La gatta, Shōzō e le due donne (1936)

Autore: Tanizaki Jun’ichirō
Titolo originale: 猫と庄造と二人の女 (Neko to Shōzō to futari no onna)
Editore: Neri Pozza
Collana: Le tavole d’oro
Traduzione: Gianluca Coci
Edizione: 2020
Pagine: 128

 

La gatta, Shōzō e le due donne è un romanzo breve del 1936 dello scrittore Tanizaki
Jun’ichirō (1886 – 1965).

La narrazione si apre con la lettera di una donna, Shinako, che scrive a Fukuko, la
nuova moglie del suo ex marito, Shōzō. La donna tenta di convincere Fukuko ad aiutarla
ad ottenere la custodia di Lily, la gatta dell’ex marito a cui lui è terribilmente affezionato,
facendo leva sulla sua gelosia. Nell’attirare a sé la cosa a cui egli è più affezionato, spera
di attirare le sue attenzioni anche su di lei. Shinako rimarrà poi vittima delle sue stesse
macchinazioni, in quanto, una volta portato a compimento il suo piano, non potrà fare a
meno di affezionarsi alla gatta che inizialmente tanto disprezzava.

Tanizaki propone con il romanzo un’analisi della psicologia femminile (e non solo)
originale e piuttosto particolareggiata, illustrata al lettore attraverso una lente di sagace
ironia. L’elemento maggiormente degno di nota è però la descrizione della gatta,
presentata nei minimi dettagli, umanizzata a tal punto di sentirla quasi parlare:

Quando faceva freddo, si insinuava sotto le coperte dalla parte del cuscino e all’interno del
pigiama di Shōzō, scendendo giù fino all’inforcatura delle gambe e poi risalendo di nuovo
su, e non stava ferma finché non trovava la posizione giusta. A volte dava l’impressione di
essersi finalmente sistemata, ma ecco che dopo cinque o dieci minuti ricominciava a
muoversi alla ricerca di una posizione migliore. […] Ma ad ogni minimo movimento
corrispondeva un piccolo cataclisma e, tutte le volte che lui si spostava anche solo di pochi
centimetri, pure lei si agitava infastidita e non si dava pace finché non trovava un altro
spazio in cui infilarsi.

Durante la lettura non si può fare a meno di percepire la passione dell’autore nello scrivere
della gatta: Lily è la protagonista indiscussa della storia, impossibile da non amare. Il
potere che il mondo felino esercita su quello umano è un chiaro esempio dell’importanza
dei gatti nella cultura giapponese, considerati di un’intelligenza e sensibilità unici.

 

— recensione di Giorgia Caffagni.

La ragazza dello Sputnik

Autore: Murakami Haruki
Titolo originale: スプートニクの恋人 (Supūtoniku no koibito)
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Traduzione: Giorgio Amitrano
Edizione: 2013
Pagine: 216

 

Nella primavera del suo ventiduesimo anno, Sumire si innamorò per la prima volta nella
vita. Fu un amore travolgente come un tornado che avanza inarrestabile su una grande
pianura. Spazzò via ogni cosa, trascinando in un vortice, lacerando e facendo a pezzi tutto
ciò che trovò sulla sua strada, e dietro non si lasciò nulla. Poi, senza aver perso nemmeno
un grado della sua forza, attraversò il Pacifico, distrusse senza pietà Angkor Wat e
incendiò una foresta indiana con le sue sfortunate tigri. In Persia si trasformò in una
tempesta del deserto e seppellì sotto la sabbia un’esotica città-fortezza. Fu un amore
straordinario, epocale. La persona di cui Sumire si era innamorata aveva diciassette anni
più di lei ed era sposata. E come se non bastasse, era una donna. È da qui che tutto
cominciò, ed è qui che tutto (o quasi) finì.

La trama

Come si evince dall’incipit del romanzo, La ragazza dello Sputnik racconta la storia di
Sumire, una ragazza poco più che ventenne, con una passione per la generazione Beat e
la scrittura, nonostante non riesca a finire di scrivere nessuno dei libri che inizia.
La storia viene raccontata da un suo amico, innamorato di lei ma non ricambiato.
Sumire è invece innamorata di Myū, un’imprenditrice di origini coreane, di quasi vent’anni
più grande. Anche Myū prova interesse per Sumire, ma c’è qualcosa nel suo passato che
la rende incompleta e le impedisce di amarla come Sumire vorrebbe.
Sumire inizia a lavorare per Myū, e la segue nei suoi viaggi in Francia, Italia e
Grecia, dove improvvisamente scompare. Myū decide quindi di contattare l’amico di
Sumire per avere un aiuto nelle ricerche, e lui si precipita lì. È così che viene a
conoscenza del passato di Myū, fondamentale per intuire dove si trovi Sumire.

Amori, silenzi

Il filo conduttore del romanzo è sicuramente l’amore non corrisposto, che accomuna
tutti e tre i personaggi principali, seppur abbia effetti diversi su ognuno di loro. Se Sumire
mantiene la sua spontaneità e il suo cinismo, e cerca di includere Myū nella sua vita in un
modo o nell’altro, il suo amico è perfettamente conforme alla società, fino a chiudersi
completamente su sé stesso, incapace di esprimere i propri sentimenti. Myū ha invece una
totale inettitudine per l’amore, soprattutto quello fisico.

Murakami racconta la solitudine e l’incomunicabilità dei protagonisti senza mai
renderla esplicita, facendola percepire al lettore tramite dialoghi e silenzi. Il risultato è la
sensazione di essere sospesi, senza avere la certezza di aver compreso a fondo i
personaggi, così come non arrivano mai a comprendersi del tutto tra di loro: si sfiorano,
ma senza afferrarsi mai, continuando a vagare ognuno lungo la propria orbita. Potrebbero
completarsi a vicenda, forse, se solo ci provassero abbastanza, ma non succede mai.

Il finale è l’elemento più controverso: quando Sumire scompare, il narratore
suggerisce che si trovi in un mondo parallelo, dove Myū non è stata cambiata dal suo
passato. Sarà davvero così? Le sarà possibile fare ritorno?

 

— recensione di Giorgia Caffagni.

 

Kitchen (1993)

Autore: Yoshimoto Banana

Titolo originale: キッチン (Kitchen)

Editore: Feltrinelli

Collana: Universale economica Feltrinelli

Traduzione: Giorgio Amitrano

Edizione: 1993

Pagine: 148

 

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.”

Kitchen è il primo romanzo della scrittrice Yoshimoto Banana, che ebbe un immediato successo in Giappone, con oltre 60 ristampe, e fu tradotto in diverse lingue: la prima traduzione fu proprio in italiano, rendendo la Yoshimoto molto popolare nel nostro Paese.

La trama

Kitchen racconta la storia di una ragazza, Sakurai Mikage, che perde l’unica persona che le era rimasta al mondo, sua nonna. Dopo qualche giorno un suo compagno di classe, Yuichi, si presenta alla sua porta e la invita a vivere con lui e sua madre Eriko, transessuale. Mikage ha un’ossessione per le cucine, e dal momento che Eriko e Yuichi hanno la cucina perfetta, accetta la loro offerta. Mentre cucina per loro inizia a sentirsi meglio: i tre si riuniscono nella cucina, priva di tavolo ma piena di nuovi elettrodomestici mai utilizzati, e creano dei ricordi felici insieme. Purtroppo dopo qualche mese Eriko muore.

A questo punto il rapporto tra Mikage e Yuichi diventa complicato, difficile da definire. Si prendono cura l’uno dell’altro poiché entrambi orfani: nessuno dei due ha più una famiglia, e si ritrovano ad essere l’uno per l’altro il fratello, l’amante, la madre, il padre, l’ amico, evitando alcun tipo di etichetta.

Stile e personaggi

I rapporti tra i personaggi nel romanzo sono ambivalenti, decisamente non tipici di una società eteronormativa. Questo incoraggia il lettore a riflettere sul significato di famiglia, casa e identità di genere: nonostante la perdita della famiglia naturale, è possibile sceglierne un’altra, seppur magari diversa. L’autrice suggerisce un tipo di famiglia insolito, suggerendo un amore incondizionato e senza confini.

Un altro aspetto degno di nota è il modo sottile in cui Yoshimoto Banana inserisce il surrealismo nella vita di tutti i giorni: i suoi personaggi fanno gli stessi sogni e si leggono nella mente, lasciando percepire al lettore l’atmosfera magica e onirica in cui vivono. Al tempo stesso, però, nello sfondo sono presenti dettagli che permettono di collocare la storia in un’ambientazione reale, come gli elettrodomestici che stavano diventando sempre più popolari nel Giappone consumista degli anni ’80.

Lo stile, ispirato allo shōjo manga, è semplice e fresco, rendendo la lettura scorrevole e veloce. La Yoshimoto stessa affermò che percepiva i propri scritti come prodotti commerciali, e di voler i propri libri precedenti rimossi dagli scaffali dei negozi non appena pubblicasse un libro nuovo.

— recensione di Giorgia Caffagni.