Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto

Autore: Ogawa Yōko

Titolo originale: 猫を抱いて象と泳ぐ (Neko wo Daite Zō to Oyogu)

Editore: Il Saggiatore

Collana: La Cultura

Traduzione: Laura Testaverde

Edizione: 2015

Pagine: 237

Il romanzo ha come protagonista un bambino, di cui non sappiamo il nome, che ha una particolarità fisica piuttosto bizzarra. Appena nato, le sue labbra sono completamente serrate. I medici lo operano immediatamente, e per ricostruire le labbra lacerate utilizzano un pezzo di pelle asportato dallo stinco del neonato. Questo causerà la crescita, seppur lieve in un primo momento, di una leggera peluria sulle sue labbra. Come se non bastasse questo a renderlo bersaglio dei suoi coetanei a scuola, il bambino è molto taciturno e non ha amici o passatempi. Gli unici con cui si sente a suo agio sono Indira, un’elefantessa morta molto tempo prima sul tetto dei grandi magazzini, e Mummia, una misteriosa bambina rimasta intrappolata nello spazio stretto fra i muri di due abitazioni, una delle quali è proprio quella del nostro protagonista. In lui cresce quindi l’idea che la parola non sia necessaria di per sé, e che sarebbe stato meglio rimanere nel silenzio della sua bocca chiusa, come quando era un neonato.

Il poeta sotto la scacchiera

Ciò che cambia per sempre la sua vita, è l’incontro col Maestro, un ex-conducente che vive in un vecchio autobus fuori servizio assieme al suo gatto bianco e nero, Pedone. Qui, accompagnato dalle golose merende del Maestro, il bambino imparerà a giocare a scacchi sul suo tavolino-scacchiera. Mostra subito una predisposizione naturale, ma qualcosa sembra non funzionare. Durante le partite, il bambino sente un’ansia schiacciante che non gli permette di concentrarsi al meglio. Decide quindi di accovacciarsi sotto al tavolino e di prendere in braccio Pedone, cercando di tranquillizzarsi. Il Maestro non dice nulla, come se capisse la naturalezza di quel gesto, e il bambino ritrova la serenità. Riesce a immaginare la scacchiera guardando la superficie inferiore del tavolo e a capire le mosse dell’avversario dal solo suono che emettono i pezzi. Sarà il primo passo perché gli venga attribuito, in omaggio al magnifico “poeta sulla scacchiera”, il famoso scacchista russo Aleksandr Alechin, il soprannome di Little Alechin, il “poeta sotto la scacchiera“.

Il mare degli scacchi

La metafora più ricorrente del romanzo è quella del “mare degli scacchi“. Il gioco infatti non viene percepito come tale, o come semplice sport, ma come l’esplorazione di un infinito mare di possibilità. Un luogo in cui nuotare da soli può sembrare spaventoso, ma che per il bambino non è così. Lui ha con sé Indira, Mummia e Pedone, una squadra formidabile in grado di trovare un varco di luce anche nel buio del fondale marino. Il Maestro gli ha insegnato a nuotare, ma col tempo il bambino dovrà imparare a cavarsela da solo, cercando di fare sempre “la mossa migliore, non la più forte“.

L’uomo lanciò il bambino nel mare degli scacchi e lo guidò nel tracciare un percorso ineguagliabile senza intimorirsi al cospetto di nessuna fossa oceanica, per quanto profonda, e di nessuna corrente, per quanto fredda.

L’automa

Nonostante giocare sotto alla scacchiera sia la base della strategia del ragazzo, si renderà presto conto che nessun circolo potrebbe mai accettare una condizione simile. Ma ecco che arriva l’idea, presa in prestito dall’inventore ungherese Wolfgang von Kempelen: il Turco.

Il Turco

Il Turco fu un automa costruito nel 1769 dal barone von Kempelen per l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che ne rimase subito affascinata. Era composto dal pupazzo di un uomo mediorientale con tanto di turbante, attaccato a una cassa di legno con scacchiera, che al suo interno rivelava i complessi marchingegni atti a farlo muovere. Ciò che mancava, era la presenza dell’uomo. Si diceva che potesse giocare a scacchi in completa autonomia e senza perdere mai. Incontro dopo incontro, la sua fama crebbe, tanto da farlo girare in tutta Europa e sbarcare negli Stati Uniti. Fra i personaggi più celebri che persero contro di lui, ricordiamo Giorgio III, Benjamin Franklin, Napoleone e Federico II di Prussia. Per molto tempo il Turco Meccanico venne studiato dalle più grandi menti, perfino da esorcisti, ma senza capirne il funzionamento. La svolta arrivò con le intuizioni di Edgar Allan Poe, che capì in che modo il giocatore “umano” all’interno della macchina riuscisse a muoversi e a mascherare la sua presenza. Il Turco venne avvolto dalle fiamme di un incendio nel 1854 e sarà il figlio dell’ultimo proprietario a fornirci ulteriori dettagli sull’invenzione qualche anno dopo.

Spostamento del giocatore di scacchi all’interno dell’automa.

Little Alechin

Al circolo di scacchi decidono quindi di costruire un automa sulla falsa riga del fantoccio messo a punto dal barone, in cui il bambino possa giocare indisturbato. Collegato al tanto amato tavolino-scacchiera del Maestro e tenendo in braccio la riproduzione di Pedone, si rivela il nascondiglio perfetto. E quale volto migliore di Aleksandr Alechin? Da qui, Little Alechin comincia a manovrare i meccanismi interni di Little Alechin, sfruttando la dimensione ridotta del suo corpo. Ma a differenza dell’automa originale, non sono necessarie scacchiere o candele per creare le condizioni agevoli per riprodurre la partita all’interno della cassa di legno. Il bambino continua a giocare guardando la faccia inferiore della scacchiera, immerso nell’oscurità, nuotando con i suoi affetti più cari nell’immenso mare degli scacchi.

Conclusione

Ognuno dei personaggi che incontreremo in questo viaggio, avrà un’idea tutta sua degli scacchi. Ma fra di loro, una costante rimane irremovibile. Gli scacchi sono l’espressione della libertà più pura dell’individuo, sotto forma di una semplice griglia 8×8. E Ogawa Yōko riesce alla perfezione a trasmettere questa sensazione, in un susseguirsi di mosse mozzafiato destinate a far innamorare.

Libro consigliato agli appassionati e non, perché sarà un vero piacere per tutti perdersi, almeno per un po’, nel meraviglioso mare degli scacchi sotto la guida del nostro Little Alechin.

— recensione di Laura Arca


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Blu Quasi Trasparente (1976) – Murakami Ryū

Autore: Murakami Ryū

Titolo originale: 限りなく透明に近いブルー  Kagirinaku tōmei ni chikai burū

Editore: Atmosphere Libri

Traduzione e postfazione: Bruno Forzan

Edizione: 2020

Pagine: 149

 

Contesto storico e letterario

Siamo ormai nella seconda metà degli anni ’70, il Giappone è nel pieno della floridezza e della prosperità economica e la prostrazione dovuta alla pesante sconfitta nel Secondo Conflitto Mondiale sembra ormai alle spalle. Sotto il velo dell’apparenza, tuttavia, un Giappone nel vivo del suo boom economico cela gli aspetti più oscuri della propria società. Se c’è un autore che meglio di chiunque altro riesce ad infilare la propria penna ben dentro al cuore della società in cui vive, questi è certamente Murakami Ryū. Il suo romanzo d’esordio, Blu Quasi Trasparente (pubblicato nel 1976, quando Murakami ha solo 24 anni), vince il più importante premio letterario giapponese: l’Akutagawa, riservato agli autori di letteratura alta (jūn bungaku). Un’assegnazione quanto mai controversa, che divide in modo netto la giuria: chi vota contro il romanzo, lo fa muovendovi critiche violente.

La frattura della giuria è però la stessa che fa breccia nel canone letterario del Giappone. Blu Quasi Trasparente apre la strada ad un nuovo tipo di letteratura alta: una letteratura scritta da giovani, per giovani. E se in questo Murakami Ryū anticipa autori come l’omonimo Haruki o Banana Yoshimoto, certamente non lo fa dal punto di vista dei temi trattati. Il suo romanzo d’esordio è crudo, violento, onirico, spietato. Non dà punti di riferimento al lettore, non gli regala una bella trama o un’estetica piacevole. Ed è proprio questo il punto fondamentale da tenere a mente prima di affrontare la lettura di quest’opera.

Romanzo dell’io?

Murakami Ryū (1952)

 

 

 

 

 

 

 

 

Il romanzo è ambientato a Fussa, vicino alla base militare di Yokota, e segue le vicende di un gruppo di giovani poco più che ventenni. È narrato in prima persona dal protagonista il cui nome, non a caso, è proprio Ryū. Appare chiaro fin da subito come l’opera voglia apparire in forma di testimonianza personale dell’autore, che aveva vissuto sulla propria pelle l’ingombrante presenza americana in Giappone, in particolare a Sasebo. Malgrado non ci sia dato sapere quanto la percentuale di autobiografismo sia consistente nell’opera, la novità del romanzo si manifesta anche in questa scelta. In un mondo letterario dominato dal romanzo dell’io (shishōsetsu), in cui l’esperienza del protagonista tende ad essere lo specchio di quella dell’autore, Murakami ne riprende certe caratteristiche e le sposta in un’ambientazione del tutto nuova, trattando un nuovo tipo di tematiche con uno stile di scrittura frammentario e scomposto. Non sembra esserci una logica consequenziale nella successione degli eventi: Murakami scaglia addosso al lettore una serie di immagini sfuocate ma raccapriccianti, che sembrano avere come unico fine il suscitare disgusto e ribrezzo.

Soffocamento e violenza

“Nella stanza sprofondata nel buio più totale si percepisce soltanto il respiro di Reiko; mentre cerco di resistere alla nausea, vado man mano perdendo coscienza di me stesso. Dalle ascelle di Reiko, che è di sangue misto, proviene un odore dolciastro simile a quello dell’ananas andato a male.”

A dominare il romanzo è un costante senso di chiusura, di oppressione fisica e mentale: una perenne asfissia, un’impressione di soffocamento. I personaggi sembrano non distinguere i contorni della realtà che li circonda, e di conseguenza nemmeno il lettore ne è in grado. Sono personaggi che ci vengono presentati come fogli di carta velina, senza alcun spessore, in preda agli eccessi di cui si nutrono ogni giorno. Ci appaiono persi nel nuovo tessuto urbano, rimodernato dopo le difficoltà del primo dopoguerra e l’arrivo del boom economico. Tutto è violenza, tutto è eccesso. La costante assuefazione dovuta al consumo di droghe riduce al delirio i rapporti umani: un delirio che invade ogni situazione e cancella i sentimenti. Murakami non fa filtrare alcuna aria di romanticismo: persino l’amore è violenza allo stato puro, mera soddisfazione carnale derivante dal sesso estremo e dall’utilizzo di sostanze stupefacenti.

L’influenza americana

L’influenza culturale esercitata sul Giappone dagli USA è importantissima nel primo dopoguerra. Dalla costituzione scritta sul modello americano fino ad aspetti più propriamente culturali, come la passione per il baseball, l’America sembra plasmare un nuovo Giappone a propria immagine e somiglianza. Figlia di un periodo in cui non si è vissuto l’orrore della guerra, la generazione di Murakami Ryū vive nel pieno del boom economico, dove sembra che nulla possa mancare.

Ciò che l’autore tenta di sottolineare è la mancanza di valori di un’intera generazione, che è costretta a rincorrere i falsi miti del sogno americano e l’idealizzazione di quella cultura. Gli stessi soldati americani amici del protagonista sono interessanti solo in quanto americani, non sembrano avere altra reale attrattiva. Figli una generazione cresciuta con il mito del rock’n’roll, delle droghe sintetiche e degli hippie; una generazione che idealizzava questi concetti e li seguiva senza quel tipo di distacco che differenzia un semplice interesse da una fissazione morbosa. Questo aspetto, peraltro, verrà trattato da Murakami in modo ancora più esplicito undici anni dopo, con 69.

Sasebo

Un grumo di umanità

Tuttavia attraverso il sogno Murakami riesce a dare voce al mondo interiore dei suoi personaggi. I loro pensieri più profondi paiono spesso insondabili, sembrano accontentarsi dei loro eccessi, che estremizzano per raggiungere l’apatia, per non sentire ciò che davvero provano. È nei pochi momenti di vera quiete che i personaggi di questo libro sembrano essere davvero loro stessi. L’esistenza di questi momenti dimostra che esiste un qualcosa di autentico in loro; un nocciolo di umanità e probabilmente di innocenza perduta che vorrebbero recuperare, pur senza esserne coscienti. Un’innocenza perfettamente rispecchiata dal personaggio di Ryū, che guarda il mondo con occhi da bambino e costruisce con la mente città immaginarie, perché la città in cui realmente vive non gli appartiene.

“E ad un certo punto, immancabilmente… Immancabilmente tutto diventa una sorta di gigantesco palazzo, mi si crea dentro alla testa questa specie di palazzo dove si riunisce tantissima gente che fa un mucchio di cose diverse. Quando è finito e ci guardo dentro è davvero divertente, sembra proprio di guardare la terra dall’alto di una nuvola. Perché c’è di tutto, ci sono tutte le cose di questo mondo.”

La dicotomia tra la città e una cultura che non è realmente propria porta a vivere una contraddizione, a percepire un certo distacco verso il posto in cui si vive. In questo romanzo la città è freddamente ordinata, banale, fatta di persone con cui i personaggi del romanzo non riescono ad interfacciarsi realmente, neanche nella più banale delle interazioni sociali. Sono una realtà, una città ed una condizione vissute come qualcosa di non realmente proprio, guardate quasi con distacco. Un distacco che i personaggi raggiungono solo tramite l’eccesso, infliggendosi continuamente del male (sia con droghe pesanti, sia con sesso selvaggio finalizzato solo all’autoannientamento), finché persino l’eccesso diventa normalità. L’unico modo per uscirne è cercare di soffermarsi su se stessi e condividere con gli altri la propria ritrovata umanità.

— recensione di Simone Lolli e Pietro Spisni


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Kawabata Yasunari – Il paese delle nevi

Autore: Kawabata Yasunari
Titolo originale: 雪國 (Yukiguni)
Editore: Einaudi
Traduzione: Luca Lamberti
Edizione: 2002
Pagine: 145

“Il paese delle nevi” è forse l’opera più conosciuta di Kawabata Yasunari e narra di una storia d’amore. Racconta di un uomo e della sua passione per la contemplazione, tanto delle arti quanto della natura. Probabilmente però è meglio evitare di catalogare attraverso il contenuto un’opera che ci stupisce più per lo stile e per la forma, piuttosto che per la sua ostentatamente esile e lacunosa trama. Se proprio si vuole ricorrere ad un etichetta, “Il paese delle nevi” tratta di bellezza. Questo romanzo uscì per la prima volta a puntate negli anni ’30 e sarà poi sottoposto a svariate aggiunte e manipolazioni da parte dell’autore, un uomo che probabilmente concepiva l’arte come un qualcosa di mai statico, che non tende a cristallizzarsi, un entità in preda ad un fluido dinamico, i suoi fruitori.

Questa bellezza di cui si parlava prima, da dove proviene? Chi è quest’uomo che ne è in perenne ricerca e contemplazione? Il protagonista di questo libro, quest’esteta, si chiama Shimamura, è un facoltoso critico d’arte proveniente dalla capitale. La bellezza scaturisce invece primariamente da Komako, una giovane geisha che lavora in un piccolo villaggio termale nel freddo nord del Giappone. “Primariamente” perché in questo libro tutto ciò che circonda i nostri personaggi emana bellezza, dall’onnipresente neve o le foglie degli aceri, fino alle corde del samisen ed i lembi dei kimono.

Il tutto si svolge durante la doppia permanenza di Shimamura in un albergo nell’anonimo paesino dove presta servizio Komako. Non ci vorrà molto prima dell’insorgere di un sentimento tra i due, celato addirittura dalle pagine del libro che mai lo bolla come amore. Un sentimento complesso naturalmente, dato che Shimamura è sposato mentre Komako sta lavorando come geisha proprio per poter pagare le cure al suo fidanzato malato. Questo rapporto germoglia nella cornice gelida della neve, ma non è robusto, è ciò che di più fragile possa esistere, e proprio per questo è speciale e stupisce. Inoltre è puro per via della spiccata spontaneità dei due coinvolti.

Sicuramente Kawabata ha incluso dei dettagli autobiografici nel delineare la figura di Shimamura, e si sa che ha gettato le righe per Komako, basandosi su una donna che ha amato, nonostante solitamente fosse restio a scegliere modelli esistenti per la creazione dei propri personaggi. Durante la stesura del libro, l’autore spese molto tempo nelle Yuzawa Onsen e probabilmente questa immersione nella natura combinata con l’animo sensibile di Kawabata, fu peculiare nella realizzazione di questo capolavoro.

Kawabata Yasunari studiò e applicò lo stile delle avanguardie europee stravolgendolo in parte, vista anche la sua solida formazione classica giapponese. Si alternano senza distinzioni citazioni colte, segmenti di stampo diaristico addirittura giornalistico, scrupolose descrizioni, haiku (che ben sintetizzano la forte impronta poetica di questo romanzo), ecc. Il tutto mantenendo le distanze dal razionale ed insipido scorrere degli eventi reali, praticando una specie di “non finito” lo scrittore solletica l’immaginazione del lettore.

Kawabata descrive tutta questa bellezza che circonda i suoi personaggi in maniera “neopercezionista”, con enorme finezza, che trova la sua miglior declinazione nelle piccole cose; i modi di fare di Komako, i kaki maturi che si vedono fuori dalla finestra… Un libro affascinante che ci fa fare i conti con accesi contrasti (dal freddo della neve ed il calore delle onsen fino al divario sociale dei personaggi) e allo stesso tempo ci proietta in un viaggio polisensoriale ed emotivo che lascia qualcosa nel cuore ogni essere non indifferente alla bellezza appunto. Insomma, questo romanzo che ha portato assieme ad altri due Kawabata alla vittoria del Premio Nobel per la letteratura nel 1968, decisamente non è la solita storia d’amore.

 

— Recensione di Elia Frontoni


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Iwaki Kei – Arrivederci Arancione

Autrice: Iwaki Kei

Traduttrice: Anna Specchio

Titolo originale: さようなら、オレンジ (Sayōnara, orenji)

Editore: E/O

Collana: Dal mondo

Anno edizione: 2018

Pagine: 158

 

Australia, oggigiorno vista da molti come la nuova America, una terra piena di opportunità. È qui che Iwaki Kei (scrittrice giapponese trasferitasi stabilmente sul suolo australiano) articola le vicende di Salima e Sayuri, due immigrate dai background diametralmente opposti, ma animate dalla stessa determinazione.

Protagoniste agli antipodi

Il libro presenta una storia bipolare: da una parte abbiamo le vicende di Salima, immigrata da un paese africano in guerra (del quale non si saprà mai il nome). Una donna forte, che porta con sé le cicatrici di un passato duro e di un presente avverso, dove la sopravvivenza è una questione da affrontare prettamente in solitaria (il marito la lascia poco dopo l’arrivo nel nuovo paese). Oltre al peso dei figli da crescere, Salima si vede costretta in poco tempo a rimboccarsi le maniche e a fronteggiare lo scoglio della nuova lingua, la repulsione verso il nuovo lavoro e un crescente senso di solitudine e di emarginazione. Dall’altro lato abbiamo Sayuri, neo-mamma giapponese e moglie di un brillante professore universitario, ritrovatasi in Australia per seguire il marito. Nella sua quotidianità sogna ardentemente di scrivere un libro, ma senza successo. Inoltre, nonostante la sua vita possa sembrare assai più rosea dell’altra protagonista, la solitudine e il fato avverso la catapulteranno in un baratro da un momento all’altro, costringendola a un percorso di risalita impervio dove acquisterà man mano sempre più coscienza di se stessa.

Il filo conduttore che unisce le due donne, oltre alle avversità della vita più o meno marcate e un evidente senso di estraneità verso il nuovo ambiente, è un corso di inglese che entrambe decidono di frequentare, dove si conosceranno sviluppando una sorta di legame. Lungo la vicenda saranno supportate da Paola, una compagna di corso, e dall’affabile professoressa McDonald.

Due tecniche di narrazione

Le due protagoniste hanno tecniche narrative differenti l’una dall’altra: Salima gode nei suoi capitoli di un narratore in terza persona, che tuttavia non è completamente esterno ed oggettivo. Infatti, i vari personaggi hanno tutti dei soprannomi dettati dall’impressione che hanno dato alla protagonista (ad esempio, Sayuri nei capitoli di Salima viene chiamata “riccio”). Di Salima conosciamo la sua quotidianità nella sua interezza, dal risveglio all’alba per andare al supermercato a lavorare fino alla sera, al ritorno dopo il corso di inglese. Per quanto riguarda Sayuri, i suoi capitoli sono strutturati in lettere che lei stessa scrive al suo professore di scrittura creativa, il professor Jones. Abbiamo quindi un’impostazione molto più personale e meno ampia, ma che sicuramente ben si addice a una protagonista acculturata e con la passione della scrittura come lei.

Personaggi di supporto ben sviluppati

Interessante il fatto che non siano solo le storie delle due protagoniste a godere di una introspezione ben sviluppata, ma pure i personaggi secondari vengono approfonditi, permettendo al lettore di avere un quadro completo e di conoscere così ogni loro sfaccettatura.

È il caso di Paola, immigrata italiana e compagna di corso di Salima e Sayuri. Nonostante venga presentata come la classica donna italica in là con gli anni, sempre solare e con un profondo istinto materno, man mano che la trama prosegue si scoprono i suoi problemi e la sua depressione.

Altro personaggio di spessore è il camionista che vive nello stesso stabile di Sayuri. Il suo aspetto spaventoso e il suo passato da carcerato vengono messi in discussione quando rivela di possedere un cuore d’oro. Sarà proprio lui, infatti, a difendere Sayuri dal burbero batterista della porta accanto, e in cambio chiederà alla donna di leggergli qualcosa ogni tanto in quanto impossibilitato dal suo analfabetismo.

Per finire, l’enigmatico direttore di Salima, che malgrado il distacco dettato dal suo ruolo si avvicina lentamente alla donna, finendo per assumere connotati sempre più familiari ed informali.

Il problema della comunicazione

Uno dei temi al centro della vicenda è proprio la comunicazione, e non solo quella puramente dettata dalla sfera linguistica. Salima, per esempio, oltre a dover imparare a comunicare in inglese e far fronte al suo analfabetismo, si ritrova a fronteggiare anche il problema di stabilire un dialogo tra lei e i suoi stessi figli, molto più integrati nella cultura del nuovo paese rispetto alla madre. Questa sorta di barriera generazionale non faciliterà il rapporto familiare, portando Salima vicina alla perdita dei figli.

Sayuri d’altro canto è molto più avanti rispetto alla collega per quanto riguarda l’inglese, ma anche lei non è esente dall’isolamento. Infatti, si percepisce chiaramente il senso di solitudine della donna, che passa le sue giornate praticamente da sola ad accudire la neonata e a frequentare questo corso di inglese. È infatti curioso notare come la lingua in generale per lei non sia un problema, ma ciò non le impedisce di avere sempre questa sorta di “barriera” che le fa avere solo contatti sporadici coi suoi vicini di casa e con le compagne di corso.

Le donne e la loro straordinaria forza

Arrivederci Arancione è un libro dalle tante voci e dalle tante nazionalità, dove emerge chiaramente tutta la forza e la determinazione che una donna, indipendentemente dalla sua provenienza o dalle sue esperienze, può avere per fronteggiare le avversità della vita. Importante anche il tema di attualità trattato: l’immigrazione e l’integrazione all’interno di una nuova cultura estranea, non sempre favorito dall’ambiente circostante e dalla collettività.

Iwaki Kei ci insegna come le avversità che la vita ci propina possono essere sconfitte tramite la solidarietà di chi ci sta intorno, di chi sta probabilmente affrontando una battaglia simile alla nostra indipendentemente dalla diversità di background.

 

— recensione di Matteo Calzati


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Yokomizo Seishi – La locanda del Gatto nero

Risultato immagini per la locanda del gatto nero libro

Autore: Yokomizo Seishi

Titolo originale: Kuronekotei jiken

Editore: Sellerio editore Palermo

Traduzione: Francesco Vitucci

Edizione: 2020

Pagine: 176

Nel giardino della Locanda del Gatto nero affiora un cadavere di donna. È una giovane evidentemente legata agli affari più o meno equivoci del locale ma ha il volto devastato e nessuno può riconoscerla. Un thriller del genere del «delitto senza volto» per il detective Kindaichi Kōsuke, bizzarro investigatore, trasandato, irritante, balbuziente, ma infallibile.

Trama e commento

In un distretto di Tokyo, diventato nel dopoguerra «un pullulare di commerci clandestini», un bonzo del vicino tempio buddista è sorpreso a scavare spasmodicamente nel giardino della Locanda del Gatto nero. Dalla terra affiora un cadavere di donna. È una giovane evidentemente legata agli affari più o meno equivoci del locale ma ha il volto devastato e nessuno può riconoscerla. La polizia si concentra con poca fantasia sugli intrighi adulterini dei due proprietari dell’esercizio, i coniugi Itojima. Il marito sarebbe l’assassino della moglie in complicità con l’amante. Ma alcuni colpi di scena sconvolgono questa ricostruzione. È a questo punto che entra in scena il detective Kindaichi Kōsuke, trasandato, irritante, balbuziente, infallibile: e tutto quanto, da puzzle inestricabile, diventa narrazione coerente.
Spiega l’autore, nella cornice del romanzo – in cui immagina che proprio il detective gli abbia consegnato i documenti per la storia da scrivere – che La locanda del Gatto nero è un thriller del genere del «delitto senza volto». Infatti Yokomizo Seishi è stato il popolarissimo traghettatore nella cultura giapponese della detective story di scuola occidentale; e capace di saldare questa solida tradizione con le paure ataviche e il gusto horror tipici della sua terra. Kindaichi, poliziotto privato giapponese dalla eccentrica personalità e un talento per i misteri irrisolvibili, è esemplare in patria quanto Maigret in Europa.

 

Autore

Yokomizo Seishi (Kobe 1902-Tokyo 1981) dopo aver lavorato nella farmacia di famiglia e in seguito come giornalista letterario, negli anni Trenta del Novecento iniziò a pubblicare i primi romanzi. Con le sue trame di misteri ottenne un grande seguito di lettori divenendo in Giappone modello della crime story.

 

 

In libreria dal 14 Maggio 2020. Già disponibile in prevendita su Amazon e presso i rivenditori online.

Matsumoto Seichō – La ragazza del Kyūshū (1961)

Autore: Matsumoto Seichō

Titolo originale: Kiri no hata

Editore: Adelphi

Collana: Fabula

Traduzione: Gala Maria Follaco

Edizione: 2019

Pagine: 208

 

Kiriko è una giovane vent’enne che, dal lontano Kyūshū, si reca a Tokyo per convincere il celebre avvocato Kinzo Ōtsuka a difendere il fratello accusato, a suo parere ingiustamente, di omicidio. Ōtsuka, per ragioni principalmente di carattere economico, rifiuta il caso poiché la ragazza non è in grado di far fronte all’ingente parcella. Il fratello verrà poi condannato alla pena di morte e morirà in carcere poco prima dell’avvenuta esecuzione. Questo è l’inizio del noir di Matsumoto, dove il rifiuto da parte dell’avvocato segna il cambiamento della giovane ragazza del Kyūshū, dando vita al suo gelido piano di vendetta.

“Tutto il sistema penale è colpevole, se i poveri non possono ottenere giustizia.”

“La ragazza del Kyūshū” di Matsumoto è una storia avvincente e intrigante, caratterizzata da una tensione narrativa che impedisce al lettore di distogliere l’attenzione e lo costringe a rimanere con il fiato sospeso grazie ai numerosi colpi di scena. Attraverso un linguaggio semplice ed essenziale ci addentriamo nel Giappone degli anni 60’, familiarizzando con questa “esotica” altresì seducente realtà, costituita, ad esempio, da ragazze che nei locali notturni intrattengono i clienti attraverso una pura e semplice conversazione, senza alcun fine di tipo sessuale.
Oltre ad essere un giallo, l’opera di Matsumoto presenta un’attenta analisi dei sentimenti più intimi e profondi dei personaggi. Come ad esempio il rimorso da parte dell’avvocato per non aver accettato la causa o il desiderio di vendetta che accompagna la protagonista per tutta la durata del racconto. L’insieme di questi stati d’animo conduce il lettore a riflettere e a porsi delle domande: “Alcuni eventi possono effettivamente tradursi in azioni imprevedibili?”; o ancora: “Il dolore può, in un qualche modo, sfociare in un sentimento di vendetta?”. Possiamo definire Matsumoto Seichō un vero e proprio maestro del giallo, tanto è vero che alcuni gli designano l’appellativo di “Simenon giapponese”.

Seichō Matsumoto (1909-1992) è stato un giornalista e scrittore giapponese. Autore molto conosciuto in patria e vincitore del premio Akutagawa nel 1953, ha scritto oltre 300 romanzi e diversi racconti. È stato pubblicato per tre volte nel Giallo Mondadori: La Morte è in Orario del 1957 è l’opera più conosciuta, seguita da Come sabbia tra le dita del 1961 e Il palazzo dei matrimoni del 1998. Le tematiche dei suoi gialli affondano spesso le radici nei problemi sociali giapponesi, il tutto unito ad una predilezione per l’indagine strettamente logica ed intuitiva. Nel 2018 Adelphi ha pubblicato Tokyo Express, apparso nell’edizione originale nel 1958, da cui è stata tratta nel 2007 la miniserie Ten to sen, con Takeshi Kitano.

— Recensione di Federica Mocci.


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