
Autore: Yoshimoto Banana
Traduzione: Gala Maria Follaco
Editore: Giangiacomo Feltrinelli
Edizione: 2021
Yoshimoto Banana, pseudonimo di Yoshimoto Mahoko, nasce a Tōkyō nel 1964, città dove risiede tutt’ora. Completa i suoi studi con una laurea in letteratura presso la Nihon University, e il suo racconto di laurea, Moonlight shadow (ムーンライト・シャドウ, Mūnraito Shadō), si aggiudica il Premio Izumi Kyoka. Il suo romanzo di debutto risale al 1988; si tratta di Kitchen (キッチン, Kicchin), che presto diventa un successo mondiale e segna l’entrata in scena dell’autrice nel quadro letterario internazionale. Su un letto di fiori (花のベッドでひるねして, Hana no beddo de hirune shite) viene pubblicato nell’originale nel 2013, influenzato anche da ciò che la scrittrice stava provando dopo la morte del padre.
La protagonista di quest’opera è Ōhira Miki, e tra i personaggi dell’autrice è quella che “suscita in lei maggiore tenerezza.” Quando è nata, Miki è stata abbandonata poco lontano dal villaggio di Ōoka-mura, adagiata su una coperta posata su vari strati di alghe wakame. La memoria delle alghe fresche ed elastiche è rimasta impressa in lei, e ciò che riguarda queste piante continua tutt’ora a darle senso di familiarità e sicurezza – dallo sgranocchiarle mentre è triste, lasciando che assorbano la sua malinconia, all’addormentarsi stringendole quando prevede che le faranno visita brutti sogni. Le wakame sono una memoria fondante per lei, una delle prime sensazioni che ricorda aver vissuto, insieme alla solitudine dell’abbandono. Quest’ultimo è chiaramente un fatto che vive con emozioni complesse, e man mano che cresce impara a comprenderle più chiaramente, e a non lasciarsi sopraffare da esse. A furia di concentrarsi sul portare del buono nel mondo, infatti, la ferita legata al primo periodo della sua esistenza si rimargina pian piano.
Dopotutto, sente completamente sua la famiglia adottiva, che l’ha cresciuta dandole amore incondizionato e immensa gioia, e a cui anche lei ha portato una ventata di buonumore e freschezza. Dalla madre Toshiko, che l’aveva trovata in riva al mare perché sentiva che ci fosse un neonato che la stava aspettando, al padre, il cui mondo ruota intorno alla famiglia, alla scultura e alla natura, al curioso e gentile amico d’infanzia Nomura, che torna al villaggio in età adulta per un nuovo inizio, fino allo zio Akio e al nonno, purtroppo già scomparsi, Miki è circondata da persone grazie alle quali impara cosa sono l’amore e la gratitudine – per le piccole e grandi cose, e per l’immensità di sentimento che dona la vita, quasi come se fosse un sogno.
Per queste ragioni, il romanzo ci lascia un retrogusto dolce; al contempo, però, viviamo in alcuni momenti anche una sensazione di impotenza. Veniamo, come Miki, messi dinnanzi all’ineluttabilità della sofferenza e della perdita, ai pensieri e alle opinioni negative di chi non ci comprende – per quanto vicino a noi scorra la sua vita, e al rancore che spinge alcuni ad agire nei modi più orribili. Tutto ciò, però, sembra non poter spezzare l’incantesimo della vita. La sua bellezza può essere difatti trovata nei posti più impensabili, a patto che si continui a custodire la luce che splende dentro di noi, e a vivere la nostra esistenza con leggerezza, come se si stesse facendo un sonnellino su un letto di fiori. Perché, come realizza Miki, il mondo conosce anch’esso i nostri occhi, e noi non siamo i soli a guardare, ma siamo anche guardati.
Recensione di Martina Gruden
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