Ōe Kenzaburō – Insegnaci a superare la nostra pazzia

Autore: Ōe Kenzaburō

Titolo: Insegnaci a superare la nostra pazzia

Editore: Garzanti

Traduzione: Nicoletta Spadavecchia

Edizione: 2009

Pagine: 203

“Insegnaci a superare la nostra pazzia” è una raccolta di quattro brevi romanzi dai tratti semiautobiografici, appartenente allo scrittore Ōe Kenzaburō (大江 健三郎) insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1994; scritti in periodi differenti, condividono come leitmotiv la follia che può affliggere ogni uomo, l’inquietudine esistenziale e una realtà cruda e opprimente. Gli stilemi linguistici adottati dallo scrittore e la ricchezza lessicale per nulla casuale reiterano nel lettore un senso d’angoscia che rende la lettura a tratti impervia. Una lettura folle e perturbante, come la realtà rappresentata, che mira a mettere in subbuglio i moti dell’animo.

“Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime”, racconto pubblicato nel 1972, esordisce con un io narrante inaffidabile: protagonista è un paziente affetto da cancro al fegato che, alla vigilia della sua morte, ripercorre i “giorni felici” della sua vita e l’influenza che “quell’uomo” ha avuto su di essa, una “storia contemporanea” che egli detta ad una “esecutrice testamentaria” in cui riemergono rancore per la madre e folli e mendaci rivelazioni di cui egli stesso è vittima. Difatti il protagonista si scopre essere un paziente ricoverato nel reparto neurologico dell’ospedale, affetto da una curabile cirrosi, ma che brama la morte come azione di rivalsa nei confronti della madre. Una trama tortuosa in cui il punto di vista del narratore vacilla tra menzogne e verità; pagine che rispecchiano la psiche di un folle in cui la realtà risulta fallace e priva di appigli. Magistralmente Kenzaburō emula il pensiero di un folle, addentrandosi nella sua mente, districandosi nella selva di mistificazioni da lui create, fino a giungere al trauma infantile che ha provocato tutto ciò: un padre invasato che non accettava la disfatta del Giappone nel 1945 e la conseguente resa dell’imperatore. Lo shock arrecatogli da “quell’uomo” e il rapporto conflittuale con la madre sono le premesse del baratro.

“L’animale d’allevamento”, racconto del 1958 grazie a  cui lo scrittore ricevette il premio Akutagawa, narra il trauma di un passaggio repentino e violento dall’infanzia alla vita adulta che il protagonista, bambino di un anonimo villaggio, subisce durante la guerra del pacifico in Giappone. La guerra, apparentemente lontana, irrompe nella quotidianità arretrata e misera del villaggio con la cattura di un “soldato negro”, a cui il titolo dell’opera fa riferimento. Gli epiteti che contrassegnano il soldato simbolizzano l’evoluzione del rapporto che intercorre tra lui e il villaggio, nonché il processo di deumanizzazione del nemico in tempo di guerra, che viene decostruito da essere umano a “preda”, “animale d’allevamento”  e infine “animale domestico”, quando gradualmente egli entra a far parte della vita dei bambini del villaggio. Un rapporto in cui lo scrittore ci illude che possa esserci un lieto fine e che invece tronca con la presa in ostaggio dell’io narrante da parte del soldato, non appena la sua incolumità viene messa a rischio. L’intesa iniziale viene spezzata dalla guerra che sembra solo una cornice lontana e che, al contrario, frantuma con veemenza il quadro delineato: “Tutto il sotterraneo fu un ululare di adulti e sentii lo sfracellarsi della mia mano e del cranio del soldato negro”.

“Insegnaci a superare la nostra pazzia”, scritto nel 1969, si ricollega al primo racconto, con una collocazione cronologica antecedente rispetto a quest’ultimo, e pone i preamboli che condurranno il protagonista alla pazzia. Emergono fin da subito due rapporti antitetici tra loro: l’antagonismo madre-figlio e il binomio morboso tra un padre apprensivo e il figlio malformato. Saranno proprio la frattura del rapporto con il figlio, quando il protagonista comprende che egli può vivere senza di lui, e la guerra dichiarata alla madre attraverso il desiderio di voler scrivere una “biografia rivelatrice” sul padre, a creare una scissione interna liberatoria, ma foriera della sua follia. Un racconto che rimanda palesemente il lettore alla vita privata di  Ōe Kenzaburō e al rapporto con il figlio Hikari, affetto fin dalla nascita da una gravissima lesione cerebrale.

“Aghwee il mostro celeste”, pubblicato nel 1964, conclude la raccolta riproponendo il tema della pazzia scaturita dal rimorso di un padre:  Aghwee, la creatura immaginaria dalle sembianze infantili, “grande come un canguro con una camicia di cotone bianco”, che solo egli  riesce a vedere, si scopre altro non essere che il fantasma di suo figlio. Quando alla nascita gli venne diagnosticata erroneamente un’ernia cerebrale, il padre lo fece morire, non disposto “ad accudire un figlio che avrebbe avuto soltanto funzioni vegetative”. Quando poi dall’autopsia si rivelò essere un semplice tumore benigno, il padre cominciò ad avere allucinazioni. Ciò è punto di partenza per un cielo di esseri fluttuanti che ogni tanto fanno una visita in terra, come Aghwee, nome che probabilmente si riferisce al mugolio del bambino, unico verso che gli fu permesso emettere nella sua breve esistenza. Un uomo segnato dalle sue scelte, che afferma di non vivere nel “tempo presente”, e che si condanna all’espiazione finale, ovvero la sua morte.

“Insegnaci a superare la nostra pazzia” è una raccolta in cui si annidano le peggiori inquietudini dell’uomo e in cui la follia si erige  quasi come una condizione contagiosa in cui ognuno di noi può precipitare e soccombere. Un’opera  che non soltanto lascia il lettore in uno stato d’amarezza, ma lo mette a confronto con timori e riflessioni sulla precarietà della vita. Ōe Kenzaburō conferma, con tale opera e le tematiche scomode da lui sviscerate, la fama di massimo scrittore del ventesimo secolo  attribuitagli indiscussamente.

 

– di Riccardo Peron


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Lucifero e altri racconti – Akutagawa Ryūnosuke


Autore
: Akutagawa Ryūnosuke

Titolo: Lucifero e altri racconti

Editore: Lindau

Traduzione: Andrea Maurizi

Edizione: 2019

Pagine: 206 inclusa postfazione

Akutagawa Ryūnosuke è stato uno degli autori più acclamati del panorama letterario giapponese, conosciuto anche al di fuori della sua terra natia. Uno scrittore in grado di trasportare il lettore in altre epoche, epoche passate, dove naturalmente il confine tra reale e fantastico si assottiglia e diventa effimero. La premessa però è che Akutagawa era anche un uomo; un uomo inquieto ed ossessionato dalla morte, ma allo stesso tempo assetato di conoscenza e sognatore. È da qui che probabilmente nasce la sua grande passione per il Cristianesimo, una passione coltivata nella sua breve vita con intensità e target differenti nel corso del tempo. A tratti è stata una curiosità puramente estetica, ad altri esistenziale e filosofica, soprattutto nei confronti di Gesù e della figura del martire. Proprio questa sua visione così preziosamente sfaccettata traspare da questa raccolta di racconti brevi, da sempre il media prediletto di Akutagawa, uniti tra loro per l’appunto dal filo conduttore del cristianesimo. Akutagawa ha vissuto in una fase specialmente dinamica della storia del Giappone, il periodo Meiji (1868 – 1912), e senz’altro i repentini cambiamenti della società del tempo hanno influenzato la sua poetica. L’autore è stato cresciuto da una famiglia di origine samuraica e aveva una vasta cultura sia riguardo al Giappone classico che alla Cina, nonché dei loro folklori, da cui sapientemente attinge per realizzare la maggioranza delle sue opere che spesso hanno un retrogusto quasi mitologico, o leggendario.

Lucifero e altri racconti” racchiude dieci componimenti raffinati che forniscono spunti sia psicologici che storico-culturali del tempo, essi appartengono alla categoria dei cosidetti Kirishitan mono ovvero i racconti cristiani, scritti da Akutagawa tra il 1916 e il 1927, anno in cui si toglierà la vita.

Il diavolo e il tabacco” ambientato nel 1549, anno in cui arrivarono i primi missionari Gesuiti con l’obbiettivo di evangelizzare il Giappone, è il racconto con cui esordisce questa raccolta. Una storia semplice, una novella, con cui l’autore ci fa però riflettere su quanto sia complessa e soggettiva la nozione di peccato. Il diavolo si camuffa per viaggiare a bordo della nave coi santi padri, e una volta in Giappone si mette al lavoro per riuscire a tentare qualche fedele. Il diavolo verrà scoperto e messo in fuga, ma avendo importato con successo le sue preziose piante di tabacco nel paese, la vittoria contro di lui sarà solo parziale.

Akutagawa riprende lo stesso concetto in un altro racconto, “Gesù di Nanchino“, stavolta ambientato in Cina, un luogo molto caro all’autore. La protagonista, Jinhua, è una giovane ragazza molto devota al cristianesimo che è costretta però a prostituirsi per prendersi cura del vecchio padre. Le contraddizioni si moltiplicheranno quando la ragazza contrarrà una malattia venerea che per essere curata deve essere trasmessa a qualcun’altro, e per non peccare inizierà a rifiutare clienti per evitare di contagiarli. La situazione diventa critica, finché una sera non arriverà un uomo straniero che Jinhua non sarà in grado di respingere e che la libererà della malattia giacendo con lei. In sogno lo straniero le rivela di essere Gesù Cristo e al mattino, quando la ragazza si sveglia, non trova nessuno al suo fianco. Alla fine scopriremo che tutta la faccenda è stata un malinteso e che lo straniero è morto mesi più tardi per la malattia venerea che contrasse quella notte, ma il tutto all’insaputa di Jinhua, che invece crede di aver assistito ad un miracolo che, oltre ad averle salvato la vita, le ha anche donato le conferme necessarie per rendere la sua fede incrollabile.

Un altro racconto degno di nota è “Un debito di riconoscenza” più che altro per l’espediente narrativo impiegato da Akutagawa, un espediente che non può che ricordare il racconto più celebre dello scrittore, “Rashōmon” del 1915, da cui nel 1950 è stato tratto l’omonimo film capolavoro del maestro Kurosawa Akira, che ha contribuito ad accrescere esponenzialmente la fama di Akutagawa nel mondo. Il racconto si snoda in tre parti, con tre narratori differenti che raccontano la stessa storia; sta al lettore raccogliere i tasselli di questo grande puzzle in cui si alternano confessioni, debiti e promesse, sempre con tematiche legate alla religione e al martirio.

Quest’ultimo tema è trattato ancor più nello specifico in “La morte di un cristiano“, un’altra storia toccante presente nella raccolta, in cui un ragazzo amato da tutta la comunità ecclesiastica di un villaggio viene cacciato poiché accusato di aver messo incinta una giovane donna. Il protagonista si troverà a vivere nei bassifondi, rinnegato dai cristiani e disprezzato da tutti gli altri, ma con la sua fede del tutto intatta un giorno troverà la sua occasione per riscattarsi. Quando un terribile incendio divampa nella casa dove abitavano la sua presunta amante e figlia, il ragazzo si getta nelle fiamme e salva la bambina, sacrificando la propria vita. Solo alla fine del racconto scopriremo che il protagonista non solo era innocente, ma che addirittura era di sesso femminile.

Il sorriso delle divinità” è sicuramente il racconto più suggestivo della raccolta e delinea con chiarezza la visione che Akutagawa ebbe del cristianesimo nei suoi ultimi anni di vita (assieme a “Lucifero” e “L’uomo da Occidente – parte I e II“, delle vere e proprie riflessioni teologiche dell’autore). Le tranquille passeggiate di Padre Organtino, un famoso Gesuita in Giappone, nel giardino della sua chiesa in cui convivono piante orientali ed occidentali, descritto con un magnifico stile quasi simbolista, vengono interrotte da delle manifestazioni dei kami, le divinità dello Shintoismo. Dalla bocca dei kami, Akutagawa parla e dice la sua; il Giappone non si può convertire, il Giappone è già stato messo alla prova, ha assimilato il buddhismo e si è evoluto. Il vento del cristianesimo può soffiare impetuoso ma la forza della tradizione giapponese è simile a quella della canna di bambù, che si piega ma non si spezza.

La peculiarità del racconto breve è l’immediatezza e con ciò si intende qualcosa che esprima concetti in maniera diretta, non qualcosa che lascia il tempo che trova. “Lucifero e altri racconti” è una lettura che fornisce ottime occasioni per fermarsi a riflettere su cose familiari agli occidentali ma da un punto di vista alternativo e affascinante, quello orientale. Come una finestra in soffitta di casa nostra che ci è sempre sfuggita e da cui ci affacciamo per la prima volta. Tutto questo magistralmente narrato con lo stile che è proprio di uno scrittore geniale come Akutagawa Ryūnosuke, a cui è anche dedicato il più prestigioso riconoscimento letterario giapponese (l’Akutagawa Ryūnosuke Shō), e il cui nome è stato reso immortale dalle sue opere.

 

— di Elia Frontoni


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69 Sixty-Nine (1987) – Murakami Ryū

Autore: Murakami Ryū

Titolo originale: シクスティナイン Shikusutinain

Editore: Atmosphere Libri

Traduzione e postfazione: Gianluca Coci

Edizione: 2019

Pagine: 200

Un’eccellenza degli anni ’80

Il Giappone degli anni ’80 è una nazione all’apice del successo economico: dopo la prostrazione seguita alla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, la nazione del Sol Levante in pochi anni si ricostruisce e si afferma come potenza economica mondiale. Figlia degli anni ’70 e ’80 è una letteratura nuova, fresca: autori giovani trattano nuove tematiche per un nuovo pubblico. Il confine tra jun bungaku (letteratura pura) e taishū bungaku (letteratura popolare) va via via dissolvendosi sempre più. Scrittori come Murakami Haruki e Yoshimoto Banana si impongono su scala nazionale prima e mondiale poi. Ma una delle prime opere a rivoluzionare il panorama letterario giapponese è del 1976: Kagirinaku tōmei ni chikai burū (Blu Quasi Trasparente), del ventiquattrenne Murakami Ryū. Nonostante la scabrosità dei temi trattati (dipendenza da droghe, sesso promiscuo, suicidio), l’opera si aggiudica il Premio Akutagawa, il più prestigioso premio letterario giapponese, riservato agli autori di jun bungaku. Metà della giuria si dimette in segno di protesta, ma Murakami entra di diritto nell’albo delle eccellenze della letteratura giapponese di quegli anni. Oltre che come scrittore di romanzi, si afferma anche come saggista e, soprattutto, regista. Molte delle sue opere sono trasposte da egli stesso sul grande schermo. Nel 1987 esce Sixty-Nine, sesto romanzo dell’autore, che lo consacra come uno dei pilastri della letteratura giapponese contemporanea.

L’odio verso il potere

69 segue le vicende dello studente diciassettenne Yazaki Kensuke, soprannominato semplicemente Ken, voce narrante del romanzo. Ambientata in una città del Kyūshū occidentale dominata da una base militare americana, l’opera ritrae alla perfezione il fermento giovanile di fine anni ’60. Siamo in piena rivoluzione studentesca, le contestazioni sono all’ordine del giorno ed ogni pretesto è buono per creare scompiglio. In un contesto di dilagante sovversivismo, gli obiettivi principali di Ken sono lo shooting di un film, l’organizzazione di un festival e l’occupazione del tanto odiato liceo. Proprio così, perché il sentimento che domina il cuore dei giovani ribelli, protagonisti del romanzo, è l’odio verso l’ordine costituito, le istituzioni ed il potere. Un odio che il più delle volte si dimostra cieco, basato su ideologie frutto del “sentito dire” e della disinformazione. Tragedie come il massacro di Nanchino o la guerra del Vietnam, spacciate per cause contro cui nobilmente battersi, si rivelano in realtà un pretesto per scagliare la propria rabbia sulle vecchie generazioni.

“Li avrei massacrati di botte (i professori, ndr), pensavano solo alle regole e alle convenzioni. Università, lavoro, matrimonio: erano i loro dogmi, tutti i loro ragionamenti si basavano sulla certezza che quella fosse l’unica strada per raggiungere la felicità.”  

Una scrittura divertita

Murakami è lucido ed obiettivo nel mettere a nudo anche questo aspetto, il meno lodevole della rivoluzione hippie, vale a dire la protesta senza reali fondamenti ideologici. Ma è altrettanto abile nel trascinare il lettore dalla parte dei giovani combattenti schierati contro i poteri forti, in un impeto di rabbia adolescenziale senza limiti. Il tutto con una prosa divertita e divertente: Murakami manipola la lingua a suo piacimento, così come i suoi personaggi. Ken di norma si esprime in giapponese dialettale, ma per darsi un tono di austerità ricorre ad un perfetto giapponese standard. Non è raro, peraltro, che Murakami tenda a spiazzare il lettore, creando delle vere e proprie illusioni narrative. Scenari frutto dell’immaginazione dei personaggi, che sono smentiti nel giro di poche righe. Il risultato è una scrittura che diverte l’autore e, di conseguenza, il lettore. Lo stesso Murakami afferma, nella postfazione alla prima edizione del romanzo, di non aver mai scritto nulla di così divertente.

“Neanche il tempo di dirglielo e Shirogushi tirò fuori un coltello e me lo piantò nella coscia… No, non è vero, per fortuna accadde solo nella mia immaginazione, però mi afferrò per il colletto e a momenti mi alzava da terra.”

La citazione come ostentazione

Nel romanzo è molto più che frequente l’utilizzo della citazione: la maggior parte dei titoli dei capitoli sono rimandi ad artisti, poeti, album, attori, band. “Arthur Rimbaud”, “Claudia Cardinale”, “Alain Delon”, “Cheap Thrills, “Wes Montgomery”, “Led Zeppelin” sono solo alcuni di questi titoli. Murakami è strettamente connesso alla cultura occidentale dell’epoca e non lo nasconde. Lo stesso Blu Quasi Trasparente si muove sulla medesima lunghezza d’onda, raccontando le avventure di giovani scapestrati che trascorrono le loro giornate ascoltando dischi dei Doors e dei Rolling Stones. In 69, per giunta, la citazione ha un ruolo fondamentale per gli stessi protagonisti, in quanto ostentazione di cultura. Ken sfoggia ed esibisce con vanto le sue letture e i suoi ascolti, talvolta per apparire più maturo di quanto realmente non sia, talvolta per fare colpo sulla bellissima “Lady Jane” Kazuko. Godard e Rimbaud diventano pretesti per far sentire inferiore l’amico Adama, Bookends di Simon & Garfunkel un argomento di conversazione per approcciare Kazuko.

“E cosa pensi di fare? Lettere?”
“No, neanche per sogno”
“Ma allora perché leggi quelle poesie?”
 
Rimasi zitto per un attimo, non potevo mica dirgli che lo facevo per rimorchiare.                                                                                                                                                                       
                                                                                                                                                                

   

Riferimenti autobiografici

Murakami Ryū nasce nel 1952: nel 1969 ha perciò diciassette anni, così come il protagonista di 69. Da giovane suona come batterista in una band dal nome Coelacanth, esattamente come il protagonista di 69. Proprio nel 1969 Murakami e compagni si barricano sul tetto del loro liceo e lo occupano a suon di slogan pacifisti: lo stesso tipo di occupazione che avviene nel romanzo. Definire 69 un’autobiografia è certamente riduttivo, ma non mettere in luce i riferimenti autobiografici presenti nel testo risulterebbe altrettanto fuorviante. Murakami non è nuovo a questo genere di rimandi: il già citato Blu Quasi Trasparente (di cui consiglio caldamente la lettura) è pieno zeppo di riferimenti all’esperienza giovanile dell’autore. I richiami autobiografici, se vogliamo, sono ancora più palesi, dal momento che è proprio il protagonista del romanzo a chiamarsi Ryū. 69 è allo stesso modo un’opera semi-autobiografica, seppur in modo meno diretto e più velato. La vera differenza la fanno i toni, che in 69 sono sicuramente meno scuri e, come già detto, più divertiti. Blu Quasi Trasparente è tragico, nichilista; 69 è psichedelico, nostalgico, dominato dal Peace & Love. Il confronto tra i due romanzi e la veridicità dei riferimenti autobiografici sono approfonditi nell’interessante postfazione di Gianluca Coci, traduttore dell’opera.

Conclusioni

Certamente un romanzo coinvolgente sotto ogni punto di vista. Murakami Ryū ha purtroppo riscosso meno successo rispetto all’omonimo Haruki, soprattutto all’estero. È tuttavia un autore che sa trattare tematiche importanti in modo mai banale. Persino nei romanzi più “leggeri”, come nel caso di 69, lascia spazio ad importanti spunti di riflessione: bucando la sottile coltre di comicità con cui Murakami avvolge il romanzo, il lettore si può concentrare sull’analisi del contesto storico-sociale che l’autore gli presenta. È il romanzo della maturità, in cui Murakami sveste i panni del giovane scapestrato di Blu Quasi Trasparente ed indossa quelli dell’uomo adulto che guarda con disincanto al proprio passato. Il mio consiglio, perciò, è di leggere di entrambe le opere, al fine di ottenere una panoramica più vasta su questo straordinario autore.

— di Pietro Spisni


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Ogawa Yōko – L’isola dei senza memoria

Autore: Ogawa Yōko

Titolo originale: 密やかな結晶 – Hisoyakana kesshō

Editore: Il Saggiatore

Traduzione: Laura Testaverde

Edizione: 2018

Pagine: 302

 

L’autrice

Ogawa Yōko (小川 ・洋子) è un’autrice contemporanea giapponese. Nata nel 1962, si è laureata in lettere e letteratura all’Università di Waseda, Tokyo.

Il suo romanzo d’esordio “Quando la farfalla si sbriciolò (揚羽蝶が壊れる時 – agehachō ga kowareru toki, 1988) ha ottenuto il premio letterario Kaien. I due romanzi successivi “Una perfetta stanza d’ospedale” (完璧な病室- kanpekina byōshitsu, 1989) e La piscina (ダイビングプル – daibingu puru, 1989), sono stati nominati per il premio Akutagawa. Il celebre racconto La gravidanza di mia sorella (妊娠カレンダー – ninshin karendā), invece, è stato premiato nel 1990 e pubblicato sul New Yorker nel 2004. La sua opera più conosciuta all’estero è “La formula del professore” (博士の愛した数式- hakase no aishita sūshiki, 2004), vincitrice del premio Yomiuri e best seller in Giappone, da cui è stato tratto un film nel 2006.

“L’isola dei senza memoria” (密やかな結晶 – hisoyakana kesshō) è stato pubblicato in Giappone nel 1994, in Italia solo nel 2018.

Trama

La vicenda è ambientata in una realtà distopica, su un’isola i cui abitanti sono costretti giorno dopo giorno a dimenticare. O meglio, vengono rimossi periodicamente dalle loro menti tutti i ricordi associati a determinati oggetti o azioni. La mattina, svegliandosi, percepiscono nell’aria un cambiamento e sanno che qualcosa è stato “cancellato” e che presto non riusciranno più a ricordare la sua funzione. Con un ultimo sguardo nostalgico dicono addio alle rose, ai profumi, alle fotografie, prima di distruggerli o abbandonarli. La popolazione si arrende impotente di fronte allo svanire delle emozioni associate a quegli oggetti, ne dimentica il nome e non prova nemmeno rimpianto per ciò che hanno perso. Rimangono i relitti delle barche, ma nessuno sa più come usarle per fuggire.

La società è regolata da questo rigido meccanismo e la misteriosa “polizia segreta” ha il compito di vigilare sul suo funzionamento, rimuovendo ogni ostacolo fisico. E se qualcuno, invece, per motivi sconosciuti, riuscisse a ricordare? Questo mondo surreale è visto attraverso gli occhi della giovane protagonista, che si affida alla scrittura nella continua speranza che le parole non vengano cancellate.

Il potere della memoria

Il tema centrale del romanzo è l’importanza della memoria, singola e collettiva. Su quest’isola senza nome, in un tempo imprecisato, ricordare è un crimine; chi disubbidisce è perseguitato e costretto a nascondersi o ad essere portato via. Questo regime totalitario priva i cittadini dei loro oggetti quotidiani, dei calendari, dei libri, della loro libertà di conservare l’idea delle cose nel tempo. Le separazioni materiali sono usate dall’autrice come simboli della perdita del concetto stesso di “umanità”.

Con la scelta di una scrittrice come protagonista, le parole si fanno concretizzazione della memoria. La letteratura diventa un mezzo sovversivo attraverso il quale dare voce a chi non ne ha, come una macchina da scrivere permette a una dattilografa muta di comunicare. Ma cosa rimarrà, alla fine, di questa voce?

L’isola dei senza memoria” descrivendo una realtà alienata e distopica alla Orwell, è un monito a non sottovalutare le libertà che ci sembrano scontate e che definiscono la nostra identità passata, presente e futura.

 

– di Cecilia Manfredini


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Dazai Osamu – La studentessa e altri racconti

Matsumoto Seichō – Come sabbia tra le dita

Edogawa Ranpo – La strana storia dell’isola Panorama 

 

 

La studentessa e altri racconti (2019) – Dazai Osamu

Autore: Dazai Osamu

Titolo originale: Joseito (女生徒)

Editore: Atmosphere Libri

Collana: Asiasphere

Traduzione: Alessandro Tardito

Edizione: 2019

Pagine: 207

Dazai Osamu è forse uno fra gli autori più noti e amati della letteratura del ventesimo secolo in Giappone. Nato nel 1909 nella prefettura di Aomori, ha vissuto una breve ma intensa vita, segnata dai numerosi tentativi di suicidio. Muore infatti nel 1948, insieme all’amante Tomie, in un doppio suicidio. Noto principalmente per i suoi romanzi “Il sole si spegne” (Shayō) e “Lo squalificato” (Ningen Shikkaku), durante la sua carriera, Dazai ha scritto numerosi racconti brevi che gli hanno permesso di conquistare una certa fama fra i lettori della sua epoca. In questo libro, troviamo, oltre alla novella che dà il titolo alla raccolta stessa, alcune delle storie scritte nel periodo della seconda guerra mondiale.

Nella prima novella, “La studentessa“, Dazai descrive la vita di una giovane ragazza di Tokyo, in uno stile simile al flusso di coscienza, esprimendone i pensieri e le paure in una maniera così naturale che quasi sembra di leggere pagine del diario scritte dalla ragazza stessa. Nonostante sia una storia scritta nel 1939, la descrizione di questa giovane donna rimane incredibilmente attuale e rispecchia i sentimenti dei giovani che si trovano a metà fra l’adolescenza e la maturità. È forse una delle novelle più belle scritte da Dazai.

Segue un racconto che l’autore ha scritto rielaborando una storia dell’immaginario giapponese scritta da Ihara Saikaku. Ne “Il mare delle sirene” lo stile di Dazai dà alla vicenda, da un lato caricaturale nella sua interpretazione dei bushi del tempo, una profondità che enfatizza l’emotività dei personaggi. Un’opera di rielaborazione avviene anche nel caso dei racconti “Una storia di onestà povertà” e “Bambù blu“. Questi ultimi sono presi dalla raccolta “Racconti straordinari dello studio Liao” stilata da Pu Songling. Dazai ripropone queste due storie in origine corte, in uno stile tutto suo in cui il tutto si risolve nelle ultime righe e a cui l’autore aggiunge un insegnamento morale e ulteriori riferimenti alla letteratura cinese.

Per ultime, ma non perché siano meno importanti, vi parlo delle due novelle che vedono come protagonisti i membri della famiglia Irie. In “Sull’amore e la bellezza” e “Lanterne di una storia d’amore“, Dazai descrive abilmente i cinque fratelli e sorelle della famiglia con la stessa naturalezza con cui ha rappresentato la giovane studentessa. In questo caso i personaggi ci vengono descritti non tramite le loro azioni, ma attraverso le diverse parti di storia che metteno insieme uno ad uno. Questi fratelli e sorelle, infatti, pur essendo molto diversi gli uni dagli altri, si trovano spesso insieme per cimentarsi nella composizione di storie di qualsiasi genere. Tramite la famiglia Irie, Dazai fa sfoggio della sua estesa e profonda conoscenza della filosofia e letteratura occidentale che ritroviamo in molte sue altre opere.

Il libro si chiude con un’interessante postfazione a cura del traduttore Alessandro Tardito che offre importanti e interessanti informazioni pertinenti alla raccolta e all’autore.

Per gli amanti di Dazai Osamu, questa raccolta è di sicuro una piacevole sorpresa tra le uscite del 2019 e di sicuro non delude. La studentessa è un racconto che tocca nel profondo e la traduzione italiana rende molto bene l’idea che l’autore voleva trasmettere anche nell’originale giapponese. Dazai purtroppo è un autore che in Italia non vanta di molta fama né viene tradotto spesso, oltre al fatto che i suoi due romanzi più famosi sono ancora pubblicati nella versione tradotta dall’inglese (in mancanza di una traduzione dal giapponese all’italiano). Con questo libro ci arrivano fra le mani alcuni dei più bei racconti brevi della letteratura giapponese da parte di un autore altrettanto importante nel quadro della letteratura giapponese del 1900. Per chiunque fosse un appassionato dei decadenti del primo ‘900 e della letteratura semi-biografica questa raccolta è assolutamente un “must read”.

— di Noemi Tappainer


Guarda anche:

Come sabbia tra le dita (1961) – Matsumoto Seichō

Autore: Matsumoto Seichō

Titolo originale: Suna no utsuwa

Editore: Mondadori

Collana: Oscar Absolute

Traduzione: Mario Morelli

Edizione: 2018

Pagine: 180

Matsumoto Seichō, scrittore e giornalista giapponese, ha esordito negli anni ’40 del Novecento. È stato un autore molto prolifico e prima della sua morte, avvenuta nel 1992, le sue pubblicazioni ammontavano a più di 400, tra romanzi e racconti. Il suo contributo è stato importante per la rinascita del genere della detective fiction nel Giappone del secondo dopoguerra. Ha ricevuto vari premi letterari, tra cui il premio Akutagawa nel 1953 per 或る「小倉日記」伝 (aru ‘kokura nikki’ den). È comune nei suoi romanzi la denuncia della corruzione politica e dei problemi sociali giapponesi. In Italia, oltre a “Come sabbia tra le dita” sono state tradotte altre tree opere, “Tokyo Express” (点と線, ten to sen), “Il palazzo dei matrimoni” (黒い空, kuroi sora) e “La ragazza del Kyūshū” (霧の旗, kiri no hata).

“Come sabbia tra le dita” (砂の器, suna no utsuwa) è stato pubblicato in Giappone nel 1961. Del romanzo esistono vari adattamenti televisivi e cinematografici, prodotti tra il 1974 ed il 2019. Per la produzione del primo adattamento cinematografico, nel 1974, Matsumoto Seichō ha collaborato col regista Nomura Yoshitarō, il quale si è occupato della regia di ben otto film adattati dai libri di Matsumoto.

Il romanzo è ambientato a Tokyo ed inizia col ritrovamento di un cadavere sui binari della stazione di Kamata, alle tre del mattino del 12 maggio 1961. La vittima, un uomo sulla cinquantina morto per strangolamento, ha il volto sfigurato ed è priva di documenti o altro che possano ricollegare alla sua identità. Ad occuparsi del caso è l’ispettore Imanishi Eitarō, coadiuvato dall’ispettore del commissariato di Kamata, Yoshimura Hiroshi. L’unico indizio che hanno è una conversazione tra la vittima ed un uomo sulla trentina dall’identità ignota, avvenuta in un locale la sera prima dell’omicidio. Stando a quanto riportato dal personale e dai clienti del bar, i due parlavano con l’accento della regione di Tōhoku, situata a nord di Tokyo, e avevano menzionato la parola “kameda“. Partendo da queste vaghe informazioni, Imanishi viaggerà in lungo e in largo per il Giappone nella speranza di riuscire a ricostruire i fatti accaduti quella notte, che hanno portato la vittima senza nome ad essere così brutalmente assassinata.

“Come sabbia tra le dita” tiene il lettore incollato alle pagine mentre segue i ragionamenti e la logica dell’ispettore Imanishi il quale, grazie al suo brillante intuito, arriva alla soluzione attraverso elementi della vita quotidiana. Infatti, dopo mesi di ricerche inconcludenti, sono eventi apparentemente insignificanti, che arrivano a lui casualmente, a segnare una svolta nelle indagini e a portarlo nella giusta direzione. Analizzando dettagli all’apparenza slegati tra di loro, scopre che questi celano in realtà una connessione con scandali sessuali e ingiustizie sociali. Con questo romanzo quindi Matsumoto Seichō presenta, con lieve ironia, una velata critica alla società giapponese.

— di Foschini Alice


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