Autrice: Ogawa Yōko
Traduzione: Cristiana Ceci
Editore: Adelphi Edizioni
Edizione: 2007

Ogawa Yōko è considerata una delle voci importanti della letteratura giapponese contemporanea. Nata a Okayama nel 1962, sin da bambina coltiva la sua passione per le storie, interesse che la vasta biblioteca del padre non fa che accrescere. Si laurea in Lettere presso l’Università Waseda di Tōkyō, entrando in contatto con una stimolante selezione di opere. Nel 1991 riceve il prestigioso premio Akutagawa per il romanzo Diario di una gravidanza (妊娠カレンダー Ninshin Karendā). L’anulare (薬指の標本, Kusuriyubi no hyōhon) viene pubblicato nel 1994 e arriva in Italia nel 2007.

La giovane protagonista dell’opera svolge con zelo e perseveranza un lavoro decisamente fuori dal comune: insieme al professor Deshimaru, con il quale lavora da un anno, si occupa della conservazione di “esemplari”. Precisamente, il suo compito è quello di catalogarli con cura: ogni giorno si destreggia tra i registri e le prenotazioni, accogliendo chi si presenta al laboratorio, una palazzina dall’aspetto vecchio e fatiscente che in passato fungeva da dormitorio femminile. La ragazza prende in carico i preziosi oggetti dei clienti e ascolta le loro storie, venendo a conoscenza delle curiose circostanze che li hanno condotti in un posto del genere.

Lei stessa, similmente alle persone che assiste, ha perso qualcosa di fondamentale. Si tratta però di qualcosa che non potrà mai recuperare né trasformare in “esemplare”: un pezzo del suo dito. Prima di arrivare al laboratorio, infatti, lavorava in una fabbrica di gazzosa in un piccolo villaggio. Un giorno un dito le si era schiacciato tra la cisterna di raccoglimento della bibita e il giunto del nastro trasportatore, e la punta del suo anulare – un pezzetto di carne a forma di conchiglia – si era staccata dal suo corpo. Da quel momento, tutto era cambiato e, non potendo vivere circondata da tutto ciò che le ricordava l’orribile incidente, la ragazza aveva deciso di andarsene.

Era arrivata al laboratorio per puro caso e, essendo un posto unico nel suo genere, ne era rimasta intrigata. Ricorda chiaramente il primo “esemplare” che le era stato posto dinnanzi: tre funghi, cresciuti nel luogo dove, a causa di un incendio, era mancata la famiglia di una ragazzina. Per la sedicenne – come molti altri clienti – l’atto di consegnarli al professor Deshimaru era stato fortemente simbolico: inserendo i funghi in una provetta, era come se stesse richiudendo lontano da sé tutto ciò che aveva perso.

Dalla penna di Ogawa Yōko nasce un’opera breve ed efficace, allo stesso tempo delicata quanto inquietante, e le cui atmosfere lasciano il lettore ammaliato. Il laboratorio diverrà non solamente un luogo in cui rinchiudere pezzi del proprio passato, ma con i suoi silenzi e gli spazi vuoti sembrerà fagocitare la protagonista stessa. Man mano che il tempo scorre, la giovane aiutante si accorgerà infatti di trovarsi come intrappolata: non può concepire di separarsi da quell’uomo che la attira a sé con morbosità. E, alla fine, lei stessa gli consegnerà qualcosa che le appartiene.

Recensione di Martina Gruden