9 Agosto 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Abe Kōbō
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Mondadori
Edizione: 2025
Pubblicato per la prima volta nel 1973, L’uomo scatola (Hako otoko, 箱男) è uno dei romanzi più radicali di Abe Kōbō. La premessa sembra semplice, ma solo all’inizio. Un uomo decide di sottrarsi alla propria posizione sociale vivendo all’interno di una scatola che gli copre interamente il corpo, osservando il mondo attraverso una piccola fessura. Da qui Abe sviluppa una narrazione sempre più instabile. Il romanzo assume la forma del manoscritto dell’uomo scatola, continuamente interrotto e contraddetto da altre voci.
Il racconto segue solo in parte gli spostamenti del protagonista. L’incontro con un medico, una giovane infermiera e un individuo deciso a impossessarsi della scatola introduce una serie di episodi che vengono riproposti e trasformati nel corso del romanzo. Scene già narrate ricompaiono con dettagli diversi, alcuni personaggi assumono identità diverse e persino gli appunti del narratore perdono progressivamente autorità. Tale instabilità riflette il nucleo del romanzo, dove la perdita di un’identità stabile rende impossibile una versione definitiva della realtà narrata.
La scatola permette al protagonista di osservare il mondo senza essere identificato da un volto o da un nome ma lo colloca anche in una posizione ambigua. Vede senza essere visto, mentre la sua stessa identità diventa sempre più incerta. Attraverso questa condizione di anonimato, Abe esplora quanto la percezione di sé dipenda dal riconoscimento degli altri e quanto invece rimanga una costruzione fragile e mutevole.
Anche lo stile contribuisce a questa esperienza. Il romanzo alterna annotazioni diaristiche, fotografie descritte a parole e riflessioni teoriche, passando dall’osservazione concreta a lunghe digressioni. Molti dettagli acquistano significato solo retrospettivamente e la struttura stessa del testo rende L’uomo scatola una delle prove più audaci della sperimentazione narrativa di Abe.
Recensione di Connal Shaw
2 Agosto 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore : Kawabata Yasunari
Traduzione : Mario Teti
Editore : Mondadori
Anno : 2024
Kawabata Yasunari nacque a Osaka nel 1899 e restò orfano molto presto: perse i genitori entro i quattro anni di età e fu cresciuto dai nonni. Questa solitudine precoce e la perdita di quasi tutti i parenti più stretti durante la giovinezza segnarono profondamente la sua sensibilità di scrittore. Si laureò all’Università Imperiale di Tokyo e da lì cominciò un percorso letterario che lo avrebbe reso una delle voci più raffinate del Novecento giapponese.
Nel 1968 Kawabata divenne il primo autore giapponese a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, “per la sua maestria narrativa, che con grande sensibilità esprime l’essenza della mente giapponese”. Fu legato da una profonda amicizia allo scrittore Yukio Mishima, di cui fu mentore, e la loro corrispondenza è oggi un documento prezioso per comprendere la letteratura giapponese del dopoguerra. Quattro anni dopo il Nobel, nel 1972, Kawabata morì nel suo appartamento a causa di una fuga di gas: ancora oggi si discute se si sia trattato di un incidente o di un gesto volontario.
È proprio dentro questa biografia segnata da lutti e solitudine che va letto “La casa delle belle addormentate”, pubblicato nel millenovecentosessantuno. Il romanzo racconta di Eguchi, un uomo anziano che frequenta una misteriosa casa di appuntamenti dove è possibile trascorrere la notte accanto a giovani donne addormentate da potenti sonniferi, senza mai poterle toccare o svegliare. Mishima stesso, nella sua prefazione, definì l’opera un capolavoro capace di conservare una bellezza formale pur emanando un che di decadente, quasi il profumo di un frutto troppo maturo. È un’immagine che coglie perfettamente il cuore ambiguo del libro, sospeso tra desiderio e disfacimento.
Molti lettori, sottolineano come il romanzo funzioni più per accumulo di atmosfera che per trama: pagina dopo pagina Kawabata costruisce una meditazione lenta sulla vecchiaia, sulla morte e sull’impossibilità di trattenere la bellezza e il tempo. La prosa è essenziale ma densissima di immagini sensoriali, e proprio in questa apparente semplicità si nasconde la sua forza. Non è un caso che i critici lo accostino spesso alla tradizione poetica giapponese, fatta di episodi brevi e giustapposizioni improvvise tra il bello e il crudo.
Nel complesso è un libro che divide: c’è chi lo trova disturbante per il suo erotismo senile e la sua ambiguità morale, e chi invece lo considera una delle vette della letteratura giapponese del Novecento. Perfetto per chi cerca una lettura contemplativa più che una storia con una trama forte, perché il suo vero pregio sta nell’atmosfera onirica e nella capacità di Kawabata di trasformare il disagio in poesia.
Recensione di Riccardo Bernazzani
26 Luglio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Dazai Osamu
Traduzione: Evelina Voltolini
Editore: Lindau
Anno: 2024
Tsugaru (津軽), opera pubblicata nel 1944, rappresenta un caso unico nella vasta, cupa e tormentata produzione letteraria di Dazai Osamu, pseudonimo di Tsushima Shūji. In questa edizione curata da Lindau, con la traduzione di Evelina Voltolini e corredata da cinque illustrazioni dell’autore, Dazai narra il suo viaggio compiuto nella penisola di Tsugaru (Prefettura di Aomori), sua terra nati nell’estremo nord del Giappone. L’incarico di redigere un “diario di viaggio” che raccogliesse informazioni geografiche, storiche, usi e costumi della regione gli fu affidato dalla casa editrice Oyama Shoten. Il viaggio, durato quasi tre settimane, ebbe inizio il 12 maggio del 1944 e si concluse con il rientro a Tōkyō il 5 giugno dello stesso anno. Nel racconto si intrecciano frequenti riflessioni dell’autore su sé stesso, sui paesaggi, su altri scrittori – quali Shiga Naoya e Matsuo Bashō – arricchite da ricordi d’infanzia e notizie prese da cronache e libri di storia locale.
Tsugaru non è solo un diario di viaggio, ma un romanzo che esplora l’interiorità di Dazai: i paesaggi e i luoghi della sua infanzia rappresentano un momento altamente riflessivo per l’autore e un’occasione per ricercare sé stesso e le sue origini.
“Non vi nascondo che uno dei motivi per cui ho deciso di intraprendere questo viaggio è proprio il desiderio di ritrovare l’ozukazu della famiglia Tsushima che è in me. I panni da uomo di città mi stanno stretti. Sentivo il bisogno di comprendere la mia vera natura. Sono partito con l’intento di scoprire chi siano realmente gli abitanti di Tsugaru e sono arrivato qui sperando di incontrare persone dallo spirito puro, dalle quali potessi trarre importanti lezioni di vita.” (p. 56)
L’autore usa la geografia della sua infanzia per esplorare la propria identità con toni nostalgici e a tratti sarcastici e ironici. Nel romanzo vengono menzionati i vari incontri, scanditi da sake e birra, con amici d’infanzia che lo ospitarono durante il viaggio, così come i giorni passati in famiglia presso la casa della sua infanzia a Kanagi. Il racconto culmina nell’emozionante incontro con Take, la tata che lo aveva cresciuto con dedizione quando, a causa dei gravi problemi di salute della madre, il piccolo Shūji fu affidato alle cure della zia. Questo momento è forse uno tra i passaggi più importanti dell’opera: tra le righe emerge il desiderio inconscio dello scrittore di voler ricevere affetto e comprensione.
Questo romanzo è tra le opere più autobiografiche dell’autore: con Tsugaru, Dazai si svela finalmente al suo pubblico. Con uno stile diretto e sincero, permette al lettore di accedere alla sua sfera più intima, fatta di pensieri, ricordi e debolezze. Dazai si mostra spogliato della maschera di nichilismo e indifferenza che lo ha reso celebre, rivelando tutta la sua vulnerabilità. Allo stesso tempo, il libro è una celebrazione della propria terra, dei luoghi in cui è cresciuto e della generosità dei suoi abitanti. Lo scrittore si mostra orgoglioso delle tradizioni della sua regione e della sua comunità, rivendicando la propria identità di provinciale in contrapposizione alla mediocrità del cittadino di Tōkyō. Ci presenta così la gente di Tsugaru e la vita quotidiana di un bellissimo territorio che appare distante dalla mondanità e dalla frenesia della capitale.
“Io studio i cuori delle persone, osservo il modo in cui questi interagiscono l’uno con l’altro. Questo è il principale scopo del mio viaggio della mia ricerca. Vorrei provare a trasmettere ai lettori la realtà della vita a Tsugaru, quella concreta, quella di tutti i giorni […]” (p. 36)
In definitiva, Tsugaru è un’opera imprescindibile se si vuole conoscere un Dazai inedito, lontano dalla posa da bohémien e intellettuale decadente che i suoi lettori sono soliti associare al suo nome.
Recensione di Rebecca Scaramagli
19 Luglio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Tanizaki Jun’ichirō
Traduzione: Gianluca Coci
Editore: Neri Pozza Editore
Edizione: 2022
Tanizaki Jun’ichirō nasce a Tōkyō nel 1886 in una famiglia di commercianti in declino. Non conclude il ciclo di studi universitario, inaugurando però la sua carriera letteraria tramite la pubblicazione su riviste quali Shinshichō (新市長) e Subaru (すばる), che gli fruttano presto un notevole successo. È considerato uno dei principali autori del periodo, ed è noto in particolare per il suo interesse nell’analizzare le pulsioni istintive e le perversioni dell’uomo, al punto di suscitare scandalo con la pubblicazione di alcune opere.
Un lavoro esemplare di questo suo profondo interesse è La chiave (Kagi, 鍵), pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1956. Ambientato negli anni ‘50 del secolo scorso, questo romanzo è composto da annotazioni fittizie provenienti dai diari segreti di due coniugi, che narrano delle difficoltà e sotterfugi legati alla loro complessa vita sessuale.
Lui è un professore universitario di mezza età, profondamente innamorato e desideroso di accendere nella moglie Ikuko una passione che, a suo avviso, è già presente, ma soffocata sotto il peso della rigida morale con la quale è stata cresciuta. Lei, d’altro canto, prova sentimenti contrastanti nei confronti del marito: dice di amarlo eppure lo trova a tratti persino ripugnante, continuando a concedersi a lui nel buio della loro camera da letto spinta un po’ dal desiderio, un po’ dal senso del dovere che la suddetta morale le induce.
La svolta che dà inizio alla storia è la stessa che dà il titolo al romanzo: la chiave del cassetto in cui il diario di lui è custodito, abbandonata in bella vista sul pavimento dello studio — un invito, Ikuko sospetta, a leggere le pagine sulle quali l’uomo descrive periodicamente i suoi più espliciti desideri. Questo avvenimento dà il via ad una scioccante danza tra appunti segreti, non detti e rapporti che rasentano la violenza. In questo equilibrio minaccia inoltre di insinuarsi il giovane Kimura, amico di famiglia, che entrambi i coniugi sospettano si sia invaghito della figlia Toshiko, se non di Ikuko stessa.
Romanzo dalla premessa narrativa intrigante, La chiave spedisce il lettore da un lato all’altro di questo tormentato rapporto di coppia, lasciando fino all’ultimo il dubbio rispetto alla veridicità delle parole scritte su entrambi i diari. Presenta inoltre due dei marchi di fabbrica dell’autore: l’onnipresenza della penombra, che il marito tenta di scacciare per godersi appieno i rapporti con la consorte, ed il gusto per il perverso, che lascia tuttavia l’amaro in bocca per via della retorica da istigatrice utilizzata per descrivere Ikuko, spesso e volentieri più simile ad una vittima.
Recensione di Isabella Sgargi
12 Luglio 2026 | Letteratura, Recensioni

Author: Tawada Yōko
Translation: Margaret Mitsutani
Publisher: Granta Books
Edition: 2026
Archipelago of the Sun (太陽諸島, Taiyō Shotō), translated by Margaret Mitsutani, is the concluding volume of Tawada Yōko’s trilogy that began with Scattered All Over the Earth. Picking up directly after Suggested in the Stars, Hiruko and her companions leave Copenhagen aboard a mail boat, travelling east in search of her vanished homeland. As their route takes them through the Baltic, stopping in places such as Rügen, Kaliningrad, Riga and Tallinn, the novel gradually shifts its focus from the search itself to the people undertaking it.
In the same fashion as the previous entries, the narrative shifts between multiple perspectives. Susanoo, who remained an elusive figure for much of the trilogy, now emerges as a far more fully fleshed-out character through chapters narrated from his own perspective. Unlike the previous novels, however, the voyage is rarely driven by dramatic events. Instead, it unfolds through long conversations and unexpected detours that gradually reshape the purpose of the journey itself.
Hiruko’s hybrid language, Panska, continues to blur linguistic boundaries, but Tawada broadens her focus far beyond it. Conversations increasingly revolve around translation, pronunciation and the different ways languages express the same ideas, with characters delighting in wordplay and exchanging observations about grammar, etymology and linguistic quirks.
Although the novel continually introduces unexpected encounters and ideas, it maintains a remarkably calm, almost contemplative tone throughout. Tawada allows even the most unusual conversations to unfold with complete naturalness, giving equal space to philosophical reflection and humour.
Readers expecting definitive explanations for Japan’s disappearance may be surprised, but Tawada’s interest has always lain elsewhere. Like the voyage at its centre, Archipelago of the Sun continually invites new conversations and new ways of thinking before bringing the trilogy to a satisfying close.
Review by Connal Shaw
Autrice: Tawada Yōko
Traduzione: Margaret Mitsutani
Editore: Granta Books
Edizione: 2026
Archipelago of the Sun (太陽諸島, Taiyō Shotō), tradotto in inglese da Margaret Mitsutani, conclude la trilogia di Tawada Yōko iniziata con Scattered All Over the Earth. Riprendendo esattamente dal punto in cui si conclude Suggested in the Stars, Hiruko e i suoi compagni lasciano Copenaghen a bordo di una nave postale, diretti verso est alla ricerca della patria che lei ha perduto. Attraversando il Mar Baltico e facendo tappa in luoghi come Rügen, Kaliningrad, Riga e Tallinn, il romanzo sposta progressivamente l’attenzione dalla meta del viaggio alle persone che lo condividono.
Come nei volumi precedenti, la narrazione passa continuamente da un personaggio all’altro. Susanoo, rimasto a lungo una figura sfuggente, acquista finalmente maggiore spessore grazie ai capitoli raccontati dal suo punto di vista. A differenza dei romanzi precedenti, però, il viaggio è scandito meno da grandi avvenimenti che dalle conversazioni, dagli incontri e dalle deviazioni lungo il percorso, che ne trasformano poco alla volta il significato.
Il Panska, la lingua ibrida inventata da Hiruko, continua a essere una presenza importante, ma l’interesse di Tawada si estende ben oltre. Le conversazioni ruotano sempre più spesso attorno alla traduzione, alla pronuncia e ai diversi modi in cui le lingue esprimono le stesse idee, mentre i personaggi si divertono a confrontare parole e altre curiosità linguistiche.
Pur introducendo costantemente incontri inattesi e nuove idee, il romanzo conserva un tono sorprendentemente pacato, quasi contemplativo. Anche gli scambi più insoliti si sviluppano con assoluta naturalezza, lasciando convivere riflessione filosofica e umorismo senza mai forzare il racconto.
Chi si aspetta una spiegazione definitiva della scomparsa del Giappone potrebbe rimanere sorpreso, ma gli interessi di Tawada sono sempre stati altri. Come il viaggio che racconta, Archipelago of the Sun invita continuamente a nuove conversazioni e a nuovi modi di guardare il mondo, offrendo una conclusione pienamente coerente con lo spirito dell’intera trilogia.
Recensione di Connal Shaw
5 Luglio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Seishi Yokomizo
Traduttore: Francesco Vitucci
Editore: Sellerio Editore Palermo
Edizione: 2026
Seishi Yokomizo è considerato uno dei maggiori autori del giallo giapponese del Novecento. Nato a Kobe nel 1902, iniziò a scrivere racconti polizieschi negli anni Venti, contribuendo in modo decisivo alla diffusione del genere in Giappone. La sua fama è legata soprattutto al detective Kosuke Kindaichi, protagonista di numerosi romanzi che hanno conquistato generazioni di lettori grazie a intrecci ingegnosi e ambientazioni ricche di fascino. La sua narrativa unisce il classico enigma investigativo occidentale con la cultura, le tradizioni e le superstizioni del Giappone, dando vita a opere dal carattere unico.
Il detective Kindaichi e la filastrocca demoniaca è uno dei romanzi più rappresentativi della serie perché riesce a trasformare una semplice indagine in un racconto denso di tensione e atmosfera. Fin dalle prime pagine il lettore viene immerso in un contesto rurale, dove antiche leggende, rancori familiari e credenze popolari sembrano avere un peso tanto importante quanto gli indizi lasciati dall’assassino. La misteriosa filastrocca che dà il titolo al romanzo diventa il filo conduttore della vicenda, alimentando un senso di inquietudine che accompagna tutta la lettura.
Uno degli aspetti più riusciti dell’opera è la costruzione dell’intreccio. Yokomizo dissemina la narrazione di dettagli che sembrano insignificanti, ma che acquistano valore solo nelle fasi finali dell’indagine. Il lettore è continuamente portato a formulare ipotesi, spesso smentite dai successivi colpi di scena. Kosuke Kindaichi si conferma un investigatore fuori dagli schemi: apparentemente distratto e poco elegante, ma capace di osservare ciò che agli altri sfugge e di ricostruire con grande lucidità anche i casi più complessi.
Oltre all’aspetto investigativo, il romanzo colpisce per la capacità di raccontare la società giapponese del dopoguerra. Le dinamiche familiari, il peso delle tradizioni, il valore dell’onore e il conflitto tra passato e modernità diventano elementi centrali della storia. I personaggi, pur non essendo sempre profondamente analizzati dal punto di vista psicologico, risultano credibili e funzionali alla costruzione del mistero, contribuendo a creare un’atmosfera intensa e coinvolgente.
Nel complesso, Il detective Kindaichi e la filastrocca demoniaca è un giallo classico che riesce ancora oggi a sorprendere per l’intelligenza della trama e per la forza della sua ambientazione. Non è un romanzo d’azione, ma un’opera che premia l’attenzione del lettore, invitandolo a osservare ogni dettaglio e a lasciarsi trasportare da un enigma costruito con grande precisione. È una lettura consigliata sia agli appassionati del genere investigativo sia a chi desidera avvicinarsi alla narrativa giapponese attraverso uno dei suoi autori più importanti.
Recensione di Riccardo Bernazzani
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