
Autrice: Tawada Yōko
Traduzione: Alessandra Iadicicco
Editore: Ugo Guanda Editore
Edizione: 2017
Memorie di un’orsa polare (titolo originale: Etüden im Schnee) è un romanzo singolare, scritto da Tawada Yōko, autrice che vive tra due lingue e due culture ( il giapponese e il tedesco) e che proprio da questo bilico costruisce la sua voce più autentica. Le sue parole nascono nello spazio di confine, dove il linguaggio diventa ponte tra umano e animale, memoria e identità, corpo e parola.
Il romanzo si apre con la capostipite, un’orsa polare che, nel frattempo, si diletta come scrittrice, narrando la propria vita come fosse un esperimento di umanità. Attraverso la scrittura autobiografica ripercorre così le impronte del suo cammino, iniziato sulle tre ruote del triciclo di un circo. Dopo di lei, la narrazione passa alla figlia Tosca, artista circense anche lei, cresciuta nell’ombra dell’addestramento e dell’applauso, e infine a Knut, il cucciolo nato nella cattività di uno zoo di Berlino, la cui prospettiva infantile e pura restituisce un mondo filtrato da stupore e innocenza.
Tre voci, tre corpi, tre forme di esistenza che si cercano dentro una stessa memoria collettiva. Ogni parte del romanzo è una variazione sul tema della memoria: personale, ereditata, animale. Tawada costruisce un racconto che non si muove in linea retta, ma si avvolge su se stesso, come se la memoria fosse un corpo che respira.
Anche nei momenti più surreali non perde mai la precisione del dettaglio. La sua scrittura sembra camminare sul ghiaccio: leggera, ma sempre consapevole della profondità che si nasconde sotto la superficie.
Memorie di un’orsa polare non è un romanzo da leggere di corsa. È un libro che chiede di essere ascoltato, più che compreso, come una voce che arriva da un luogo lontano ma familiare. E, quando si arriva alla fine, resta nell’aria una sensazione fragile, come il battito di un cuore sotto la neve.
Un invito silenzioso a riconoscere, anche nel freddo del mondo, la traccia luminosa di ciò che ci rende umani. E, forse… anche un po’ orsi.
Recensione di Rachele Cesarini
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