L’uomo scatola || Recensione

Autore: Abe Kōbō
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Mondadori
Edizione: 2025
Pubblicato per la prima volta nel 1973, L’uomo scatola (Hako otoko, 箱男) è uno dei romanzi più radicali di Abe Kōbō. La premessa sembra semplice, ma solo all’inizio. Un uomo decide di sottrarsi alla propria posizione sociale vivendo all’interno di una scatola che gli copre interamente il corpo, osservando il mondo attraverso una piccola fessura. Da qui Abe sviluppa una narrazione sempre più instabile. Il romanzo assume la forma del manoscritto dell’uomo scatola, continuamente interrotto e contraddetto da altre voci.
Il racconto segue solo in parte gli spostamenti del protagonista. L’incontro con un medico, una giovane infermiera e un individuo deciso a impossessarsi della scatola introduce una serie di episodi che vengono riproposti e trasformati nel corso del romanzo. Scene già narrate ricompaiono con dettagli diversi, alcuni personaggi assumono identità diverse e persino gli appunti del narratore perdono progressivamente autorità. Tale instabilità riflette il nucleo del romanzo, dove la perdita di un’identità stabile rende impossibile una versione definitiva della realtà narrata.
La scatola permette al protagonista di osservare il mondo senza essere identificato da un volto o da un nome ma lo colloca anche in una posizione ambigua. Vede senza essere visto, mentre la sua stessa identità diventa sempre più incerta. Attraverso questa condizione di anonimato, Abe esplora quanto la percezione di sé dipenda dal riconoscimento degli altri e quanto invece rimanga una costruzione fragile e mutevole.
Anche lo stile contribuisce a questa esperienza. Il romanzo alterna annotazioni diaristiche, fotografie descritte a parole e riflessioni teoriche, passando dall’osservazione concreta a lunghe digressioni. Molti dettagli acquistano significato solo retrospettivamente e la struttura stessa del testo rende L’uomo scatola una delle prove più audaci della sperimentazione narrativa di Abe.
Recensione di Connal Shaw
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