Autore: Tanizaki Jun’ichirō
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Bompiani
Edizione: 2017
Tanizaki Jun’ichirō nasce a Tōkyō nel 1886 in una famiglia di commercianti in declino. Non completa il ciclo di studi universitario, ma inaugura la sua carriera letteraria attraverso la pubblicazione su riviste quali Shinshichō (新市長) e Subaru (すばる), che gli fruttano presto un notevole successo. È considerato uno dei principali autori del periodo, ed è noto in particolare per il suo interesse nell’analizzare pulsioni istintive e perversioni dell’uomo, al punto di suscitare scandalo con la pubblicazione di alcune opere.
Il saggio Libro d’ombra (陰翳礼讃, In’ei raisan) viene pubblicato nel 1933, durante la seconda fase della sua produzione, e tratta del complesso tema dell’estetica giapponese e di come questa sia stata influenzata dal contatto con l’Occidente. Esplora inizialmente il problema, vissuto in prima persona, di conciliare le nuove comodità per l’ambiente domestico con un gusto tradizionale come il suo. Respinge poi il modello di toilette occidentale, denunciandone l’accecante bianchezza che mal si sposa con la natura del luogo.
Prosegue toccando gli argomenti più disparati, da cinema e musica a carta, architettura e arredamento, fino al teatro e alla figura della donna. Il filo conduttore delle sue considerazioni è l’amore per l’oscurità, per la penombra, culla della bellezza giapponese che, ormai annegata da una nuova e abbagliante luce elettrica, costringe il popolo del Sol Levante ad abbandonare il suo antico gusto.
Il lettore italiano del ventunesimo secolo fatica forse a carpire la natura di questa bellezza occultata dall’ombra tanto cara a Tanizaki; riconosce tuttavia con facilità problematiche da lui denunciate quali il consumo sfrenato di energia, l’inquinamento luminoso e la deforestazione, tutto in nome di un progresso talmente rapido da apparire sconcertante.
Complessivamente, l’opera pone un quesito fondamentale: che aspetto avrebbe avuto il Giappone, se non si fosse assoggettato così drasticamente agli usi e all’estetica occidentali? Lungi dal rinnegare gli evidenti vantaggi delle nuove tecnologie, Tanizaki immagina un Giappone più autentico, dallo sviluppo forse rallentato rispetto all’Occidente, ma indubbiamente più fedele a sé stesso; quest’idea di Paese è tuttavia destinata a rimanere perduta nel buio dell’ipotesi, mentre la realtà illuminata dal progresso incessante ne è più distante che mai.
Recensione di Isabella Sgargi
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