
Autrice: Suzuki Suzumi
Traduzione: Chiara Pasqualini
Editore: Leggereditore
Edizione: 2024
L’ultima poesia è un romanzo breve, delicato ma potente, scritto da Suzuki Suzumi, autrice giapponese e non solo: sociologa, editorialista, con un passato non convenzionale come attrice di video per adulti. Questo suo bilico tra mondi (il sociale, l’intimo, il marginale) tesse una voce narrativa capace di sondare memorie spezzate e anime fragili.
La protagonista è una giovane donna di 25 anni che ha lasciato la casa dei genitori quando ne aveva appena 17, trovando lavoro come intrattenitrice nel quartiere notturno di Tokyo. È una vita di sorrisi forzati, conversazioni sussurrate e ombre intiepidite dai colori delle luci al neon. Quando la madre gravemente malata torna nella sua vita con il desiderio di comporre “l’ultima poesia”, il passato e il presente tornano a intrecciarsi. Ma ben presto la madre collassa, finendo in ospedale: i medici le danno pochi giorni di vita. Nel frattempo, la protagonista deve fare i conti anche con il lutto di una cara amica, Eri, una sex worker il cui suicidio ha lasciato una ferita profonda in un animo di vetro già incrinato.
Tra dolore e rimpianto, madre e figlia tentano di trovare un punto d’incontro. Le cicatrici, reali e simboliche, emergono: sul braccio della figlia, segni di bruciature che custodiscono segreti; nella vita della madre, un uomo misterioso che le fa visita. In questa tela di relazioni difficili, si disegna un ritratto intimo di una Tokyo forse poco familiare, sospesa fra empatia e tensione.
Suzuki costruisce un racconto che, pur nella sua brevità, si districa piano e, al tempo stesso, finisce in un attimo, come la vita stessa. La sua prosa è forte e toccante: come una poesia in sé, la narrazione vibra nel silenzio degli sguardi, nel peso dei non detti, nella tensione sottile di chi vive ai margini ma non si arrende. Ogni parola sembra scelta con cura, ogni pausa lasciata respirare come fosse parte di un verso.
Anche nei momenti più strazianti non perde mai un senso di delicatezza, come una melodia malinconica: semplice, ma capace di scatenare un’eco profonda. L’ultima poesia non si limita a raccontare una storia di morte e riconciliazione: è una sfida, a restare accanto al dolore, a non fuggire dalla fragilità. E quando il rapporto tra madre e figlia sembra arrivare a un punto di resa, rimane la traccia di una voce che ha voluto cantare fino all’ultimo istante, anche se lieve e struggente, un addio che è, al tempo stesso, un singhiozzo sommesso da un abbraccio di conforto.
In questo senso, il romanzo ci ricorda che, nel silenzio dell’ultimo verso, risuona qualcosa di eterno: la possibilità che, anche il legame più fragile, possa diventare poesia.
Recensione di Rachele Cesarini
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