11 Gennaio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Yoshimoto Banana
Traduzione: Gala Maria Follaco
Editore: Giangiacomo Feltrinelli
Edizione: 2021
Yoshimoto Banana, pseudonimo di Yoshimoto Mahoko, nasce a Tōkyō nel 1964, città dove risiede tutt’ora. Completa i suoi studi con una laurea in letteratura presso la Nihon University, e il suo racconto di laurea, Moonlight shadow (ムーンライト・シャドウ, Mūnraito Shadō), si aggiudica il Premio Izumi Kyoka. Il suo romanzo di debutto risale al 1988; si tratta di Kitchen (キッチン, Kicchin), che presto diventa un successo mondiale e segna l’entrata in scena dell’autrice nel quadro letterario internazionale. Su un letto di fiori (花のベッドでひるねして, Hana no beddo de hirune shite) viene pubblicato nell’originale nel 2013, influenzato anche da ciò che la scrittrice stava provando dopo la morte del padre.
La protagonista di quest’opera è Ōhira Miki, e tra i personaggi dell’autrice è quella che “suscita in lei maggiore tenerezza.” Quando è nata, Miki è stata abbandonata poco lontano dal villaggio di Ōoka-mura, adagiata su una coperta posata su vari strati di alghe wakame. La memoria delle alghe fresche ed elastiche è rimasta impressa in lei, e ciò che riguarda queste piante continua tutt’ora a darle senso di familiarità e sicurezza – dallo sgranocchiarle mentre è triste, lasciando che assorbano la sua malinconia, all’addormentarsi stringendole quando prevede che le faranno visita brutti sogni. Le wakame sono una memoria fondante per lei, una delle prime sensazioni che ricorda aver vissuto, insieme alla solitudine dell’abbandono. Quest’ultimo è chiaramente un fatto che vive con emozioni complesse, e man mano che cresce impara a comprenderle più chiaramente, e a non lasciarsi sopraffare da esse. A furia di concentrarsi sul portare del buono nel mondo, infatti, la ferita legata al primo periodo della sua esistenza si rimargina pian piano.
Dopotutto, sente completamente sua la famiglia adottiva, che l’ha cresciuta dandole amore incondizionato e immensa gioia, e a cui anche lei ha portato una ventata di buonumore e freschezza. Dalla madre Toshiko, che l’aveva trovata in riva al mare perché sentiva che ci fosse un neonato che la stava aspettando, al padre, il cui mondo ruota intorno alla famiglia, alla scultura e alla natura, al curioso e gentile amico d’infanzia Nomura, che torna al villaggio in età adulta per un nuovo inizio, fino allo zio Akio e al nonno, purtroppo già scomparsi, Miki è circondata da persone grazie alle quali impara cosa sono l’amore e la gratitudine – per le piccole e grandi cose, e per l’immensità di sentimento che dona la vita, quasi come se fosse un sogno.
Per queste ragioni, il romanzo ci lascia un retrogusto dolce; al contempo, però, viviamo in alcuni momenti anche una sensazione di impotenza. Veniamo, come Miki, messi dinnanzi all’ineluttabilità della sofferenza e della perdita, ai pensieri e alle opinioni negative di chi non ci comprende – per quanto vicino a noi scorra la sua vita, e al rancore che spinge alcuni ad agire nei modi più orribili. Tutto ciò, però, sembra non poter spezzare l’incantesimo della vita. La sua bellezza può essere difatti trovata nei posti più impensabili, a patto che si continui a custodire la luce che splende dentro di noi, e a vivere la nostra esistenza con leggerezza, come se si stesse facendo un sonnellino su un letto di fiori. Perché, come realizza Miki, il mondo conosce anch’esso i nostri occhi, e noi non siamo i soli a guardare, ma siamo anche guardati.
Recensione di Martina Gruden
4 Gennaio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Abe Kōbō
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Guanda
Edizione: 2012
Abe Kōbō, pseudonimo di Abe Kimifusa, è stato uno scrittore, drammaturgo, regista, poeta e fotografo giapponese. Nato a Tokyo il 7 marzo 1924, trascorre la prima parte della sua vita in Manciuria, regione cinese allora sotto occupazione giapponese; rientrato successivamente in patria, si iscrive alla facoltà di medicina, seguendo le orme del padre. Nonostante la laurea, conseguita nel 1948, non eserciterà mai la professione medica, bensì comincerà a dedicarsi alla scrittura. Con la pubblicazione della sua sesta fatica, “La donna di sabbia”, vince nel 1962 il Premio Yomiuri, che gli permetterà di acquisire una discreta notorietà. Tale è l’impatto della sua opera che la vicenda viene trasposta in pellicola nel 1964, per la regia di Teshigahara Hiroshi. Il film riscuote un grande successo di critica, venendo acclamato sia al 17° Festival di Cannes, dove si aggiudica il Premio Speciale della Giuria, sia agli Oscar, ottenendo la candidatura come miglior film straniero. Considerato tra i principali scrittori giapponesi del secondo Novecento, morirà il 22 gennaio 1993 all’età di 69 anni.
L’opera di cui si parlerà in questa recensione, “La donna di sabbia”, è forse tra le più rappresentative della poetica di Abe. Scritto nel 1962, il testo si configura come una sintesi dei temi caratteristici della produzione dell’autore: il surrealismo, l’alienazione umana, la solitudine e l’incomunicabilità. Diviso in tre sezioni, disarmoniche tra loro in termini di lunghezza, il romanzo narra la vicenda di un insegnante e dilettante entomologo di nome Niki Junpei che, avendo a disposizione qualche giorno di ferie, decide di recarsi in una zona desertica non specificata del Giappone, con l’obiettivo di osservare e, nel migliore dei casi, scoprire nuove specie di insetti, rivitalizzando in questo modo un’esistenza scialba e incolore. Una volta raggiunta la sua meta e condotto per qualche ora la sua ricerca, viene avvicinato da alcuni pescatori del luogo che, dopo aver appurato che non fosse un ispettore governativo, gli offrono un riparo per la notte in un luogo alquanto surreale: una gigantesca buca nella sabbia, nel cui fondo giace una piccola dimora in legno, abitata unicamente da una giovane donna vedova. Scese le fragili e tremolanti scale di corda, l’uomo accetta di passare la notte lì. Al risveglio però, deciso a proseguire le sue ricerche, fa una scoperta sconcertante: durante la notte qualcuno ha tolto l’unica via d’uscita da quella enorme fossa, relegandolo in quel luogo e obbligandolo alla permanenza.
Come afferma Luisa Bienati: “Protagonista assoluto del romanzo di Abe è la sabbia. Salvezza prima e carcere poi, la sabbia si costituisce come parametro allegorico del tentativo umano di ridisegnare una propria identità, metafora della rincorsa ossessiva a un sé contraddittorio e sfuggevole”. È l’identità stessa a essere continuamente messa in discussione, a partire dal nome del protagonista, Niki Junpei (letteralmente “semplice” e “ordinario”), il quale, una volta entrato nella fossa, non verrà più chiamato per nome, ma indicato soltanto attraverso appellativi generici come “signore” o “ospite”. Pure alla donna toccherà la medesima sorte nell’anonimato, trascinata insieme all’uomo all’interno di una spirale di alienazione e lenta, costante perdita dell’io, in favore di una caduta libera verso un mondo, quello della buca, privo di ogni demarcazione morale e senso apparente. Con uno stile chirurgico, freddo e scientifico, Abe crea una vera e propria anatomia dell’incubo, della paranoia, accompagnando per mano il lettore in una storia che non potrà lasciarlo indifferente.
Recensione di Giovanni Buriola
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