6 Maggio 2026 | Film e Serie TV, Recensioni, Registi

Una storia familiare cruda e dai tratti documentaristici, quella proposta dal regista Nakagawa Shun nel film 90 Meters, presentato alla ventottesima edizione del Far East Film Festival. Classe 1987, Nakagawa Shun ha inizialmente lavorato come organizzatore di eventi, per poi studiare regia presso il New Cinema Workshop. Alla sua opera appartengono, oltre al sopracitato 90 Meters, il cortometraggio Kalanchoe (2016), che si focalizza sul tema dell’amore omosessuale all’interno dei licei giapponesi, e il lungometraggio Sayonara, Girls (2023), dramma adolescenziale tratto da un romanzo dello scrittore Asai Ryō.
In 90 Meters, traendo ispirazione da registi come Asghar Farhadi, che presentano personaggi in bilico tra i propri desideri e aspirazioni e la moralità, inseriti in un contesto di incomunicabilità, Nakagawa mette in scena una storia semi-autobiografica, che narra le vite di una madre e suo figlio, travolte dalla tragedia della malattia.
Tasuku (Santoki Soma) è un liceale che si trova costretto a lasciare il club di basket per prendersi cura della madre Misaki (Kanno Miho), affetta da SLA, una malattia neurogenerativa che l’ha costretta a letto. Sebbene disponga di un’OSS durante le ore scolastiche, non le è garantita un’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro, e Tasuku, per amore — o forse per dovere morale — mette da parte la sua vita sociale e scolastica per dedicarsi alla madre. Il protagonista si vede così sempre più alienato tanto nell’ambito sociale, non potendo frequentare i suoi amici dopo le lezioni, quanto dal punto di vista dell’educazione. La cura della madre, infatti, impiega molto del tempo libero di Tasuku, che inevitabilmente si ritrova incapace di stare al passo con la scuola, finendo spesso col dormire durante le lezioni e, in ultima istanza, a essere piuttosto disilluso nei confronti delle sue aspirazioni future.
La pellicola è dominata da scene di silenzio ricche di dettagli, che mostrano l’evoluzione del protagonista, il quale da figlio prende a essere un genitore: emblematica, in questo contesto, è la cucina, che diventa uno dei modi principali con cui Tasuku si prende cura della madre. Da maldestro cuoco, il protagonista impara le nozioni basilari, e la sua trasformazione in caregiver è completata. La sua vita, così, prende a essere controllata dal dispositivo per le chiamate usato da Misaki, che — nella misura in cui funziona a un raggio di 90 metri — dà il titolo al film stesso.
Punto di svolta del film è il miracolo burocratico che permette a Misaki di ottenere l’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro, evento che solleva Tasuku dal suo incarico. In tal modo, il protagonista si trova autorizzato a riprendere in mano la propria vita. Tuttavia, questa riconquista si rivela presto piuttosto anticlimatica per due ordini di ragioni: in primo luogo, fa difficoltà a inserirsi nuovamente in un contesto, come quello del club scolastico, lasciato da lui in maniera così brusca; in secondo luogo, il peggioramento delle condizioni della madre apre in lui un dilemma tra il voler perseguire le sue ambizioni, e la paura di abbandonare e perdere una persona così importante.
Oltre ai chiari intenti sociali, volti a sottolineare la problematica della mancanza di caregiver in Giappone — e delle ripercussioni di questo fenomeno su intere famiglie, soprattutto sui più giovani —, la pellicola presenta una sostanziale componente autobiografica, tanto da poter essere definita come una lettera d’amore del registra alla propria madre, scomparsa anche lei per una malattia. Oltre alla passione di Nakagawa stesso per il basket, le componenti autobiografiche si intravedono nell’incapacità del protagonista di comunicare con sua madre, problema riscontrato dal regista stesso, che ha affermato di non essere riuscito a esprimere a parole la portata del suo rispetto nei confronti della madre prima della sua scomparsa.
Il film, nel complesso, non si propone di trovare una soluzione al problema presentato, né vuole dare l’idea che esso possa essere risolto con un miracolo, come succede nel film; tuttavia, ha l’intento dichiarato di sottolineare l’importanza di queste realtà in una maniera non spesso affrontata. Tale intento viene centrato in pieno, anche grazie alla magistrale performance degli attori, in primo luogo Kanno Miho, che riesce a interpretare in modo impeccabile il ruolo della madre e il progredire della sua malattia.
Il film, con la sua fotografia semplice ma d’impatto, riesce a restituire un frammento di vita in maniera reale e toccante, riportando contemporaneamente l’attenzione del fruitore su problematiche attuali.
Recensione di Silvia Cubeddu
5 Maggio 2026 | Film e Serie TV, Recensioni, Registi
In questa prima recensione di alcune delle pellicole presentate al FEFF 28, vi parliamo di “Tiger” (2025), film del regista Anshul Chauhan.

Anshul Chauhan, nato in India nel 1986, si laurea all’Università di Arte. A partire dal 2006 ha inizio la sua carriera come animatore, lavorando inizialmente per serie Nickelodeon e film premiati indiani. In seguito si trasferisce in Giappone per proseguire la sua professione alla Polygon Pictures, lavorando alle animazioni di diversi videogiochi.
Nel 2016 decide di seguire la sua passione per il mondo della regia, considerato da lui più libero e stimolante, dove la programmazione e le limitazioni sono minori rispetto al mondo dell’animazione. Per questa ragione fonda la propria casa di produzione “Kowatanda”, sbarcando nella scena dei lungometraggi con il dramma in bianco e nero “Bad Poetry Tokyo”(2018), seguito da un seconda pellicola sperimentale, “Kontoro” (2019). Le ultime due produzioni di Chauhan sono i film “December”(2022) e “Tiger”(2025), entrambi presentati in anteprima al Busan International Film Festival.

Il film di cui parliamo è proprio quest’ultimo, “Tiger” (2025), pellicola drammatica che offre una realistica rappresentazione di una parte della comunità LGBTQI+ in Giappone e delle problematiche che deve affrontare.
Katagiri Taiga, interpretato da Kawaguchi Takashi, è un uomo gay di 35 anni che lavora a Tōkyō come massaggiatore per uomini; tuttavia questa carriera non sta dando più i suoi frutti, a causa della poca richiesta rispetto ai suoi colleghi più giovani, portando il protagonista a volersi imbarcare nell’industria del porno.
La sua vita viene scossa dalla notizia delle condizioni di salute sempre peggiori del padre, che lo costringono a tornare alla sua piccola città di origine, dove si scontra con la sorella, che vorrebbe tutta l’eredità per sé e che minaccia il fratello di rivelare a tutti il suo orientamento sessuale.

La pellicola segue la vicenda di Taiga, divisa fra il mondo frenetico ed erotico della metropoli, rappresentata dal giovane amico e collega Benji, e l’ostile e chiusa cittadina, rappresentata dalla sorella Minami che, soggiogata anch’essa da delle dinamiche patriarcali, fa ricadere tutte le colpe sul protagonista.
Ci troviamo di fronte a un uomo incerto, preda dei propri desideri e delle proprie emozioni, che si trova in un momento transitorio della vita: da una parte trova una famiglia ostile e indifferente, impregnata dal ricordo della defunta e amata madre; dall’altra però, trova nella piccola nipote Kaede un barlume di speranza e felicità, nonché di vera libertà.

Grazie alla raccolta di vere storie di persone facenti parte della comunità LGBTQI+ giapponese, e alle innumerevoli riprese di realmente esistenti luoghi di incontro e di
sex-work, il regista di questa pellicola è riuscito a donare una vera e non censurata visione della realtà, spostandosi dalla linea di precedenti opere di questo genere, che preferivano invece esplorare storie d’amore fra giovani ragazzi. A questo scopo vi è infatti presente anche un segmento più documentaristico, in cui viene presentata la NIJI-FSB, un’organizzazione che promuove “matrimoni di amicizia” tra uomini gay e donne lesbiche, dando così loro una possibilità reale di creare una famiglia. Attraverso la scelta di un protagonista di età matura le tematiche approfondite vengono così espanse: non viene sviluppata solo la questione dell’identità sessuale e dei pregiudizi della società ad essa collegate, ma anche la questione familiare e matrimoniale, oltre che quella lavorativa. Il personaggio di Taiga, in questa maniera, non viene ridotto al suo orientamento, ma viene svilupatto nella sua interezza di essere umano, fragile e talvolta immaturo, alla ricerca della propria completezza e del proprio posto nella società.
L’originalità della trama, accompagnata da una magnifica fotografia, capace di catapultare l’osservatore nei diversi mondi esterni ed interni della vita di Taiga, rendono “Tiger” una pellicola assolutamente imperdibile, che consigliamo a tutti di recuperare.
Recensione di Arianna Zamò
3 Maggio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Mishima Yukio
Traduzione: Andrea Maurizi
Editore: Feltrinelli
Edizione: 2009
Mishima Yukio, nom de plume di Hiraoka Kimitake, nasce a Tōkyō nel 1925; la sua prima opera degna di nota viene pubblicata mentre è ancora tra i banchi di scuola, ed inaugura la carriera di uno degli autori giapponesi più tradotti al mondo. Figura particolarmente controversa, è noto per la sua ossessione per la morte e i suoi ideali di patriottismo tradizionalista, che lo porteranno a togliersi la vita tramite seppuku nel 1970 in seguito ad un tentato colpo di stato.
Neve di primavera (春の雪, Haru no Yuki), pubblicato nel 1965, è il primo volume della tetralogia Il mare della fertilità (豊饒の海, Hōjō no Umi), composta dalle ultimissime opere dell’autore. Questo si concentra molto sulla dimensione emotiva dei personaggi, in particolare quella del protagonista, mostrando al lettore la vita attraverso ai suoi occhi con un linguaggio particolarmente poetico.
La storia vede un bellissimo e raffinato giovane, Kiyoaki, destreggiarsi tra complesse dinamiche sociali e relazionali del Giappone all’inizio del secolo scorso. Dotato di un caleidoscopico mondo interiore nel quale tende a perdersi, Kiyoaki mette a rischio i legami con le poche persone a cui tiene. Tra queste vi è il migliore amico Honda, fermo razionalista e dunque a lui caratterialmente opposto, col quale mantiene un fedele ma non sempre sincero rapporto di amicizia.
Fulcro della storia è Satoko, amica d’infanzia del protagonista, il quale cerca inizialmente di illudersi di non essere innamorato di lei. Tra i due nasce presto una relazione portata avanti in segreto, messa però a rischio dal fidanzamento della ragazza con un membro della famiglia imperiale e dalla testardaggine dello stesso Kiyoaki. I personaggi femminili della storia risultano in generale decisamente complessi, ma non per questo esenti da commenti misogini e atti di violenza perpetrati da quelli maschili.
In conclusione, Neve di primavera è un’opera dal forte carattere introspettivo, che ci mostra da un lato la crescita parallela del protagonista e dei suoi sentimenti, e dall’altro i complessi meccanismi che regolavano i rapporti tra le famiglie nobiliari giapponesi del tempo. Lungo tutta la storia, lo spettro della guerra russo-giapponese non abbandona mai veramente la narrazione, trasmettendo l’idea di un Giappone glorioso ormai svanito, morto assieme ai soldati caduti in battaglia.
Recensione di Isabella Sgargi
26 Aprile 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Natsume Sōseki
Traduzione: Paola Cavaliere
Editore: Jouvence
Edizione: 2016
Natsume Kinnosuke, in arte Natsume Sōseki, nasce nel 1867 a Tōkyō (allora ancora denominata Edo); la sua scrittura riscuote immediato successo con la sua prima opera Io sono una gatto (吾輩は猫である,Wagahai wa neko de aru) e vede il suo picco con Kokoro (こころ) nel 1914. Sin dall’infanzia vive una vita travagliata, costellata di ansie, crisi ed infine malattia, che stronca la sua esistenza all’età di 49 anni. È molto apprezzato dal pubblico del suo tempo ed è oggi considerato uno dei più grandi intellettuali del periodo Meiji.
Dieci notti di sogni (夢十夜, Yume Jūya) è una serie composta da dieci brevi storie, pubblicate a puntate sull’Asahi shinbun (朝日新聞) nel corso del 1908. Queste, raccolte in un unico volume a cura di Paola Cavaliere, conducono il lettore all’interno di contesti esplicitamente onirici (le prime 5 storie esordiscono con la frase “Ho fatto questo sogno”), ambientati in diverse epoche.
Questa atmosfera surreale si percepisce in particolare in storie quali la quarta, nella quale un uomo misterioso cerca di trasformare una corda in un serpente per poi scomparire tra le acque di un fiume, oppure la decima, in cui un giovane ammaliato da una donna viene costretto da lei a difendersi da un’orda di maiali che intendono leccarlo.
Maggiore è la sensazione di inquietudine trasmessa dalla seconda storia, in cui un samurai contempla l’uccisione del suo maestro spirituale o, in alternativa, il suicidio; la terza è addirittura paragonabile a un incubo, in quanto vede il protagonista portare sulle spalle suo figlio, un misterioso bambino con delle cavità al posto degli occhi, che lo conduce in un luogo la cui visione dissotterrerà atroci colpe del suo passato.
Dieci notti di sogni è un’opera che, accompagnando il lettore attraverso questi misteriosi sogni, lo lascia spaesato di fronte all’indefinitezza, inquietudine e accennata spiritualità che li pervadono. In questo viaggio onirico si incontrano riferimenti ad epoche dimenticate così come alla contemporaneità dell’autore, atmosfere confuse o addirittura oppressive, nonché un persistente senso di vuoto che, si sa, fu perenne compagno dell’autore stesso.
Recensione di Isabella Sgargi
19 Aprile 2026 | Letteratura, Recensioni
Autore: Tanizaki Jun’ichirō
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Bompiani
Edizione: 2017
Tanizaki Jun’ichirō nasce a Tōkyō nel 1886 in una famiglia di commercianti in declino. Non completa il ciclo di studi universitario, ma inaugura la sua carriera letteraria attraverso la pubblicazione su riviste quali Shinshichō (新市長) e Subaru (すばる), che gli fruttano presto un notevole successo. È considerato uno dei principali autori del periodo, ed è noto in particolare per il suo interesse nell’analizzare pulsioni istintive e perversioni dell’uomo, al punto di suscitare scandalo con la pubblicazione di alcune opere.
Il saggio Libro d’ombra (陰翳礼讃, In’ei raisan) viene pubblicato nel 1933, durante la seconda fase della sua produzione, e tratta del complesso tema dell’estetica giapponese e di come questa sia stata influenzata dal contatto con l’Occidente. Esplora inizialmente il problema, vissuto in prima persona, di conciliare le nuove comodità per l’ambiente domestico con un gusto tradizionale come il suo. Respinge poi il modello di toilette occidentale, denunciandone l’accecante bianchezza che mal si sposa con la natura del luogo.
Prosegue toccando gli argomenti più disparati, da cinema e musica a carta, architettura e arredamento, fino al teatro e alla figura della donna. Il filo conduttore delle sue considerazioni è l’amore per l’oscurità, per la penombra, culla della bellezza giapponese che, ormai annegata da una nuova e abbagliante luce elettrica, costringe il popolo del Sol Levante ad abbandonare il suo antico gusto.
Il lettore italiano del ventunesimo secolo fatica forse a carpire la natura di questa bellezza occultata dall’ombra tanto cara a Tanizaki; riconosce tuttavia con facilità problematiche da lui denunciate quali il consumo sfrenato di energia, l’inquinamento luminoso e la deforestazione, tutto in nome di un progresso talmente rapido da apparire sconcertante.
Complessivamente, l’opera pone un quesito fondamentale: che aspetto avrebbe avuto il Giappone, se non si fosse assoggettato così drasticamente agli usi e all’estetica occidentali? Lungi dal rinnegare gli evidenti vantaggi delle nuove tecnologie, Tanizaki immagina un Giappone più autentico, dallo sviluppo forse rallentato rispetto all’Occidente, ma indubbiamente più fedele a sé stesso; quest’idea di Paese è tuttavia destinata a rimanere perduta nel buio dell’ipotesi, mentre la realtà illuminata dal progresso incessante ne è più distante che mai.
Recensione di Isabella Sgargi
12 Aprile 2026 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Tsushima Yūko
Traduzione: Maria Teresa Orsi
Editore: Safarà Editore
Edizione: 2023
Tsushima Yūko (1947-2016) nasce a Tōkyō e si afferma come scrittrice negli anni Settanta, raggiungendo la celebrità con il romanzo Il figlio della sfortuna (寵児 Chōji) nel 1978. Le sue opere trattano spesso di madri single e personaggi ai margini della società giapponese, fondendo temi personali e politici. Figlia del rinomato scrittore Dazai Osamu, nel corso della sua carriera Tsushima Yūko vince numerosi premi, inclusi il Premio Izumi Kyoka (1977), il Premio per la letteratura femminile (1978) e il Premio Noma (1979). Hikari no ryōbun – Il dominio della luce (光の領分 Hikari no ryōbun) viene serializzato nella rivista letteraria Gunzō dal 1978 al 1979.
La storia racchiusa nel romanzo è narrata da una donna di cui non conosciamo il nome, una madre che vive con sua figlia e che sta cercando di finalizzare il divorzio con suo marito, Fujino. Il matrimonio si è concluso da un po’, ma lei fa ancora difficoltà a capacitarsene: sin da quando erano studenti, la sua vita era dipesa profondamente da lui, a favore del quale aveva fatto innumerevoli concessioni.
Presto però si decide a dare una svolta alla sua vita, decidendo per il bene suo e della bimba di allontanarsi dall’uomo che le aveva detto addio per primo. Dopo lunghe ricerche, si trasferisce nella sua nuova casa; locata in una posizione tranquilla, si tratta di uno spazio confortevole e pieno di finestre. La luce che lo inonda non appena si apre la porta piace tanto a lei quanto alla sua bambina, e rende le stanze così luminose da riempirla di un effimero sentimento di speranza.
Le giornate della protagonista procedono ad un ritmo costante, e in esse si alternano il prendersi cura della bimba di tre anni, il lavoro presso la nastroteca e le uscite occasionali. I problemi, però, non tardano ad irrompere nella vita tranquilla che sta cercando di costruire con tutte le sue forze. Tra i comportamenti sempre più incomprensibili di sua figlia, vicini scortesi e sogni incomprensibili, la donna fatica a muoversi a testa alta nella società che la circonda e che sembra porle esclusivamente muri e giudicarla.
Il passare del tempo non fa che mettere in evidenza quanto la narratrice si senta a tratti inadeguata, a tratti impotente: ci viene rivelato tutto, anche i suoi pensieri più intimi e le contraddizioni di cui non sempre si rende conto. Allo stesso tempo, però, la giovane sente nascere in sé pure qualcosa di nuovo – il forte desiderio di riprendere il controllo sulla sua quotidianità, decidendone lei stessa le premesse. Dalla penna di Tsushima Yūko nasce dunque un’opera che in dodici brevi capitoli esplora la complessità dell’essere donna, e in particolare della difficoltà di doversi prendere cura di se stessa, della propria figlia e dei rapporti con chi è esterno a questo piccolo, autonomo nucleo.
Recensione di Martina Gruden
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