Appartamento 401 || Recensione

Autore: Yoshida Shūichi

Traduttore: Gala Maria Follaco

Editore: Feltrinelli

Edizione: 2019

Scritto da Yoshida Shūichi, Appartamento 401 (titolo originale パレード, Parēdo) ottiene nel 2002 il premio Yamamoto Shūgorō e, grazie al regista Isao Yukisada, conquista anche il grande schermo nel 2009, aggiudicandosi il premio Fipresci alla sessantesima edizione del Festival di Berlino. Ambientato in una moderna Tokyo, il romanzo ama frugare nelle pieghe dell’esistenza urbana, dove l’ordinario, grazie allo sguardo attento dell’autore, si tinge lentamente di inquietudine.

La storia prende avvio in un appartamento di Tokyo, il 401, dove quattro giovani (Ryōsuke, Kotomi, Mirai e Naoki) convivono illegalmente tra silenzi e piccoli gesti quotidiani. Ognuno di loro porta con sé un bagaglio di insicurezze, desideri nascosti e una sete di comprensione che sembra destinata a rimanere inappagata. Le giornate scorrono lente tra università, lavoro, l’interminabile attesa di una chiamata che forse non giungerà mai e seri problemi di alcolismo. Eppure, nonostante i quattro condividano uno spazio così stretto, la distanza tra loro sembra incolmabile, impregnata da una glaciale indifferenza intiepidita solo da qualche scambio cortese.

L’arrivo di Satoru, un nuovo, improbabile coinquilino dal passato indecifrabile, rompe l’equilibrio già fragile introducendo nel microcosmo del 401 una presenza sfuggente e ambiguamente minacciosa. Mentre le dinamiche interne diventano sempre più tese, aggressioni a donne nel quartiere provocano nei ragazzi un sentimento che man mano si diffonde sempre di più: il sospetto che, uno di loro, sia il colpevole.

Dietro la superficie di un thriller domestico, Appartamento 401 è soprattutto un’indagine sul senso di alienazione che pervade le esistenze urbane. L’appartamento, spazio claustrofobico e condiviso, diventa metafora di una condizione esistenziale: convivere senza mai conoscersi davvero, comunicare senza mai capirsi fino in fondo. Perché a nessuno interessa veramente dell’altro o, forse, è impossibile scoprire cosa si cela davvero al di là delle maschere con cui ci confrontiamo ogni giorno.

È per questo che ognuno dei cinque capitoli si affida al punto di vista di uno dei protagonisti, offrendo al lettore prospettive frammentarie, talvolta contraddittorie. Ne emerge così un mosaico di percezioni in cui la verità non solo è sfuggente, ma addirittura costruita ad arte dallo stesso narratore per convincere gli altri e persino se stesso.

Tra i labili confini che separano realtà e percezione, le pagine si chiudono e a noi non resta che chiederci se, nel teatro della vita, sapremo mai andare oltre la recita. Ma, soprattutto, sarebbe opportuno interrogare il proprio riflesso. Abbiamo davvero la certezza che, chi ci osserva dall’altra parte del vetro, non lo stia facendo attraverso gli occhi di una maschera?

Recensione di Rachele Cesarini

Uno Sette || Recensione

Autore: Yokoyama Hideo

Traduttore: Bruno Forzan

Editore: Mondadori

Edizione: 2018

Uno Sette (クライマーズ • ハイ, Climber’s High), è un thriller che esplora la cruda realtà giornalistica scritto da Yokoyama Hideo. L’autore, prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, è stato difatti per dodici anni giornalista d’inchiesta. La sua rigorosa etica del lavoro è riflessa nel comportamento ossessivo dei personaggi del romanzo, che sacrificano forze e vita sociale per il bene del giornale. Yokoyama morirà per un attacco cardiaco in seguito a una sessione di lavoro durata settantadue ore.

Kuzumasa Yūki è un giornalista del Kita Kantō Shinbun, un piccolo quotidiano locale che ogni giorno deve combattere per il miglior scoop contro altri giornali nipponici più influenti. Nel poco tempo libero che rimane dopo gli sfiancanti turni in redazione, Yūki coltiva la passione dell’arrampicata: a spronarlo c’è l’amico e collega Anzai, esperto nel campo. Insieme decidono di scalare il ripidissimo Tsuitate, chiamato anche “monte del diavolo” per il corposo numero di vittime cadute nel vuoto durante la scalata. Tuttavia, due catastrofi incombono all’orizzonte…

Il 12 agosto 1985 un Jumbo della Japan Airlines in volo da Tokyo a Osaka riporta dei problemi al velivolo, manda due comunicazioni urgenti, se ne perdono le tracce. Il giorno dopo, la scoperta della tragedia: l’aeroplano si è schiantato sul monte Osutaka con oltre 500 passeggeri a bordo, rendendolo il più grande incidente aereo mai accaduto. La redazione del Kita Kantō Shinbun elegge Yūki come responsabile del caso: nonostante le volontà dei piani alti di concentrarsi sulle breaking news sulla sciagura per tenere alto il nome della testata, più volte Yūki dimostrerà il suo interesse nel pubblicare notizie legate alla dimensione umanitaria dell’incidente, nell’intento di aiutare le famiglie delle vittime a superare la terribile e improvvisa perdita.

Attraverso le indagini sulla tragedia aerea e le interazioni tra Yūki e i suoi colleghi, emergono la sua infanzia travagliata e il rapporto tormentoso con il figlio Jun. Nonostante il desiderio del padre di riallacciare una relazione forse mai esistita, Jun è ormai un adolescente ribelle, irrequieto e che sembra considerare il padre una seccatura. Al contrario, Yūki sembra costruire un rapporto di giorno in giorno più profondo con il figlio di Anzai, Rintarō, che si aggrappa a lui come un’ancora dopo una disgrazia che ha stravolto la sua vita di dodicenne.

La vita personale di Yūki e le vicissitudini in redazione si intrecciano magistralmente per creare il complesso ritratto di un uomo che sta perdendo di vista ciò che è realmente importante. Un’infanzia tormentosa, un figlio acquisito e l’immagine del monte Tsuitate all’orizzonte: quanto il passato può condizionare l’uomo che vive nel presente?

Recensione di Martina Benedetta Calabrese

Il treno del mistero || Recensione

Autore: Kyōtarō Nishimura

Traduttore: Igor Longo

Editore: Mondadori

Edizione: 1998

Un treno speciale dalla destinazione sconosciuta, con quattrocento fortunati passeggeri a bordo, parte dalla stazione di Tokyo la sera dell’8 agosto, con qualche minuto di ritardo. Una grande folla si era radunata sulla banchina per salutare amici e parenti, presto protagonisti di un viaggio verso l’ignoto. Il Treno del Mistero – così è stato chiamato – avrebbe dovuto fare ritorno la mattina del 10 agosto, se non fosse che quella che doveva essere una semplice trovata pubblicitaria delle Ferrovie dello Stato per cercare di aumentare le entrate, si trasforma in un vero e proprio incubo quando, senza alcuna apparente spiegazione, il convoglio sparisce.

È così che inizia il romanzo giallo di Kyōtarō Nishimura, Il treno del mistero (titolo originale: ミステリー列車が消えた) pubblicato in Giappone nel 1982. Nishimura è stato una figura centrale nel panorama del giallo giapponese moderno, soprattutto per l’innovativo sottogenere del travel mystery, il “giallo in viaggio”, a cui appartiene anche quest’opera. Infatti, il giallo è ricco di suspense e l’ambientazione delle ferrovie giapponesi fa sì che l’opera sia ricca di descrizioni dettagliate di linee, orari, diverse tipologie di convogli, grandi e piccole stazioni disseminate lungo tutto l’arcipelago.

La sparizione improvvisa del treno speciale rende necessario l’intervento della polizia, che scoprirà che l’intero treno e i suoi quattrocento passeggeri sono stati presi in ostaggio a scopo di riscatto. Si tratta di un’operazione che stupisce per la sua portata e per l’organizzazione minuziosa e scrupolosa, nonché ingegnosa, messa in atto dai rapitori: far sparire nel nulla un convoglio composto da dodici vagoni appartenente alle Ferrovie dello Stato, senza che nessuno se ne accorga, non è certo una cosa da poco.

Proprio per questo motivo, l’opera cattura sin da subito l’attenzione del lettore, anche grazie al ritmo della narrazione piuttosto serrato e incalzante, focalizzato principalmente sulla risoluzione della vicenda: i capitoli sono molto brevi e anche la scrittura, semplice, si concentra sugli aspetti essenziali, rendendo la lettura scorrevole. La vicenda viene narrata da vari personaggi, soprattutto dopo una partecipazione più seria nelle indagini anche da parte della sezione di Osaka, che aveva effettivamente organizzato l’itinerario del Treno del Mistero. Questa scelta offre una visione ancora più articolata degli eventi.

Viene sacrificata una maggiore caratterizzazione psicologica dei personaggi, di cui purtroppo si comprende poco. Per quanto i loro ragionamenti e le loro deduzioni a volte risultino geniali, rendendoli in grado, nonostante tutto, di mettere insieme ogni pezzo del puzzle e scoprire il profilo di ogni rapitore, una maggiore profondità emotiva e dei pensieri al di fuori della sola indagine emergono raramente.

La ricerca del Treno del Mistero è una vera e propria sfida contro il tempo, in quanto la polizia cerca di fare il possibile per risolvere il caso e liberare gli ostaggi prima che la notizia diventi di dominio pubblico e che scoppi lo scandalo. Si tratta di un giallo intrigante, adatto per chi ama restare con il fiato sospeso ed è affascinato dall’intreccio tra un viaggio ferroviario misterioso e una scomparsa altrettanto misteriosa e sconvolgente.

Recensione di Valeria Varrenti

Sei Quattro || Recensione

Autore: Hideo Yokoyama
Traduzione: Laura Testaverde
Editore: Mondadori
Edizione: 2017

Hideo Yokoyama, nato a Tokyo nel 1957, lavorò per dodici anni come giornalista d’inchiesta prima di diventare scrittore di romanzi gialli e crime. Il suo esordio risale al 1998, quando grazie alla raccolta di racconti La stagione delle ombre (陰の季節, Kage no Kisetsu) vinse il Matsumoto Seichō Prize. Sei quattro (ロクヨン, Roku Yon), pubblicato per la prima volta nel 2012 e tradotto da Laura Testaverde, è il suo sesto romanzo.

La trama dell’opera ruota intorno a Mikami Yoshinobu che, dopo aver fatto l’investigatore per ben vent’anni, è stato inaspettatamente assegnato alla posizione di capo ufficio stampa, vedendo momentaneamente troncata la sua carriera nella squadra mobile. Questo ruolo gli sta un po’ stretto: gli sembra infatti quasi di possedere “due anime”. Da una parte è un funzionario che si occupa di gestire il rapporto con i media, tra i quali spiccano i giornalisti del tenace “kisha club”, dall’altra invece fa fatica ad accettare di non essere più un investigatore, ruolo a cui si sente ancora profondamente legato.

Tale conflitto interiore, però, è solo parte dello sconforto che travolge la sua routine. Il romanzo si apre infatti con una scena opprimente: lui e sua moglie Minako, ex poliziotta, si recano in un obitorio per effettuare il riconoscimento di un cadavere. Con loro sollievo, però, non si tratta della figlia Ayumi, scappata di casa tre mesi prima. Questa sua fuga inaspettata aveva stravolto le vite dei genitori, perseguitati ora dal ricordo dell’ultima volta in cui l’avevano vista: accovacciata in un angolo buio della stanza, circondata dai cocci dello specchio che aveva infranto, l’avevano trovata intenta a colpirsi e graffiarsi il viso, urlando che la sua faccia non la voleva e che avrebbe voluto morire.

Le giornate di Mikami si complicano ulteriormente sia quando a casa ricevono tre telefonate mute — potrebbe trattarsi di Ayumi? — sia quando viene annunciato l’arrivo del capo della polizia nella regione D. In programma vi è una simbolica visita legata all’anniversario del “Sei Quattro,” nome in codice per un caso di rapimento e assassinio avvenuto quattordici anni prima, nell’anno ’64 dell’era Shōwa. In quell’occasione, sebbene fosse stato pagato un riscatto di venti milioni di yen, il corpo martoriato della bambina rapita, la piccola Shōko, venne ritrovato senza vita, e il colpevole non fu mai individuato.

Mikami, sommerso dai dolorosi ricordi di un caso a cui aveva partecipato lui stesso, aggravati ora dalla sua difficile situazione familiare, si trova incaricato di organizzare la visita del prefetto. Entra così anche in contatto con Amamiya Yoshio, padre della vittima, che sembra aver perso del tutto la sua fiducia nella polizia. Ma è davvero la mancata risoluzione del caso l’unica ragione di tale diffidenza? E qual è il vero scopo di una visita a casa Amamiya, dopo così tanti anni privi di sviluppi sul caso?

Aprendo anche una finestra sulle relazioni interne alle istituzioni giapponesi e sul mondo delle relazioni pubbliche, il romanzo segue le indagini del poliziotto che, pervaso dal suo spirito investigativo, è determinato a scoprire tutte le verità celate attorno al “Sei Quattro.” Tra segreti che tornano alla luce e complicità inattese, Mikami realizzerà ben presto che in gioco non c’è solamente la giustizia per la piccola Shōko, ma l’intero futuro della polizia di D.

Recensione di Martina Gruden

Vita in Vendita || Recensione

Autore: Mishima Yukio

Traduzione: Giorgio Amitrano

Editore: Feltrinelli

Edizione: 2022

Scritto nel 1968 da Mishima Yukio, Vita in vendita (命売ります, Inochi urimasu) viene originariamente pubblicato a puntate sulla rivista popolare Weekly Playboy e nasce in un periodo particolarmente controverso per l’autore il quale, nello stesso anno, viene candidato al Premio Nobel per la letteratura. Il romanzo si presenta come una sorta di esperimento narrativo dai toni pulp, satirici, talvolta grotteschi, costruiti intorno a una costante ricerca di abbandono. Una ricerca che si rivela essere profetica in quanto, solo due anni dopo, Mishima si toglie la vita commettendo seppuku, il suicidio rituale dei samurai.

Ed è proprio in questo modo che si apre il romanzo: con un suicidio che, tuttavia, fallisce. Hanio, un giovane copywriter di Tokyo, si trova davanti a una lugubre allucinazione leggendo il giornale, un’azione banale e di routine che, in modo del tutto irrazionale per chi lo circonda, rende quella stessa routine priva di ogni senso. Risvegliatosi in un’ambulanza dopo il tentativo fallito, Hanio torna a casa, scosso, ma abbastanza lucido da prendere una decisione destinata a cambiare per sempre la sua esistenza. Copywriter di mestiere, sfrutta le sue doti e pubblica sul giornale un annuncio tanto macabro quanto allettante: “Vita in vendita. Chiunque ne abbia bisogno, si faccia avanti. Prezzo trattabile.”

Da quel momento, una serie di personaggi bizzarri e tragicamente comici iniziano a bussare alla sua porta, pronti ad acquistare la sua esistenza alla stessa stregua di un mero prodotto commerciale. Tuttavia, a differenza degli oggetti messi in vendita, Hanio, che ha oramai spogliato la sua vita di qualsiasi senso, non ha il desiderio di assegnare a quest’ultima nemmeno un valore economico. Si affida alla discrezione dei suoi clienti i quali, per qualche migliaio di yen, presentano al giovane richieste tanto pericolose quanto assurde, tra gangster, vampire, agenzie segrete e carote al cianuro di potassio.

Dietro la patina quasi pulp che avvolge l’intreccio, il romanzo cela un continuo interrogarsi sul senso della vita. Hanio, che decide di offrire la sua al migliore acquirente, affronta ogni missione col sangue freddo di chi ha già visto la morte in faccia e desidera ardentemente ricongiungersi ad essa. Eppure, ogni incarico che dovrebbe condurlo alla fine si risolve in un’imprevista salvezza, come se la vita stessa, nonostante tutto, continuasse a riaffermare il proprio valore, al di là di ogni intenzione e annullamento. Attraverso situazioni al limite del paradossale, Mishima costruisce una critica feroce alla società moderna, alienata, iper-produttiva e che sembra aver perso il proprio scopo tanto da fare sembrare la morte una fine più gloriosa di una monotona, anonima quotidianità.

Lo stile è semplice, fluido, con capitoli brevi e talvolta comici dove i personaggi secondari, volutamente stereotipati, contrastano con l’ambigua e sfuggente figura del protagonista, il quale si colloca in una posizione difficile da giudicare. Né bianco, né nero, una tela dipinta di grigio che, nella sua apparente vacuità, ci spiazza con una tacita domanda: cos’ha di speciale l’uomo, se anche la vita può divenire merce di scambio?

Recensione di Rachele Cesarini

La Sosia || Recensione

Autrice: Aoyama Nanae

Traduzione: Rebecca Suter

Editore: Rizzoli

Edizione: 2024

Nanae Aoyama è una scrittrice giapponese nata nel 1983 nella prefettura di Saitama. È diventata una delle voci più significative della narrativa contemporanea giapponese grazie al suo stile sobrio e intimista. Ha esordito nel 2005 con Mado no akari e nel 2009 ha anche vinto il Premio Kawabata per il racconto Kakera. Le sue storie, spesso ambientate nella quotidianità giapponese, sono state tradotte in numerose lingue e apprezzate anche a livello internazionale.

Nanae Aoyama scrive La sosia (にぎやかな落日) partendo da un’idea suggestiva: Ritsu, giovane scrittrice in cerca di ispirazione, viene contattata da una donna misteriosa, Kyōko Kuki, che le offre un abbondante pagamento per scrivere la biografia di sua sorella Yuri. La somiglianza surreale e inspiegabile tra la sorella deceduta di Kyōko Kuki e la protagonista Ritsu renderà il racconto sempre più macabro e inquietante.

L’atmosfera, infatti, è volutamente cupa: Aoyama spinge il lettore a intuire piuttosto che assistere direttamente all’orrore. Si percepisce la tensione che prova Ritsu mentre si inoltra in una villa sontuosa che nasconde riluttanza e vendette familiari.

Il lettore si interfaccia continuamente con una versione diversa di Ritsu in base al testimone che viene interrogato dalla protagonista, provocandogli un senso di stordimento. Si arriva così a domandarsi: come mai Ritsu e Yuri sono identiche? Perché Kyōko Kuki ha un ricordo diverso della sorella rispetto agli altri?

Aoyama, grazie al suo stile squisitamente letterario, all’interno del libro rievoca le atmosfere di Murakami e trascina il lettore in una spirale distorta all’interno della mente umana.

Un romanzo avvincente che tiene alti la tensione e il mistero fino all’ultima pagina e in cui niente è davvero ciò che sembra: ci sono porte che è meglio non aprire e storie che non si dovrebbero scrivere.

Recensione di Davide Ciaffoni