17 Maggio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Sesuji
Traduzione: Stefano Lo Cigno
Editore: Newton Compton Editori
Edizione: 2026
Nuova e innovativa voce dell’horror, Sesuji vede il suo debutto con la pubblicazione del romanzo Non cercate in questo luogo (近畿地方のある場所について, Kinki chihō no arubasho ni tsuite) in seguito alla forte attenzione ottenuta dalla storia, originariamente pubblicata e divenuta virale sul web.
Il romanzo adotta le tecniche del mockumentary, alternando brevi sezioni narrative a trascrizioni di interviste, articoli, lettere e post risalenti a momenti diversi degli ultimi decenni. Ciò dona all’opera un inquietante senso di realismo, nonché una notevole varietà stilistica capace di intrattenere a lungo. I capitoli sono accompagnati da rare immagini, il cui effetto sorpresa va a braccetto con l’elemento visivo, contribuendo fortemente alla formazione di un’atmosfera di crescente inquietudine.
La voce narrante condivide lo pseudonimo dell’autore. Sesuji, giornalista, lancia un preoccupante appello: il suo giovane amico Osawa è scomparso, dopo essersi immerso troppo in profondità in un’indagine per conto di una rivista di occultismo. È compito dei lettori, esposti sia alle interazioni dei due protagonisti che alla vasta documentazione relativa all’articolo mai scritto, contribuire alla ricerca di Osawa, nella speranza che non sia troppo tardi.
Voci di adulti, così come di bambini e anziani spaventati e tormentati, rilasciano testimonianze su fenomeni inspiegabili, e la natura sovrannaturale di questa indagine si dipana lentamente davanti agli occhi del lettore. Quest’ultimo non può fare a meno di sentirsene parte integrante, stimolato dalla presenza di elementi ricorrenti che si intrecciano progressivamente portando alla luce angoscianti misteri. Questi paiono orbitare attorno a una malfamata area montuosa della regione del Kinki, nel Giappone occidentale, legata a immagini e rituali misteriosi e tre disturbanti creature impossibili.
Non cercate in questo luogo è un’opera tanto criptica quanto ben costruita, che rimane riluttante a rivelare i suoi segreti fino all’ultima pagina, mantenendo stretta la sua presa sul lettore lungo tutto il racconto. Romanzo dalla deliziosa complessità, la storia di Sesuji è capace di attirare amanti del genere così come nuovi lettori con impressionante facilità, innalzando con cura un labirinto di informazioni del quale sembra impossibile trovare l’uscita, anche una volta concluso il volume.
Recensione di Isabella Sgargi
10 Maggio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Kawaguchi Toshikazu
Traduzione: Claudia Marseguerra
Editore: Garzanti
Edizione: 2020
Kawaguchi Toshikazu è uno scrittore, sceneggiatore e regista teatrale giapponese nato a Osaka nel 1971. Prima di dedicarsi ai romanzi, ha lavorato a lungo nel teatro, e proprio da una sua opera teatrale è nato Finché il caffè è caldo, pubblicato nel 2015 e diventato un bestseller internazionale grazie alla sua atmosfera malinconica e al modo delicato con cui affronta i sentimenti umani.
In una piccola caffetteria sotterranea di Tokyo, aperta da oltre un secolo, circola una leggenda: è possibile tornare indietro nel tempo, a patto di sedersi su una sedia speciale e bere un caffè prima che si raffreddi. Nata come opera teatrale, questa storia d’esordio di Kawaguchi ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo grazie alla sua premessa semplice eppure ricca di suggestione.
La struttura del romanzo è scandita dall’arrivo di quattro protagoniste: Fumiko, Kotake, Hirai e Kei; ognuna spinta da una ragione diversa a intraprendere il viaggio nel tempo. Le loro storie, quattro racconti legati da un unico filo conduttore, ruotano attorno a momenti in cui si è fatta una scelta sbagliata, una parola non detta o un addio mancato. La struttura episodica ricorda più una raccolta di racconti che un romanzo unitario, e questo rappresenta al tempo stesso il suo punto di forza e il suo limite principale.
Il tema centrale è l’amore in tutte le sue forme: romantico e familiare, di lunga data o ancora in crescita. Il libro invita a riflettere sui momenti perduti e sull’importanza di esprimere i propri sentimenti finché se ne ha ancora l’occasione. La felicità, suggerisce Kawaguchi, si costruisce attraverso piccoli gesti quotidiani e richiede soprattutto il coraggio di affrontare ciò che si è lasciato in sospeso.
Kawaguchi trascina il lettore in un vortice di sentimenti difficili da evitare: ognuno di noi porta con sé un rimpianto o un ricordo doloroso, qualcosa che avrebbe voluto andasse diversamente. La scrittura è asciutta e diretta, con un ritmo lento e meditativo tipicamente giapponese. Alcuni lettori potrebbero trovare la prosa troppo elementare e le regole del viaggio nel tempo volutamente restrittive un po’ meccaniche; ma è proprio questa semplicità a rendere il libro accessibile e universale. Definito dal Publishers Weekly come “una meravigliosa lettura su una caffetteria in cui tutto è possibile”, il romanzo non è tanto una storia di fantascienza quanto una riflessione malinconica e delicata sull’accettazione. Kawaguchi non promette di cambiare il passato anzi, ribadisce che questo è impossibile ma dimostra che rivisitarlo può bastare per trovare pace. Un romanzo breve, commovente e da leggere in un sorso, proprio come un buon caffè.
Recensione di: Riccardo Bernazzani
7 Maggio 2026 | FEFF, Film e Serie TV, Recensioni, Registi
A chiudere la serie di recensioni dedicate ad alcuni dei film giapponesi presentati in concorso all FEFF 28 – iniziate con Tiger (2025) e proseguite con 90 Meters (2025) – si posiziona All Greens (2026), pellicola firmata da Koyama Takashi.
Nato a Ōsaka il 28 settembre 1979, Koyama è un regista e sceneggiatore giapponese. Inizia la sua carriera nel mondo dell’audiovisivo come addetto ai lavori nella produzione di spot pubblicitari, in particolare come assistente alla regia e montatore. Dal 2015 però, decide di dare una svolta al suo percorso intraprendendo la carriera da freelance, debuttando al cinema nel 2019 con il film romantico Colorless. La pellicola riscuote pareri positivi da pubblico e critica, venendo nominata per la selezione Splash del Tōkyō International Film Festival e per il Widene Far East Film Festival. Nel 2022, il suo cortometraggio Shigatsu no Kikkuofu viene insignito del premio d’oro dal Dentsu Advertising Award e del Gran Premio degli inserzionisti BOVA. Tra il 2023 ed il 2024, realizza la serie televisiva Shut Up: un dramma poliziesco che narra le travagliate vicende di quattro studentesse universitarie. Il suo secondo lungometraggio, All Greens, è stato presentato in anteprima al 30° Busan International Film Festival ed è uscito nelle sale giapponesi il 16 gennaio di 2026.

Ed è proprio della sua ultima fatica, All Greens, di cui parleremo in questa recensione: una brillante commedia adolescenziale – tratta dall’omonimo romanzo di Namaki Do – che narra le avventure di un trio tutto al femminile, accomunato dal desiderio irrefrenabile di fuggire dalle dinamiche soffocanti del loro paese natale, alla ricerca della vita metropolitana e frenetica di Tōkyō. La protagonista e leader del gruppo Boku Hidemi, interpretata da un’ottima Minami Sara, è una giovane studentessa del liceo che fa della sua passione per la letteratura e per la musica, in particolare per il mondo street e urban del rap e dell’hip-hop, non solo i suoi marchi di fabbrica, ma l’unica fonte di evasione e ribellione dalla sua famiglia – composta da figure assenti e spesso violente – e dalla sua città, Tokaimura: un piccolo villaggio della prefettura di Ibaraki dove si snoda tutta la vicenda, nonché luogo in cui ha abitato per qualche tempo il regista stesso.
Seguiamo Hidemi nella sua quotidianità travagliata: dalla sofferenza tra le mura scolastiche e domestiche, alle rap battle tenute con i suoi amici del gruppo di rapper locali, dove si fa chiamare con il nome d’arte di “Neuromancer” – citando l’omonimo romanzo di William Gibson – fino ad un tentato stupro da parte di un produttore musicale ai danni della giovane, conclusosi con la fortuita fuga e la sottrazione di alcuni semi di marijuana dalla cassaforte della casa del ragazzo. La sera stessa, tornando a casa a bordo del suo skateboard, è testimone di un tragico evento: una donna ferita e tumefatta dalle percosse, con in braccio il suo bambino, viene investita da un auto che senza farci troppo caso prosegue freneticamente per la sua strada. Ad assistere a questa scena, oltre alla giovane Hidemi, ci sono altre due ragazze nonché compagne di classe della nostra: Yaguchi Miruku (Deguchi Natsuki), la cinefila e campionessa di atletica della scuola, e Iwakuma Mako (Yoshida Mizuki), un’aspirante fumettista a cui viene imposto dalla famiglia un destino che non sente suo e che risulta essere per la giovane fonte di grande frustrazione. Da qui la storia ha inizio. Tre ragazze unite dal caso, un unico desiderio e un potenziale biglietto di sola andata per l’evasione da Tokaimura: i semi di marijuana rubati da Hidemi. Improvvisandosi coltivatrici dal pollice verde, le tre fondano All Greens, un club di giardinaggio, con l’obiettivo di piantare, raccogliere e commercializzare marijuana, comprandosi la libertà con i proventi.

Man mano che i minuti scorrono, Koyama ci presenta anche le vite delle due giovani co-protagoniste, a partire dal personaggio di Yaguchi Miruku – nome che può venire letto in giapponese come la traslitterazione dall’inglese di “milk”: introdotta come conforme e aderente allo stereotipo di ragazza perfetta e socialmente integrata, la perdita del mignolo le costerà l’allontanamento, rivelatosi salvifico, dal gruppo superficiale e circostanziale dei compagni di classe. Miruku risulta essere un personaggio ben scritto e sfaccettato: in lei coesiste l’aspettativa, in parte reale, che gli altri hanno verso di lei, ovvero quella di essere una ragazza intelligente, sicura di sé e dalla vita apparentemente perfetta, che la dimensione interiore e maggiormente aderente alla realtà, che risulta essere decisamente più complessa.
Con un padre assente ed una madre affetta da problemi psicologici che la portano a rimanere rinchiusa in casa vestita con il tipico abbigliamento Lolita, Miruku è costretta ad assumere su di sé il ruolo genitoriale, rovesciando la dinamica madre-figlia in favore del mantenimento di una fragile armonia domestica. Nonostante ciò, non si dà mai per vinta e in lei lo spettatore trova sempre una figura forte, emancipata e dalla battuta pronta. Il regista sembra esserne particolarmente legato, in quanto rendendola un’accanita cinefila, riversa in lei la sua passione per il cinema: elemento che gli consente di giocare con svariate citazioni, si pensi alla più palese a Fight Club (1999) di David Fincher, nella scena in cui rielabora la celeberrima frase dalla pellicola in “La prima regola di All Greens, è che non si parla di All Greens”. In merito a ciò, il regista ammette di avere un legame forte con la pellicola statunitense: vista quando aveva 20 anni, era stato colpito profondamente dai monologhi di Edward Norton nei panni del protagonista-narratore.

A concludere il terzetto, troviamo Iwakuma Mako: certamente la spalla comica del film, che con le espressioni del volto veicola una buffa goffaggine a cui lo spettatore non può far altro che affezionarcisi. Appassionata di manga, ma imbranata nel disegno, sogna un futuro da fumettista che viene però ben presto intralciato dalla famiglia, che la vuole sposata ad un uomo a cui dare in mano le redini dell’azienda agricola. Coerentemente con le altre due eroine della pellicola, anche Mako vede nella dimensione domestica la trappola primaria da cui fuggire: soffocata dalle pressioni familiari che la vogliono inserita in un percorso di vita predeterminato, lavora in un bowling per pochi yen con il sogno di comprarsi un biglietto per la libertà.
In merito al casting delle tre, Koyama afferma di aver scelto Minami Sara come protagonista perché la giovane non aveva mai lavorato nella sua carriera a ruoli che la immaginassero come la “cattiva ragazza”. Incuriosito dai possibili risvolti che ciò avrebbe comportato e dalla nuova angolazione con cui voleva vederla al lavoro, ha deciso di affidarle il ruolo, azzeccando in pieno la scelta. L’attrice risulta credibile nel ruolo, alternando ad un viso impassibile, quasi senza emozioni, timidi momenti di gioia che le vengono regalati dal rap, dalla letteratura e dai pomeriggi afosi in compagnia del gruppo. Per Deguchi Natsuki invece, Koyama ci racconta di averla notata in diversi film di punta in Giappone, confermando il grandissimo successo che sta avendo nella scena cinematografica nazionale e non solo. Yoshida Mizuki infine, è saltata all’occhio del regista dalla sua interpretazione come doppiatrice dell’apprezzatissimo film di animazione Look Back (2024), diretto da Oshiyama Kiyotaka e adattato dall’opera omonima di Fujimoto Tatsuki. Altri attori e attrici compongono la cornice della pellicola, arricchendo l’immaginario pop e brioso creato da Koyama.
Tre ritengo essere gli elementi che rendono questo film imperdibile. Il primo è sicuramente il montaggio: frenetico, misurato, scoppiettante, riesce a dare un ritmo coinvolgente alla narrazione, alternando momenti di pura adrenalina a sequenze di più ampio respiro che danno l’illusione allo spettatore che la pellicola duri pochi minuti, contro gli effettivi 119’. Al montaggio, la musica risulta essere intrinsecamente legata, in particolare la colonna sonora tutta: accompagna coerentemente l’intera pellicola, facendo risaltare ancor di più i momenti di silenzio, che assume una forte carica lirica e climatica. Questa alternanza di montaggio e musica, accompagnata da sapienti movimenti di camera, sono la vera cifra stilistica e tecnica di All Greens. Come terzo elemento, non si può non menzionare il comparto di citazioni alla cultura pop – da romanzi, film, manga, alla già citata musica… – che coinvolgono lo spettatore in un gioco postmoderno di ricerca e individuazione di queste, aggiungendo una dimensione meta-cinematografica e intertestuale che rendono All Greens un titolo spassoso e adatto a tutti.
In conclusione, il film non è esente da difetti: da alcune soluzioni narrative poco realistiche, al raro, ma pur presente, didascalismo. Non per questo però, risulta mai forzato o indigesto: d’altronde il tema della commercializzazione e del consumo di marijuana sono argomenti tabù che in Giappone vengono spesso nascosti piuttosto che affrontati e problematizzati. Non è un caso infatti che il regista, durante la conferenza stampa, abbia tenuto a specificare come ci siano state delle difficoltà durante la scelta della produzione e la raccolta di denaro, ammettendo però che una volta sorpassato l’ostacolo, la realizzazione è potuta procedere senza intoppi.
Recensione di Giovanni Buriola
6 Maggio 2026 | Film e Serie TV, Recensioni, Registi

Una storia familiare cruda e dai tratti documentaristici, quella proposta dal regista Nakagawa Shun nel film 90 Meters, presentato alla ventottesima edizione del Far East Film Festival. Classe 1987, Nakagawa Shun ha inizialmente lavorato come organizzatore di eventi, per poi studiare regia presso il New Cinema Workshop. Alla sua opera appartengono, oltre al sopracitato 90 Meters, il cortometraggio Kalanchoe (2016), che si focalizza sul tema dell’amore omosessuale all’interno dei licei giapponesi, e il lungometraggio Sayonara, Girls (2023), dramma adolescenziale tratto da un romanzo dello scrittore Asai Ryō.
In 90 Meters, traendo ispirazione da registi come Asghar Farhadi, che presentano personaggi in bilico tra i propri desideri e aspirazioni e la moralità, inseriti in un contesto di incomunicabilità, Nakagawa mette in scena una storia semi-autobiografica, che narra le vite di una madre e suo figlio, travolte dalla tragedia della malattia.
Tasuku (Santoki Soma) è un liceale che si trova costretto a lasciare il club di basket per prendersi cura della madre Misaki (Kanno Miho), affetta da SLA, una malattia neurogenerativa che l’ha costretta a letto. Sebbene disponga di un’OSS durante le ore scolastiche, non le è garantita un’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro, e Tasuku, per amore — o forse per dovere morale — mette da parte la sua vita sociale e scolastica per dedicarsi alla madre. Il protagonista si vede così sempre più alienato tanto nell’ambito sociale, non potendo frequentare i suoi amici dopo le lezioni, quanto dal punto di vista dell’educazione. La cura della madre, infatti, impiega molto del tempo libero di Tasuku, che inevitabilmente si ritrova incapace di stare al passo con la scuola, finendo spesso col dormire durante le lezioni e, in ultima istanza, a essere piuttosto disilluso nei confronti delle sue aspirazioni future.
La pellicola è dominata da scene di silenzio ricche di dettagli, che mostrano l’evoluzione del protagonista, il quale da figlio prende a essere un genitore: emblematica, in questo contesto, è la cucina, che diventa uno dei modi principali con cui Tasuku si prende cura della madre. Da maldestro cuoco, il protagonista impara le nozioni basilari, e la sua trasformazione in caregiver è completata. La sua vita, così, prende a essere controllata dal dispositivo per le chiamate usato da Misaki, che — nella misura in cui funziona a un raggio di 90 metri — dà il titolo al film stesso.
Punto di svolta del film è il miracolo burocratico che permette a Misaki di ottenere l’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro, evento che solleva Tasuku dal suo incarico. In tal modo, il protagonista si trova autorizzato a riprendere in mano la propria vita. Tuttavia, questa riconquista si rivela presto piuttosto anticlimatica per due ordini di ragioni: in primo luogo, fa difficoltà a inserirsi nuovamente in un contesto, come quello del club scolastico, lasciato da lui in maniera così brusca; in secondo luogo, il peggioramento delle condizioni della madre apre in lui un dilemma tra il voler perseguire le sue ambizioni, e la paura di abbandonare e perdere una persona così importante.
Oltre ai chiari intenti sociali, volti a sottolineare la problematica della mancanza di caregiver in Giappone — e delle ripercussioni di questo fenomeno su intere famiglie, soprattutto sui più giovani —, la pellicola presenta una sostanziale componente autobiografica, tanto da poter essere definita come una lettera d’amore del registra alla propria madre, scomparsa anche lei per una malattia. Oltre alla passione di Nakagawa stesso per il basket, le componenti autobiografiche si intravedono nell’incapacità del protagonista di comunicare con sua madre, problema riscontrato dal regista stesso, che ha affermato di non essere riuscito a esprimere a parole la portata del suo rispetto nei confronti della madre prima della sua scomparsa.
Il film, nel complesso, non si propone di trovare una soluzione al problema presentato, né vuole dare l’idea che esso possa essere risolto con un miracolo, come succede nel film; tuttavia, ha l’intento dichiarato di sottolineare l’importanza di queste realtà in una maniera non spesso affrontata. Tale intento viene centrato in pieno, anche grazie alla magistrale performance degli attori, in primo luogo Kanno Miho, che riesce a interpretare in modo impeccabile il ruolo della madre e il progredire della sua malattia.
Il film, con la sua fotografia semplice ma d’impatto, riesce a restituire un frammento di vita in maniera reale e toccante, riportando contemporaneamente l’attenzione del fruitore su problematiche attuali.
Recensione di Silvia Cubeddu
5 Maggio 2026 | Film e Serie TV, Recensioni, Registi
In questa prima recensione di alcune delle pellicole presentate al FEFF 28, vi parliamo di “Tiger” (2025), film del regista Anshul Chauhan.

Anshul Chauhan, nato in India nel 1986, si laurea all’Università di Arte. A partire dal 2006 ha inizio la sua carriera come animatore, lavorando inizialmente per serie Nickelodeon e film premiati indiani. In seguito si trasferisce in Giappone per proseguire la sua professione alla Polygon Pictures, lavorando alle animazioni di diversi videogiochi.
Nel 2016 decide di seguire la sua passione per il mondo della regia, considerato da lui più libero e stimolante, dove la programmazione e le limitazioni sono minori rispetto al mondo dell’animazione. Per questa ragione fonda la propria casa di produzione “Kowatanda”, sbarcando nella scena dei lungometraggi con il dramma in bianco e nero “Bad Poetry Tokyo”(2018), seguito da un seconda pellicola sperimentale, “Kontoro” (2019). Le ultime due produzioni di Chauhan sono i film “December”(2022) e “Tiger”(2025), entrambi presentati in anteprima al Busan International Film Festival.

Il film di cui parliamo è proprio quest’ultimo, “Tiger” (2025), pellicola drammatica che offre una realistica rappresentazione di una parte della comunità LGBTQI+ in Giappone e delle problematiche che deve affrontare.
Katagiri Taiga, interpretato da Kawaguchi Takashi, è un uomo gay di 35 anni che lavora a Tōkyō come massaggiatore per uomini; tuttavia questa carriera non sta dando più i suoi frutti, a causa della poca richiesta rispetto ai suoi colleghi più giovani, portando il protagonista a volersi imbarcare nell’industria del porno.
La sua vita viene scossa dalla notizia delle condizioni di salute sempre peggiori del padre, che lo costringono a tornare alla sua piccola città di origine, dove si scontra con la sorella, che vorrebbe tutta l’eredità per sé e che minaccia il fratello di rivelare a tutti il suo orientamento sessuale.

La pellicola segue la vicenda di Taiga, divisa fra il mondo frenetico ed erotico della metropoli, rappresentata dal giovane amico e collega Benji, e l’ostile e chiusa cittadina, rappresentata dalla sorella Minami che, soggiogata anch’essa da delle dinamiche patriarcali, fa ricadere tutte le colpe sul protagonista.
Ci troviamo di fronte a un uomo incerto, preda dei propri desideri e delle proprie emozioni, che si trova in un momento transitorio della vita: da una parte trova una famiglia ostile e indifferente, impregnata dal ricordo della defunta e amata madre; dall’altra però, trova nella piccola nipote Kaede un barlume di speranza e felicità, nonché di vera libertà.

Grazie alla raccolta di vere storie di persone facenti parte della comunità LGBTQI+ giapponese, e alle innumerevoli riprese di realmente esistenti luoghi di incontro e di
sex-work, il regista di questa pellicola è riuscito a donare una vera e non censurata visione della realtà, spostandosi dalla linea di precedenti opere di questo genere, che preferivano invece esplorare storie d’amore fra giovani ragazzi. A questo scopo vi è infatti presente anche un segmento più documentaristico, in cui viene presentata la NIJI-FSB, un’organizzazione che promuove “matrimoni di amicizia” tra uomini gay e donne lesbiche, dando così loro una possibilità reale di creare una famiglia. Attraverso la scelta di un protagonista di età matura le tematiche approfondite vengono così espanse: non viene sviluppata solo la questione dell’identità sessuale e dei pregiudizi della società ad essa collegate, ma anche la questione familiare e matrimoniale, oltre che quella lavorativa. Il personaggio di Taiga, in questa maniera, non viene ridotto al suo orientamento, ma viene svilupatto nella sua interezza di essere umano, fragile e talvolta immaturo, alla ricerca della propria completezza e del proprio posto nella società.
L’originalità della trama, accompagnata da una magnifica fotografia, capace di catapultare l’osservatore nei diversi mondi esterni ed interni della vita di Taiga, rendono “Tiger” una pellicola assolutamente imperdibile, che consigliamo a tutti di recuperare.
Recensione di Arianna Zamò
3 Maggio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Mishima Yukio
Traduzione: Andrea Maurizi
Editore: Feltrinelli
Edizione: 2009
Mishima Yukio, nom de plume di Hiraoka Kimitake, nasce a Tōkyō nel 1925; la sua prima opera degna di nota viene pubblicata mentre è ancora tra i banchi di scuola, ed inaugura la carriera di uno degli autori giapponesi più tradotti al mondo. Figura particolarmente controversa, è noto per la sua ossessione per la morte e i suoi ideali di patriottismo tradizionalista, che lo porteranno a togliersi la vita tramite seppuku nel 1970 in seguito ad un tentato colpo di stato.
Neve di primavera (春の雪, Haru no Yuki), pubblicato nel 1965, è il primo volume della tetralogia Il mare della fertilità (豊饒の海, Hōjō no Umi), composta dalle ultimissime opere dell’autore. Questo si concentra molto sulla dimensione emotiva dei personaggi, in particolare quella del protagonista, mostrando al lettore la vita attraverso ai suoi occhi con un linguaggio particolarmente poetico.
La storia vede un bellissimo e raffinato giovane, Kiyoaki, destreggiarsi tra complesse dinamiche sociali e relazionali del Giappone all’inizio del secolo scorso. Dotato di un caleidoscopico mondo interiore nel quale tende a perdersi, Kiyoaki mette a rischio i legami con le poche persone a cui tiene. Tra queste vi è il migliore amico Honda, fermo razionalista e dunque a lui caratterialmente opposto, col quale mantiene un fedele ma non sempre sincero rapporto di amicizia.
Fulcro della storia è Satoko, amica d’infanzia del protagonista, il quale cerca inizialmente di illudersi di non essere innamorato di lei. Tra i due nasce presto una relazione portata avanti in segreto, messa però a rischio dal fidanzamento della ragazza con un membro della famiglia imperiale e dalla testardaggine dello stesso Kiyoaki. I personaggi femminili della storia risultano in generale decisamente complessi, ma non per questo esenti da commenti misogini e atti di violenza perpetrati da quelli maschili.
In conclusione, Neve di primavera è un’opera dal forte carattere introspettivo, che ci mostra da un lato la crescita parallela del protagonista e dei suoi sentimenti, e dall’altro i complessi meccanismi che regolavano i rapporti tra le famiglie nobiliari giapponesi del tempo. Lungo tutta la storia, lo spettro della guerra russo-giapponese non abbandona mai veramente la narrazione, trasmettendo l’idea di un Giappone glorioso ormai svanito, morto assieme ai soldati caduti in battaglia.
Recensione di Isabella Sgargi
Commenti recenti