Autore: Abe Kōbō
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Guanda
Edizione: 2012

Abe Kōbō, pseudonimo di Abe Kimifusa, è stato uno scrittore, drammaturgo, regista, poeta e fotografo giapponese. Nato a Tokyo il 7 marzo 1924, trascorre la prima parte della sua vita in Manciuria, regione cinese allora sotto occupazione giapponese; rientrato successivamente in patria, si iscrive alla facoltà di medicina, seguendo le orme del padre. Nonostante la laurea, conseguita nel 1948, non eserciterà mai la professione medica, bensì comincerà a dedicarsi alla scrittura. Con la pubblicazione della sua sesta fatica, “La donna di sabbia”, vince nel 1962 il Premio Yomiuri, che gli permetterà di acquisire una discreta notorietà. Tale è l’impatto della sua opera che la vicenda viene trasposta in pellicola nel 1964, per la regia di Teshigahara Hiroshi. Il film riscuote un grande successo di critica, venendo acclamato sia al 17° Festival di Cannes, dove si aggiudica il Premio Speciale della Giuria, sia agli Oscar, ottenendo la candidatura come miglior film straniero. Considerato tra i principali scrittori giapponesi del secondo Novecento, morirà il 22 gennaio 1993 all’età di 69 anni.

L’opera di cui si parlerà in questa recensione, “La donna di sabbia”, è forse tra le più rappresentative della poetica di Abe. Scritto nel 1962, il testo si configura come una sintesi dei temi caratteristici della produzione dell’autore: il surrealismo, l’alienazione umana, la solitudine e l’incomunicabilità. Diviso in tre sezioni, disarmoniche tra loro in termini di lunghezza, il romanzo narra la vicenda di un insegnante e dilettante entomologo di nome Niki Junpei che, avendo a disposizione qualche giorno di ferie, decide di recarsi in una zona desertica non specificata del Giappone, con l’obiettivo di osservare e, nel migliore dei casi, scoprire nuove specie di insetti, rivitalizzando in questo modo un’esistenza scialba e incolore. Una volta raggiunta la sua meta e condotto per qualche ora la sua ricerca, viene avvicinato da alcuni pescatori del luogo che, dopo aver appurato che non fosse un ispettore governativo, gli offrono un riparo per la notte in un luogo alquanto surreale: una gigantesca buca nella sabbia, nel cui fondo giace una piccola dimora in legno, abitata unicamente da una giovane donna vedova. Scese le fragili e tremolanti scale di corda, l’uomo accetta di passare la notte lì. Al risveglio però, deciso a proseguire le sue ricerche, fa una scoperta sconcertante: durante la notte qualcuno ha tolto l’unica via d’uscita da quella enorme fossa, relegandolo in quel luogo e obbligandolo alla permanenza.

Come afferma Luisa Bienati: “Protagonista assoluto del romanzo di Abe è la sabbia. Salvezza prima e carcere poi, la sabbia si costituisce come parametro allegorico del tentativo umano di ridisegnare una propria identità, metafora della rincorsa ossessiva a un sé contraddittorio e sfuggevole”. È l’identità stessa a essere continuamente messa in discussione, a partire dal nome del protagonista, Niki Junpei (letteralmente “semplice” e “ordinario”), il quale, una volta entrato nella fossa, non verrà più chiamato per nome, ma indicato soltanto attraverso appellativi generici come “signore” o “ospite”. Pure alla donna toccherà la medesima sorte nell’anonimato, trascinata insieme all’uomo all’interno di una spirale di alienazione e lenta, costante perdita dell’io, in favore di una caduta libera verso un mondo, quello della buca, privo di ogni demarcazione morale e senso apparente. Con uno stile chirurgico, freddo e scientifico, Abe crea una vera e propria anatomia dell’incubo, della paranoia, accompagnando per mano il lettore in una storia che non potrà lasciarlo indifferente.

Recensione di Giovanni Buriola