2017-18年・隆盛日本映画観賞会 FESTIVAL DEL CINEMA GIAPPONESE TAKAMORI (3)

 

 

小川の辺

Ogawa no hotori – Sulle Sponde del Fiume

(Giappone, 2011)

Diretto da: Shinohara Tetsuo

Con: Noriyuki Higashiyama, Rinko Kikuchi, Yumi Endo

Durata: 104 minuti

Lingua: giapponese

Sottotitoli italiani di: Enrico Fiore

Supervisione sottotitoli: Francesco Vitucci

Sala Eventi, Mediateca di San Lazzaro di Savena (BO), Lunedì 11 dicembre 2017 ore 20,30

Basato sul romanzo scritto da Fujisawa Shuhei, Ogawa no hotori è un film del 2011 diretto da Shinohara Tetsuo. In un Giappone medievale, dove il codice di comportamento e di etichetta valgono più della propria vita, Sakenosuke, un samurai della nobile casata Inui, viene incaricato di andare alla ricerca di un ex-funzionario del clan a cui appartiene, Sakuma Morie, che ha gettato disonore all’interno del clan criticando l’operato del suo signore e il suo oscuro consigliere, colpevole secondo Sakuma di aver gettato i villaggi di dominio del clan in una grave crisi agricola. Obiettivo di Sakenosuke sarà ovviamente viaggiare per conto del suo signore e vendicarlo, condannando Sakuma a morte. Ma il risvolto della vicenda non è scontato, dal momento che la devota moglie di Sakuma è Tazu, sorella minore di Sakenosuke, una donna risoluta capace di andare persino contro il suo stesso fratello, pur di proteggere il suo amato. Una storia di guerrieri, vendetta, squisitamente giapponese, ma arricchita dalla forte connotazione psicologica data ai personaggi e ai rapporti che intercorrono tra di loro. Tutto ciò fa di Ogawa no hotori una storia avvincente e che vale decisamente la pena di godersi.

TAKUYA KURODA (Big out of Japan)

 

Dal Giappone, una ventata di aria nuova nella scena Jazz americana. Takuya Kuroda, Trombettista Jazz Nato il 21 febbraio 1980 a Kobe

Takuya Kuroda non è decisamente il nome che ci si aspetterebbe di trovare in un volantino di un Jazz bar di Boston ma come ormai ci ha abituati a riconoscere in più di un secolo di stratificazioni e mix culturali il Jazz non parla una sola lingua e questo artista ne è la perfetta dimostrazione. Nato a Kobe e formatosi musicalmente assieme al fratello maggiore il giovane Takuya Kuroda ha avuto fin da subito una spiccata propensione per lo strumento che lo accompagnerà nella sua brillante carriera… la tromba, ed è proprio con il fratello maggiore (anch’egli trombonista) che muove i primi passi nella scena musicale locale giapponese suonando nelle big bands. Tuttavia la limitata scena locale giapponese comincia ben presto a stargli stretta.

Dopo aver studiato musica in Giappone infatti il giovane artista prende il primo volo per Boston e comincia a frequentare il Berklee College of Music dove, oltre ad affinare la propria tecnica, stringe uno stretto rapporto di collaborazione con gli altri artisti che militano nella scena Jazz underground di Boston tra i quali il cantante José James che lo invita a registrare con lui il proprio album ” Blackmagic” nel quale Kuroda si occupa degli arrangiamenti degli ottoni e ovviamente non manca di far sentire la voce della sua tromba. Mossi questi primi passi a Boston è il turno di New York nel 2006 dove si iscrive al New School’s Jazz and Contemporary Music program che gli permette di immergersi nella frizzante e cosmopolita scena Jazz newyorkese e che ovviamente porta con se grandi opportunità e collaborazioni con altri artisti fra i quali: Junior ManceGreg TardyAndy EzrinJiro YoshidaAkoya AfrobeatValery Ponomarev ed è proprio qui che l’artista riesce nel 2011 ad ultimare il suo primo album indipendente ” Edge” dove lascia esplodere tutta la sua creatività e dove sono fortissime le influenze tipiche delle big bands dove fin da giovanissimo aveva suonato con il fratello. Sempre a New York pubblicherà i successivi due album ” Bitter & High” e “Six Aces” nel 2012 che trasmettono un animo “vintage” ed influenze che spaziano dal Bebop al Soul ma è nel 2014 con il ritorno della collaborazione con José James che Kuroda riuscirà finalmente ad uscire dalla penombra della scena indipendente e ad attuare un’evoluzione stilistica che si rivelerà vincente.

“RISING SON” 2014

Con questo quarto album (pubblicato dalla Blue Note Records) Takuya Kuroda sperimenta con generi molto lontani dalle prospettive più tradizionali alle quali aveva abituato la sua audience andando a fondere elementi hip hop, afro-beat, funky e blues e soprattutto soul che portano un’impostazione decisamente più ritmica e “groovy” soffiando un vento di novità nella scena Jazz che lo aveva accolto e che per prima aveva fatto da palcoscenico al poliedrico artista di Kobe. In Rising Son queste forti influenze sono evidenti fin da subito ascoltando l’album che si presenta come una perfetta colonna sonora di ritmi avvolgenti e frizzanti legati assieme dall’incredibile e onnipresente voce sia soft che tagliente della tromba di Kuroda. Una tromba che permea ogni brano con fraseggi ed assoli dal sapore classico e moderno allo stesso tempo, senza in alcun modo eclissare gli altri strumenti e creando un perfetto equilibrio fra ritmo e melodia. Così si presenta l’album Rising Son.

Cover dell’album Rising Son, Takuya Kuroda. Blue Note Records 2014

In conclusione cosa aggiungere…  al di là di quelli che possono essere i tecnicismi sulla musica di questo artista, gli stili che la compongono o il suo apporto alla scena musicale newyorkese direi che tutto si può riassumere in una frase che lo stesso Kuroda ha rilasciato in una delle sue interviste: “I just wanna feel good when playing“. Insomma, non diventare “Big in Japan” ma negli States non è impresa facile e spero vivamente che Takuya Kuroda continui ad allargare il proprio cerchio di estimatori, se non altro spero almeno che questa breve recensione possa aiutare!

  • LINK UTILI:

(Marco Manfroni)

UNA STORIA CRUDELE – Natsuo Kirino

Autore: Kirino Natsuo
Editore: Giano
Traduzione: G. Coci
Collana: Blugiano
Anno edizione: 2011
Pagine: 235

Una lettera improvvisa da parte di Kenji.
Un evento che, dopo tanti anni, sconvolge la vita dell’ormai affermata scrittrice giapponese Koumi Narumi, riportando a galla i fantasmi di un trauma subito e mai veramente dimenticato. E poi un dattiloscritto intitolato “Una storia crudele” lasciato nel computer per il marito. Così Koumi fa perdere tracce di sé, lasciando soltanto quel racconto autobiografico in cui svela ciò che successe ad essa stessa molti anni prima quando era ancora una bambina, e il suo nome era Keiko.
Questo è l’espediente che Kirino Natsuo utilizza per rendere originale una storia morbosa e perversa che potremmo definire quasi un “metalibro”, un racconto nel racconto, in cui le voci narranti sono molteplici e si mescolano a creare un senso di sospensione tra finzione e realtà, in un gioco di bilance dove l’ago oscilla tra la verità romanzata di Keiko/Koumi, la verità espressa nella lettera di Kenji, e la verità del marito che, nel consegnare il dattiloscritto all’editore, ne svela l’inverosimilità dei fatti narrati.
Keiko ha soltanto 10 anni quando, finita scioccamente a vagare di notte in un quartiere di provincia ,viene rapita da un aberrante operaio venticinquenne di nome Kenji, che la terrà con sé per più di un anno. Un anno di prigionia raccontato in prima persona dalla scrittrice ancora bambina, Keiko, in cui alla fine dei conti è il gioco d’ombre tra realtà e fantasia a farne da protagonista e da collante per tutto il romanzo. Un anno in cui la ragazzina racconta le oscenità subite a causa dello psicopatico Kenji, il rapporto malsano che col tempo si instaura tra i due, nemici di giorno e amici di notte, e le speranze che aveva riposto in Yatabe, vicino di casa di cui la bambina era a conoscenza e che idealizzava come possibile salvatore. Speranze che vengono totalmente distrutte nel momento in cui scopre la complicità di Yatabe con Kenji, il quale lo lasciava spiare le atrocità commesse su di Keiko da un foro in una parete.
Un mistero che si infittisce pagina dopo pagina, che si intreccia in psicologismi a volte incomprensibili e a volte osceni, e che allo stesso tempo si riempie di buchi, colmati nel romanzo dalla fantasia della bambina, e nella realtà da quella del lettore. Dopo la liberazione, la bambina rifiuterà ogni forma di collaborazione nel rendere noti i fatti avvenuti durante quei tredici mesi, quasi a voler conservare in modo pudico gli ultimi stracci di dignità che sente rimasti. Il trauma e l’impossibilità di superarlo fa sì che la ragazzina veda ogni cosa come doppia, ambivalente: la madre, il padre, i vicini, i compagni. Tutti i personaggi hanno una doppia natura per cui è impossibile fidarsene del tutto. Persino i genitori, il medico, gli investigatori hanno due facce così come l’aguzzino era cattivo di giorno e buono di notte. Ma anche la bambina, io narrante, ha una doppia identità. Odia Kenji ma contemporaneamente lo ama, gli è amica. La vittima diventa anche lei inaffidabile per il lettore: è incapace di dire tutta la verità senza cambiarla. Una lettura dal meccanismo tortuoso, ma ben sviluppato, che vi terrà incollati dalla prima all’ultima pagina!

(Recensione di Gioia Pettinari)

“WE ARE X”: LA DRAMMATICA STORIA DEGLI X JAPAN

 

Gli X Japan sono senza dubbio il gruppo rock più celebrato ed influente che il Giappone abbia mai avuto. Molte altre band giapponesi a seguire si sono ispirate allo stile visuale e musicale degli X, ed il rock in Asia non sarebbe lo stesso senza di loro. La loro popolarità raggiunse un livello tale che nel 1999 l’imperatore Akihito affidò al leader del gruppo, Yoshiki Hayashi, la composizione di un brano per il decimo anniversario della sua incoronazione (che si intitola, appunto, “Anniversary”).

Gli X Japan hanno avuto ed hanno ancora un impatto emotivo molto forte sui propri fan, che vi sembrano legati da una sorta di cordone ombelicale. Molti di questi furono assaliti da sconforto e disperazione quando nel 1998 Hideto “Hide” Matsumoto, uno dei due chitarristi del gruppo, morì prematuramente in circostanze mai del tutto chiarite. Alcuni di questi arrivarono addirittura al suicidio. Nel mondo occidentale, reazioni così estreme si sono verificate probabilmente solo alla morte di Michael Jackson, in seguito alla quale dodici persone si tolsero la vita, impossibilitate a convivere con il dolore derivante dalla sua perdita. In una società estremamente rigida e conservativa come quella giapponese degli anni ’80, gli X Japan hanno rappresentato un fenomeno di rottura attraverso esibizioni musicali rivoluzionarie per l’epoca, dando origine al “Visual Kei”, un movimento che attribuisce al lato visuale di una performance musicale un’importanza pari quasi a quella della musica stessa, in maniera non troppo dissimile da quanto fatto sul finire degli anni ’70 dal movimento glam in occidente, portato avanti da artisti del calibro di David Bowie, Alice Cooper e Kiss. A livello musicale, le composizioni degli X Japan in alcuni casi si avvicinano al power-metal sinfonico e allo speed-metal (un sottogenere dell’heavy-metal particolarmente rapido ed aggressivo), in altri prendono la forma di ballads melodiche, che vertono su semplici e malinconici giri di piano. Il loro brano più lungo, “Art of Life” (29 minuti di durata), è considerato uno dei pezzi più importanti della storia del rock asiatico grazie al suo trascendere qualsiasi convenzione di genere musicale, fondendo power-metal sinfonico, musica classica, heavy-metal e prog-metal in un unico calderone, il cui risultato è un mix di sensazioni contrastanti che spaziano dalla malinconia alla speranza, dalla follia alla rinascita. Alla luce di queste premesse, descrivere nel dettaglio la storia degli X Japan necessiterebbe di molti approfondimenti, e sintetizzare più di vent’anni di carriera in un’opera cinematografica è operazione di una certa complessità.

“We Are X”, documentario musicale diretto da Stephen Kijak, si propone di narrare la storia del gruppo giapponese, partendo dal presupposto che la stragrande maggioranza del pubblico occidentale non ne ha mai sentito parlare. Lo fa sia attraverso uno sguardo ravvicinato sulla vita di Yoshiki Hayashi, fondatore degli X Japan nonché batterista, pianista e compositore della quasi totalità dei pezzi del gruppo, che per mezzo di una serie di interviste rilasciate non solo agli attuali membri della band, ma anche a produttori discografici, ex-componenti del gruppo ed altri artisti che hanno avuto a che fare in certa misura con gli X, come David Bowie e Marilyn Manson. Ad essere al centro di questa pellicola è quasi interamente la figura di Yoshiki, che nei vari spezzoni di intervista espone il suo dolore e la sua sofferenza, raccontando per filo e per segno i drammi interpersonali che hanno caratterizzato la sua esistenza e quella della band stessa. Nell’ osservare una rappresentazione del dolore così esplicita e senza filtri, si potrebbe avere la sensazione di trovarsi di fronte ad una messa in scena quasi artificiosa delle vicissitudini personali del compositore giapponese, come se il documentario cercasse volutamente di suscitare compassione nello spettatore ed i drammi fossero solo uno strumento per attirare la sua attenzione. Quest’impressione viene meno soltanto se si prende consapevolezza della particolare attitudine con cui i componenti degli X Japan vivono la propria vita ed il modo diretto in cui incamerano ed esternano le proprie emozioni: nei loro show capita infatti non di rado di vedere Yoshiki piangere durante uno dei suoi giri di piano oppure Toshi intonare un pezzo tra i singhiozzi, seguito puntualmente dal boato della folla. Queste situazioni in Occidente non sono affatto comuni, soprattutto in concerti heavy metal, in cui le lacrime sul palco rappresentano un fenomeno più unico che raro. L’ attitudine teatrale, a tratti melodrammatica, con cui gli X Japan conducono i loro show si riflette coerentemente anche nel modo in cui la loro storia viene raccontata dal leader del gruppo. Yoshiki non trattiene il pianto quando parla della scomparsa di Hide, e, nel descrivere il proprio dolore fisico derivante dai ripetuti sforzi nel suonare la batteria, mostra dinanzi alle telecamere le radiografie delle varie parti del corpo danneggiate. A questa messa in scena quasi patetica della propria sofferenza si accompagna un’attitudine invece riservata, che si evince dalla scelta del compositore di non aprirsi su questioni interne alla band (come la cacciata dal gruppo del talentuoso bassista Taiji Sawada) e dalla totale omissione della propria sfera interpersonale e relazionale, che non trova alcuno spazio in questo documentario. Ciò che viene invece messa a nudo è la sua interiorità, che si barcamena tra due poli apparentemente distanti, ma in realtà complementari: rabbia da un lato, incarnata da colpi di batteria tirati a velocità supersoniche, e malinconia dall’altro, che si materializza in giri di piano melodici che compongono i pezzi più lenti del gruppo. Non si può fare a meno di notare che nel lavoro di Kijak la carriera musicale degli X Japan assume un ruolo di secondo piano rispetto alla messa in scena delle loro vicissitudini: si parla infatti poco della composizione dei singoli brani (solo qualche menzione ad “Art of Life”) e non viene mai neppure citato il titolo di un album.

Nel corso di questa pellicola musicale non viene rivelato quante copie i cd degli X Japan abbiano venduto in terra natia, né quando hanno raggiunto l’apice del successo e della popolarità. Inoltre, ad essere esplorate sono soltanto la vita di Yoshiki e quella di Toshi. Heath, attuale bassista degli X Japan (subentrato a Taiji Sawada nel ’92), compare solo in qualche breve intervista, così come Tomoaki “Pata” Ishizuka, chitarrista e membro storico degli X Japan. I contorni della figura di Hide, carismatico chitarrista del gruppo, personalità enigmatica e complessa, vengono sapientemente delineati, ma mai approfonditi. Nonostante l’incompletezza e la parzialità della prospettiva assunta, “We Are X” ha il merito di introdurre a dovere la band al pubblico occidentale, offrendogli la possibilità di lasciarsi colpire da una storia incentrata non sul successo, sulla gloria e sulla popolarità della band, bensì su un profondo senso di perdita e sofferenza scaturito dalle vicende interpersonali dei membri del gruppo. E’ proprio da queste sensazioni che muove la necessità compositiva e l’attitudine romantica del compositore Yoshiki Hayashi, per cui l’arte rappresenta l’unico modo per colmare quel senso di vuoto che da sempre lo accompagna. Se “We Are X” per certi versi non è che il riepilogo della storia degli X Japan, per altri rappresenta invece il preludio della parabola della band in Occidente, che è appena agli inizi. In quale misura riusciranno a far presa in Europa ed America non è dato saperlo.  Quel che è sicuro è che Yoshiki Hayashi proverà in tutti i modi ad esportare la sua creatura anche qui da noi, cercando di realizzare i sogni incompiuti di successo overseas di Hide e Taiji, e di ricordare a noi e a sé stesso che la storia degli X Japan non è ancora finita.

(Recensione di Carlo Di Gaeta)

2017-18年・隆盛日本映画観賞会 FESTIVAL DEL CINEMA GIAPPONESE TAKAMORI (2)

 

歓待

Hospitalité
(Giappone, 2010)

Film diretto da Fukada  Kôji

Con: Kiki Sugino, Kanji Furutachi, Bryerly Long

Durata: 103 minuti

Lingua originale, sottotitoli a cura di: Michele Zangheri

Controllo sottotitoli: Francesco Vitucci

 

Sala Eventi, Mediateca di San Lazzaro di Savena (BO), Lunedì 13 novembre 2017 ore 20,30

 

La famiglia Kobayashi conduce una vita discretamente tranquilla, portando avanti la propria attività di stampa. Mikio, il gestore, padre della bambina Eriko, marito (con secondo matrimonio) di Natsuki, e fratello maggiore di Seiko, un giorno vedrà entrare nella propria vita un uomo apparentemente innocuo, Kagawa. Tuttavia, si sa che l’apparenza inganna. Kagawa si presenta dicendo di essere un vecchio amico di famiglia e sostiene di aver visto il piccolo parrocchetto perduto dalla piccola Eriko. Con questo escamotage riuscirà ad intrufolarsi sempre più in casa dei Kobayashi, mettendo sotto scacco l’intera famiglia per offrire ospitalità alla sua presunta moglie, Annabelle, ed alla sua famiglia (decisamente allargata).