Iwaki Kei – Arrivederci Arancione

Autrice: Iwaki Kei

Traduttrice: Anna Specchio

Titolo originale: さようなら、オレンジ (Sayōnara, orenji)

Editore: E/O

Collana: Dal mondo

Anno edizione: 2018

Pagine: 158

 

Australia, oggigiorno vista da molti come la nuova America, una terra piena di opportunità. È qui che Iwaki Kei (scrittrice giapponese trasferitasi stabilmente sul suolo australiano) articola le vicende di Salima e Sayuri, due immigrate dai background diametralmente opposti, ma animate dalla stessa determinazione.

Protagoniste agli antipodi

Il libro presenta una storia bipolare: da una parte abbiamo le vicende di Salima, immigrata da un paese africano in guerra (del quale non si saprà mai il nome). Una donna forte, che porta con sé le cicatrici di un passato duro e di un presente avverso, dove la sopravvivenza è una questione da affrontare prettamente in solitaria (il marito la lascia poco dopo l’arrivo nel nuovo paese). Oltre al peso dei figli da crescere, Salima si vede costretta in poco tempo a rimboccarsi le maniche e a fronteggiare lo scoglio della nuova lingua, la repulsione verso il nuovo lavoro e un crescente senso di solitudine e di emarginazione. Dall’altro lato abbiamo Sayuri, neo-mamma giapponese e moglie di un brillante professore universitario, ritrovatasi in Australia per seguire il marito. Nella sua quotidianità sogna ardentemente di scrivere un libro, ma senza successo. Inoltre, nonostante la sua vita possa sembrare assai più rosea dell’altra protagonista, la solitudine e il fato avverso la catapulteranno in un baratro da un momento all’altro, costringendola a un percorso di risalita impervio dove acquisterà man mano sempre più coscienza di se stessa.

Il filo conduttore che unisce le due donne, oltre alle avversità della vita più o meno marcate e un evidente senso di estraneità verso il nuovo ambiente, è un corso di inglese che entrambe decidono di frequentare, dove si conosceranno sviluppando una sorta di legame. Lungo la vicenda saranno supportate da Paola, una compagna di corso, e dall’affabile professoressa McDonald.

Due tecniche di narrazione

Le due protagoniste hanno tecniche narrative differenti l’una dall’altra: Salima gode nei suoi capitoli di un narratore in terza persona, che tuttavia non è completamente esterno ed oggettivo. Infatti, i vari personaggi hanno tutti dei soprannomi dettati dall’impressione che hanno dato alla protagonista (ad esempio, Sayuri nei capitoli di Salima viene chiamata “riccio”). Di Salima conosciamo la sua quotidianità nella sua interezza, dal risveglio all’alba per andare al supermercato a lavorare fino alla sera, al ritorno dopo il corso di inglese. Per quanto riguarda Sayuri, i suoi capitoli sono strutturati in lettere che lei stessa scrive al suo professore di scrittura creativa, il professor Jones. Abbiamo quindi un’impostazione molto più personale e meno ampia, ma che sicuramente ben si addice a una protagonista acculturata e con la passione della scrittura come lei.

Personaggi di supporto ben sviluppati

Interessante il fatto che non siano solo le storie delle due protagoniste a godere di una introspezione ben sviluppata, ma pure i personaggi secondari vengono approfonditi, permettendo al lettore di avere un quadro completo e di conoscere così ogni loro sfaccettatura.

È il caso di Paola, immigrata italiana e compagna di corso di Salima e Sayuri. Nonostante venga presentata come la classica donna italica in là con gli anni, sempre solare e con un profondo istinto materno, man mano che la trama prosegue si scoprono i suoi problemi e la sua depressione.

Altro personaggio di spessore è il camionista che vive nello stesso stabile di Sayuri. Il suo aspetto spaventoso e il suo passato da carcerato vengono messi in discussione quando rivela di possedere un cuore d’oro. Sarà proprio lui, infatti, a difendere Sayuri dal burbero batterista della porta accanto, e in cambio chiederà alla donna di leggergli qualcosa ogni tanto in quanto impossibilitato dal suo analfabetismo.

Per finire, l’enigmatico direttore di Salima, che malgrado il distacco dettato dal suo ruolo si avvicina lentamente alla donna, finendo per assumere connotati sempre più familiari ed informali.

Il problema della comunicazione

Uno dei temi al centro della vicenda è proprio la comunicazione, e non solo quella puramente dettata dalla sfera linguistica. Salima, per esempio, oltre a dover imparare a comunicare in inglese e far fronte al suo analfabetismo, si ritrova a fronteggiare anche il problema di stabilire un dialogo tra lei e i suoi stessi figli, molto più integrati nella cultura del nuovo paese rispetto alla madre. Questa sorta di barriera generazionale non faciliterà il rapporto familiare, portando Salima vicina alla perdita dei figli.

Sayuri d’altro canto è molto più avanti rispetto alla collega per quanto riguarda l’inglese, ma anche lei non è esente dall’isolamento. Infatti, si percepisce chiaramente il senso di solitudine della donna, che passa le sue giornate praticamente da sola ad accudire la neonata e a frequentare questo corso di inglese. È infatti curioso notare come la lingua in generale per lei non sia un problema, ma ciò non le impedisce di avere sempre questa sorta di “barriera” che le fa avere solo contatti sporadici coi suoi vicini di casa e con le compagne di corso.

Le donne e la loro straordinaria forza

Arrivederci Arancione è un libro dalle tante voci e dalle tante nazionalità, dove emerge chiaramente tutta la forza e la determinazione che una donna, indipendentemente dalla sua provenienza o dalle sue esperienze, può avere per fronteggiare le avversità della vita. Importante anche il tema di attualità trattato: l’immigrazione e l’integrazione all’interno di una nuova cultura estranea, non sempre favorito dall’ambiente circostante e dalla collettività.

Iwaki Kei ci insegna come le avversità che la vita ci propina possono essere sconfitte tramite la solidarietà di chi ci sta intorno, di chi sta probabilmente affrontando una battaglia simile alla nostra indipendentemente dalla diversità di background.

 

— recensione di Matteo Calzati


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Yokomizo Seishi – La locanda del Gatto nero

Risultato immagini per la locanda del gatto nero libro

Autore: Yokomizo Seishi

Titolo originale: Kuronekotei jiken

Editore: Sellerio editore Palermo

Traduzione: Francesco Vitucci

Edizione: 2020

Pagine: 176

Nel giardino della Locanda del Gatto nero affiora un cadavere di donna. È una giovane evidentemente legata agli affari più o meno equivoci del locale ma ha il volto devastato e nessuno può riconoscerla. Un thriller del genere del «delitto senza volto» per il detective Kindaichi Kōsuke, bizzarro investigatore, trasandato, irritante, balbuziente, ma infallibile.

Trama e commento

In un distretto di Tokyo, diventato nel dopoguerra «un pullulare di commerci clandestini», un bonzo del vicino tempio buddista è sorpreso a scavare spasmodicamente nel giardino della Locanda del Gatto nero. Dalla terra affiora un cadavere di donna. È una giovane evidentemente legata agli affari più o meno equivoci del locale ma ha il volto devastato e nessuno può riconoscerla. La polizia si concentra con poca fantasia sugli intrighi adulterini dei due proprietari dell’esercizio, i coniugi Itojima. Il marito sarebbe l’assassino della moglie in complicità con l’amante. Ma alcuni colpi di scena sconvolgono questa ricostruzione. È a questo punto che entra in scena il detective Kindaichi Kōsuke, trasandato, irritante, balbuziente, infallibile: e tutto quanto, da puzzle inestricabile, diventa narrazione coerente.
Spiega l’autore, nella cornice del romanzo – in cui immagina che proprio il detective gli abbia consegnato i documenti per la storia da scrivere – che La locanda del Gatto nero è un thriller del genere del «delitto senza volto». Infatti Yokomizo Seishi è stato il popolarissimo traghettatore nella cultura giapponese della detective story di scuola occidentale; e capace di saldare questa solida tradizione con le paure ataviche e il gusto horror tipici della sua terra. Kindaichi, poliziotto privato giapponese dalla eccentrica personalità e un talento per i misteri irrisolvibili, è esemplare in patria quanto Maigret in Europa.

 

Autore

Yokomizo Seishi (Kobe 1902-Tokyo 1981) dopo aver lavorato nella farmacia di famiglia e in seguito come giornalista letterario, negli anni Trenta del Novecento iniziò a pubblicare i primi romanzi. Con le sue trame di misteri ottenne un grande seguito di lettori divenendo in Giappone modello della crime story.

 

 

In libreria dal 26 Marzo 2020. Già disponibile in prevendita su Amazon e presso i rivenditori online.

Matsumoto Seichō – La ragazza del Kyūshū (1961)

Autore: Matsumoto Seichō

Titolo originale: Kiri no hata

Editore: Adelphi

Collana: Fabula

Traduzione: Gala Maria Follaco

Edizione: 2019

Pagine: 208

 

Kiriko è una giovane vent’enne che, dal lontano Kyūshū, si reca a Tokyo per convincere il celebre avvocato Kinzo Ōtsuka a difendere il fratello accusato, a suo parere ingiustamente, di omicidio. Ōtsuka, per ragioni principalmente di carattere economico, rifiuta il caso poiché la ragazza non è in grado di far fronte all’ingente parcella. Il fratello verrà poi condannato alla pena di morte e morirà in carcere poco prima dell’avvenuta esecuzione. Questo è l’inizio del noir di Matsumoto, dove il rifiuto da parte dell’avvocato segna il cambiamento della giovane ragazza del Kyūshū, dando vita al suo gelido piano di vendetta.

“Tutto il sistema penale è colpevole, se i poveri non possono ottenere giustizia.”

“La ragazza del Kyūshū” di Matsumoto è una storia avvincente e intrigante, caratterizzata da una tensione narrativa che impedisce al lettore di distogliere l’attenzione e lo costringe a rimanere con il fiato sospeso grazie ai numerosi colpi di scena. Attraverso un linguaggio semplice ed essenziale ci addentriamo nel Giappone degli anni 60’, familiarizzando con questa “esotica” altresì seducente realtà, costituita, ad esempio, da ragazze che nei locali notturni intrattengono i clienti attraverso una pura e semplice conversazione, senza alcun fine di tipo sessuale.
Oltre ad essere un giallo, l’opera di Matsumoto presenta un’attenta analisi dei sentimenti più intimi e profondi dei personaggi. Come ad esempio il rimorso da parte dell’avvocato per non aver accettato la causa o il desiderio di vendetta che accompagna la protagonista per tutta la durata del racconto. L’insieme di questi stati d’animo conduce il lettore a riflettere e a porsi delle domande: “Alcuni eventi possono effettivamente tradursi in azioni imprevedibili?”; o ancora: “Il dolore può, in un qualche modo, sfociare in un sentimento di vendetta?”. Possiamo definire Matsumoto Seichō un vero e proprio maestro del giallo, tanto è vero che alcuni gli designano l’appellativo di “Simenon giapponese”.

Seichō Matsumoto (1909-1992) è stato un giornalista e scrittore giapponese. Autore molto conosciuto in patria e vincitore del premio Akutagawa nel 1953, ha scritto oltre 300 romanzi e diversi racconti. È stato pubblicato per tre volte nel Giallo Mondadori: La Morte è in Orario del 1957 è l’opera più conosciuta, seguita da Come sabbia tra le dita del 1961 e Il palazzo dei matrimoni del 1998. Le tematiche dei suoi gialli affondano spesso le radici nei problemi sociali giapponesi, il tutto unito ad una predilezione per l’indagine strettamente logica ed intuitiva. Nel 2018 Adelphi ha pubblicato Tokyo Express, apparso nell’edizione originale nel 1958, da cui è stata tratta nel 2007 la miniserie Ten to sen, con Takeshi Kitano.

— Recensione di Federica Mocci.


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