18 Gennaio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Yoshimoto Banana
Traduzione: Alessandro Giovanni Gerevini
Editore: Giangiacomo Feltrinelli
Edizione: 2017
Nata e cresciuta a Tōkyō, Yoshimoto Banana (pseudonimo di Yoshimoto Mahoko) si laurea in letteratura presso la Nihon University. Nello stesso periodo adotta il suo pseudonimo, che sceglie perché affascinata dalla bellezza e androginità del bijinsho, il fiore di banana. Conosciuta per la sua scrittura delicata e introspettiva, che tocca temi quali la solitudine, la perdita e l’amicizia, è una delle autrici giapponesi contemporanee più conosciute. L’abito di piume, in originale ハゴロモ (Hagoromo), viene pubblicato nel 2003 e tradotto per la prima volta in italiano nel 2005.
La storia si svolge in una piccola località di campagna e ha come protagonista la giovane Hotaru, che decide di tornare nel paese natale per tentare di riprendersi da una dolorosa delusione d’amore: la fine di una relazione con un uomo sposato. Iniziato quando lei era diciottenne, questo rapporto era durato ben otto anni, durante i quali Hotaru aveva praticamente vissuto quasi esclusivamente in funzione del partner. Fin da subito avevano infatti acquistato un appartamento dove la ragazza potesse risiedere e, una volta trasferitasi, Hotaru aveva fatto di lui il centro del suo mondo: per anni aveva vissuto aspettandolo, abbandonando qualsiasi attività e accontentandosi di lavoretti saltuari pur di rendersi sempre disponibile.
La relazione viene però improvvisamente troncata dall’uomo, lasciando Hotaru in uno stato di profonda passività e confusione. Nel tentativo di reagire, la ragazza compie una scelta che sperà potrà aiutarla: tornare nel paese in cui è cresciuta, un luogo carico di ricordi che affiorano ad ogni angolo. Qui concentra le sue attenzioni al lavoro nel caffè della nonna, uno spazio intimo e un po’ disordinato, cercando di liberarsi dal peso delle memorie opprimenti. Con il passare delle giornate, scandite dalla presenza costante del fiume del borgo, che si fa simbolo del mutamento continuo della vita, la ragazza si accorge di star recuperando i sentimenti di quando era bambina, un flusso di energia interiore che scopre non essere mai realmente scomparso.
Ciò che Hotaru, troppo assorbita dall’amore, aveva perso di vista, ricomincia a dare un senso alle sue giornate, e la ragazza torna ad apprezzare il relazionarsi con gli altri e il dedicarsi ai piccoli piaceri che la vita nel paesino le offre. Di particolare conforto le è il legame ritrovato con Rumi, giovane donna che sprigiona un’aura del tutto fuori dal comune e alla quale si rivolge spesso, sia per chiacchierare che per chiedere consiglio. Uno degli argomenti ricorrenti, ad esempio, è l’incontro con u n ragazzo di nome Mitsuru, che le suscita una forte e misteriosa sensazione di déjà-vu.
Imparando a vivere secondo i propri ritmi e a contemplare le molteplici sfaccettature della vita, Hotaru ritrova progressivamente la pace e la serenità perdute da anni, lasciandosi infine alle spalle il dolore che tanto l’aveva vessata. Le relazioni che tesse e l’affetto che scambia con chi le è vicino diventano per lei proprio come un abito di piume: un tepore che la avvolge incondizionatamente, permettendole di sentirsi finalmente libera e pronta a spiccare il volo.
Recensione di Martina Gruden
11 Gennaio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Yoshimoto Banana
Traduzione: Gala Maria Follaco
Editore: Giangiacomo Feltrinelli
Edizione: 2021
Yoshimoto Banana, pseudonimo di Yoshimoto Mahoko, nasce a Tōkyō nel 1964, città dove risiede tutt’ora. Completa i suoi studi con una laurea in letteratura presso la Nihon University, e il suo racconto di laurea, Moonlight shadow (ムーンライト・シャドウ, Mūnraito Shadō), si aggiudica il Premio Izumi Kyoka. Il suo romanzo di debutto risale al 1988; si tratta di Kitchen (キッチン, Kicchin), che presto diventa un successo mondiale e segna l’entrata in scena dell’autrice nel quadro letterario internazionale. Su un letto di fiori (花のベッドでひるねして, Hana no beddo de hirune shite) viene pubblicato nell’originale nel 2013, influenzato anche da ciò che la scrittrice stava provando dopo la morte del padre.
La protagonista di quest’opera è Ōhira Miki, e tra i personaggi dell’autrice è quella che “suscita in lei maggiore tenerezza.” Quando è nata, Miki è stata abbandonata poco lontano dal villaggio di Ōoka-mura, adagiata su una coperta posata su vari strati di alghe wakame. La memoria delle alghe fresche ed elastiche è rimasta impressa in lei, e ciò che riguarda queste piante continua tutt’ora a darle senso di familiarità e sicurezza – dallo sgranocchiarle mentre è triste, lasciando che assorbano la sua malinconia, all’addormentarsi stringendole quando prevede che le faranno visita brutti sogni. Le wakame sono una memoria fondante per lei, una delle prime sensazioni che ricorda aver vissuto, insieme alla solitudine dell’abbandono. Quest’ultimo è chiaramente un fatto che vive con emozioni complesse, e man mano che cresce impara a comprenderle più chiaramente, e a non lasciarsi sopraffare da esse. A furia di concentrarsi sul portare del buono nel mondo, infatti, la ferita legata al primo periodo della sua esistenza si rimargina pian piano.
Dopotutto, sente completamente sua la famiglia adottiva, che l’ha cresciuta dandole amore incondizionato e immensa gioia, e a cui anche lei ha portato una ventata di buonumore e freschezza. Dalla madre Toshiko, che l’aveva trovata in riva al mare perché sentiva che ci fosse un neonato che la stava aspettando, al padre, il cui mondo ruota intorno alla famiglia, alla scultura e alla natura, al curioso e gentile amico d’infanzia Nomura, che torna al villaggio in età adulta per un nuovo inizio, fino allo zio Akio e al nonno, purtroppo già scomparsi, Miki è circondata da persone grazie alle quali impara cosa sono l’amore e la gratitudine – per le piccole e grandi cose, e per l’immensità di sentimento che dona la vita, quasi come se fosse un sogno.
Per queste ragioni, il romanzo ci lascia un retrogusto dolce; al contempo, però, viviamo in alcuni momenti anche una sensazione di impotenza. Veniamo, come Miki, messi dinnanzi all’ineluttabilità della sofferenza e della perdita, ai pensieri e alle opinioni negative di chi non ci comprende – per quanto vicino a noi scorra la sua vita, e al rancore che spinge alcuni ad agire nei modi più orribili. Tutto ciò, però, sembra non poter spezzare l’incantesimo della vita. La sua bellezza può essere difatti trovata nei posti più impensabili, a patto che si continui a custodire la luce che splende dentro di noi, e a vivere la nostra esistenza con leggerezza, come se si stesse facendo un sonnellino su un letto di fiori. Perché, come realizza Miki, il mondo conosce anch’esso i nostri occhi, e noi non siamo i soli a guardare, ma siamo anche guardati.
Recensione di Martina Gruden
4 Gennaio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Abe Kōbō
Traduzione: Atsuko Ricca Suga
Editore: Guanda
Edizione: 2012
Abe Kōbō, pseudonimo di Abe Kimifusa, è stato uno scrittore, drammaturgo, regista, poeta e fotografo giapponese. Nato a Tokyo il 7 marzo 1924, trascorre la prima parte della sua vita in Manciuria, regione cinese allora sotto occupazione giapponese; rientrato successivamente in patria, si iscrive alla facoltà di medicina, seguendo le orme del padre. Nonostante la laurea, conseguita nel 1948, non eserciterà mai la professione medica, bensì comincerà a dedicarsi alla scrittura. Con la pubblicazione della sua sesta fatica, “La donna di sabbia”, vince nel 1962 il Premio Yomiuri, che gli permetterà di acquisire una discreta notorietà. Tale è l’impatto della sua opera che la vicenda viene trasposta in pellicola nel 1964, per la regia di Teshigahara Hiroshi. Il film riscuote un grande successo di critica, venendo acclamato sia al 17° Festival di Cannes, dove si aggiudica il Premio Speciale della Giuria, sia agli Oscar, ottenendo la candidatura come miglior film straniero. Considerato tra i principali scrittori giapponesi del secondo Novecento, morirà il 22 gennaio 1993 all’età di 69 anni.
L’opera di cui si parlerà in questa recensione, “La donna di sabbia”, è forse tra le più rappresentative della poetica di Abe. Scritto nel 1962, il testo si configura come una sintesi dei temi caratteristici della produzione dell’autore: il surrealismo, l’alienazione umana, la solitudine e l’incomunicabilità. Diviso in tre sezioni, disarmoniche tra loro in termini di lunghezza, il romanzo narra la vicenda di un insegnante e dilettante entomologo di nome Niki Junpei che, avendo a disposizione qualche giorno di ferie, decide di recarsi in una zona desertica non specificata del Giappone, con l’obiettivo di osservare e, nel migliore dei casi, scoprire nuove specie di insetti, rivitalizzando in questo modo un’esistenza scialba e incolore. Una volta raggiunta la sua meta e condotto per qualche ora la sua ricerca, viene avvicinato da alcuni pescatori del luogo che, dopo aver appurato che non fosse un ispettore governativo, gli offrono un riparo per la notte in un luogo alquanto surreale: una gigantesca buca nella sabbia, nel cui fondo giace una piccola dimora in legno, abitata unicamente da una giovane donna vedova. Scese le fragili e tremolanti scale di corda, l’uomo accetta di passare la notte lì. Al risveglio però, deciso a proseguire le sue ricerche, fa una scoperta sconcertante: durante la notte qualcuno ha tolto l’unica via d’uscita da quella enorme fossa, relegandolo in quel luogo e obbligandolo alla permanenza.
Come afferma Luisa Bienati: “Protagonista assoluto del romanzo di Abe è la sabbia. Salvezza prima e carcere poi, la sabbia si costituisce come parametro allegorico del tentativo umano di ridisegnare una propria identità, metafora della rincorsa ossessiva a un sé contraddittorio e sfuggevole”. È l’identità stessa a essere continuamente messa in discussione, a partire dal nome del protagonista, Niki Junpei (letteralmente “semplice” e “ordinario”), il quale, una volta entrato nella fossa, non verrà più chiamato per nome, ma indicato soltanto attraverso appellativi generici come “signore” o “ospite”. Pure alla donna toccherà la medesima sorte nell’anonimato, trascinata insieme all’uomo all’interno di una spirale di alienazione e lenta, costante perdita dell’io, in favore di una caduta libera verso un mondo, quello della buca, privo di ogni demarcazione morale e senso apparente. Con uno stile chirurgico, freddo e scientifico, Abe crea una vera e propria anatomia dell’incubo, della paranoia, accompagnando per mano il lettore in una storia che non potrà lasciarlo indifferente.
Recensione di Giovanni Buriola
28 Dicembre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Hagiwara Sakutarō
Traduzione: Cristina Patregnani, Azuma Atsuko
Editore: La noce d’oro
Edizione: 2025
Raccolta delle poesie scritte da Hagiwara Sakutarō, uno dei maggiori innovatori della poesia moderna Giapponese, All’anima in ascolto ci porta attraverso un itinerario interiore, un percorso di riflessione che ci invita a fermarci, ad ascoltare le necessità, le richieste più intime del nostro essere, diventando strumento di conoscenza personale, in grado di raccogliere ciò che è nascosto, fragile, ineffabile.
La poesia viene sfruttata in questo caso non come semplice espressione estetica, ma come un’esperienza conoscitiva, uno strumento di scoperta, del mondo che abitiamo e di noi stessi, capace di metterci in discussione anche in relazione a ciò che ci circonda e con cui interagiamo giorno per giorno, sono infatti scene quotidiane quelle che l’autore sfrutta nelle poesie raggruppate in questa raccolta.
Già nelle raccolte precedenti possiamo notare come vi sia un distacco dalla poesia tradizionale giapponese, se ne lasciano indietro gli elementi formali, come l’uso di un lessico arcaico o il ritmo tradizionale delle sillabe, in favore di un verso libero, caratterizzato da un linguaggio essenziale, intimo, immediato.
Pur rompendo con la tradizione, Hagiwara non la nega completamente: alcuni elementi del classicismo restano come tracce sottili, ma vengono rielaborati in una forma nuova, più adatta a esprimere il disagio e la complessità dell’uomo moderno.
Il titolo stesso può essere usato come chiave di lettura della raccolta: siamo invitati ad un ascolto attivo, ad attraversare quella che nella poetica di Hagiwara Sakutarō è chiamata l’Isola di ghiaccio, un luogo immaginario casa di freddezza, immobilità e disorientamento emotivo, una metafora dell’isolamento che l’uomo moderno vive ogni giorno, per rispondere al bisogno di ascolto e di senso che caratterizza l’io interiore di ciascuno di noi.
La raccolta attraversa quindi temi come la nostalgia, la memoria, il dolore, la fragilità, la solitudine, l’incontro con l’altro, la ricerca di senso, in continuo dialogo tra interiorità e mondo esterno. Tutto ciò viene espresso attraverso immagini appunto semplici, quotidiane, ma cariche di valore simbolico, capaci di suggerire molto più di quanto ci viene esplicitamente detto.
Recensione di Sara Iannazzo
21 Dicembre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Matsumoto Seichō
Traduzione: Alessandro Passarella
Editore: Adelphi
Edizione: 2025
Matsumoto Seichō , pseudonimo di Matsumoto Kiyoharu, è stato uno scrittore giapponese della seconda metà del ‘900. Nato a Kokura, abbandona gli studi giovanissimo, iniziando a lavorare in una tipografia. A partire dal 1942 inizia a lavorare per una rivista, attività che gli permette di pubblicare anche diversi suoi racconti di stampo storico. Proprio grazie ad una di queste pubblicazioni, riesce a vincere il premio Akutagawa: questo sarà il trampolino di lancio che gli permetterà di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. A partire dal 1955, inizia a pubblicare opere di stampo poliziesco, opere che vanno a toccare problematiche sociali e che gli valgono il titolo di Simeon giapponese. Oltre che essere stato un prolifico scrittore –nel corso della sua carriera ha pubblicato ben oltre 300 opere- ha anche ricevuto svariati premi, come il Kikuchi Kan Prize nel 1970. Muore all’età di 82 anni, nell’agosto del 1992.
L’opera di cui parliamo, Vangelo nero, è ispirata a fatti realmente accaduti. Essa si divide in due parti: nella prima metà l’autore si concentra sulla vita dei padri dell’ordine Basiliano -nello specifico di due padri: padre Villiers e padre Tolbecque – all’apparenza retta e dedita a Dio, che cela però oscuri segreti. La seconda parte si apre con un colpo di scena: un omicidio. Chi è stato? Come si è verificato? Sono queste le domande che si pongono investigatori e giornalisti, ora protagonisti dell’opera. Quando le loro indagini li porteranno ad avvicinarsi agli ambienti ecclesiastici, la loro ricerca verrà ostacolata dalla Chiesa, pronta a tutto pur di proteggere i propri interessi.
Il racconto inizia molto lentamente: ampio spazio viene lasciato alle descrizioni, senza però cadere nell’eccesso. Man mano che la storia prosegue e nuovi personaggi vengono introdotti, l’opera diventa sempre più dinamica e incalzante: ogni nuova voce presentata è come un tassello di un puzzle, e ad ogni nuovo pezzo abbiamo una visione sempre più completa di ciò che sta accadendo. Inoltre, il linguaggio usato all’interno del testo, a parte qualche sporadica parola ricercata, è molto facile, il che rende l’opera molto piacevole e scorrevole. Per concludere, quest’opera tratta temi sociali importanti, quali, fra i più ovvi, la corruzione
delle cariche politiche ed ecclesiastiche, servendo da monito e da riflessione sulla società odierna in cui viviamo.
Recensione di Nina Secci
14 Dicembre 2025 | Letteratura, Recensioni

Autore: Nagai Kafū
Traduzione: Alberto Zanonato
Editore: Marsilio
Edizione: 2025
Scritto da Nagai Kafū e pubblicato nel 1931, Prima e dopo la stagione delle piogge (つゆのあとさき、Tsuyu no atosaki) si inserisce nella fase matura della produzione dell’autore, quando lo sguardo disincantato sulla modernità giapponese si intreccia a un profondo senso di disillusione.
La protagonista del romanzo, Kimie, lavora come cameriera in un famoso caffè di Ginza, il Don Juan, uno di quegli spazi moderni dove si incontrano artisti, scrittori e uomini d’affari. La sua vita, velata dal mistero di un passato tenuto segreto, viene improvvisamente sconvolta da uno scandalo tanto assurdo quanto inquietante: un giornale pubblica un articolo contenente dettagli intimi del suo corpo, descrivendo dei nei che la ragazza ha sulla coscia, di cui nessuno può sapere. Nel frattempo, nella sua stanza Kimie si trova di fronte a una macabra scoperta: nel suo armadio qualcuno ha lasciato, forse per avvertimento, il cadavere di un gatto.
Disorientata e incapace di comprendere l’origine di quanto le sta accadendo, Kimie si affida a un indovino, figura ambigua e rassicurante al tempo stesso, che la invita alla calma e alla pazienza, come se il tempo fosse l’unico vero rimedio possibile. E infatti la vita, almeno in apparenza, prosegue: il lavoro al caffè continua, gli incontri si susseguono, i rapporti restano sospesi in un equilibrio instabile fatto di dipendenza economica e tecniche di seduzione con uomini colti e rispettabili che gravitano intorno a lei; come falene, attratte da una luce ben consapevole di essere la più luminosa.
Kimie si muove con consapevolezza in un sistema che conosce fin troppo bene, accettandone le regole senza mai aderirvi completamente. Non cerca giustificazioni né redenzione: ciò che le interessa è mantenere il controllo della propria esistenza, anche quando questa viene messa in discussione da forze esterne e anonime. Kafū affida la forza del romanzo non all’azione, ma all’atmosfera. La prosa è essenziale, misurata, priva di giudizi espliciti, e lascia che siano i dettagli quotidiani a svelare l’ipocrisia di una società pronta a scandalizzarsi e a dimenticare con la stessa rapidità.
Nel corso del racconto, Kafū non offre rivelazioni clamorose né risoluzioni consolatorie. Le tensioni si sciolgono lentamente, quasi senza rumore, come dopo una pioggia che ha smesso di cadere lasciando dietro di sé un’aria forse più limpida, ma non un cielo più sereno. Per Kimie ciò che conta è la continuità della sua vita, la capacità di andare avanti senza lasciarsi definire dallo scandalo.
In questa scelta silenziosa risiede la vera forza del romanzo, che si chiude così su una nota sospesa, fedele allo sguardo di Kafū: la modernità passa, le voci si affievoliscono, e chi sopravvive è chi ha imparato a restare in piedi, anche senza dare spiegazioni.
Recensione di Rachele Cesarini
Commenti recenti