TIGER – FEFF 28 || Recensione

In questa prima recensione di alcune delle pellicole presentate al FEFF 28, vi parliamo di “Tiger” (2025), film del regista Anshul Chauhan.

Anshul Chauhan, nato in India nel 1986, si laurea all’Università di Arte. A partire dal 2006 ha inizio la sua carriera come animatore, lavorando inizialmente per serie Nickelodeon e film premiati indiani. In seguito si trasferisce in Giappone per proseguire la sua professione alla Polygon Pictures, lavorando alle animazioni di diversi videogiochi.
Nel 2016 decide di seguire la sua passione per il mondo della regia, considerato da lui più libero e stimolante, dove la programmazione e le limitazioni sono minori rispetto al mondo dell’animazione. Per questa ragione fonda la propria casa di produzione “Kowatanda”, sbarcando nella scena dei lungometraggi con il dramma in bianco e nero “Bad Poetry Tokyo”(2018), seguito da un seconda pellicola sperimentale, “Kontoro” (2019). Le ultime due produzioni di Chauhan sono i film “December”(2022) e “Tiger”(2025), entrambi presentati in anteprima al Busan International Film Festival.

Il film di cui parliamo è proprio quest’ultimo, “Tiger” (2025), pellicola drammatica che offre una realistica rappresentazione di una parte della comunità LGBTQI+ in Giappone e delle problematiche che deve affrontare.
Katagiri Taiga, interpretato da Kawaguchi Takashi, è un uomo gay di 35 anni che lavora a Tōkyō come massaggiatore per uomini; tuttavia questa carriera non sta dando più i suoi frutti, a causa della poca richiesta rispetto ai suoi colleghi più giovani, portando il protagonista a volersi imbarcare nell’industria del porno.
La sua vita viene scossa dalla notizia delle condizioni di salute sempre peggiori del padre, che lo costringono a tornare alla sua piccola città di origine, dove si scontra con la sorella, che vorrebbe tutta l’eredità per sé e che minaccia il fratello di rivelare a tutti il suo orientamento sessuale.

La pellicola segue la vicenda di Taiga, divisa fra il mondo frenetico ed erotico della metropoli, rappresentata dal giovane amico e collega Benji, e l’ostile e chiusa cittadina, rappresentata dalla sorella Minami che, soggiogata anch’essa da delle dinamiche patriarcali, fa ricadere tutte le colpe sul protagonista.
Ci troviamo di fronte a un uomo incerto, preda dei propri desideri e delle proprie emozioni, che si trova in un momento transitorio della vita: da una parte trova una famiglia ostile e indifferente, impregnata dal ricordo della defunta e amata madre; dall’altra però, trova nella piccola nipote Kaede un barlume di speranza e felicità, nonché di vera libertà.

Grazie alla raccolta di vere storie di persone facenti parte della comunità LGBTQI+ giapponese, e alle innumerevoli riprese di realmente esistenti luoghi di incontro e di
sex-work, il regista di questa pellicola è riuscito a donare una vera e non censurata visione della realtà, spostandosi dalla linea di precedenti opere di questo genere, che preferivano invece esplorare storie d’amore fra giovani ragazzi. A questo scopo vi è infatti presente anche un segmento più documentaristico, in cui viene presentata la NIJI-FSB, un’organizzazione che promuove “matrimoni di amicizia” tra uomini gay e donne lesbiche, dando così loro una possibilità reale di creare una famiglia. Attraverso la scelta di un protagonista di età matura le tematiche approfondite vengono così espanse: non viene sviluppata solo la questione dell’identità sessuale e dei pregiudizi della società ad essa collegate, ma anche la questione familiare e matrimoniale, oltre che quella lavorativa. Il personaggio di Taiga, in questa maniera, non viene ridotto al suo orientamento, ma viene svilupatto nella sua interezza di essere umano, fragile e talvolta immaturo, alla ricerca della propria completezza e del proprio posto nella società.
L’originalità della trama, accompagnata da una magnifica fotografia, capace di catapultare l’osservatore nei diversi mondi esterni ed interni della vita di Taiga, rendono “Tiger” una pellicola assolutamente imperdibile, che consigliamo a tutti di recuperare.

Recensione di Arianna Zamò