Kitano Takeshi Parte 2 || Akushon! – I registi di JFS

Bentrovati! Questa è Akushon!, la rubrica di associazione Takamori sui registi giapponesi. Oggi torniamo a parlare di Kitano Takeshi.

 

Riprendiamo il filo parlando di 4 pellicole della variegata produzione di Kitano Takeshi!

Nel 1995 viene pubblicato Minna~yatteruka!”, conosciuto maggiormente con il suo titolo inglese Getting Any?”, una bizzarra commedia che vede come protagonista Asao, un uomo di mezza età il cui unico scopo nella vita è avere un rapporto sessuale con una donna. Asao sognerà più volte a occhi aperti su quali strategie usare per arrivare al suo obiettivo, cercando di metterle in pratica.
La sua prima tattica prevede l’acquisto di un’automobile, per far colpo sulle donne e poterci così fare sesso dentro. Purtroppo, come succederà per altri piani da lui ideati la mancanza di denaro sarà il primo grande ostacolo per attuarli, uno tra questi per esempio, il viaggiare in prima classe in aereo immaginando che le hostess stesse si concedano ai passeggeri paganti.
Si ritroverà, pertanto, in una serie di situazioni assurde, tra le quali rapine, scontri fra yakuza ed esperimenti scientifici.
Purtroppo, “Getting Any?” non riceve il successo sperato e, anzi, si rivela un fiasco di pubblico e di critica.
Nonostante il film sia talmente delirante da straniare lo spettatore, non risulta difficile immaginare Kitano divertirsi dietro la macchina da presa.

Ora due parole su Kids return (Kizzu Ritān), un film del 1996 che rappresenta il primo progetto di Kitano dopo il duro incidente del 1994. Protagonisti della pellicola sono Masaru e Shinji, due amici e compagni di classe, sfaticati e dediti a fare scherzi sgradevoli a compagni e professori. Decidono di buttarsi nella boxe, e mentre Masaru rinuncia poco dopo, per cercare di fare carriera in una banda della yakuza, Shinji prosegue, mostrando anche del talento.
Le strade dei due amici sembrano separarsi definitivamente, ma ben presto però, a causa della loro indole trasgressiva e indisciplinata falliscono nei loro percorsi e finiscono infine per ritrovarsi. Entrambi disillusi e considerati dei falliti sono di nuovo insieme, quasi a testimoniare che in una società caotica e spietata l’unica cosa che conta davvero è la vera amicizia. Nella pellicola è evidente l’elemento autobiografico, può essere infatti considerata la rielaborazione di esperienze di vita di Kitano, e i due protagonisti un alter ego dello stesso, scapestrati ma con un forte desiderio di emergere. La realtà viene descritta in modo crudo e freddo forse anche eccessivamente, non c’è spazio per alcun valore perché il profitto è lo scopo di tutto, da qui la povertà umana dei personaggi sia adulti che giovani.

Continuiamo con Hana-bi (Fiori di fuoco), un film del 1997 con protagonista Nishi, un ex detective taciturno e dai modi spesso bruschi. Dietro il suo modo di agire violento però si nasconde una difficile situazione personale, la moglie infatti è affetta da leucemia senza speranze di cura, e a peggiorare la situazione è la notizia che Horibe, suo amico e collega, a causa di un’operazione di polizia andata male è rimasto paralizzato a vita. Quindi profondamente addolorato Nishi decide di fare il possibile per rallegrare almeno in parte i suoi cari, e per farlo finisce per indebitarsi con una banda della yakuza. Pur di restituire la somma di denaro presa in prestito compie una rapina in banca, per poi fuggire con la moglie sia dagli strozzini che dai suoi ex colleghi poliziotti. Hana-bi è un film pieno di contrasti, inizia come un poliziesco d’azione per poi finire nel melodramma, un continuo alternarsi di spargimenti di sangue a immagini meravigliose e delicate. Questo contrasto lo vediamo nello stesso protagonista Nishi, che passa dall’essere il poliziotto violento al marito tenero e premuroso verso la moglie malata.
Anche in questo film inoltre è possibile riscontrare l’elemento autobiografico, nella vicenda di Horibe che dopo l’incidente decide di avvicinarsi alla pittura proprio come successe nella realtà a Kitano, infatti tutti i quadri che vengono mostrati sono sue opere originali risalenti al periodo della convalescenza.

Rispettivamente nel 2010, 2012 e 2017 escono Outrage, Outrage: Beyond e Outrage: Coda, una trilogia che, a uno spettatore qualsiasi, parrebbe sicuramente una banale storia di scontri violenti tra yakuza.
Come per altri suoi film, la violenza permea ogni scena, è perennemente dietro l’angolo, e quando non è fisica è comunque concettuale. I personaggi si scambiano battute come cani rabbiosi, in un continuo gioco di prevaricazione e ribaltamenti delle gerarchie, evidenziando i paradossi della cultura giapponese e del suo culto per l’etichetta.
Gli scontri non sono esaltanti come in un tipico film d’azione, ma realistici e terrificanti, giocando e decostruendo i cliché dei gangster movie e togliendo ogni romanticismo alla figura dello yakuza. Parlare della trama di Outrage è quasi superfluo, poiché a dominare sono piuttosto i personaggi e i temi che incarnano.
Kitano, infatti, riflette su cosa siano l’onore e la lealtà, e nessun atto di vendetta è appagante perché, in fondo, non porta mai a nulla. Il terzo film sembrerebbe chiudersi in maniera inconcludente: il protagonista Otomo, interpretato da Kitano, ha sicuramente portato a termine la sua vendetta e compiuto il suo dovere, ma il fatto che coloro che lo hanno manovrato da dietro le quinte, siano riusciti nel loro intento impuniti, lascia un senso di insoddisfazione. La chiave di lettura è forse nelle ultime parole di Otomo, che diventano quelle di Kitano stesso: “So quando è il momento di farmi da parte”. Con questa battuta, infatti, si conclude l’ultimo film, a oggi, con Kitano come attore.

E anche per questo regista siamo giunti alla fine! Se volete approfondire le vite e le opere di altri registi giapponesi non vi resta che continuare a seguirci con Akushon!

Vi invitiamo inoltre a dare un’occhiata al nostro video riguardante la filmografia di Kitano Takeshi e ad esplorare al meglio il regista, cliccate qui per vedere il nostro video approfondimento al riguardo oppure visitate il nostro canale YouTube… A presto!

 

Kitano Takeshi Parte 1 || Akushon! – I registi di JFS

Bentrovati! Questa è Akushon!, la rubrica di associazione Takamori sui registi giapponesi. Oggi a parliamo di Kitano Takeshi.

Kitano Takeshi nasce il 18 gennaio 1947 a Tokyo. Celebre in Giappone già dagli anni 80, Kitano nasce come comico, usando lo pseudonimo “Beat Takeshi”. Durante lo stesso decennio assume il ruolo di presentatore del programma, trasmesso poi internazionalmente, Takeshi’s Castle, nel quale i concorrenti si sfidavano in circuiti di vario genere. In quel periodo, però, Kitano si stava dedicando anche alla recitazione, prendendo parte a serie tv e a film, tra cui Furyo di Ōshima Nagisa (del quale, se vi siete persi il video su di lui, potete cliccare qui per recuperarlo).

Nonostante sulle prime Kitano fatichi a scrollarsi addosso il ruolo del comico agli occhi del pubblico, nel 1989 dà una svolta alla propria carriera con il film Violent Cop. A causa di un rifiuto del regista a cui era stato offerto il lavoro, Kitano ha l’occasione non solo di interpretare il protagonista, ma anche di esordire alla regia, incontrando il favore della critica addirittura proprio come migliore regista. Dai film successivi Kitano si cimenterà più volte con violente storie di gangster e poliziotti, sviluppando uno stile inconfondibile caratterizzato da telecamere per lo più statiche, sequenze lunghe e una personalissima ironia. 

Kitano amerà interpretare violenti protagonisti perpetratori di violenza, come lo si può vedere in Boiling Point del 1991 e Sonatine del 1993. 

Il 1994 è un anno particolarmente duro, dopo essersi nuovamente cimentato in contesti comici con Getting Any? del 1995, considerato da lui stesso un “suicidio professionale”, il regista è vittima di un incidente motociclistico, che gli causa una paralisi facciale parziale, conferendogli un’espressività ancora più inusuale. 

Dopo la lunga convalescenza, Kitano riprende in mano la sua carriera che compie una svolta significativa nel 1997 con il film Hana bi grazie al quale vince il Leone d’Oro alla Mostra internazionale di Venezia. Anche le opere successive, tra loro molto diverse vengono accolte positivamente, ed è proprio l’acclamazione unanime da parte della critica che spinge Kitano nel 2000 a realizzare il suo primo film negli Stati Uniti, Brother, che tratta la storia di uno yakuza a Los Angeles, ma non vi sarà l’apprezzamento del pubblico. Lo riceverà, invece, con la sua versione della storia di Zatoichi, uno spadaccino cieco vagabondo, un suo grande successo internazionale soprattutto dal punto di vista economico.

Kitano decide di dare una svolta alla sua carriera con la “trilogia del suicidio artistico”, composto da tre pellicole: Takeshi’s, Glory to the Filmmaker! e Achille e la tartaruga. Qui abbandona il suo stile classico per compiere una riflessione sulle diverse facce del personaggio- Kitano e una auto-analisi della sua creazione artistica. A partire dal 2010 Kitano decide di tornare sul genere yakuza a lui caro con Outrage, che successivamente si trasformerà nel primo capitolo di un’ulteriore trilogia, i cui capitoli successivi sono: Outrage beyond e Outrage Coda

E con questo si conclude la prima parte del nostro approfondimento su Kitano Takeshi. Se vi abbiamo incuriosito con la vita e la carriera di questo regista, ci vediamo mercoledì 6 luglio con la seconda parte!

Vi invitiamo inoltre a dare un’occhiata al nostro video riguardante la filmografia di Kitano Takeshi e ad esplorare al meglio il regista, cliccate qui per vedere il nostro video approfondimento al riguardo oppure visitate il nostro canale YouTube… A presto!

Hamaguchi Ryūsuke Parte 2 || Akushon! – I registi di JFS

Bentrovati! Questa è Akushon!, la rubrica di associazione Takamori sui registi giapponesi. Oggi torniamo a parlare di Hamaguchi Ryūsuke con la seconda parte del nostro approfondimento.

Happīawā (Happy hour) è un film drammatico del 2015 che racconta di quattro amiche Jun, Akari, Sakurako e Fumi alle prese con compagni mediocri e prepotenti. Jun è la prima che cerca di uscire fuori da un rapporto di coppia gelido chiedendo il divorzio, e nonostante la sorpresa iniziale delle tre amiche, poco a poco anche loro di riflesso iniziano a ripensare alle loro condizioni matrimoniali. La assistono in tribunale durante un processo già perso in partenza e dopo ciò decidono di concedersi un viaggio ai bagni termali di Arima, ma qui Jun sparisce misteriosamente. Da questo momento in poi si scateneranno una serie di eventi inaspettati nella vita delle tre donne rimaste. Happīawā è un film che segue la storia di un gran numero di personaggi, in una narrazione che segue le loro vite per un periodo piuttosto lungo, e che non cerca di contenere gli eventi ma di raccontarli con tutto il tempo necessario. Tema centrale è la condizione femminile, fatta di soprusi e sottomissione, tramite le quattro protagoniste vengono raccontate vite di donne cariche di oneri e con uomini completamente indifferenti, pronti a scaricare ogni colpa su di loro in caso di difficoltà, come succede nel processo di Jun. Dunque è evidente come nonostante ci troviamo nel Giappone contemporaneo la parità dei sessi è ancora ben lontana da raggiungere.

Ora due parole su Netemo Sametemo, un film drammatico del 2018 tratto dal romanzo omonimo di Shibasaki Tomoka.
Racconta la storia di Asako, una timida studentessa di Osaka che dopo aver incontrato il giovane e misterioso Baku se ne innamora perdutamente. Nonostante le promesse iniziali di amore eterno da parte di lui alla fine si rivela essere uno spirito libero, e dunque improvvisamente scompare lasciando Asako nello sconforto più totale. Due anni dopo la ragazza si trasferisce a Tokyo e qui incontra Ryohei che nonostante all’apparenza sembri essere come Baku, in verità rivela una personalità completamente diversa, gentile e premurosa. Da principio turbata, Asako si lascia poi andare al nuovo amore, sperimentando una nuova relazione sentimentale più profonda e meno impetuosa. In questo film Hamaguchi vuole quindi raccontare la nascita di un amore in una ragazza che racchiude tutti gli stereotipi sentimentali e che crede ciecamente che il suo primo amore sarà eterno. Quella di Asako è una storia semplice che viene raccontata in maniera lineare ma disseminata di piccoli momenti di tensione che servono a sconvolgere gli equilibri della vicenda, ma mai in maniera irreparabile.

 

Se volete continuare a scoprire la filmografia di Hamaguchi Ryūsuke e ad esplorare al meglio il regista, cliccate qui per vedere il nostro video approfondimento al riguardo oppure visitate il nostro canale YouTube… A presto!

Ōshima Nagisa – Parte 1 || Akushon! – I registi di JFS

Bentrovati! Questa è Akushon!, la rubrica di associazione Takamori sui registi giapponesi. Oggi vi parliamo di Ōshima Nagisa!

Ōshima Nagisa nasce il 31 marzo 1932 a Kyoto. Già durante gli studi liceali inizia a stendere abbozzi di romanzi e a occuparsi di teatro, infatti pur laureandosi all’Università di Kyoto in diritto e scienze politiche, la sua passione per il cinema lo spinge ad entrare nella casa di produzione Shōchiku. Dopo un primo periodo come stagista al fianco di cineasti già affermati, esordisce come regista nel 1959, dirigendo il suo primo lungometraggio, Ai to kibō no machi (Il quartiere dell’amore e della speranza), che provoca contrasti con i dirigenti della Shōchiku soprattutto a causa del finale considerato troppo tragico. Sempre per la Shōchiku, gira nel 1960 altri due film controversi, entrambi all’insegna della violenza e talvolta a sfondo sessuale: Seishun zankoku monogatari (Racconto crudele della giovinezza) e Taiyō no hakaba (Il cimitero del sole). Sempre nel 1960 gira anche un terzo film, Nihon no yoru to kiri (Notte e nebbia del Giappone), realizzando un’opera politica incentrata sulle polemiche legate alla ratifica del trattato di sicurezza nippo-americano, mostrando dunque un radicalismo politico che ovviamente non fu visto positivamente. Per le tematiche trattate e per lo scarso successo di pubblico la Shōchiku decide di ritirare il film dalle sale, arrivando alla rottura definitiva dei rapporti col regista.

Negli anni successivi, Ōshima fonda una sua casa indipendente la Sōzōsha, dove può rappresentare più liberamente le contraddizioni e le tensioni della società giapponese del dopoguerra. Realizzerà film sulla seconda guerra mondiale, documentari per la televisione, film sulla criminalità e addirittura un film in costume per la Toei e un adattamento cinematografico di un fumetto. Finalmente, nel 1971, realizza uno dei suoi più grandi film: Tōkyō sensō sengo hiwa (Storia segreta del dopoguerra dopo la guerra di Tokyo). Ancora una volta, Ōshima mette in scena sesso, morte e frustrazione e il suo successo arriva anche in Europa. Dopo anni difficili in cui si vede costretto a chiudere la Sōzōsha, arriva la proposta di dirigere e coprodurre con A. Daumann Ai no korīda (Ecco l’impero dei sensi), film del 1976 che lo porterà al successo internazionale. Incentrato su una storia d’amore ossessiva, fu piuttosto d’impatto, essendo ispirato a un fatto di cronaca e anche per la presenza di reali rapporti sessuali tra gli attori. Il successo lo spinge nel 1978 a dirigere un secondo film che segue a tratti lo stesso genere, Ai no borei (L’impero della passione), più casto del precedente e caratterizzato da un mix di erotismo e atmosfere lugubri e spettrali. La pellicola lo porta a vincere il premio alla miglior regia al Festival di Cannes. Seguiranno fasi alterne di inattività e produzioni, in particolare si ricorda di Senjo no merii kurisumasu Furyō, un dramma bellico a sfondo psicologico, girato con figure celebri quali David Bowie e Takeshi Kitano. Dopo un periodo di pausa per motivi di salute, il film che segna il suo ritorno al cinema è Taboo Gohatto, film storico incentrato sull’omosessualità, che viene presentato al Festival di Cannes del 1999 e che si rivelerà essere anche la sua ultima opera. Ōshima Nagisa muore il 15 gennaio del 2013 a Fujisawa. Questi ultimi quattro film li vedremo nel dettaglio nella seconda parte.

E con questo si conclude la prima parte del nostro approfondimento su Ōshima Nagisa. Potete trovare il nostro video a riguardo cliccando qui.
Se vi abbiamo incuriosito con la vita e la carriera di questo regista, ci vediamo Mercoledì prossimo con la seconda parte!

Sasabe Kiyoshi parte 2 || Akushon! – I registi di JFS

Ciao a tutti! Siamo ad Akushon!, la rubrica dei registi dell’associazione Takamori. Continuiamo a parlarvi del nostro ultimo regista, Sasabe Kiyoshi!

Nel 2006 esce al cinema il film Sea without Exit, Deguchi no nai Umi nell’originale, dove Sasabe mette in scena il copione redatto da un altro noto regista, Yamada Yōji, e basato sul romanzo originale omonimo di Yokoyama Hideo. La storia ruota attorno alla figura di Namiki Kōji, un astro nascente del baseball liceale che gioca nel ruolo di pitcher. Appena entrato all’università Meiji, il giovane giocatore si infortuna e grazie all’aiuto e alla solidarietà dei suoi compagni di squadra, ritornerà in campo con un nuovo colpo, un magic pitch che sarà la sua firma nelle partite che seguono il suo stop. Ma siamo agli albori del secondo conflitto mondiale e la guerra irrompe con tutta la sua forza nella vita di questi professionisti in erba. Kōji e altri compagni vengono arruolati nella marina e si preparano tramite un duro addestramento ad andare incontro alla morte che li attende sottoforma di kaiten, una sorta di siluro pilotato fisicamente dai soldati verso il proprio obiettivo. Nei panni del protagonista troviamo Ichikawa Ebizō, noto attore di teatro kabuki, che impersona lo studente Kōji come un ragazzo pacato e serio. Nella pellicola, più che all’azione si dà rilievo alle emozioni dei personaggi, alle intense lotte interiori che da un lato li vorrebbero legati alla vita e a ciò che essa dona, ma che dall’altro li richiama al forte senso del dovere verso la patria, nel tentativo di capovolgere l’esito di una guerra che non sta dando i frutti sperati.

E’ il 2016 quando nei cinema si proietta per la prima volta Yaeko no Hamingu, che racconta con lievi discrepanze la storia realmente accaduta a Minami Nobutaka, un educatore totalmente dedicatosi alla cura della moglie affetta da una forma di Alzheimer precoce, mentre lui stesso si sottoponeva a chirurgia per un tumore allo stomaco. In questo i protagonisti si chiamano Seigo e Yaeko, rispettivamente preside di una scuola e maestra di musica, che vivranno gli ultimi dodici anni della vita di lei con il lungo e pesante fardello della malattia. Yoko si separa piano piano dalla musica e dal mondo delle parole, iniziando a emettere piccoli, brevi suoni per evocarle senza poterle più pronunciare. L’implicazione del marito nella cura di lei è totale e lentamente assorbe anche quella delle due figlie della coppia per poi finire a incidere anche sulla comunità che li circonda. Il tutto viene raccontato a partire dalla morte di Yaeko attraverso una lunga serie di flashback che ripercorrono la storia della malattia e le vicende che la coppia attraversa nell’apprendere questa nuova, difficile convivenza con la patologia. Il regista Sasabe mette così sotto i riflettori una storia ben nota, ossia quella della difficoltà della presa in cura delle demenze, specialmente in una popolazione come quella giapponese. Pare che essa difatti entro il 2025 sarà composta per più di un terzo da individui over-65, mettendo dunque in evidenza la difficoltà della sfida sociale e demografica che attende il Sol Levante.

Nel 2011 viene proiettato nelle sale per la prima volta “Tsure ga utsui ni narimashite”, localizzato come “my SO has got depression”. Mikio è un giovane impiegato in una azienda informatica sposato con una giovane mangaka di nome Haruko. Dopo un periodo di strani dolori, ansie e timori, Mikio decide di farsi visitare scoprendo di essere depresso. La pellicola ruota intorno alla storia di come la coppia gestirà la condizione di Mikio, che sarà determinante per molti dei progetti sia suoi che della moglie, nel bene e nel male. Durante tutto il percorso che i due intraprendono, Haruko purtroppo faticherà a trovare la sua strada come disegnatrice ma un evento in particolare le farà capire che la sua ispirazione era proprio sotto il suo naso. Il taglio registico di Sasabe Kiyoshi in questa pellicola non è molto persistente poiché tratta dal manga omonimo, ma si può notare come in ogni situazione cerchi di non far passare nessuno dei personaggi come vittima assoluta, ma cerchi sempre di dare una rappresentazione complessa e schietta delle emozioni, delle scelte e dei comportamenti dei personaggi.

Come ultima pellicola abbiamo deciso di presentarvi Tōkyō Nanmin del 2014. La pellicola racconta la storia di Tokieda Shu, uno studente universitario che ha perso la madre e viene mantenuto dal padre. Un giorno il padre lo abbandona e si ritroverà a dover pagare tutte le spese da solo, non riuscendoci. Questo gli costerà l’espulsione dall’università e come se non bastasse verrà anche sfrattato da casa sua, ritrovandosi a dover vivere negli internet point della frenetica Tokyo. Per sopravvivere Shu si immischierà in un giro mafioso, che gli permetterà di guadagnare e conoscere tante nuove persone, ma allo stesso tempo lo costringe ad una vita criminale e pericolosa finché non conoscerà la donna che gli riporterà la voglia di impegnarsi per tornare a vivere come prima. Anche qui il regista non risparmia nessun personaggio, rappresentandoli tutti, positivi e negativi che siano, in maniera complessa e senza renderli piatti.

E con questo siamo giunti alla fine del nostro approfondimento su Sasabe Kiyoshi. Potete guardare il nostro video qui. Vi aspettiamo tra due settimane con un nuovo approfondimento con Akushon!