Autrice: Ōta Yōko
Traduzione: Veronica De Pieri
Editore: Inari Books
Edizione: 2021

Il romanzo Città di Cadaveri (in giapponese Shikabane no machi) venne pubblicato inizialmente nel 1948, a soli 3 anni dalla catastrofe di Hiroshima e fu successivamente riproposto nella sua versione integrale nell’edizione del 1950, in cui compare per la prima volta la prefazione dell’autrice (in questa edizione è posta come prima postfazione). Ōta Yōko, giornalista e scrittrice, dopo aver vissuto in prima persona il bombardamento atomico si fa portavoce dei sopravvissuti di Hiroshima, gli hibakusha, e delle vicende che sono seguite al 6 agosto 1945.

La prima edizione del romanzo fu pesantemente censurata dai provvedimenti governativi e fu sfortunata nella ricezione a causa dell’atteggiamento discriminatorio verso i sopravvissuti al bombardamento. L’autrice stessa, ossessionata dal terrore di una possibile morte improvvisa a causa delle radiazioni, scrive il testo tra l’agosto e il novembre del 1945. Il romanzo si presenta come un resoconto dei giorni immediatamente successivi alla catastrofe fino ad un mese dallo scoppio della bomba. Esperienze personali si uniscono ad un report dallo stampo giornalistico che fanno del testo sia una testimonianza personale dell’autrice sia un reportage oggettivo dei giorni e mesi a seguito del bombardamento.

Il romanzo racconta l’esperienza dell’autrice che, a poca distanza dall’epicentro nel momento dello scoppio della bomba, si salva miracolosamente insieme alla madre e alla sorella. Ōta Yōko ci offre la sua testimonianza di quelli che sono stati gli strazianti minuti, giorni e settimane a seguito del disastro. Non solo ci viene narrata la sua esperienza, ma quella di molti altri hibakusha, sopravvissuti al bombardamento ma persi nella desolazione e nel dolore degli eventi. Racconta il dolore dell’umanità davanti al terrore e alla sofferenza della bomba atomica, ma anche la forza e resilienza necessari per continuare a vivere dopo aver visto la propria casa, la propria città ardere davanti ai propri occhi, senza sapere cosa ne è dei propri cari e cosa ne sarà del domani.

Ōta Yōko ci rivela grazie alla sua testimonianza la necessità di coltivare una memoria collettiva, ci racconta un tempo ormai passato che non può e non deve essere dimenticato. Il racconto sensibile ed allo stesso tempo apatico di Ōta si presenta come un tentativo di fornire un resoconto il quanto più oggettivo della situazione ad Hiroshima e riesce così catturare l’umanità che nel mare di devastazione causato dalla bomba atomica, persiste incessantemente nella ricerca della speranza di un futuro migliore.

Recensione di Valeria D’Alessandro