveglio all’alba per andare al supermercato a lavorare fino alla sera, al ritorno dopo il corso di inglese. Per quanto riguarda Sayuri, i suoi capitoli sono strutturati in lettere che lei stessa scrive al suo professore di scrittura creativa, il professor Jones. Abbiamo quindi un’impostazione molto più personale e meno ampia, ma che sicuramente ben si addice a una protagonista acculturata e con la passione della scrittura come lei.

Personaggi di supporto ben sviluppati

Interessante il fatto che non siano solo le storie delle due protagoniste a godere di una introspezione ben sviluppata, ma pure i personaggi secondari vengono approfonditi, permettendo al lettore di avere un quadro completo e di conoscere così ogni loro sfaccettatura.

È il caso di Paola, immigrata italiana e compagna di corso di Salima e Sayuri. Nonostante venga presentata come la classica donna italica in là con gli anni, sempre solare e con un profondo istinto materno, man mano che la trama prosegue si scoprono i suoi problemi e la sua depressione.

Altro personaggio di spessore è il camionista che vive nello stesso stabile di Sayuri. Il suo aspetto spaventoso e il suo passato da carcerato vengono messi in discussione quando rivela di possedere un cuore d’oro. Sarà proprio lui, infatti, a difendere Sayuri dal burbero batterista della porta accanto, e in cambio chiederà alla donna di leggergli qualcosa ogni tanto in quanto impossibilitato dal suo analfabetismo.

Per finire, l’enigmatico direttore di Salima, che malgrado il distacco dettato dal suo ruolo si avvicina lentamente alla donna, finendo per assumere connotati sempre più familiari ed informali.

Il problema della comunicazione

Uno dei temi al centro della vicenda è proprio la comunicazione, e non solo quella puramente dettata dalla sfera linguistica. Salima, per esempio, oltre a dover imparare a comunicare in inglese e far fronte al suo analfabetismo, si ritrova a fronteggiare anche il problema di stabilire un dialogo tra lei e i suoi stessi figli, molto più integrati nella cultura del nuovo paese rispetto alla madre. Questa sorta di barriera generazionale non faciliterà il rapporto familiare, portando Salima vicina alla perdita dei figli.

Sayuri d’altro canto è molto più avanti rispetto alla collega per quanto riguarda l’inglese, ma anche lei non è esente dall’isolamento. Infatti, si percepisce chiaramente il senso di solitudine della donna, che passa le sue giornate praticamente da sola ad accudire la neonata e a frequentare questo corso di inglese. È infatti curioso notare come la lingua in generale per lei non sia un problema, ma ciò non le impedisce di avere sempre questa sorta di “barriera” che le fa avere solo contatti sporadici coi suoi vicini di casa e con le compagne di corso.

Le donne e la loro straordinaria forza

Arrivederci Arancione è un libro dalle tante voci e dalle tante nazionalità, dove emerge chiaramente tutta la forza e la determinazione che una donna, indipendentemente dalla sua provenienza o dalle sue esperienze, può avere per fronteggiare le avversità della vita. Importante anche il tema di attualità trattato: l’immigrazione e l’integrazione all’interno di una nuova cultura estranea, non sempre favorito dall’ambiente circostante e dalla collettività.

Iwaki Kei ci insegna come le avversità che la vita ci propina possono essere sconfitte tramite la solidarietà di chi ci sta intorno, di chi sta probabilmente affrontando una battaglia simile alla nostra indipendentemente dalla diversità di background.

 

— recensione di Matteo Calzati


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Yokomizo Seishi – La locanda del Gatto nero

Risultato immagini per la locanda del gatto nero libro

Autore: Yokomizo Seishi

Titolo originale: Kuronekotei jiken

Editore: Sellerio editore Palermo

Traduzione: Francesco Vitucci

Edizione: 2020

Pagine: 176

Nel giardino della Locanda del Gatto nero affiora un cadavere di donna. È una giovane evidentemente legata agli affari più o meno equivoci del locale ma ha il volto devastato e nessuno può riconoscerla. Un thriller del genere del «delitto senza volto» per il detective Kindaichi Kōsuke, bizzarro investigatore, trasandato, irritante, balbuziente, ma infallibile.

Trama e commento

In un distretto di Tokyo, diventato nel dopoguerra «un pullulare di commerci clandestini», un bonzo del vicino tempio buddista è sorpreso a scavare spasmodicamente nel giardino della Locanda del Gatto nero. Dalla terra affiora un cadavere di donna. È una giovane evidentemente legata agli affari più o meno equivoci del locale ma ha il volto devastato e nessuno può riconoscerla. La polizia si concentra con poca fantasia sugli intrighi adulterini dei due proprietari dell’esercizio, i coniugi Itojima. Il marito sarebbe l’assassino della moglie in complicità con l’amante. Ma alcuni colpi di scena sconvolgono questa ricostruzione. È a questo punto che entra in scena il detective Kindaichi Kōsuke, trasandato, irritante, balbuziente, infallibile: e tutto quanto, da puzzle inestricabile, diventa narrazione coerente.
Spiega l’autore, nella cornice del romanzo – in cui immagina che proprio il detective gli abbia consegnato i documenti per la storia da scrivere – che La locanda del Gatto nero è un thriller del genere del «delitto senza volto». Infatti Yokomizo Seishi è stato il popolarissimo traghettatore nella cultura giapponese della detective story di scuola occidentale; e capace di saldare questa solida tradizione con le paure ataviche e il gusto horror tipici della sua terra. Kindaichi, poliziotto privato giapponese dalla eccentrica personalità e un talento per i misteri irrisolvibili, è esemplare in patria quanto Maigret in Europa.

 

Autore

Yokomizo Seishi (Kobe 1902-Tokyo 1981) dopo aver lavorato nella farmacia di famiglia e in seguito come giornalista letterario, negli anni Trenta del Novecento iniziò a pubblicare i primi romanzi. Con le sue trame di misteri ottenne un grande seguito di lettori divenendo in Giappone modello della crime story.

 

 

In libreria dal 26 Marzo 2020. Già disponibile in prevendita su Amazon e presso i rivenditori online.

Matsumoto Seichō – La ragazza del Kyūshū (1961)

Autore: Matsumoto Seichō

Titolo originale: Kiri no hata

Editore: Adelphi

Collana: Fabula

Traduzione: Gala Maria Follaco

Edizione: 2019

Pagine: 208

 

Kiriko è una giovane vent’enne che, dal lontano Kyūshū, si reca a Tokyo per convincere il celebre avvocato Kinzo Ōtsuka a difendere il fratello accusato, a suo parere ingiustamente, di omicidio. Ōtsuka, per ragioni principalmente di carattere economico, rifiuta il caso poiché la ragazza non è in grado di far fronte all’ingente parcella. Il fratello verrà poi condannato alla pena di morte e morirà in carcere poco prima dell’avvenuta esecuzione. Questo è l’inizio del noir di Matsumoto, dove il rifiuto da parte dell’avvocato segna il cambiamento della giovane ragazza del Kyūshū, dando vita al suo gelido piano di vendetta.

“Tutto il sistema penale è colpevole, se i poveri non possono ottenere giustizia.”

“La ragazza del Kyūshū” di Matsumoto è una storia avvincente e intrigante, caratterizzata da una tensione narrativa che impedisce al lettore di distogliere l’attenzione e lo costringe a rimanere con il fiato sospeso grazie ai numerosi colpi di scena. Attraverso un linguaggio semplice ed essenziale ci addentriamo nel Giappone degli anni 60’, familiarizzando con questa “esotica” altresì seducente realtà, costituita, ad esempio, da ragazze che nei locali notturni intrattengono i clienti attraverso una pura e semplice conversazione, senza alcun fine di tipo sessuale.
Oltre ad essere un giallo, l’opera di Matsumoto presenta un’attenta analisi dei sentimenti più intimi e profondi dei personaggi. Come ad esempio il rimorso da parte dell’avvocato per non aver accettato la causa o il desiderio di vendetta che accompagna la protagonista per tutta la durata del racconto. L’insieme di questi stati d’animo conduce il lettore a riflettere e a porsi delle domande: “Alcuni eventi possono effettivamente tradursi in azioni imprevedibili?”; o ancora: “Il dolore può, in un qualche modo, sfociare in un sentimento di vendetta?”. Possiamo definire Matsumoto Seichō un vero e proprio maestro del giallo, tanto è vero che alcuni gli designano l’appellativo di “Simenon giapponese”.

Seichō Matsumoto (1909-1992) è stato un giornalista e scrittore giapponese. Autore molto conosciuto in patria e vincitore del premio Akutagawa nel 1953, ha scritto oltre 300 romanzi e diversi racconti. È stato pubblicato per tre volte nel Giallo Mondadori: La Morte è in Orario del 1957 è l’opera più conosciuta, seguita da Come sabbia tra le dita del 1961 e Il palazzo dei matrimoni del 1998. Le tematiche dei suoi gialli affondano spesso le radici nei problemi sociali giapponesi, il tutto unito ad una predilezione per l’indagine strettamente logica ed intuitiva. Nel 2018 Adelphi ha pubblicato Tokyo Express, apparso nell’edizione originale nel 1958, da cui è stata tratta nel 2007 la miniserie Ten to sen, con Takeshi Kitano.

— Recensione di Federica Mocci.


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Dopo il banchetto (1960) – Mishima Yukio

Autore: Mishima Yukio

Titolo originale: 宴のあと

Editore: Feltrinelli

Traduzione: Livia Livi

Edizione: 2013

Pagine: 250

Un autore fondamentale…

Tra gli scrittori che la letteratura del Sol Levante ci propone, i più tradotti in Italia sono il pilastro del romanzo giapponese, Tanizaki Jun’ichiro, e gli autori best seller Murakami Haruki e Yoshimoto Banana. Di nessuno di questi tre scrittori, tuttavia, sono stati tradotti più di 30 libri (29 per Banana, 28 per Murakami, 26 per Tanizaki). C’è invece un autore che l’editoria italiana ha pubblicato più di ogni altro: Mishima Yukio, con ben 42 opere tradotte. Queste cifre dovrebbero già rendere chiara l’importanza e la fama di uno scrittore come Mishima, senza dubbio uno dei più grossi ambasciatori della letteratura e della cultura giapponese nel mondo.

…e controverso

Personaggio dalla vicenda personale e pubblica travagliata, artista a 360 gradi, muore suicida nel 1970 a 45 anni, con il tradizionale ed anacronistico metodo del suicidio rituale samuraico (seppuku). Autore e uomo fortemente legato ai valori della tradizione giapponese, mai incline all’americanizzazione e all’occidentalizzazione della sua nazione e spesso anche avvicinato al Fascismo per ideologia politica, Mishima, durante la sua parabola artistica, non mancò di suscitare scalpore dentro e fuori dalla letteratura. Il romanzo che recensiamo oggi, Dopo il banchetto (Utage no ato, 1960) ne è l’esempio perfetto: dietro la trama amorosa intessuta, e progressivamente distrutta, dai due protagonisti, si cela una pungente descrizione satirica (nemmeno troppo velata) della classe politica del Giappone negli anni del dopoguerra.

Mishima (a sinistra) a colloquio con il premio Nobel Kawabata Yasunari

 

Una storia d’amore fuori dal comune

“Mandò nella stanza di Tamaki il cestino di frutta che aveva portato, poi si sedette su una sedia ad una certa distanza nel corridoio, e rimase in attesa di Noguchi. Kazu capì dalla propria impazienza − era persuasa ormai che Noguchi non sarebbe arrivato − quanto quell’uomo le piaceva.”

Il romanzo si sviluppa attorno ad un’inusuale storia d’amore tra Kazu, donna nubile di oltre cinquant’anni “la cui vita privata l’amore non avrebbe turbato mai più”, e Noguchi, vecchio ministro ed intellettuale, pezzo grosso del partito radicale. Le certezze della forte Kazu, proprietaria di un ristorante d’alta classe (il Setsugoan), vengono spazzate via dalla ventata di passione che l’incontro col vecchio ministro suscita in lei. Il matrimonio tra i due apre alla protagonista la possibilità di una nuova, intraprendente vita: impegnata come mai nella campagna elettorale del marito, Kazu capisce che diventare la moglie di un uomo importante era stato il fine agognato di tutta la sua vita. Noguchi rappresenta per la donna un’ancora di salvezza dalla solitudine e una speranza dopo la morte: la speranza di non cadere nell’oblio. Col passare dei mesi, tuttavia, le difficoltà e le differenze caratteriali tra i due coniugi si fanno sentire in modo sempre più importante. Dopo il banchetto illustra anche la parabola discendente di questa peculiare storia d’amore.

Il velo di politica

“Kazu si sollevò un po’, con cautela, come una donna che si alzi in piedi su una barca a mare mosso. <<Vorrei che smettesse di preoccuparsi. Qualunque cosa si faccia, non c’è assolutamente pericolo di finire in galera.>>
<<Come mai ne è così sicura? Questa è la preoccupazione più grave del presidente del comitato.>>
<<Ho fatto una piccola minaccia, ed ora è tutto a posto.>> Kazu, senza ascoltare la replica di Yamazaki, si girò sullo stomaco.”

Come accennato in precedenza, però, il romanzo si struttura su più livelli. In secondo piano, ma non per importanza, vi è la questione politica illustrata da Mishima. L’autore rappresenta la classe politica del suo tempo con pungente ironia, svelando i meccanismi e gli ingranaggi che si celano dietro il mondo della classe dirigente giapponese. Un mondo fatto di colpi bassi, di minacce, di arrivismo: è la stessa Kazu a tentare di inserirsi di prepotenza in questo mondo, arrivando persino ad ipotecare il proprio locale per la campagna elettorale del marito. La contraddizione fondamentale del romanzo è proprio relativa alla storia d’amore tra Kazu e Noguchi: la donna è proprietaria di un ristorante di lusso frequentato e finanziato da conservatori, mentre Noguchi è uno storico statista del partito radicale giapponese.

Narrazione accelerata, descrizione rallentata

“Il panorama ondulato era incorniciato dai rami dei fitti pini rossi del parco. Le impalpabili foglioline degli alberi dei monti dirimpetto alla valle luccicavano con riflessi color zafferano. Malgrado il sole sfolgorante del tardo pomeriggio, era diffusa su tutto una tenera foschia, e immersi in quella vaga luce i rami in boccio sembravano come i capelli arruffati di una donna appena desta.”

Come accade tipicamente nei romanzi di Mishima, la descrizioni avvengono con rara minuzia. Nel caso di Dopo il banchetto, in particolare, l’autore si sofferma principalmente su due aspetti: il cibo e i paesaggi. Accade spesso che venga riportato per intero il menu di una serata, o che siano presenti lunghe, ed affascinanti, descrizioni dell’ambiente circostante. Per contro, la narrazione spesso subisce degli sbalzi: non mancano le ellissi, e Mishima omette sovente parti dello svolgimento della trama. Ad esempio, è ben descritto il processo emozionale che conduce i due protagonisti al matrimonio, ma lo stesso matrimonio viene liquidato in una riga alla fine di un capitolo: “Il ventotto di maggio, Noguchi e Kazu si sposarono.” Mishima preferisce cioè parlare di ciò che avviene attorno ai fatti e le motivazioni di essi, piuttosto che parlare dei fatti.

In conclusione

Senza dubbio, un grande romanzo di Mishima, seppur goda di minore fama rispetto ai grandi caposaldi della sua produzione (Confessioni di una mascheraIl padiglione d’oro, la tetralogia de Il mare della fertilità, ...). Un romanzo dal sapore quasi decadente, ma contraddistinto dalla sempre stupenda prosa di questo autore. Un romanzo che riesce a mettere in mostra l’amore senza mettere in mostra la passione. Un romanzo che riesce a costruire e demolire, fare e disfare, nel giro di poche pagine. Un romanzo che conferma, in conclusione, Mishima come uno dei must della letteratura del Sol Levante.

— recensione di Pietro Spisni


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Il rovescio del broccato

Autore: Tanishi Kingyo, Santō Kyōden, Umebori Kokuga

Titolo: Il rovescio del broccato

Editore: Atmosphere libri

Traduzione: Cristian Pallone

Edizione: 2019

Pagine: 273

Atmosphere propone in traduzione italiana quattro racconti ambientati nel quartiere di piacere di Yoshiwara, nell’antica Edo (attuale Tokyo) verso la fine del XVIII secolo. La diffusione dei quartieri di piacere risale al 1617 sotto lo shogunato Tokugawa. Erano presenti in tutto il Giappone ma, con la crescente importanza della capitale Edo, molti tenutari di case private decisero di spostarvi la loro attività. Venne loro data una porzione di terreno e, così, nacque il quartiere di Yoshiwara. Vi erano vari livelli di cortigiane, il primo era rappresentato dalle oiran. Vi erano anche le geisha, per cui è più corretta la definizione di intrattrenitrici. Esse infatti non si prostituivano: quella che le identifica con prostitute è una visione occidentale nata verso la fine del XIX secolo dovuta ad una generalizzazione compiuta dai viaggiatori che definivano con questo termine le donne dedite ad ogni forma di intrattenimento, senza differenziare.

Edo umare uwaki no kabayaki (1785) di Santō Kyōden

Quando si parla delle opere del Gesaku, è molto interessante notare come difficilmente si tratti di letteratura come noi la intendiamo: il testo veniva prodotto in xilografia e la parte visiva era particolarmente importante. La collaborazione tra scrittore e disegnatore era fondamentale ed alcuni scrittori, tra cui lo stesso Santō Kyōden, creavano le illustrazioni delle proprie opere.  In queste si racconta di un mondo elegante, dove citazioni colte e un aspetto nobile sono necessarie per entrare nelle grazie di una cortigiana, dominato da regole di etichetta e, in fin dei conti, dal denaro. Questo molte volte muove la narrazione: clienti poveri innamorati delle cortigiane che provano in ogni modo a ritornare dall’amata, oppure storie di amori impossibili che, il più delle volte, si risolvono in un doppio suicidio, leitmotiv della letteratura giapponese. Sovente è presente anche l’elemento sovrannaturale che si presenta sottoforma di fantasmi e maledizioni. Questo ci dice molto sul bagaglio culturale degli autori di queste storie: molti di questi sono infatti uomini estremamente colti e fanno un uso sapiente di elementi lontani da una semplice storia di intrattenimento.

L’autore della prima storia, Tanishi Kingyo, era un medico. Lo stesso Santō Kyōden, autore importante e molto noto nell’Edo dell’epoca, non era soltanto dedito alla scrittura e all’illustrazione dei suoi libri: era anche un poeta molto attivo nei circoli degli intellettuali del periodo, definiti bunjin, ovvero “uomini di lettere”. Queste erano opere scritte per il divertimento proprio e dei chōnin, gli abitanti della città. In quanto divertissement, non era ben vista nella società questa attività di scrittori e molti, tra cui gli autori già citati, si firmavano con pseudonimi. Era anche molto attiva la censura nei confronti di queste opere: lo stesso Santō Kyōden vi incapperà proprio con il racconto Il rovescio del broccato. Quest’opera è ambientata nel quartiere di piacere di giorno, e rappresenta quello stesso mondo capovolto. La storia dei due amanti fa solo da cornice al vero protagonista: il quartiere di Yoshiwara, in questo caso mostrato nella sua nudità e nel momento in cui, solitamente, è spento. La sua capacità di intrecciare elementi del racconto licenzioso, come la parodia dei classici e la satira sociale, ad una trama sentimentale, lo rende un autore importante nel panorama della Edo dell’epoca. Questo cambiamento è presente anche nell’ultima storia qui proposta, Un bivio lungo la strada verso la conquista della cortigiana scritto da Umebori Kokuga. Questo denota la nascita di una nuova sensibilità all’alba del XIX secolo in Giappone, così come l’obsolescenza in cui era incappato il racconto licenzioso e la necessità, in qualche modo, di reinventarsi.

 

– di Simone Lolli


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Scrivere per Fukushima

Autore: Vari
Titolo: Scrivere per Fukushima
Editore: Atmosphere libri
Traduzione: Vari
Edizione: 2013
Pagine: 204

All’11 marzo 2011 spesso ci si riferisce con il termine sono hi (quel giorno), voce che divide in modo drastico il prima dal dopo. La contemporaneità sembra infatti separata da questo triplice disastro che ha colpito non solo il Giappone, ma il mondo intero. Quel giorno di primavera, la terra inizia a tremare alle 14:46 ed il sisma, di 9.0 è il più potente mai registrato nel paese. Poco tempo dopo, un’onda anomala si abbatte sulle coste nord-orientali della regione del Tōhoku raggiungendo un’altezza massima di 13 metri e penetrando fino a 7 chilometri nell’entroterra giapponese, danneggiando in modo irreversibile la centrale di Fukushima Dai-ichi. L’incidente nucleare viene classificato al livello 7, il più altro della scala INES (International Nuclear Event Scale) e le conseguenze del meltdown si rivelano catastrofiche.

Ad un anno di distanza dal fall out nucleare di Fukushima, il direttore della rivista Waseda Bungaku, Ichikawa Makoto lancia un appello ai letterati giapponesi affinché scavino tra quelle macerie per dissotterrare nuove parole, per liberare l’immaginazione che è stata sepolta dai drammatici eventi ed infine per tentare di offrire un po’ di sostegno all’intero paese.
A rispondere alla sua richiesta sono numerosi scrittori e scrittrici, che impugnano subito la penna con l’intento di combattere quel vuoto che il susseguirsi dei tragici eventi si è lasciato dietro. Dalle loro immediate risposte nasce questa antologia, intitolata 震災とフィクションの “距離” (Shinsai to fikushion no “kyori”) e pubblicata in Italia un anno dopo, nel 2013, con il titolo “Scrivere per Fukushima. Racconti e saggi a sostegno dei sopravvissuti del terremoto“. Anche l’edizione italiana, a cura di Gianluca Coci, vede il contributo di numerosi traduttori che si mettono prontamente all’opera per tentare di contribuire alla ricostruzione del Giappone, trattandosi infatti di un’opera no profit i cui ricavati vengono devoluti alla Croce Rossa giapponese.

I ventidue racconti all’interno dell’antologia consentono al lettore di approcciarsi alla tragedia attraverso numerosi punti di vista. Alcuni scrittori infatti la vivono e la raccontano in prima persona, altri da lontano; e ancora c’è chi narra l’accaduto in termini diretti, mentre altri scelgono di distaccarsi e trasporre gli eventi, elaborandoli in altri termini. Tutto questo è possibile grazie alla grande varietà di artisti che lavorano per dare vita a questo grande mosaico di vita quotidiana, di cose semplici che la catastrofe sembra aver spazzato via. Ciò che alla fine emerge però all’interno di questo lavoro è la solidarietà, la voglia di riemergere da quelle macerie e soprattutto di non arrendersi.

La ricchezza e la diversità si coglie anche nei generi e nei temi di questi racconti. Sono storie che parlano del mondo intero e soprattutto dal mondo intero: l’opera con la quale si apre la raccolta infatti si intitola “Risveglio” ed è una breve lettera solidale a opera di Yoko Ono Lennon, che dalla Grande Mela, dopo aver appreso la triste notizia di ciò che è accaduto nel paese natio, esprime il suo dolore e la sua vicinanza alle vittime.

L’autore di “Verso la prossima primavera: la festa dei morti“, Shighmatsu Kiyoshi, opta per una visione realistica e uno stile classico nel raccontare l’accaduto, mettendo al centro gli effetti che il disastro ha avuto sulle piccole realtà in relazione ad un momento molto significativo dell’anno: l’obon, festa dei morti. Egli tocca diversi temi, tra cui la contaminazione da radiazioni, la discriminazione nei confronti delle vittime e l’allontanamento forzato dalla terra natia.

Anche la scrittrice Kawakami Mieko offre il suo contributo con il racconto “Marzo è di lana” e incentra la sua opera sul tema della gravidanza, un momento delicato della vita dell’essere umano, immaginando un mondo fatto di lana che possa sfilarsi e ricostruirsi a suo piacimento. In questo caso il dramma di Fukushima viene affrontato da una prospettiva lontana e distaccata, in quanto l’accaduto viene toccato solo con l’arrivo di un sms.

Accanto a queste e tante altre opere di fiction, si trovano anche diversi saggi che affrontano il tema in maniera altrettanto interessante. “L’energia nucleare può essere sostituita da quella rinnovabile?“, a opera di Fuji Hisako rappresenta, per esempio, una solida dimostrazione con tanto di numeri alla mano di come anche in Giappone sia possibile la completa conversione dall’energia nucleare a quella basata su fonti sostenibili.

Il fine ultimo di questo lavoro è quello di esorcizzare, per quanto possibile, l’ansia e la paura tramite la potenza dell’immaginazione e attraverso le pagine di quest’opera l’intento sembra sia stato raggiunto. Nonostante non sempre la comprensione dei singoli racconti risulti immediata, la bellezza di questa raccolta si trova proprio nel rendersi conto di come ognuno abbia una visione diversa dello stesso evento. Quest’opera, scritta dalle persone per le persone, diventa così strumento di rinascita e di riconquista di tutte quelle parole che per troppo tempo sono rimaste sotterrate.

– di Roxana Macovei


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