OGRE YOU ASSHOLE

Gli OGRE YOU ASSHOLE sono una band indie rock giapponese costituita, originariamente, nel 2001 da Manabu Deto e il fratello maggiore. Con un inizio turbolento, a causa dei diversi cambi di formazione (ora affidata allo stesso Manabu, Kei Mabuchi, Takashi Katsuura e Takashi Shimizu), e un cambio radicale dello stile musicale (nascevano sotto il nome Joy Division di e come cover band dei Nirvana), pubblicano il loro primo lavoro, AlphaBeta vs. Lambda (アルファベータvs.ラムダ), grazie alla casa discografica indipendente OYA nel 2007, abbracciando lo stile indie e alternative rock.

Grazie alle loro sonorità chill, alternate dalla chitarra elettrica e dalla voce squillante del cantante, riescono a farsi strada nel mondo della musica, accompagnando band del calibro dei Foo Fighters o degli Asian Kung-Fu Generation e firmando un contratto con l’etichetta VAP nel 2009. Lo stesso anno pubblicano l’EP Pinhole (ピンホール), la cui omonima canzone venne scelta come sigla finale dell’anime Beyond the Heavens (Sōten Kōro) e il cui video musicale venne inciso nel DVD dell’album Foglamp (フォグランプ), sempre del 2009.

La loro produzione conta, al momento, 9 album (OGRE YOU ASSHOLE (2005); AlphaBeta vs. Lambda (アルファベータvs.ラムダ) (2007); Foglamp (フォグランプ) (2009); homely (2011); 100-nengo (100年後) (2012); Confidential (2013); Papercraft (ペーパークラフト) (2014); Handoruwo Hanasu Maeni (ハンドルを放す前に) (2016); Atarashii Hito (新しい人)(2019)) e svariati EP di cui Shiranai Aizu Shiraseru Ko (しらないあいずしらせる子) (2008) e Ukareteiru Hito (浮かれている人) (2010); la canzone con più ascolti è Mata Ashita (また明日) (Alternate Version) dell’album Confidential, in cui il sound indie rock della band si interseca a diversi strumenti a fiato, i quali si amalgamano perfettamente in una melodia molto leggera, orecchiabile e innovativa, che pur mantiene lo stile che contraddistingue il quartetto.

Il loro insolito nome ha una storia ancor più insolita. Il terzetto originale era grande fan della band Modest Mouse che, nel lontano 2001, stava intraprendendo un tour in Giappone e durante il quale arrivò anche nella prefettura di Nagano. Una di quelle sere, i tre incontrarono i Modest Mouse in un locale di Matsumoto e chiesero proprio a quest’ultimi di aiutarli nella scelta del nome della band. Pare che il bassista Eric Judy, mentre era ubriaco, scrisse OGRE YOU ASSHOLE sul braccio della ex batterista Arata Nishi, dando così il nome ufficiale al terzetto.

—recensione di Giacomo Dima.

Kinoko Teikoku – Long Goodbye (2013)

I Kinoko Teikoku (lett. “Impero dei funghi”) sono stati un gruppo shoegaze/dream pop formatosi nel 2007. Sono uno dei gruppi più conosciuti all’estero della scena indie giapponese, grazie al mix tra shoegaze tradizionale e ampiezza del range vocale di Satō Chiaki (voce, chitarra). I restanti membri del gruppo erano A-chan (chitarra, tastiera), Taniguchi Shigeaki (basso) e Nishimura Kon (batteria). Tale formazione è durata fino al 2019, anno in cui Taniguchi ha deciso di abbandonare per dedicarsi alla famiglia, mentre Satō si è concentrata sul suo progetto musicale solista e sulla sua carriera da attrice.

Il gruppo vanta 5 album, un mini album e 2 EP. Se inizialmente il sound era più tipicamente shoegaze e indie rock, nel corso del tempo questo si è avvicinato progressivamente al più accessibile pop rock. Da non perdere l’album del 2013 Eureka e l’EPロンググッドバイ (Long Goodbye), di cui vi parleremo oggi.

Titolo: ロンググッドバイ (Long Goodbye)

Anno di rilascio: 2013

Casa discografica: U.K. Project

Tracce: 5

Durata: 20 minuti

Tracklist

  1. ロンググッドバイ (Long Goodbye)
  2. 海と花束
  3. パラノイドパレード
  4. FLOWER GIRL
  5. MAKE L

 

L’EP si apre con una title track eterea, caratterizzata da chitarre distorte e dalla voce leggera e delicata di Satō: elementi, questi, che si ritrovano per tutte le altre tracce, così come la fine dell’amore, tematica ricorrente. Altro elemento ricorrente sono i fiori: nella copertina, il motivo floreale blu citato in パラノイドパレード (Paranoid Parade); il bouquet “stretto al petto” nella seconda traccia 海と花束 (lett. The Sea and the Bouquet) e infine FLOWER GIRL, dalla lunghezza di sette minuti, dal ritmo più lento e dai toni lievemente ambient e psichedelici. Questa traccia racchiude perfettamente il concetto di questo EP che, senza pretese, ha l’aria di un dolce vento primaverile. Perfetto come introduzione alla band, o anche a chi vuole solo farsi cullare agli inizi di marzo.

 

 

—recensione di Eleonora Cuccu.

back number – MAGIC (2019)

I back number sono un gruppo pop rock formato nel 2004 da tre compagni del liceo della prefettura di Gunma. Dal 2006, il gruppo è composto da Shimizu Iyori (voce e chitarra), Kojima Kazuya (basso e seconda voce) e Kurihara Hisashi (batteria).

La loro discografia è composta da otto album e numerosi singoli, tra cui due produzioni in particolare hanno contribuito maggiormente al loro successo: il singolo Christmas Song, al primo posto della classifica Billboard Japan Hot 100 nel 2015, e il loro album più famoso: Encore (アンコール), che ha raggiunto i primi posti fra i dischi più venduti del 2017.

Il loro ultimo album, MAGIC, di cui vi parleremo oggi, rappresenta in gran parte lo stile della loro produzione, ma introduce alcune novità che lo rendono particolarmente interessante.

Titolo: MAGIC

Anno di rilascio: 2018

Casa discografica: Universal Music Japan

Tracce: 12

Durata: 47 minuti

 

Tracklist

  1. 最深部
  2. Summer Wonderland
  3. 瞬き
  4. 明るい夜に
  5. Artist
  6. Old Fashion
  7. Loneliness
  8. 雨と僕の話
  9. Exhibition Death Match
  10. Monaural Fantasy
  11. Happy Birthday
  12. 大不正解

Nell’album si susseguono brani squisitamente rock, come 最深部 (Saishinbu), Artist, Loneliness o Exhibition Death Match nei quali la chitarra elettrica e la batteria sono protagoniste della creazione di un ritmo veloce, incalzante, e talvolta prevalgono rispetto alla voce in assoli che introducono o seguono il ritornello. I ritmi rock sono spezzati da brani come 瞬き (Mabataki),  明るい夜に (Akarui yoruni) o Old Fashion nei quali la presenza di questi strumenti si attenua, in uno stile più pop che lascia ampio spazio alla voce di Shimizu, a volte accompagnata anche da pianoforte e chitarra acustica, in particolare in 雨と僕の話 (Ame to boku no hanashi). Qui la voce acquista un ruolo fondamentale, ed è questo il brano nel quale possiamo apprezzare al meglio l’abilità del cantante nel continuo passaggio da voce di petto a voce di testa, attraverso il quale riesce a trasmettere alla perfezione tutta l’emozione racchiusa nel testo.

 

Questo alternarsi di rock, pop e ritmi più acustici è ciò che caratterizza la produzione dei back number, ma in questo album il divario fra i generi si fa molto più accentuato. Rispetto al loro disco più conosciuto, Encore, questa volta troviamo infatti una maggiore presenza di brani rock, nei quali le caratteristiche proprie del genere emergono in modo molto più evidente. Questi pezzi, sapientemente intervallati da ballate e melodie più soft, lo rendono un album incredibilmente vario, che sorprende l’ascoltatore canzone dopo canzone.

— recensione di Luca Levoni.

Afrirampo – We Are Uchu no Ko

Le Afrirampo ((あふりらんぽ, Afuriranpo) sono un duo proveniente da Osaka formatosi nella primavera del 2002.
Formato da Oni (chitarra, voce) e Pikachu (batteria, voce), vantano di una notorietà anche al di fuori dell’arcipelago giapponese, avendo aperto concerti in America dei Sonic Youth e Lighting Bolt . Nel 2005, inoltre, partecipano all’ All tomorrow’s parties, un festival di musica d’avanguardia, e si uniscono a Yoko Ono nella sua performance finale.
Con 11 album in studio, tra cui una collaborazione con gli Acid Mothers Temple, (We are Acid Mothers Afrirampo!, 2005), si sciolgono nel 2010 dopo aver rilasciato We are uchu no ko (che approfondiremo oggi), per poi riunirsi nel 2016. Nel settembre 2018 pubblicano Afriverse, il primo album dopo 8 anni.

La musica delle Afrirampo è eclettica e non definibile entro spazi musicali precisi, ma così d’impatto che è stata definita “meteorica”, soprattutto a causa dell’energia e presenza scenica di Oni e Pikachu.
Ovviamente non possono non essere riconosciute influenze dalla musica rock psichedelica e noise, individuabili in suoni distorti e lunghi e complessi blocchi di assoli, quasi come se stessero improvvisando.
Un’altra peculiarità dello stile delle Afrirampo è la presenza di suoni gutturali, grida, versi di animali, onomatopee.

Titolo: We are uchu no ko
Anno di rilascio: 2010
Casa discografica: Supponpon
Tracce: 9
Durata: 65 mn

Tracklist:

Disc 1

  1. Mirakuruo rakki garuzu
  2. Sore ga Afrirampo
  3. Touzainanboku
  4. Umi
  5. Egoroshima
  6. Waitoo
  7. Yaayaaee

Disc 2

  1. Sunwave Dance
  2. Hoshi no Uta ~pikauniverse~

Il disco si apre con l’esplosione di Mirakuruo rakki garuzu, prettamente hard rock, senza parti vocali particolarmente melodiche. Sore ga Afrirampo invece parte un po’ come antitesi della prima, partendo gradualmente da un assolo di batteria e saltando per i 7 minuti seguenti da parti rock melodiche a distorsioni e suoni vocalici tipici del gruppo. Segue Touzainanboku, garage rock perforante. Nel senso che ti perfora i timpani ma poi non puoi più smettere di ascoltarla.
Umi e Yaayaaee sono invece le tracce in cui è chiara l’influenza musicale africana ereditata da un viaggio che le due artiste hanno compiuto nel 2004 a Camerun, dove hanno vissuto con la tribù dei Pigmei. Bonghi, suoni di giungla e ritmi tribali, insieme a riff possenti di chitarra, sono chiaramente distinguibili. Egoroshima presenta invece suoni più eterei e specificatamente orientali. La penultima traccia, Waitoo, è l’unica ballata presente nel disco che mescola suoni che sembrano provenire da altre dimensioni spaziali.
Nel secondo disco sono presenti tracce soliste di Oni e Pikatchu, entrambe estremamente emozionanti, specialmente Hoshi no Uta ~pikauniverse~, una ninna nanna che ti culla alla fine di questa esperienza musicale assolutamente indimenticabile.

— recensione di Anna Maria Meccariello.

Fishmans – Kūchū Camp (1996)

I Fishmans  (フィッシュマンズ), fondati nel 1987 a Minato, Tokyo, sono stati una band composta originariamente da Satō Shinji (voci, chitarra, tromba), Motegi Kin-Ichi (percussioni, voci, sampler) e Kensuke Ojima (chitarre e voci). Alla formazione si aggiunsero anche Kashiwabara Yuzuru (basso) e Hakase (tastiere).

Il loro sound eclettico abbracciava hip hop, reggae, dub, rock, ska, pop, drum and bass, dream pop, il tutto unito alla voce androgina e caratteristica di Satō. Questo li portò a essere apprezzati particolarmente negli ambienti underground. Tuttavia, la loro fama crebbe enormemente dopo la prematura morte del cantante, nel 1999, per problemi di cuore. Si creò così una sorta di culto intorno al gruppo, e oggi sono ritenuti da tanti una pietra miliare della musica giapponese contemporanea.

La loro discografia vanta ben sette album in studio, tra cui Long Season (1996), comprendente un’unica traccia sperimentale lunga 35 minuti, divisibile in cinque parti. Nell’album dal vivo 98.12.28 男達の別れ (1999) ne troviamo una versione estesa. Essendo stato l’ultimo concerto prima della sua morte, essa è stata l’ultima esibizione di Satō. Long Season è spesso considerato il loro lavoro di maggior successo, insieme a Kūchū Camp, di cui vi parliamo oggi.

 

Titolo: 空中キャンプ (Kūchū Camp) (ENG. Aerial Camp)

Titolo inglese: Something in the Air

Rilascio: 1^ febbraio 1996

Casa discografica: Polydor

Durata: 45 minuti

Tracklist

  1. “ずっと前” (4:58)
  2. “Baby Blue” (6:07)
  3. “Slow Days” (4:40)
  4. “Sunny Blue” (5:53)
  5. “ナイトクルージング” (6:00) (Night Cruising)
  6. “幸せ者” (4:36)
  7. “すばらしくてNice Choice” (6:45)
  8. “新しい人” (6:43)

L’album è in qualche modo compatto, sia nel sound sia nelle tematiche trattate: ricorrono in tutte le tracce riferimenti all’estate, ad atmosfere diurne e notturne e all’amore, in particolare a una figura femminile che rimane indefinita e sospesa nel tempo. Il tema dell’estate si traduce nell’alternarsi di gioia, felicità, noia e malinconia, ma il confine tra queste sensazioni è molto sottile: spesso si confondono tra di loro e sono sempre lievi, leggere. Proprio questa leggerezza si riflette nei testi e nelle melodie dai toni dream pop e dub.

A metà troviamo l’onirica Night Cruising, scritta da Satō dopo il conseguimento della patente e dunque ispirata ai paesaggi notturni di Tokyo visibili durante la guida. Insieme a Baby Blue, è l’unico singolo dell’album.

Kūchū Camp è una rappresentazione della giovinezza e delle sue emozioni più semplici, che permette di immergersi nella sua dimensione onirica. Indubbiamente perfetto per un breve viaggio nel Giappone degli anni ’90.

 

— recensione di Eleonora Cuccu.

 

Yōsei Teikoku – The Age of Villains (2020)

Gli Yōsei Teikoku (妖精帝國, in italiano “Impero delle Fate”) sono un gruppo musicale composto da 5 membri, formato nel 1997. Il nome si riferisce ad un impero che sta affrontando la devastazione da quando gli umani hanno smesso di credere nelle fate. Non a caso, la cantante principale, YUI, è definita “la principessa dell’Impero delle Fate”.

La loro musica è particolarmente interessante perché mescola elementi di gothic rock, heavy metal e musica classica, difatti si è dimostrata inimitabile, se non unica, nel panorama musicale giapponese.

Del resto, anche la loro estetica non è da meno: dark, gotica, oscura e a tratti inquietante, attraverso cui il gruppo attira il pubblico e lo trasporta ancora più efficacemente nella dimensione parallela creata dalle sue canzoni.

La loro discografia è costituita da numerosi album, di cui i più famosi sono Gothic Lolita Propaganda (2007), Pax Vesania (2013) e Hades: The Other World (2014).

Oggi parleremo del loro ultimo album, The Age of Villains.

 

Titolo: The Age of Villains

Anno di rilascio: 2020

Casa discografica: Lantis

Tracce: 12

Durata: 48 minuti

 

Tracklist

  1. A Treatise of Villainy: The Seventy-Two Villainous Truths (And One Blasphemy)
  2. Autoscopy
  3. Hitoya no Maboroshi
  4. IRON ROSE
  5. Phantom terror
  6. Ransyo Aion
  7. Eclipsed
  8. Hell in glass
  9. Zetsu
  10. Paradiso≒Inferno
  11. Memories, Mandara, Deep sea
  12. Soso Friesian

L’album si apre con una sorta di introduzione che accoglie l’ascoltatore e lo guida nel mondo ritratto dalla musica: come evidenzia il titolo, la prima canzone è un vero e proprio elenco delle “Settantadue Malvagie Verità (e una Blasfemia)”.

Ancora una volta, lo stile inconfondibile degli Yōsei Teikoku viene ulteriormente ribadito attraverso questo album, composto da canzoni incentrate su temi come la morte, l’oscurità, la religione, la malvagità, o addirittura dimensioni ultraterrene come l’inferno e il paradiso (non è un caso la canzone ParadisoInferno), il cui significato è espresso e scandito attraverso accurate metafore e immagini simboliche. Insomma, sicuramente imperdibile per gli appassionati di metal e gotico, ma non solo.

 

—recensione di Sofia di Bari.