Autore: Murakami Haruki
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Einaudi
Edizione: 2013

“È una metropoli quella che abbiamo sotto gli occhi. La vediamo attraverso lo sguardo di un uccello notturno che vola alto nel cielo. Nel nostro sconfinato campo visivo, appare come un gigantesco animale. O un confuso agglomerato, composto da tanti organi avvinghiati l’uno all’altro.”

Così ha inizio After Dark (アフターダーク Afutā dāku) di Murakami Haruki – opera pubblicata in Giappone nel 2004 – che immerge immediatamente il lettore in una dimensione cittadina descritta come animalesca, in fermento, che assume sempre più le fattezze di un enorme corpo che pulsa. Questo grande ammasso di carne vive in uno stato fluido, contraddittorio, di contemporanea sussistenza di una moltitudine di elementi in antagonismo. Le sue arterie trasmettono informazioni e bisogni che, come sangue, scorrono in tutta la città rendendola cosa viva.

È in questo grottesco e sconfinato scenario che il narratore ci prende per mano e, sotto forma di un’immateriale “punto di osservazione”, pone il focus su alcune vite che animano la città: il primo personaggio che viene presentato è Mari, una ragazza seduta all’interno di una plastica caffetteria di una catena americana, che sorseggia un pessimo caffè, fuma una sigaretta e legge avidamente un grosso tomo. Perché proprio lei? Perché il punto di osservazione decide di realizzare un dettaglio – proprio come una macchina da presa – nella sua vita? Il narratore non fornisce una risposta, sa solo di esserne attirato spontaneamente.

Con il proseguo della narrazione, ambientata durante una notte, ecco che tutti i tasselli della storia ci vengono ordinatamente presentati, mostrandoci uno scenario in cui tante vite, apparentemente sconnesse tra loro, si intrecciano formando una grande rete fatta di segreti, fughe, violenze, malattie e calore umano. Faremo la conoscenza di diversi personaggi, tra cui un giovane jazzista di nome Takahashi, un misterioso esperto informatico, una donna che giace in uno stato semicomatoso, una prostituta picchiata da un cliente, tutti accomunati dal loro vagare in una Tōkyō aliena e alienante.

Ogni capitolo si apre con un’informazione temporale circa l’inizio degli avvenimenti descritti: un piccolo orologio mostra l’ora esatta, “23:56 p.m.” recita il primo. È quindi notte, un momento in cui la maggior parte delle persone dormono, ma soprattutto sognano: è una fase delicata in cui il confine tra il reale e l’onirico si fa più sfumato, in cui sembra rivelarsi la presenza di un luogo misterioso, di un luogo altro, che interferisce con l’ordinario fluire del reale. La narrazione infatti, è costellata da momenti in cui la struttura e le regole che ordinano la quotidianità vengono messe in discussione: televisori proietteranno inquietanti immagini pur non essendo collegati ad alcuna fonte energetica, figure e volti rimarranno impressi sui vetri nonostante non ci sia nessuno a specchiarsi.

Con una scrittura fluida ed estremamente evocativa, Murakami firma questa breve opera sperimentale a metà tra romanzo e sceneggiatura, in cui trasporta magistralmente il lettore in una Tōkyō ai limiti dell’assurdo, che viene indagata attraverso la messa in discussione della narrazione classica e l’esplorazione delle sue zone d’ombra.

Recensione di Giovanni Buriola