
Autore: Kawabata Yasunari
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Mondadori
Edizione: 2019
Nato a Osaka nel 1899, Kawabata Yasunari trascorre un’infanzia caratterizzata dalla precoce perdita dei genitori, evento che imprime alla sua scrittura un’impronta di solitudine e delicate atmosfere quasi oniriche. Dopo la laurea presso l’Università imperiale di Tokyo, debutta nel 1924 con l’opera La danzatrice di Izu (伊豆の踊子, Izu no odoriko). Il romanzo che viene generalmente considerato il suo capolavoro, Il paese delle nevi (雪国 Yukiguni), segue nel 1937. Nel 1968, tre anni prima della sua morte, Kawabata diventa il primo autore giapponese che riceve il Premio Nobel per la letteratura. Nel discorso di accettazione, intitolato “Il Giappone, la bellezza e io,” riflette sulla sensibilità della scrittura, sull’estetica tradizionale giapponese e sullo spirito umano. Denti di leone (たんぽぽ, Tanpopo) è il suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1972.
La presenza che attraversa l’intero romanzo è quella di Ineko, personaggio che però conosceremo solo indirettamente, attraverso le parole del suo ragazzo Hisako e di sua madre. La vicenda si svolge nell’arco di una sola giornata: partendo da un pomeriggio di sole, che mette in risalto la colorata vegetazione e i rigogliosi denti di leone della città di Ikuta, seguiremo il ponderare dei due sino all’ora di coricarsi, particolarmente suggestiva data la loro incapacità di prendere sonno.
Anche lo spazio della narrazione è circoscritto. Seguendo i protagonisti sino all’alloggio in cui passeranno la notte, il romanzo si apre con l’immagine dell’unico edificio che interrompe l’armoniosa immagine della città: il manicomio. Hisano e la madre di Ineko stanno proprio per lasciarlo, dopo aver affidato Ineko alle cure dei medici. La giovane, difatti, soffre di una forma di asomatognosia: a tratti, i corpi delle persone che ama scompaiono dalla sua vista – e la prima persona dissoltasi davanti a lei era stato proprio Hisano. In un primo momento ciò succedeva solo da vicino; in seguito, improvvisamente, anche a distanza di alcuni passi. Dapprima se ne andavano le spalle, poi il petto – e infine, rimaneva solamente una massa informe, dai contorni di un poroso arcobaleno.
Il dialogo tra Hisano e la madre di Ineko si muove per associazioni e tocca vari argomenti, spesso sconnessi tra di loro loro o dettati da ricordi frammentari. Osservando una quercia dal tronco intagliato, che sembra quasi piangere, i due si interrogano sul bisogno umano di lasciare un segno della sua presenza. Dalla menzione di eventi passati nasce una riflessione sul peso del destino e sul rimorso. Il confronto sulla malattia di Ineko, poi, mette in luce da una parte l’ottimismo di Hisano, convinto di poter aiutare la ragazza con il suo amore; dall’altra, la preoccupazione della madre che la malattia si aggravi incontrollabilmente. Filo rosso del discorso è, inoltre, anche la tragica e inaspettata morte del colonnello Kizaki Masayuki, il padre di Ineko, presenza costante nella coscienza della famiglia.
Scandito dai rintocchi della campana della città, suonata a turno dai ricoverati del manicomio, Denti di leone mette in scena un dialogo a tratti spontaneo, a tratti più attento, tra due figure preoccupate per una persona a loro cara. Kawabata costruisce così una conversazione delicata, incisiva e profonda, attraverso la quale il lettore rifletterà anche su cosa significhi amare qualcuno.
Recensione di Martina Gruden
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