Yorushika – Makeinuni encore wa iranai (2018)

Yorushika (ヨルシカ) è un un gruppo musicale giapponese nato nell’aprile 2017 composto dal chitarrista, dal compositoren-buna e dalla cantante Suis. Fin da subito hanno creato scalpore in Giappone, comparendo spesso tra i migliori nuovi 5 artisti del paese. Il loro genere è il pop-rock e fino ad oggi hanno pubblicato 3 album e 2 mini-album:

-Natsuzuka ya jama o suru, 2017 (Mini LP)

-Makeinuni encore wa iranai, 2018 (Mini LP)

-Dakara boku wa ongaku o yameta, 2019

-Elma, 2019

-Tōsaku, 2020

Oggi parleremo del Mini LP intitolato Makeinuni encore wa iranai (負け犬にアンコールはいらない), rilasciato il 5 maggio 2018. L’album rimane coerente con il loro genere musicale principale: il pop-rock. Sei delle nove tracce presenti sono molto vivaci e ascoltandole è facile riuscire a ricrearle come immagini nella nostra mente. Le altre tre tracce, invece, sono brevi pezzi strumentali della durata di circa un minuto e le possiamo trovare all’inizio, in mezzo e in chiusura dell’album.

Titolo: Makeeinuni encore wa iranai (負け犬にアンコールはいらない

Anno di rilascio: 2018
Tracce: 9
Durata: 28 min. 45 sec.

Tracklist:

  1. Past Life (前世)
  2. A Loser Doesn’t Need an Encore (負け犬にアンコールはいらない)
  3. Compulsive Bomber (爆弾魔)
  4. Hitchcock (ヒッチコック)
  5. Falling (落下)
  6. Semi-Transparent Boy (準透明少年)
  7. Just a Sunny Day for You (ただ君に晴れ)
  8. Hibernation (冬眠)
  9. Summer, Bus Stop, Waiting for You (夏、バス停、君を待つ)

 

Come già accennato, l’album si apre con una traccia strumentale: Past Life (前世), la quale è molto delicata e mette l’ascoltatore a proprio agio. Dopodichè si salta subito in delle tracce pop-rock particolari e suggestive, infatti in A Loser Doesn’t Need an Encore (負け犬にアンコールはいらない), la seconda traccia, si sentono dei versi di animali che ricreano un’atmosfera unica. Tuttavia, ad affascinare l’ascoltatore è anche la voce molto fine e calmante di Suis, la cantante, la quale emerge particolarmente nel brano Hitchcock (ヒッチコック).

 

—- recensione di Marta Bonfiglio

 

Meitei – Kwaidan (2018)

Meitei è un compositore e producer di Hiroshima. Su di lui non sappiamo molto, ma sicuro è il suo obiettivo: riportare l’ascoltatore in un’atmosfera ormai perduta. I suoi lavori si ispirano infatti al folklore giapponese e all’estetica ukiyo-e, talvolta rilette con un tocco di ironia come nell’ultimo album Kofū (2020).

Sonorità ambient si mischiano a fruscii, voci, suoni della natura e al parlato/canto. Con un attento ascolto, si può comprendere quanto tutto ciò sia curato nei minimi dettagli a un livello quasi maniacale, da renderlo in un primo momento alienante, ma totalmente immersivo. Per questo possiamo riconoscere come Meitei non sia solo un compositore, ma anche un sound designer.

La sua discografia conta altri due album, Kwaidan (2018) e Komachi (2019). Il primo, ben accolto dalle critiche, è stato secondo Pitchfork uno dei migliori album sperimentali dell’anno. Il secondo è in tutto e per tutto ispirato al concetto di mono no aware e alla morte della nonna a 99 anni. Il termine Komachi è designa una grande bellezza femminile.

Oggi vi parliamo di Kwaidan, caratterizzato da un mood molto differente dagli altri due lavori.

Titolo: Kwaidan (怪談)

Anno di rilascio: (2018)

Casa discografica: Meitei (autoprodotto) /Evening Chants

Tracce: 9

Durata: 35 minuti

 

Tracklist

  1. Sazanami / 漣
  2. Curio / 骨董
  3. Touba / 塔婆
  4. Jizo / 地蔵
  5. Aoyagi / 青柳
  6. Moryo / 魍魎
  7. Sankai / 山怪
  8. Shoji / 障子
  9. Mushiro / 筵

 

Si tratta di un album molto più tetro rispetto ai successivi. La tematica centrale ruota intorno a yokai e yurei, mostri e spettri, e questa si riflette profondamente nel sound. Suoni sinistri fanno da sottofondo a canti/sample con parole ripetute e ben scandite, quasi a ricordare qualche forma di rituale ormai perduta.

Il titolo significa letteralmente “storie di spettri” e effettivamente l’atmosfera che si crea è quella di una notte estiva trascorsa a leggere tali storie, magari nei pressi di una foresta o una fonte d’acqua.

Il processo di creazione dell’album si è svolto in tarda notte per uno studio più accurato del sound e del concetto che Meitei voleva ottenere.

Meitei è un artista giovane e interessante, e Kwaidan è un debutto sperimentale, fortemente consigliato per gli amanti dell’ambient.

 

—recensione di Eleonora Cuccu.

Ichiko Aoba – Windswept Adan (2020)

Ichiko Aoba (青葉市子), nata nel 1990 a Urayasu, nella prefettura di Chiba, è una cantautrice giapponese.
Esordisce nel 2010 con l’album Kamisori Otome e da allora ha pubblicato 6 album:

-Origami (檻髪), 2011
-Utabiko (うたびこ), 2012
-0, 2013
-Mahoroboshiya (マホロボシヤ), 2016
-Qp, 2018
-Windswept Adan (アダンの風), 2020

La sua produzione è prettamente folk e ambient, con sfumature pop/rock. Tratti distintivi quali chitarra classica onnipresente e voce delicata ed eterea la rendono un’artista unica nel panorama musicale giapponese. Come affermato da lei stessa, la sua musica è ispirata dalle colonne sonore Disney e dello Studio Ghibli, e trae l’ispirazione per i suoi testi dai suoi sogni.
Vanta inoltre di importanti collaborazioni: Ryuichi Sakamoto, Haruomi Hosono, Cornelius sono solo alcuni tra questi. Oltre a produzioni musicali proprie, ha creato musiche per videogiochi, anime e teatro.
Oggi parleremo del suo ultimo album, Windswept Adan, pubblicato nel 2020 per la prima volta sotto la sua etichetta musicale hermine.

Ci sono stati molti pareri discordanti su quest’album, da molti accolto positivamente, da altri, come i fan di lunga data della cantautrice, è invece visto come troppo distante dalla sua solita produzione.
Infatti, Windswept Adan per molti versi si avvicina ad essere un album più experimental che tradizionalmente folk, ma in realtà non è altro che un punto di forza per essere considerato uno dei migliori dischi ad essere pubblicati nel 2020.
Titolo: Windswept Adan (アダンの風)
Anno di rilascio: 2020
Etichetta: hermine
Tracce: 14
Durata: 50 minuti

Tracklist

1. Prologue
2. Pilgrimage
3. Porcelain
4. Horo
5. Easter Lily
6. Parfum d’étoiles
7. Kirinaki Shima
8. Sagu Palm’s Song
9. chinuhaji
10. Chi no Kaze
11. Hagupit
12. Dawn in the Adan
13. ohayashi
14. Adan no Shima no T anjyosai

L’album si apre con Prologue, 4 minuti e 55 di una magia di suoni perfettamente sovrapposti: l’organo, il flauto, la sua voce che risuona in lontananza, il tutto avvolto dal suono delle onde del mare. Suoni registrati da lei stessi, nella costa Honohoshi dell’isola subtropicale di Amami. Il mare che non è altro il concept di tutto l’album, a partire dalla stessa copertina e dal fatto che riesce a cullarti e quasi ti porta in un viaggio subacqueo, ovattando il mondo esterno. Il disco vede intramezzi strumentali, come nel caso di Parfum d’étoiles, chinuhaji fino ad arrivare a  ohayashi, che vanno a creare un vero e proprio climax.
Horo e Kirinaki Shima vedono vocalizzi a cappella e suoni effimeri, e tracce come Pilgrimage, Porcelain e Easter Lily sfociano nel chamber folk con delicati suoni di chitarra e percussioni non proprio convenzionali; con Sagu Palm’s song e Dawn in the Adan ritroviamo i suoni propri della cantautrice che rimandano ai dischi precedenti.
In Chi no Kaze e Hagupit, la delicata presenza di chitarra e violini e gli estesi vocalizzi ci preparano all’ultima traccia dell’album, Adan no Shima no Tanjyosai. Inizialmente c’è solo la presenza della voce e la chitarra che l’accompagna, ma presto viene affiancata da archi, poi flauti: ogni strumento si sovrappone discretamente fino a quando tutto finisce con il suono delle onde.
Inizia col mare, finisce col mare, ma la voglia di immergersi e riascoltarlo, quella non finisce.

 

—recensione di Anna Maria Meccariello.

 

 

OGRE YOU ASSHOLE

Gli OGRE YOU ASSHOLE sono una band indie rock giapponese costituita, originariamente, nel 2001 da Manabu Deto e il fratello maggiore. Con un inizio turbolento, a causa dei diversi cambi di formazione (ora affidata allo stesso Manabu, Kei Mabuchi, Takashi Katsuura e Takashi Shimizu), e un cambio radicale dello stile musicale (nascevano sotto il nome Joy Division di e come cover band dei Nirvana), pubblicano il loro primo lavoro, AlphaBeta vs. Lambda (アルファベータvs.ラムダ), grazie alla casa discografica indipendente OYA nel 2007, abbracciando lo stile indie e alternative rock.

Grazie alle loro sonorità chill, alternate dalla chitarra elettrica e dalla voce squillante del cantante, riescono a farsi strada nel mondo della musica, accompagnando band del calibro dei Foo Fighters o degli Asian Kung-Fu Generation e firmando un contratto con l’etichetta VAP nel 2009. Lo stesso anno pubblicano l’EP Pinhole (ピンホール), la cui omonima canzone venne scelta come sigla finale dell’anime Beyond the Heavens (Sōten Kōro) e il cui video musicale venne inciso nel DVD dell’album Foglamp (フォグランプ), sempre del 2009.

La loro produzione conta, al momento, 9 album (OGRE YOU ASSHOLE (2005); AlphaBeta vs. Lambda (アルファベータvs.ラムダ) (2007); Foglamp (フォグランプ) (2009); homely (2011); 100-nengo (100年後) (2012); Confidential (2013); Papercraft (ペーパークラフト) (2014); Handoruwo Hanasu Maeni (ハンドルを放す前に) (2016); Atarashii Hito (新しい人)(2019)) e svariati EP di cui Shiranai Aizu Shiraseru Ko (しらないあいずしらせる子) (2008) e Ukareteiru Hito (浮かれている人) (2010); la canzone con più ascolti è Mata Ashita (また明日) (Alternate Version) dell’album Confidential, in cui il sound indie rock della band si interseca a diversi strumenti a fiato, i quali si amalgamano perfettamente in una melodia molto leggera, orecchiabile e innovativa, che pur mantiene lo stile che contraddistingue il quartetto.

Il loro insolito nome ha una storia ancor più insolita. Il terzetto originale era grande fan della band Modest Mouse che, nel lontano 2001, stava intraprendendo un tour in Giappone e durante il quale arrivò anche nella prefettura di Nagano. Una di quelle sere, i tre incontrarono i Modest Mouse in un locale di Matsumoto e chiesero proprio a quest’ultimi di aiutarli nella scelta del nome della band. Pare che il bassista Eric Judy, mentre era ubriaco, scrisse OGRE YOU ASSHOLE sul braccio della ex batterista Arata Nishi, dando così il nome ufficiale al terzetto.

—recensione di Giacomo Dima.

Kinoko Teikoku – Long Goodbye (2013)

I Kinoko Teikoku (lett. “Impero dei funghi”) sono stati un gruppo shoegaze/dream pop formatosi nel 2007. Sono uno dei gruppi più conosciuti all’estero della scena indie giapponese, grazie al mix tra shoegaze tradizionale e ampiezza del range vocale di Satō Chiaki (voce, chitarra). I restanti membri del gruppo erano A-chan (chitarra, tastiera), Taniguchi Shigeaki (basso) e Nishimura Kon (batteria). Tale formazione è durata fino al 2019, anno in cui Taniguchi ha deciso di abbandonare per dedicarsi alla famiglia, mentre Satō si è concentrata sul suo progetto musicale solista e sulla sua carriera da attrice.

Il gruppo vanta 5 album, un mini album e 2 EP. Se inizialmente il sound era più tipicamente shoegaze e indie rock, nel corso del tempo questo si è avvicinato progressivamente al più accessibile pop rock. Da non perdere l’album del 2013 Eureka e l’EPロンググッドバイ (Long Goodbye), di cui vi parleremo oggi.

Titolo: ロンググッドバイ (Long Goodbye)

Anno di rilascio: 2013

Casa discografica: U.K. Project

Tracce: 5

Durata: 20 minuti

Tracklist

  1. ロンググッドバイ (Long Goodbye)
  2. 海と花束
  3. パラノイドパレード
  4. FLOWER GIRL
  5. MAKE L

 

L’EP si apre con una title track eterea, caratterizzata da chitarre distorte e dalla voce leggera e delicata di Satō: elementi, questi, che si ritrovano per tutte le altre tracce, così come la fine dell’amore, tematica ricorrente. Altro elemento ricorrente sono i fiori: nella copertina, il motivo floreale blu citato in パラノイドパレード (Paranoid Parade); il bouquet “stretto al petto” nella seconda traccia 海と花束 (lett. The Sea and the Bouquet) e infine FLOWER GIRL, dalla lunghezza di sette minuti, dal ritmo più lento e dai toni lievemente ambient e psichedelici. Questa traccia racchiude perfettamente il concetto di questo EP che, senza pretese, ha l’aria di un dolce vento primaverile. Perfetto come introduzione alla band, o anche a chi vuole solo farsi cullare agli inizi di marzo.

 

 

—recensione di Eleonora Cuccu.

back number – MAGIC (2019)

I back number sono un gruppo pop rock formato nel 2004 da tre compagni del liceo della prefettura di Gunma. Dal 2006, il gruppo è composto da Shimizu Iyori (voce e chitarra), Kojima Kazuya (basso e seconda voce) e Kurihara Hisashi (batteria).

La loro discografia è composta da otto album e numerosi singoli, tra cui due produzioni in particolare hanno contribuito maggiormente al loro successo: il singolo Christmas Song, al primo posto della classifica Billboard Japan Hot 100 nel 2015, e il loro album più famoso: Encore (アンコール), che ha raggiunto i primi posti fra i dischi più venduti del 2017.

Il loro ultimo album, MAGIC, di cui vi parleremo oggi, rappresenta in gran parte lo stile della loro produzione, ma introduce alcune novità che lo rendono particolarmente interessante.

Titolo: MAGIC

Anno di rilascio: 2018

Casa discografica: Universal Music Japan

Tracce: 12

Durata: 47 minuti

 

Tracklist

  1. 最深部
  2. Summer Wonderland
  3. 瞬き
  4. 明るい夜に
  5. Artist
  6. Old Fashion
  7. Loneliness
  8. 雨と僕の話
  9. Exhibition Death Match
  10. Monaural Fantasy
  11. Happy Birthday
  12. 大不正解

Nell’album si susseguono brani squisitamente rock, come 最深部 (Saishinbu), Artist, Loneliness o Exhibition Death Match nei quali la chitarra elettrica e la batteria sono protagoniste della creazione di un ritmo veloce, incalzante, e talvolta prevalgono rispetto alla voce in assoli che introducono o seguono il ritornello. I ritmi rock sono spezzati da brani come 瞬き (Mabataki),  明るい夜に (Akarui yoruni) o Old Fashion nei quali la presenza di questi strumenti si attenua, in uno stile più pop che lascia ampio spazio alla voce di Shimizu, a volte accompagnata anche da pianoforte e chitarra acustica, in particolare in 雨と僕の話 (Ame to boku no hanashi). Qui la voce acquista un ruolo fondamentale, ed è questo il brano nel quale possiamo apprezzare al meglio l’abilità del cantante nel continuo passaggio da voce di petto a voce di testa, attraverso il quale riesce a trasmettere alla perfezione tutta l’emozione racchiusa nel testo.

 

Questo alternarsi di rock, pop e ritmi più acustici è ciò che caratterizza la produzione dei back number, ma in questo album il divario fra i generi si fa molto più accentuato. Rispetto al loro disco più conosciuto, Encore, questa volta troviamo infatti una maggiore presenza di brani rock, nei quali le caratteristiche proprie del genere emergono in modo molto più evidente. Questi pezzi, sapientemente intervallati da ballate e melodie più soft, lo rendono un album incredibilmente vario, che sorprende l’ascoltatore canzone dopo canzone.

— recensione di Luca Levoni.