Yoshino’s Barber Shop (2004)

L’insostenibile fardello della tradizione – Yoshino’s Barber Shop

Nella campagna giapponese, la tradizione è ancora fortemente radicata. Un ragazzino venuto dalla città riuscirà tuttavia a scuotere la torpida realtà del villaggio, disegnando nuovi equilibri.

(Japan, 2004)

Titolo: Yoshino’s Barber Shop

Titolo originale: バーバー吉野

Regista: Ogigami Naoko

Uscita al cinema: 10 aprile 2004

Durata: 96 Min.

Dalle prime immagini del film ci ritroviamo immersi nel Giappone rurale, quello di un piccolo villaggio che risponde al nome di Kaminoe. In questo luogo le tradizioni sono sacre e la cittadina trae linfa vitale per la propria identità da esse: il Giorno della Montagna è una di queste celebrazioni in cui la popolazione riunita prega la divinità che abita le alture limitrofe. Questa tradizione ha tuttavia bisogno di un guardiano, impersonato da Yoshiko, l’acconciatrice del luogo, alle cui forbici nessun maschio si può sottrarre. Difatti, l’altra grande tradizione in paese riguarda un certo taglio di capelli: a scodella, omologante, ridicolo. D’altronde, pare che questo stesso stile affondi le proprie radici nel mito locale, ove una perfida figura del folklore, il tengu dal naso rosso e dalle fattezze di metà uomo e metà volatile, minaccia i maschi stessi del villaggio, che possono confonderlo unicamente assumendo lo stesso taglio di capelli. Yoshiko, madre di due ragazzini del villaggio, è fiera conservatrice di questi usi e si batte strenuamente perché vengano rispettati.

Il presupposto equilibrio di questo luogo si rompe quando giunge in città un ragazzino, coetaneo dei suoi figli, dalla lontana capitale. La metropoli è un luogo distante, fisicamente e mentalmente, e ciò è dimostrato dall’atteggiamento del nuovo arrivato Yosuke, a cui stanno senza dubbio stretti i costumi locali. Il suo taglio di capelli assurge a simbolo di ribellione, di anticonformismo, persino di un’altra realtà possibile oltre all’unica nota agli abitanti, in particolari a quelli piccoli: pur faticando a trovarsi degli amici, egli mostrerà loro ciò che esiste al di fuori della tradizione, dalle capigliature in controtendenza alle riviste pornografiche. I coetanei-amici che lo seguono sono in cerca di una loro identità, che non sia stata confezionata su misura per loro da qualcun altro (o da qualcosa d’altro, come la tradizione) e trovano in lui una sorta di pragmatica guida per rompere con le abitudini del luogo.

Lo scontro tra vecchie e nuove ideologie raggiunge un’acme che, come spesso la narrazione vuole, delinea un nuovo, differente equilibrio. In esso, non necessariamente le une prevalgono sulle altre o viceversa, ma si comprende invece come le nuove generazioni possano convivere con un piede dentro e uno fuori dal solco della tradizione.

 

—- recensione di Antongiorgio Tognoli

Akushon! – I registi di JFS: Ogigami Naoko

Akushon! – I registi di JFS

Questa settimana l’Associazione Takamori apre una nuova rubrica dedicata ai grandi registi del cinema giapponese. Il primo appuntamento è dedicato a Ogigami Naoko.

La 49enne cineasta Ogigami Naoko nasce nella prefettura di Chiba, a Est della capitale, dove rimane fino al termine degli studi giovanili presso il Dipartimento di Image Science dell’ateneo locale. Durante questi anni e nonostante l’iniziale preferenza per la fotografia, si sviluppa il suo interesse per la cinepresa, che la porta a migrare a fine anni ‘90 verso la Mecca della cinematografia mondiale: Los Angeles.

Qui si forma alla Scuola di Cinema della University of Southern California e ritornerà in Giappone, una volta laureatasi, solo nel 2000. Nel suo periodo americano rimane parzialmente isolata dal resto degli studenti anche per via delle sue lacune linguistiche, riceve tuttavia un buon supporto dal corpo docente che mostra fiducia e apertura nei suoi confronti e che la spinge a girare il suo primo corto. Rientrata nel Sol Levante, in concomitanza con lo stigma sociale che la vedeva donna adulta senza lavoro né partner, si rende conto dell’estrema chiusura mentale della cinematografia nipponica e decide di battere la strada della produzione indipendente. Riceve in questo ambiente di nicchia discriminazioni minime che le permetteranno di portare avanti in relativa tranquillità la sua carriera di regista.

La produzione cinematografica della regista comprende 8 film, realizzati tra il 2004 e il 2017, ma la sua carriera di regista inizia nel 1999 con due cortometraggi: Ayako e Hoshinokun Yumenokun. Tra le sue opere più importanti possiamo trovare Barber Yoshino (バーバー吉野), primo lungometraggio, Megane (メガネ), etichettato come iyashikei-eiga ovvero film terapeutici. Inoltre ha diretto Rentaneko (レンタネコ) storia di una ragazza che combatte la propria e altrui solitudine affittando gatti, e Close-Knit (彼らが本気で編むときは)  vincitore del Teddy Award al Festival internazionale del Cinema di Berlino.

In tutte le sue opere Naoko Ogigami presenta una critica costante alla società giapponese e ognuna ne racconta una parte tramite storie di persone comuni. Gli intrecci sono quindi diversificati e complessi toccando temi come la solitudine, la discriminazione, il conformismo e la famiglia. Nonostante questo, la regista si mantiene sul genere della commedia, inserendo nelle storie dei personaggi una velata ironia che le rende più leggere e appassionanti.