Autore: Murakami Ryū

Traduttore: Gianluca Coci

Editore: Atmosphere Libri

Edizione: 2023

 

Scritto nel 1997 da Murakami Ryū, Audition (オーディション) si presenta come un thriller psicologico dai toni lenti, quasi chirurgici. Quel racconto che all’inizio sembra narrare una placida storia d’amore, finisce per trasformarsi in un incubo a occhi aperti. L’opera, divenuta celebre a livello internazionale anche grazie all’adattamento cinematografico di Miike Takashi, rappresenta una discesa disturbante negli abissi della psiche umana.

Il protagonista, Aoyama, è un uomo di mezza età che vive a Tokyo con il figlio adolescente. Da sette anni è vedovo e ha rinunciato all’idea di una nuova relazione, fino a quando l’amico Yoshikawa non gli propone un piano insolito: indire una finta audizione per un film inesistente, con il reale scopo di selezionare la candidata ideale per il ruolo di futura moglie.

Tra decine di candidate, Aoyama resta folgorato dalla giovane Asami: ventiquattro anni, ex ballerina, un portamento gentile e un’aura fragile che sembra richiedere la sua protezione. Il fascino di Asami è struggente e misterioso, tanto da spingere Aoyama a ignorare i segnali d’allarme che emergono fin dal primo incontro. L’avvicinamento tra i due procede in modo rapido e, nel frattempo, Murakami semina dettagli disturbanti con apparente noncuranza: un sacco di tela appoggiato sul pavimento del piccolo appartamento di Asami, strane cicatrici, allusioni a un’infanzia segnata da abusi. Il lettore percepisce che qualcosa non quadra, ma, come Aoyama, è trascinato verso di lei da una miscela di attrazione e curiosità.

Tuttavia, il cammino per superare la nebbia che offusca la donna si erge su un ponte di vetro, il quale sembra incrinarsi sempre di più. Quando l’illusione crolla, il romanzo cambia registro. La narrazione, fin lì pacata e quasi romantica, si spezza in una sequenza di violenza fisica e psicologica tra le più crude, resa ancora più agghiacciante dalla sicurezza di una descrizione tagliente ed esperta. Murakami ci mostra come la solitudine possa spingere a ignorare l’evidenza e come dietro la maschera della dolcezza possa nascondersi un dolore capace di generare mostri. La tensione non esplode subito: cresce lentamente, avvolgendo il lettore in un’atmosfera sempre più claustrofobica.

Una parabola nera sulla fragilità umana e sulle conseguenze dello scegliere di ignorare la verità in nome di un’illusione che, in modo subdolo, si fa sempre più tangibile… ma con la forma di un cappio stretto attorno al collo.

Recensione di Rachele Cesarini