1 Marzo 2026 | Letteratura, Recensioni

Autrice: Ayase Maru
Traduzione: Ozumi Asuka
Editore: add editore
Edizione: 2023
Ayase Maru nasce a Chiba nel 1986. La sua infanzia è segnata dalla vita in vari paesi, quali il Sudan e gli Stati Uniti, dove la famiglia si trasferisce per via del lavoro del padre. All’università consegue una laurea in letteratura presso la Sophia university a Tōkyō, dopo la quale lavorerà in un’azienda prima di dedicarsi alla scrittura. Debutta nel 2010 con Blinded by flowers (花に眩む Hana ni Mabayumu). Una delle sue opere più conosciute è anche One day, you will reach the sea (やがて海へと届く Yagate umi e to todoku), da cui è stato tratto l’omonimo film. La foresta trabocca (森が溢れる Mori ga afureru) esce in Giappone nel 2019 ed è il primo libro della scrittrice ad essere tradotto in italiano.
Figura centrale del romanzo è Rui, moglie dello scrittore Nowatari Tetsuya, un uomo che si è fatto strada nel mondo dell’editoria scrivendo romanzi che descrivono una bellezza fragile e vuota, come quella di una bambola. Centrali nella sua scrittura sono i personaggi femminili, reputati incantevoli proprio perché immacolati e puri. Il suo successo, in particolare, si deve molto al romanzo Lacrima (Rui), candidato persino ad un ambito premio letterario. Essa è un’opera che descrive – in estremo dettaglio – la relazione d’amore di una giovane coppia e, sebbene si tratti di fiction, sono in molti vedere nell’immacolata e docile figura femminile la moglie di Nowatari, più giovane di lui di dieci anni.
Il romanzo si apre con una narrazione da parte dell’editor Sekiguchi Masashi, che si è recato a casa Nowatari per discutere il prossimo libro dello scrittore. Mentre parlano, sebbene l’ospite abbia lo scrittore di fronte a sé, il suo sguardo vaga e inizia a seguire i movimenti della moglie che, seduta in cucina, sta mangiando in silenzio. Con un gomito appoggiato al tavolo, continua a portare alla bocca uno ad uno semi di diversa grandezza e colorazione.
Nel giro di un giorno, gli effetti dei semi ingoiati si fanno visibili: Rui inizia a germogliare, nel senso più concreto della parola. La sua pelle si ricopre di gemme verdi e piccole foglioline e, per assorbire meglio l’acqua, viene trasportata in un acquario pieno di terriccio. Sekiguchi, stupito dalla situazione – ma senza l’intenzione di intromettersi nella vita privata della coppia, – riceve come unica spiegazione da parte dello scrittore il fatto che lui e la moglie avevano litigato per colpa di alcuni malintesi, e che lei aveva deciso di punirlo trasformandosi.
Rui inoltre non solo germoglia, ma la sua foresta continuerà a crescere persino oltre ai confini del suo stesso corpo. Durante questo procedimento, osserveremo attoniti e immagineremo silenziosamente la complessità del suo vissuto e delle sue ragioni di quest’atto estremo. Solamente alla fine, la donna farà sentire la sua voce interiore, speranzosa di trovare un singolo momento in cui essere veramente ascoltata.
L’opera sublime di Ayase Maru riflette sulla realtà femminile, scendendo in temi quali le dinamiche di coppia, la manipolazione, e il ruolo della donna nella società. La foresta trabocca si fa così specchio di tutte le donne che, cresciute imparando ad essere affabili e condiscendenti, dopo aver compiuto tutte le scelte “giuste” finiscono per sentire una profonda discrepanza con il mondo esterno, sordo alle loro parole (mancate).
Recensione di Martina Gruden
22 Febbraio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Murakami Haruki
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Einaudi
Edizione: 2013
“È una metropoli quella che abbiamo sotto gli occhi. La vediamo attraverso lo sguardo di un uccello notturno che vola alto nel cielo. Nel nostro sconfinato campo visivo, appare come un gigantesco animale. O un confuso agglomerato, composto da tanti organi avvinghiati l’uno all’altro.”
Così ha inizio After Dark (アフターダーク Afutā dāku) di Murakami Haruki – opera pubblicata in Giappone nel 2004 – che immerge immediatamente il lettore in una dimensione cittadina descritta come animalesca, in fermento, che assume sempre più le fattezze di un enorme corpo che pulsa. Questo grande ammasso di carne vive in uno stato fluido, contraddittorio, di contemporanea sussistenza di una moltitudine di elementi in antagonismo. Le sue arterie trasmettono informazioni e bisogni che, come sangue, scorrono in tutta la città rendendola cosa viva.
È in questo grottesco e sconfinato scenario che il narratore ci prende per mano e, sotto forma di un’immateriale “punto di osservazione”, pone il focus su alcune vite che animano la città: il primo personaggio che viene presentato è Mari, una ragazza seduta all’interno di una plastica caffetteria di una catena americana, che sorseggia un pessimo caffè, fuma una sigaretta e legge avidamente un grosso tomo. Perché proprio lei? Perché il punto di osservazione decide di realizzare un dettaglio – proprio come una macchina da presa – nella sua vita? Il narratore non fornisce una risposta, sa solo di esserne attirato spontaneamente.
Con il proseguo della narrazione, ambientata durante una notte, ecco che tutti i tasselli della storia ci vengono ordinatamente presentati, mostrandoci uno scenario in cui tante vite, apparentemente sconnesse tra loro, si intrecciano formando una grande rete fatta di segreti, fughe, violenze, malattie e calore umano. Faremo la conoscenza di diversi personaggi, tra cui un giovane jazzista di nome Takahashi, un misterioso esperto informatico, una donna che giace in uno stato semicomatoso, una prostituta picchiata da un cliente, tutti accomunati dal loro vagare in una Tōkyō aliena e alienante.
Ogni capitolo si apre con un’informazione temporale circa l’inizio degli avvenimenti descritti: un piccolo orologio mostra l’ora esatta, “23:56 p.m.” recita il primo. È quindi notte, un momento in cui la maggior parte delle persone dormono, ma soprattutto sognano: è una fase delicata in cui il confine tra il reale e l’onirico si fa più sfumato, in cui sembra rivelarsi la presenza di un luogo misterioso, di un luogo altro, che interferisce con l’ordinario fluire del reale. La narrazione infatti, è costellata da momenti in cui la struttura e le regole che ordinano la quotidianità vengono messe in discussione: televisori proietteranno inquietanti immagini pur non essendo collegati ad alcuna fonte energetica, figure e volti rimarranno impressi sui vetri nonostante non ci sia nessuno a specchiarsi.
Con una scrittura fluida ed estremamente evocativa, Murakami firma questa breve opera sperimentale a metà tra romanzo e sceneggiatura, in cui trasporta magistralmente il lettore in una Tōkyō ai limiti dell’assurdo, che viene indagata attraverso la messa in discussione della narrazione classica e l’esplorazione delle sue zone d’ombra.
Recensione di Giovanni Buriola
15 Febbraio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Yoshimoto Banana
Traduzione: Alessandro Giovanni Gerevini
Editore: Universale Economica Feltrinelli
Edizione: 2002
Sly è l’ottavo romanzo della celebre scrittrice Yoshimoto Banana. Pubblicato per la prima volta nel 1996, l’opera vede la sua prima traduzione italiana due anni dopo, nel 1998.
L’opera si sviluppa come un racconto a posteriori e in prima persona attraverso gli occhi di Kiyose, giovane designer di gioielli, che ricorda di un viaggio fatto assieme a due amici: Hideo e Takashi. Motore dell’opera è la scoperta di Takashi di essere sieropositivo e quindi, per sfruttare il tempo che ancora hanno insieme, i tre decidono di fare un viaggio, scegliendo come meta l’Egitto.
Nucleo del componimento sono le emozioni private della protagonista: nonostante la grande importanza che viene data alla descrizione dei luoghi (sono molti i passaggi in cui l’autrice si dilunga nella descrizione dei vari templi o del paesaggio) a muovere l’opera sono i sentimenti e i pensieri che animano Kiyose, attorno ai quali poi si sviluppa la trama. Sentimenti centrali del racconto sono: il profondo senso di amicizia, che unisce i tre personaggi, e la costante presenza della morte, che si manifesta come una sottile malinconia e nostalgia per quei momenti che non possono durare in eterno.
Lo stile dell’opera è molto semplice, scorrevole nonostante l’ampio uso di metafore nelle descrizioni dei paesaggi e delle emozioni.
Infine, Sly, come molte altre opere giapponesi, lascia un finale aperto: all’inizio dell’opera, dopo aver scoperto che Takashi era sieropositivo, sia Hideo che Kiyose, essendo che avevano entrambi avuto una relazione con lui, decidono di fare il test per vedere se anche loro erano sieropositivi. Il risultato del test non viene esplicitato nel romanzo, lasciando quindi il lettore nel dubbio con questo finale ambiguo.
Recensione di Nina Secci
8 Febbraio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Okamoto Kanoko
Traduzione: Fujimoto Yūko
Editore: Lindau
Edizione: 2018
Okamoto Kanoko (1889-1939), poetessa, saggista e narratrice, nasce nell’attuale Minato, a Tōkyō, in una famiglia di proprietari terrieri, ed entra nel mondo della scrittura già da giovane. Predilige i componimenti tanka, frequenta scrittori quali Tanizaki Jun’ichirō e Yosano Akiko e collabora con varie riviste letterarie quali Myōjō (Stella lucente) e Seitō (“Bluestocking”). Tornata in Giappone dopo un periodo in Europa e negli Stati Uniti, esordisce come prosatrice con il romanzo breve La gru morente (鶴は病みき Tsuru wa Yamiki), che trae ispirazione dagli ultimi giorni dello scrittore e poeta Akutagawa Ryūnosuke. Frotte di pesci rossi (金魚撩乱 Kingyo ryōran) è una raccolta di tre racconti e arriva in Italia nel 2018.
La prima storia, Frotte di pesci rossi, segue le vicende di Fukuichi, figlio adottivo di una coppia che si guadagna da vivere con un vivaio di carassi dorati. Dopo sei anni di formazione, durante i quali il giovane si è recato in città per seguire un corso di piscicoltura, Fukuichi torna nel luogo dov’è cresciuto per ereditare la tradizione familiare. Molto è cambiato, ma non la sua abitudine di guardare la scarpata antistante la valle in cui abita, luogo dove si erge la casa della giovane Masako. Crescendo, è rimasto ammagliato dalle fattezze della ragazza, e ormai non può fare altro che struggersi per un sentimento sul quale non ha controllo. Altra ossessione della sua vita diventa così quella di creare una varietà di pesce rosso che possa essere degno dell’apprezzamento della giovane – un ibrido che premi le sue fatiche, facendosi specchio della bellezza eterea di Masako.
Nel seguente racconto, dal titolo Nel Settentrione, ci viene narrata una storia conosciuta non solo nel villaggio in cui si trova la narratrice, ma un po’ per tutto il Tōhoku. Si tratta del toccante resoconto delle vicende di un ragazzo idiota – appellato Shirō-scemo – che si è conquistato il favore della comunità grazie alla sua spontaneità e cortesia. Affezionatosi a una ragazza in età da marito, il giovane farà nascere in lei un sentimento materno che la accompagnerà fino alla vecchiaia, facendola sperare in un improbabile ricongiungimento con l’amico.
Segue infine Il genio familiare, che ci fa conoscere il piccolo mondo delineato dai confini della taverna “Alla vita.” Gestito dalla stessa famiglia da quasi cinquant’anni, il locale tesse la sua storia senza grandi cambiamenti. Un giorno, però, al posto dell’anziana gestrice, alla finestrella della taverna appare un nuovo volto, quello di sua figlia. Kumeko, a suo malincuore, è infatti tornata all’osteria dopo tre anni di autonomia, e si è dovuta fare carico del compito impostole dal suo ruolo nella famiglia. A fornirle rincuoro nella sua vita monotona sarà, sorprendentemente, il segreto che aveva dato conforto alla madre, e che diverrà per lei una rinnovata chiave di lettura della sua esistenza.
I temi che si intrecciano nella scrittura di Okamoto Kanoko, elegante e piena di riferimenti culturali, sono vari, dal senso estetico al significato delle convenzioni sociali, fino a quello del ruolo della donna. Il lettore verrà così coinvolto in tre delicate storie, diverse tra sé e dalle molteplici sfaccettature, ma accomunate da una inopinata rivelazione finale che stupirà sia i personaggi che noi, fornendoci un ultimo tassello per apprezzare appieno gli avvenimenti.
Recensione di Martina Gruden
1 Febbraio 2026 | Letteratura, Recensioni, Senza categoria

Autore: Kanai Mieko
Traduzione: Laura Testaverde
Editore: Neri Pozza
Edizione: 2024
Kanai Mieko – scrittrice, critica letteraria e poetessa – nasce nel 1947 a Takasaki, nella prefettura di Gunma, ed entra nella scena letteraria già da giovane. A 19 anni, il suo racconto Vita d’amore (愛の生活 Ai no seikatsu) viene nominato per il Premio Osamu Dazai, e nel 1969 le viene conferito il Premio Gendaishi Techō per la poesia. In seguito vincerà il Premio Izumi Kyōka nel 1979 e il Women’s Literature Award nel 1988. Una lieve vertigine (軽いめまい Karui Memai) viene pubblicato in lingua originale nel 1997 e tradotto in italiano nel 2024.
Lo spunto per il romanzo risale a un episodio personale dell’autrice, che ci racconta lei stessa nella postfazione: un giorno, le era capitato di fare visita a una coppia di conoscenti che era poi finita col divorziare. Ciò che l’aveva colpita della loro abitazione era stata l’inquietante freddezza che aleggiava tra i due, un’atmosfera che le sembrava mostrare la follia della monotonia quotidiana di una casalinga. Kanai Mieko, però, non è interessata a spiegare le ragioni per cui si può sprofondare in tale follia: al contrario, decide di dedicarsi a un momento specifico che può appartenere a una vita comune. Si tratta della lieve vertigine che coglie molte donne nel loro quotidiano – un attimo di coscienza della loro vita che si inserisce in mezzo al susseguirsi continuo di eventi di poco significato.
Nel romanzo, questa lieve vertigine ci viene mostrata attraverso i pensieri di Natsumi, una giovane donna che non è scelta per un qualche suo tratto speciale, ma anzi è una persona come se ne possono trovare di molte a Tōkyō o altrove. Natsumi fa la casalinga e risiede in un moderno appartamento della capitale insieme al marito, un tipo tranquillo che però a volte la irrita, e i loro due figli, assai energici data la loro vivace età. Obiettivamente, insomma, la sua è una realtà tranquilla e agiata, che trascorre in gran parte all’interno della cornice familiare.
Natsumi infatti non assiste a nessun cambiamento irrequieto, nessuno scossone. Le sue giornate si compongono da un alternarsi di eventi prevedibili, come il prendersi cura dei bambini, lo svolgere commissioni, o il fare il bucato. A volte, va a trovare parenti, oppure esce con il gruppo di amiche che conosce dai tempi delle superiori. Altre ancora, incontra le sue vicine, che la mettono al corrente degli ultimi pettegolezzi della palazzina.
Talvolta, però, le capita anche di sentire come una lieve vertigine. Ad esempio, mentre lava i piatti, succede che si sorprenda a fissare l’acqua che scorre, sentendosi come in un sogno. Le pare sempre che sia passato un po’ di tempo, anche se in verità si tratta di pochi secondi – abbastanza, però, per percepire se stessa in modo diverso dal solito. In momenti simili, le cose più naturali le appaiono improvvisamente inspiegabili e di tanto in tanto, si domanda per quanto andrà avanti questa sua vita pregna di noia, così quieta e senza grossi intoppi.
Lo stile dell’opera è ricco ed innegabilmente intenso: i periodi sono spesso così lunghi che il lettore potrà facilmente perdersi in un viaggio di sola andata nella mente della protagonista. Tramite il flusso di coscienza di Natsumi, Kanai Mieko riesce a mostrarci con potenza e maestria come anche la persona più comune nasconda in sé un microcosmo, e ci farà riflettere sul modo in cui noi stessi costruiamo la propria esistenza.
Recensione di Martina Gruden
25 Gennaio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Kawabata Yasunari
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Einaudi
Edizione: 1997
Kawabata Yasunari, nato a Ōsaka nel 1899 e morto probabilmente suicida nel 1972, è considerato uno dei maggiori autori giapponesi moderni. Si laurea in letteratura all’Università imperiale di Tōkyō, e in seguito si afferma ben presto come scrittore dalla prosa raffinata e intima. Nel 1968, diventa il primo giapponese a cui viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Tra le sue maggiori opere si collocano ad esempio La ballerina di Izu (伊豆の踊子 Izu no Odoriko; 1926) e Il paese delle nevi (雪国 Yukiguni; 1948). Bellezza e tristezza (美しさと哀しみと Utsukushisa to kanashimi to) viene pubblicato a puntate tra il 1961 e il 1963, e raccolto in volume nel 1965. Da esso è stato tratto il film L’amaro giardino di Lesbo, diretto da Shinoda Masahiro.
Kawabata ci introduce subito uno dei personaggi principali dell’opera, Ōki Toshio, uno scrittore sulla cinquantina con una moglie e due figli ormai adulti. Lo conosciamo mentre sta viaggiando in treno da Tōkyō a Kyōto, agli sgoccioli dell’anno; unico viaggiatore nel vagone, provando un senso di solitudine e incertezza, Ōki riflette sul motivo per cui si sta recando nella vecchia capitale. Da tempo, infatti, aveva preso l’abitudine di ascoltare le campane di fine anno alla radio, un suono che annuncia il terminare del vecchio e l’arrivo di un nuovo periodo, e che inevitabilmente gli riporta a mente tutto ciò che i mesi passati hanno significato per lui. Avendo a lungo desiderato di sentire i commoventi 108 rintocchi dal vivo, quest’anno aveva deciso di realizzare questo suo sogno.
In segreto, però, vi è anche un’ulteriore motivazione per la sua visita: Ōki non può fare a meno di sperare in un incontro con Ueno Otoko, e si augura di riuscire a condividere l’ultima notte dell’anno con lei. La possibilità di richiudere almeno per un attimo la distanza creatasi tra di loro lo alletta, sebbene non la veda da una ventina di anni. L’ultima volta, difatti, risale al periodo del suo innamoramento per lei: Ōki, uomo sposato, aveva circa trent’anni, mentre la ragazza era appena sedicenne. Dopo essere rimasta incinta, Otoko aveva partorito una figlia che era presto morta; in seguito ad un disperato tentativo di suicidio era stata ricoverata in un opprimente reparto psichiatrico e, una volta dimessa, si era trasferita a Kyōto con la madre. Tuttora vive lì, mai sposata, godendo del titolo di artista acclamata.
Una volta giunto in città, Ōki le telefona e l’incontro con l’antica amante viene organizzato. Con suo rammarico, però, la donna non si presenta all’appuntamento da sola. Porta infatti con sé l’allieva Sakami Keiko, per evitare di rimanere faccia a faccia con l’uomo che l’aveva tanto ferita, ma che non era riuscita a cancellare dal suo cuore. La ragazza che l’accompagna, scopriremo presto, è per Otoko ben più che una semplice discepola, e prova grande gelosia per l’uomo che, nonostante abbia causato un immenso dolore alla sua maestra, è da lei ancora amato.
Collocati in un’atmosfera a tratti ossessiva, a tratti sentimentale, i personaggi vengono delineati con enorme maestria, facendoci scoprire il loro mondo interiore e i fantasmi del passato che tornano a farsi vivi nelle loro menti. Ricca di descrizioni intime e delicate (a tratti però anche piuttosto dirette), la narrazione ci porterà in un viaggio nelle pieghe più disturbanti del sentimento amoroso, unito a quello di perdita, consapevolezza, e anche un po’ di vendetta.
Recensione di Martina Gruden
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