31 Agosto 2025 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Kazuki Sakuraba
Traduttrice: Anna Specchio
Editore: E/O
Edizione: 2023
Con Non è un lavoro per ragazze (少女には向かない職業, Una professione non adatta a una ragazza), Sakuraba Kazuki si riconferma una grande autrice di romanzi slice of life femminili. Questa volta, a differenza del suo più celebre romanzo Red Girls, non ci sono tre generazioni della stessa famiglia a fare da protagoniste, ma una studentessa delle medie le cui difficoltà legate all’adolescenza vengono narrate con un tocco noir.
Aoi Ōnishi, studentessa tredicenne, vive in una piccola cittadina vicino Shimonoseki con sua madre e il suo patrigno con cui – ci tiene sempre a precisare Aoi – non ha nessun legame di sangue. Suo padre è infatti morto quando era ancora bambina, e di lui ha pochissimi ricordi. Se all’inizio il patrigno era un uomo gentile e dolce che sembrava essere in grado di farle da padre, ora si è trasformato in un vero e proprio mostro: alcolizzato, beve tutta la notte e solo in pochissime occorrenze esce dalla sua stanza di giorno, con passo pesante e grugnendo come un animale.
Poco a poco, Aoi comincia ad accumulare rabbia dentro di sé: prima per il comportamento del patrigno, diventato violento con lei e con sua madre, poi per le liti con le amiche e per la sua prima delusione d’amore. Tutto questo la porta nel migliore dei casi a chiudersi in sé stessa, nel peggiore ad avere dei veri e propri attacchi di rabbia in cui comincia a prendere a pugni chiunque o qualunque cosa abbia davanti. Aoi stessa chiama questi momenti d’ira “modalità battaglia sanguinaria”, riprendendo in modo infantile i termini usati nei suoi amati videogiochi. La maggior parte delle volte, infatti, la ragazzina non sembra rendersi conto della portata dei suoi sentimenti e delle conseguenze che la sua rabbia provoca in chi la circonda.
In tutto questo caos si inserisce Shizuka: compagna di classe di Aoi, non ha nessuna caratteristica fisica che la distingua dagli altri a parte il suo eccentrico stile Gothic Lolita. Nipote di un ricco proprietario di un’impresa peschiera, la ragazzina è una presenza particolare e magnetica da cui Aoi non può fare a meno di sentirsi attratta. Un giorno, Shizuka chiederà un favore molto particolare ad Aoi… e così lei capirà che uccidere non è un lavoro da ragazze.
Kazuki adotta uno stile a tratti spensierato e infantile ad uno più serio e macabro per raccontarci la storia di una ragazza che sta andando alla deriva nel mare della sua stessa rabbia. Nessun punto di riferimento, nessuna via di fuga: Aoi si troverà davanti all’enorme pesantezza del crimine commesso, che potrà cancellare solamente in cambio della sua libertà. La vicenda di Aoi e Shizuka dimostra quanto sia fondamentale sfogare i sentimenti da troppo tempo imbottigliati prima che sia troppo tardi.
Recensione di Martina Benedetta Calabrese
24 Agosto 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Murakami Ryū
Traduttore: Gianluca Coci
Editore: Atmosphere Libri
Edizione: 2023
Scritto nel 1997 da Murakami Ryū, Audition (オーディション) si presenta come un thriller psicologico dai toni lenti, quasi chirurgici. Quel racconto che all’inizio sembra narrare una placida storia d’amore, finisce per trasformarsi in un incubo a occhi aperti. L’opera, divenuta celebre a livello internazionale anche grazie all’adattamento cinematografico di Miike Takashi, rappresenta una discesa disturbante negli abissi della psiche umana.
Il protagonista, Aoyama, è un uomo di mezza età che vive a Tokyo con il figlio adolescente. Da sette anni è vedovo e ha rinunciato all’idea di una nuova relazione, fino a quando l’amico Yoshikawa non gli propone un piano insolito: indire una finta audizione per un film inesistente, con il reale scopo di selezionare la candidata ideale per il ruolo di futura moglie.
Tra decine di candidate, Aoyama resta folgorato dalla giovane Asami: ventiquattro anni, ex ballerina, un portamento gentile e un’aura fragile che sembra richiedere la sua protezione. Il fascino di Asami è struggente e misterioso, tanto da spingere Aoyama a ignorare i segnali d’allarme che emergono fin dal primo incontro. L’avvicinamento tra i due procede in modo rapido e, nel frattempo, Murakami semina dettagli disturbanti con apparente noncuranza: un sacco di tela appoggiato sul pavimento del piccolo appartamento di Asami, strane cicatrici, allusioni a un’infanzia segnata da abusi. Il lettore percepisce che qualcosa non quadra, ma, come Aoyama, è trascinato verso di lei da una miscela di attrazione e curiosità.
Tuttavia, il cammino per superare la nebbia che offusca la donna si erge su un ponte di vetro, il quale sembra incrinarsi sempre di più. Quando l’illusione crolla, il romanzo cambia registro. La narrazione, fin lì pacata e quasi romantica, si spezza in una sequenza di violenza fisica e psicologica tra le più crude, resa ancora più agghiacciante dalla sicurezza di una descrizione tagliente ed esperta. Murakami ci mostra come la solitudine possa spingere a ignorare l’evidenza e come dietro la maschera della dolcezza possa nascondersi un dolore capace di generare mostri. La tensione non esplode subito: cresce lentamente, avvolgendo il lettore in un’atmosfera sempre più claustrofobica.
Una parabola nera sulla fragilità umana e sulle conseguenze dello scegliere di ignorare la verità in nome di un’illusione che, in modo subdolo, si fa sempre più tangibile… ma con la forma di un cappio stretto attorno al collo.
Recensione di Rachele Cesarini
17 Agosto 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Hirano Keiichirō
Traduzione: Laura Testaverde
Editore: Lindau
Edizione: 2021
Con Racconto di una luna (titolo originale: ⼀⽉物語, Ichigetsu monogatari) Hirano Keiichirō trascina il lettore in un mondo in cui la linea tra il sogno, la visione, l’allucinazione e il mondo reale si fa sempre più sottile. Questa sovrapposizione di più piani e dimensioni rende progressivamente più faticoso il tentativo di distinguere ciò che è frutto della fantasia e ciò che invece costituisce la realtà, sia per il protagonista del romanzo, Masaki, sia per il lettore stesso.
Hirano Keiichirō, vincitore del Premio Akutagawa nel 1998 con il romanzo d’esordio Nisshoku, con il suo stile raffinato, spesso paragonato a quello di Yukio Mishima, mette in tensione non solo il piano reale e immaginario, ma anche due mondi diversi: dopo secoli di isolamento, il Giappone riapre le sue porte all’Occidente nella seconda metà del XIX secolo, inaugurando una nuova era di scambi culturali e trasformazioni profonde.
Ihara Masaki, giovane letterato raffinato, possiede uno spirito tormentato e per questo incarna il Giappone di epoca Meiji, con le sue contraddizioni e la ricerca di un equilibrio tra l’identità tradizionale, le innovazioni e le idee provenienti dall’esterno. Non a caso, infatti, il protagonista soffre di nevrastenia: quando è colto da una crisi, trova conforto e cura nei viaggi, allontanandosi dalla società.
La sua avventura inizia dopo aver visto una bellissima donna incontrata alla stazione di Shinbashi, che scopre dirigersi verso Yoshino. Guidato dai sentimenti piuttosto che da un piano, durante il viaggio segue il battito d’ali di una farfalla blu con due macchie rosse e finisce per perdersi nei boschi di Kumano, una zona colma di tradizione e misticismo. È qui che, dopo il morso di un serpente, viene soccorso dal monaco En’yū.
Sommerso in un’atmosfera onirica e in una natura rigogliosa e sovrastante, Masaki vive tra sogni, percezioni, ricordi, allucinazioni. La natura rappresenta un labirinto interiore: lo smarrimento nella foresta è sia fisico, sia riflessione e messa in discussione sul confine tra il sé e il mondo, finché egli non si sente completamente parte della natura, tutt’uno con essa. Inoltre, è una natura benevola e inquietante allo stesso tempo: il morso del serpente è simbolo di rinascita, ma anche di pericolo e accesso ad un’altra dimensione esistenziale. Anche la luna ha una forza misteriosa, che attrae verso l’ignoto.
Infine, il sogno ricorrente di una figura femminile indica una passione, un desiderio irraggiungibile che tormenta Masaki e lo porta a realizzare che solo la vista della donna amata potrà donargli quell’istante di assoluta beatitudine che insegue incessantemente.
È una lettura consigliata per chi ama suggestioni, atmosfere contemplative, simboli evocativi e vuole lasciarsi trasportare in un mondo sospeso che lascia spazio a diverse interpretazioni.
Recensione di Valeria Varrenti
10 Agosto 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Suzuki Kōji
Traduttrice: Chiara Salina
Editore: Nord
Edizione: 2004
Spiral (らせん) è il secondo libro della trilogia opera di Suzuki Kōji. A differenza del celeberrimo prequel Ring, in cui il mistero è legato ad una maledizione, in Spiral il male sembra trasformarsi: non si parla più di uno spirito vendicativo che torna nel mondo terrestre per punire il genere umano, ma di una maledizione virulenta più legata all’ambito medico-scientifico che al soprannaturale.
Nonostante la narrazione sia direttamente consequenziale agli eventi di Ring, stavolta il protagonista non è più Asakawa – giornalista di Ring – ma Mitsuo Ando, un medico legale la cui esistenza è segnata dal dolore per la recente scomparsa del figlio, morto per annegamento. Ando viene coinvolto nella misteriosa morte del suo vecchio amico e collega universitario Ryūji Takayama, deceduto per arresto cardiaco senza alcuna spiegazione apparente. Durante l’autopsia avviene una scoperta agghiacciante: nello stomaco di Takayama viene trovato un foglietto con una misteriosa stringa di cifre. Grazie alla sua mente scientifica, Ando riesce a risolvere il codice che lo porterà a scoprire l’esistenza della cassetta maledetta, causa di una serie di morti inspiegabili.
Indagando e interpretando il filo di indizi davanti a sé, Ando scopre che il virus che uccide chi guarda il video non è un semplice fenomeno soprannaturale creato dal desiderio di uno spirito maligno, ma un agente biologico, un virus mimetico che si trasmette tramite informazioni prima in forma audiovisiva, poi anche in forma scritta. Il confine tra biologia e maledizione viene completamente abbattuto: il virus Ring è in grado di riscrivere il DNA e propagarsi come un’epidemia. L’atmosfera si fa sempre più cupa e inquietante quando si scopre che Sadako Yamamura, la ragazza al centro della maledizione, starebbe utilizzando il corpo di Ryūji per ritornare in vita attraverso un processo di manipolazione genetica.
La rinascita e l’immortalità sono dunque temi chiave nel romanzo: Sadako diventa un’entità in grado di sfidare la morte tramite la scienza, dimostrando quanto il desiderio possa cambiare le sorti del mondo e portare alla luce un nuovo assetto scientifico. Sadako non è più solo un’ombra vendicativa ma una forma di vita in evoluzione, capace di usare il corpo umano come incubatore. Ando dovrà far fronte alla nuova natura della maledizione, cercando di non finire sullo stesso tavolo delle autopsie su cui lavora quotidianamente…
Con Spiral, Suzuki riesce a trasformare un horror classico in un thriller biotecnologico, dimostrando una spiccata conoscenza in ambito genetico. L’idea che il virus/maledizione si possa trasmettere in forma scritta è forse l’elemento più inquietante: lo stesso romanzo Spiral, narrazione scritta della maledizione, diventa vettore del virus. Il lettore diventa così parte integrante della storia, creando una metafiction inquietante: Spiral si legge come un thriller, ma si insinua nella mente come un virus.
Recensione di Martina Benedetta Calabrese
3 Agosto 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Kirino Natsuo
Traduttrice: Antonietta Pastore
Editore: Neri Pozza
Edizione: 2004
Morbide guance (やわらかな頬) è un romanzo onirico e introspettivo scritto da Kirino Natsuo, già celebre grazie a Le quattro casalinghe di Tokyo. Con Morbide guance vince il prestigioso premio Naoki nel 1999.
Kasumi vive con il marito Michihiro e le due figlie Yuka e Risa a Tokyo. Dopo essere scappata a diciott’anni da Rumoi, uno sperduto e squallido villaggio dell’Hokkaidō senza avvisare i genitori, riesce a essere assunta presso l’impresa di design di Michihiro, con cui è convolata a nozze per comodità. Infatti, da due anni intrattiene una liaison clandestina con Ishiyama, il più fidato cliente di Michihiro. In lui vede tutto ciò che non trova nel marito: un amante passionale, un confidente fidato e un’ancora a cui appigliarsi nelle giornate più buie.
Per permettere alla coppia di amanti di passare più tempo insieme, Ishiyama decide di comprare uno chalet nell’Hokkaidō, proprio vicino al paesello della famiglia di Kasumi, che lei non vede più dal fatidico giorno della fuga. Davanti all’incertezza della donna, Ishiyama decide di invitare anche Michihiro e le figlie allo chalet per non destare sospetti. La vacanza inizia come una tranquilla gita fuori città tra amici di famiglia: Kasumi fa amicizia con la moglie di Ishiyama, i figli delle due coppie giocano amabilmente insieme, si ammira il paesaggio verdeggiante del lago Shikotsu…
Finché tutto non va a rotoli: dopo una notte infuocata tra i due amanti in cui Kasumi pensa di poter anche abbandonare le figlie per stare con Ishiyama, Yuka scompare nel nulla. Mentre al villaggio di Izumi-go le ricerche cominciano, Kasumi si pente del desiderio terribile ma irrefrenabile espresso la sera prima: con la scomparsa della figlia pensa di aver ricevuto la punizione adeguata per quel pensiero degenerato. Tra ipotesi di rapimento, chiamate anonime e testimonianze fasulle, Kasumi è costretta a far fronte a una spirale di dolore che la porterà a scendere a compromessi con le sue azioni passate.
Morbide guance è un romanzo pieno di rimorso, in cui i sogni sono l’unico modo per risanare il presente e scoprire la verità del passato: le vite di molteplici personaggi si intrecciano in incubi che possono portare alla risoluzione del mistero mai svelato. Yuka, identica a Kasumi da bambina sia nell’aspetto che nel carattere, diventa la sua punizione per essere scappata da Rumoi. Lo stile di Kirino, spoglio e senza fronzoli, accompagna il lettore nella risoluzione dell’enigma attraverso il pensiero e la psicologia di ciascun personaggio.
Recensione di Martina Benedetta Calabrese
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