Una storia familiare cruda e dai tratti documentaristici, quella proposta dal regista Nakagawa Shun nel film 90 Meters, presentato alla ventottesima edizione del Far East Film Festival. Classe 1987, Nakagawa Shun ha inizialmente lavorato come organizzatore di eventi, per poi studiare regia presso il New Cinema Workshop. Alla sua opera appartengono, oltre al sopracitato 90 Meters, il cortometraggio Kalanchoe (2016), che si focalizza sul tema dell’amore omosessuale all’interno dei licei giapponesi, e il lungometraggio Sayonara, Girls (2023), dramma adolescenziale tratto da un romanzo dello scrittore Asai Ryō.

In 90 Meters, traendo ispirazione da registi come Asghar Farhadi, che presentano personaggi in bilico tra i propri desideri e aspirazioni e la moralità, inseriti in un contesto di incomunicabilità, Nakagawa mette in scena una storia semi-autobiografica, che narra le vite di una madre e suo figlio, travolte dalla tragedia della malattia.

Tasuku (Santoki Soma) è un liceale che si trova costretto a lasciare il club di basket per prendersi cura della madre Misaki (Kanno Miho), affetta da SLA, una malattia neurogenerativa che l’ha costretta a letto. Sebbene disponga di un’OSS durante le ore scolastiche, non le è garantita un’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro, e Tasuku, per amore — o forse per dovere morale — mette da parte la sua vita sociale e scolastica per dedicarsi alla madre. Il protagonista si vede così sempre più alienato tanto nell’ambito sociale, non potendo frequentare i suoi amici dopo le lezioni, quanto dal punto di vista dell’educazione. La cura della madre, infatti, impiega molto del tempo libero di Tasuku, che inevitabilmente si ritrova incapace di stare al passo con la scuola, finendo spesso col dormire durante le lezioni e, in ultima istanza, a essere piuttosto disilluso nei confronti delle sue aspirazioni future.

La pellicola è dominata da scene di silenzio ricche di dettagli, che mostrano l’evoluzione del protagonista, il quale da figlio prende a essere un genitore: emblematica, in questo contesto, è la cucina, che diventa uno dei modi principali con cui Tasuku si prende cura della madre. Da maldestro cuoco, il protagonista impara le nozioni basilari, e la sua trasformazione in caregiver è completata. La sua vita, così, prende a essere controllata dal dispositivo per le chiamate usato da Misaki, che — nella misura in cui funziona a un raggio di 90 metri — dà il titolo al film stesso.

Punto di svolta del film è il miracolo burocratico che permette a Misaki di ottenere l’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro, evento che solleva Tasuku dal suo incarico. In tal modo, il protagonista si trova autorizzato a riprendere in mano la propria vita. Tuttavia, questa riconquista si rivela presto piuttosto anticlimatica per due ordini di ragioni: in primo luogo, fa difficoltà a inserirsi nuovamente in un contesto, come quello del club scolastico, lasciato da lui in maniera così brusca; in secondo luogo, il peggioramento delle condizioni della madre apre in lui un dilemma tra il voler perseguire le sue ambizioni, e la paura di abbandonare e perdere una persona così importante.

Oltre ai chiari intenti sociali, volti a sottolineare la problematica della mancanza di caregiver in Giappone — e delle ripercussioni di questo fenomeno su intere famiglie, soprattutto sui più giovani —, la pellicola presenta una sostanziale componente autobiografica, tanto da poter essere definita come una lettera d’amore del registra alla propria madre, scomparsa anche lei per una malattia. Oltre alla passione di Nakagawa stesso per il basket, le componenti autobiografiche si intravedono nell’incapacità del protagonista di comunicare con sua madre, problema riscontrato dal regista stesso, che ha affermato di non essere riuscito a esprimere a parole la portata del suo rispetto nei confronti della madre prima della sua scomparsa.

Il film, nel complesso, non si propone di trovare una soluzione al problema presentato, né vuole dare l’idea che esso possa essere risolto con un miracolo, come succede nel film; tuttavia, ha l’intento dichiarato di sottolineare l’importanza di queste realtà in una maniera non spesso affrontata. Tale intento viene centrato in pieno, anche grazie alla magistrale performance degli attori, in primo luogo Kanno Miho, che riesce a interpretare in modo impeccabile il ruolo della madre e il progredire della sua malattia.

Il film, con la sua fotografia semplice ma d’impatto, riesce a restituire un frammento di vita in maniera reale e toccante, riportando contemporaneamente l’attenzione del fruitore su problematiche attuali.

Recensione di Silvia Cubeddu