Autore : Kawabata Yasunari

Traduzione : Mario Teti

Editore : Mondadori

Anno : 2024

Kawabata Yasunari nacque a Osaka nel 1899 e restò orfano molto presto: perse i genitori entro i quattro anni di età e fu cresciuto dai nonni. Questa solitudine precoce e la perdita di quasi tutti i parenti più stretti durante la giovinezza segnarono profondamente la sua sensibilità di scrittore. Si laureò all’Università Imperiale di Tokyo e da lì cominciò un percorso letterario che lo avrebbe reso una delle voci più raffinate del Novecento giapponese.

Nel 1968 Kawabata divenne il primo autore giapponese a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, “per la sua maestria narrativa, che con grande sensibilità esprime l’essenza della mente giapponese”. Fu legato da una profonda amicizia allo scrittore Yukio Mishima, di cui fu mentore, e la loro corrispondenza è oggi un documento prezioso per comprendere la letteratura giapponese del dopoguerra. Quattro anni dopo il Nobel, nel 1972, Kawabata morì nel suo appartamento a causa di una fuga di gas: ancora oggi si discute se si sia trattato di un incidente o di un gesto volontario.

È proprio dentro questa biografia segnata da lutti e solitudine che va letto “La casa delle belle addormentate”, pubblicato nel millenovecentosessantuno. Il romanzo racconta di Eguchi, un uomo anziano che frequenta una misteriosa casa di appuntamenti dove è possibile trascorrere la notte accanto a giovani donne addormentate da potenti sonniferi, senza mai poterle toccare o svegliare. Mishima stesso, nella sua prefazione, definì l’opera un capolavoro capace di conservare una bellezza formale pur emanando un che di decadente, quasi il profumo di un frutto troppo maturo. È un’immagine che coglie perfettamente il cuore ambiguo del libro, sospeso tra desiderio e disfacimento.

Molti lettori, sottolineano come il romanzo funzioni più per accumulo di atmosfera che per trama: pagina dopo pagina Kawabata costruisce una meditazione lenta sulla vecchiaia, sulla morte e sull’impossibilità di trattenere la bellezza e il tempo. La prosa è essenziale ma densissima di immagini sensoriali, e proprio in questa apparente semplicità si nasconde la sua forza. Non è un caso che i critici lo accostino spesso alla tradizione poetica giapponese, fatta di episodi brevi e giustapposizioni improvvise tra il bello e il crudo.

Nel complesso è un libro che divide: c’è chi lo trova disturbante per il suo erotismo senile e la sua ambiguità morale, e chi invece lo considera una delle vette della letteratura giapponese del Novecento. Perfetto per chi cerca una lettura contemplativa più che una storia con una trama forte, perché il suo vero pregio sta nell’atmosfera onirica e nella capacità di Kawabata di trasformare il disagio in poesia.

Recensione di Riccardo Bernazzani