Miki Satoshi parte 1 || Akushon! – I registi di JFS

Ciao e ben ritrovati! Noi siamo l’associazione Takamori e questa è la rubrica Akushon!, dove vi parliamo della vita e dei film dei registi giapponesi. Oggi diciamo due parole sulla figura di Miki Satoshi, seguiteci!

Miki Satoshi nasce nel 1961 e proviene da Yokohama, la metropoli che fa parte della stessa conurbazione di Tokyo. Consegue gli studi universitari presso l’ateneo Keio della capitale, dove si laurea presso il dipartimento di Letteratura. Ai tempi dell’università, viene invitato da un amico a partecipare a una selezione per un lavoro part-time come apprendista sceneggiatore televisivo, risultando dei due amici l’unico ammesso al ruolo. Il ventenne Miki entra perciò nell’ufficio preposto e comincia a lavorare a programmi TV di successo di varie emittenti, da Tamori Club dell’emittente Asahi a The spring of Trivia in onda sulle reti di Fuji TV, sancendo così l’inizio della propria carriera nel piccolo schermo. In seguito, collabora in vari progetti con Takenaka Naoto, i City Boys e con il drammaturgo Miyazawa Akio. Dal 2005, con la trasposizione di un romanzo di Okuda Hideo sul grande schermo e altri lavori attira l’attenzione in qualità di regista, pur continuando a lavorare nell’ambiente televisivo con serie e drama. Nella sua vita artistica ha svolto quindi molteplici attività, dagli inizi come sceneggiatore alla carriera di regista, con incursioni come drammaturgo e produttore in ambito teatrale. Ora diamo un occhio insieme ai momenti più importanti della sua produzione con la macchina da presa!

Ad una prima occhiata la carriera cinematografica di Miki Satoshi potrebbe sembrare scarna e poco degna di nota, soprattutto per il numero di film prodotti, solamente 9. Non dobbiamo però farci trarre in inganno dai numeri, poiché le sue opere non sono certo lasciate al caso. Infatti proprio perché principalmente ha lavorato per emittenti televisive o per produzioni di serie TV, il regista porta con se una maniera tutta sua di fare cinema: stravagante, complessa ma comunque adatta a tutti i tipi di pubblico. È bene quindi tenere anche in considerazione che la sua carriera nel grande schermo è iniziata da poco più di 15 anni, e che quindi ci riserverà grandi sorprese, soprattutto con il film in uscita nel 2022 “what to do with the dead Kaiju?”. Ma per ora concentriamoci su alcune delle sue opere più significative; come “in the pool”, commedia del 2005 su un singolare neurologo alle prese con altrettanto singolari casi clinici. Per proseguire, abbiamo “damejin”, film del 2006 su tre ragazzi definiti “inutili” che per un viaggio in india farebbero di tutto a parte lavorare. Proseguiamo con Ten ten, film del 2007 vincitore del premio best script al Fantasia film festival. Concludiamo poi con “ore ore”, una commedia del 2013 che è valsa al nostro regista il premio come miglior film all’udine Far east Film festival del 2013.

Per oggi abbiamo finito! Potete guardare il nostro video qui e se volete approfondire sui film dai noi proposti di Miki Satoshi, ci vediamo Mercoledì prossimo per un nuovo video di Akushon!

Yamada Yōji parte 2 || Akushon! – I registi di JFS

Siamo di nuovo con voi alla puntata di Akushon!, la rubrica di associazione Takamori che vi racconta in pochi minuti i lavori dei cineasti giapponesi. Non perdiamo tempo e parliamo della prima pellicola di Yamada Yōji.

Iniziamo introducendo il primo titolo della “trilogia del samurai” ovvero The twilight Samurai del 2002. Iguchi Seibei è un Samurai che, a seguito della morte della moglie per tubercolosi, è diviso tra i suoi ormai burocratici doveri di samurai e la vita di padre di una famiglia che purtroppo fa fatica a tirare avanti. Un giorno rincontra la sua amica di gioventù Tomoe tornata dopo il divorzio con un violento spadaccino. Un giorno quest’ultimo decide di sfidare a duello Iguchi, il quale lo sconfigge solamente armato di bastone e ricordandogli perché gli era stato affibiato il nome di “tasogare seibei” ovvero “seibei del crepuscolo”. La voce però si sparge e Iguchi sarà costretto a impugnare nuovamente la spada per rispettare i suoi doveri feudali. Con un film sui samurai Yamada Yōji gioca in casa, e durante tutta la pellicola si vede la minuzia nel progettare ogni dialogo e ogni scena rappresentando al meglio il valore di questo genere cinematografico. Non per niente questo film gli è valsa la nomination agli Oscar per il miglior lungometraggio straniero.

Kakushi ken oni no tsume, tradotta The Hidden Blade, è un’opera del 2004, secondo appuntamento della trilogia. Siamo nell’epoca del Bakumatsu, alla fine del periodo degli shōgun Tokugawa, momento di grandi tensioni e rivolgimenti. Al centro della storia c’è la figura di Katagiri Munezō, interpretato da Nagase Masatoshi, un samurai il cui status familiare è stato minato dal suicidio rituale compiuto dal padre qualche tempo prima. La sua figura risulta ancora più solitaria nel momento in cui, per via del matrimonio contratto dalla sorella e che la porta a vivere altrove, perde una figura fondamentale della sua vita, quella della servitrice Kie, impersonata da Matsu Takako, che ama segretamente. La casa di Munezō, in seguito alla morte della madre, è perciò abitata solo da lui, fino a che un fortuito rincontro con Kie non ne risveglia il sentimento d’amore da tempo accantonato. La trama si complica poi quando giunge in paese, in veste di prigionero, l’antico compagno di accademia e amico di Munezō, Yaichirō, con cui dovrà inaspettatamente rivaleggiare. Lo stile della pellicola risulta sobrio, con inquadrature di ampio respiro che danno spazio ai momenti più drammatici. Se il fulcro del film è dato poi dall’amore impossibile della coppia di protagonisti, Munezō e Kie, c’è spazio per una critica proprio alle incolmabili differenze tra le caste e, più generalmente, al codice samurai del bushidō, rispettato solo dai vassalli e raramente dai loro arroganti signori.

Concludiamo la trilogia samurai con Bushi no ichibun, tradotto in Love and Honor, dell’anno 2006. Anche in questo caso il protagonista è un samurai di basso rango di nome Mimura Shinnojo, interpretato da Kimura Takuya. Egli è insoddisfatto della sua posizione a corte, dove insieme ad altri samurai assaggia il cibo destinato al proprio signore, per scongiurarne l’avvelenamento. In una di queste occasioni, Shinnojo mostra i sintomi dell’intossicazione e, in preda alla febbre e al forte malessere, si risveglia solamente dopo 3 giorni di sofferenze. La realtà è però dura da accettare: dato che la tossina ingerita gli ha provocato una cecità irreversibile, la sua presenza a corte sembra essere divenuta inutile, e Shinnojo pare destinato alla rovina economica. Tuttavia, il signore di cui è al servizio lo grazia e gli concede il mantenimento della rendita annuale, senza ulteriori spiegazioni. La trama si infittisce nel momento in cui si comprende che Kayo, moglie devotissima di Shinnojo, potrebbe avere avuto un ruolo in questo avvenimento benevolo e inatteso. Troviamo nelle scene del film tutto l’orgoglio, il senso del dovere e dell’onore di un samurai che, per la sfortuna capitatagli, si ritiene ormai inutile dentro un sistema che non protegge i più deboli e in cui il fallimento non viene accettato. Di qui il timore alla sconfitta, seppur non quello nei confronti della morte, che mai spaventa il samurai che fa proprie le regole del bushidō. Inoltre, come in The Hidden Blade, la linearità e la sobrietà del racconto e delle riprese caratterizzano l’opera di Yamada, con personaggi brillantemente presentati e approfonditi nella loro struggente emotività e ricchezza.

L’ultimo film di cui parleremo oggi si stacca del tutto dal genere samuraico. Stiamo parlando di  Tōkyō Kazoku, un lungometraggio drammatico del 2013. Shūkichi e Tomiko sono una coppia di anziani che vive in una piccola isola nel mare di Seto. Un giorno con la scusa di porgere le condoglianze alla vedova di un amico decidono di recarsi a Tokyo per far visita ai loro tre figli che ormai da tempo si sono trasferiti nella metropoli: Koichi, il figlio maggiore, gestisce un ospedale; Shigeko possiede un salone di bellezza e Shoji, il più piccolo, lavora come allestitore di scenografie del teatro kabuki, anche se sembrerebbe non sforzarsi troppo per cercare un solido progetto di vita. Tra litigi e disavventure la famiglia rimane sempre molto distaccata, ad un certo punto però un drammatico evento cambierà le carte in tavola. Tutto questo viene rappresentato dal regista con grande delicatezza e soprattutto attenzione all’ immagine complessiva delle scene, che evocano forti emozioni e permettono allo spettatore di comprendere esattamente i sentimenti dei personaggi coinvolti.

E con questo video termina il nostro approfondimento su Yamada Yōji! Continuate a seguirci per scoprire tante altre curiosità sul cinema giapponese e i suoi cineasti.  Potete guardare il nostro video qui. A presto! 

Yamada Yōji parte 1 || Akushon! – I registi di JFS

Yōkoso! Benvenuti! alla nuova puntata di Akushon, la rubrica dei registi di JFS! Noi siamo l’associazione Takamori e oggi vi introduciamo alla vita e alla filmografia del celebre Yamada Yōji. Si parte!

L’ormai novantenne Yamada Yōji nasce nel 1931 a Toyonaka, prefettura di Osaka. Molto presto si sposta in Cina, poiché il padre era ingegnere impegnato nella costruzione della ferrovia sud-mancese. Rimarrà in territorio cinese fino alla fine del secondo conflitto mondiale, per poi stabilirsi nella prefettura di Yamagata, nello Honshū centro-settentrionale. Nel 1954 si laurea nell’ambito degli studi cinematografici presso la rinomata università Tōdai della capitale. Trova quindi lavoro presso la casa di produzione di cinema e kabuki denominata Shochiku, presso cui rimarrà impiegato per l’intera carriera lavorativa. I suoi inizi lo vedono nei panni di sceneggiatore e aiuto-regista di Nomura Yoshitaro e le sue prime opere in qualità di regista risalgono ai primi anni ’60 e giungono fino ad oggi. La sua opera più nota al grande pubblico giapponese è la serie di film Otoko wa Tsurai yo, conosciuta anche col nome del protagonista Tora-san, uno venditore in viaggio sempre sfortunato in amore, interpretato da Atsumi Kiyoshi. Sbarca invece in Occidente con pellicole come Tasogare Seibei (o The Twilight Samurai) e Kakushi ken (The Hidden Blade).

La produzione cinematografica di Yamada Yōji è una delle più ampie nella cinematografia giapponese. Infatti, nei suoi 60 anni di carriera ha diretto più di 130 opere, guadagnandosi così il premio alla carriera all’ Asian Film Award nel 2008 e 60 premi per i suoi lungometraggi. Chiaramente l’esplorazione di una produzione così ampia e così varia richiederebbe molto tempo, ma noi cercheremo di darvi una selezione di quattro film che permetta di incuriosirvi, soffermandoci sulla sua produzione di jidaigeki, ovvero film drammatici riguardanti samurai. Il primo film che abbiamo scelto è Bushi no Ichibun (love and honor) del 2006, un jidaigeki sulla storia di un samurai che a seguito di una malattia dovrà affrontare la cecità. Poi abbiamo Tōkyō Kazoku del 2013, vincitore del premio golden spike come miglior film; successivamente abbiamo The hidden Blade del 2004, ambientato nei primi del ‘900 dove un samurai con una scarsa reputazione a causa di un crimine commesso dal padre dovrà riscattarsi con l’aiuto di una domestica e del suo migliore amico. Infine, abbiamo Tasogare Seibei, un film del 2002 che ha riscattato più di trenta premi cinematografici e che gli è valso la nomination agli Academy Awards come miglior film straniero.

Potete guardare il nostro video qui. Se vi abbiamo incuriosito con la fantastica carriera di Yamada Yōji ci vediamo tra due mercoledì per l’approfondimento sui film da noi selezionati per Akushon! A presto!

Nakamura Yoshihiro parte 2 || Akushon! – I registi di JFS

Bentornati per il secondo appuntamento alla scoperta del regista Nakamura Yoshihiro. Questa è Akushon, la rubrica dei registi di JFS! Seguiteci!

Il primo girato di cui vi parliamo oggi si chiama Jaaji no futari, o The Two in Tracksuits. In questo film del 2008, i protagonisti sono un padre e un figlio, interpretati rispettivamente da Ayukawa Makoto e Sakai Masato. Entrambi i personaggi sono in crisi nelle relative coppie e sfuggono alla morsa della canicola di Tokyo rifugiandosi in una dimora di famiglia tra le montagne, nella prefettura di Gunma. Nei meandri di questa grande casa immersa nella foresta, lasciata ordinata e pulita dalla defunta nonna, viene alla luce un vecchio scatolone, pieno di tute da ginnastica. Potremmo pensare che queste tute riesumino particolari ricordi, ma in realtà sono solo un oggetto di comfort, quasi una coccola da dedicarsi quando la vita si fa più ostica, tra un divorzio e un lavoro perso o insoddisfacente. Sono anche il simbolo del ricongiungimento dei due protagonisti nella difficoltà e di un’attitudine più spiccata alla “slow life”, di cui godono insieme e in cui risalta il loro legame, che potrebbe apparire alle volte superficiale, ma che ben si palpa nell’aria, nell’atmosfera creata, e che spesso non necessita di parole ma di intese.

In Golden Slumber del 2010 il richiamo all’omonima canzone dei Beatles è immediato. Di fatto, questa canzone assume un ruolo importante nella storia, non solo come colonna sonora, ma anche in qualità di mezzo di progressione della trama. Aoyagi, interpretato dal già citato Sakai Masato, è un fattorino qualsiasi della città di Sendai, nel nord dello Honshuu. E’ salito alla ribalta delle cronache qualche anno prima, quando ha salvato da un’aggressione una famosa idol. Proprio questo suo atto di eroismo finirà per coinvolgerlo in maniera indiretta e rocambolesca nell’attentato alla vita del premier giapponese in carica. Quando Aoyagi comprende che la sua vita è realmente in pericolo e che l’altro finale più probabile oltre alla morte è l’ergastolo, decide di lottare usando l’ingegno. E’ qui che i contatti si rivelano nella loro vera natura: affidabili e sicuri o incerti e addirittura nocivi? In un particolare mix di ironia, colpi di scena e adrenalina il film supera tranquillamente le due ore senza mai calare di ritmo e l’intrattenimento è assicurato.

In The Snow-White Murder Case, film del 2014, Una giornalista intraprendente inizia una sua personale indagine sul caso della morte di Noriko Miki, un’ex impiegata in una società di cosmetici. Quella che la giornalista svolge però non è un’indagine tradizionale, bensì ella posta ogni suo sospetto o scoperta su Twitter, avvicinandosi sempre di più ad una timida collega della vittima, Jono Miki. Nella pellicola il regista vuole rappresentare un classico mistero, fatto di crimini, tradimenti e menzogne, ma molto legato alla realtà di oggi, una realtà sempre connessa e con nuove vere e proprie regole sociali; senza però cadere nella trappola dello stereotipo del mondo dei social.

Arriviamo all’ultimo film di oggi, Shinobi no Kuni, del 2017. Siamo negli anni dell’unificazione del Giappone, un’epoca di guerre ed eccessive violenze dove la calma non era assolutamente di casa. Qui troviamo Mumon, un ninja della provincia di Iga. Mumon è un uomo molto pigro e combatte soltanto per ottenere denaro per dare alla moglie una vita migliore. Si da il caso però che egli sia il miglior ninja di tutta la provincia e questa sua abilità, insieme al suo menefreghismo molto sfaccettato, lo porterà ad immischiarsi in intrighi e combattimenti decisamente non alla sua portata. In questa pellicola Nakamura cerca di donare a quello che fondamentalmente è un live action una caratterizzazione dei personaggi molto accurata e complessa senza rinunciare però alla leggerezza che un film del genere può regalare allo spettatore.

E anche per Nakamura Yoshihiro è tutto! Potete guardare il nostro video qui. Se volete scoprire nuove curiosità sui registi Giapponesi ci vediamo tra due mercoledì con Akushon!

Akushon! – I registi di JFS: Nakamura Yoshihiro

Ciao, eccoci giunti al settimo regista di cui vi parliamo! Questa è Akushon, la rubrica dei registi di JFS che oggi tratta di Nakamura Yoshihiro!

Nakamura nasce nel 1970 a Tsukuba, nella regione centrale del Kantō. La sua formazione artistica comincia all’Università privata Seijo, nela capitale, dove studia presso il Dipartimento della Letteratura e delle Arti. In questo periodo si avventura per la prima volta nel cinema grazie all’esperienza nel Film Research Club, cui si unisce, cominciando a girare su pellicola da 8 mm. Già nel 1993 con le riprese di “Samidare chū” vince il Grand Prix del PIA Film Festival, tipico trampolino che ha lanciato molti dei futuri cineasti di fama nel Sol Levante. In seguito, lavora come assistente regista per nomi quali Sai Yōichi, Hirayama Hideyuki e Itami Jūzō.

Rispetto agli altri registi analizzati in questo format, Nakamura Yoshihiro inizia la propria carriera più tardi, nel 1999, come regista indipendente con il suo primo film Local News. Dopo questa opera, la sua carriera includerà, ad oggi, ben 27 lungometraggi di vario genere, tra cui horror, crime, ma anche commedie. Grazie alle tante opere da lui realizzate, nel 2007 riceve il premio Kaneto Shindō, assegnatogli dalla Japanese Film Makers’ Association, guadagnandosi il titolo di nuovo regista più promettente. Tra le sue opere possiamo menzionare Golden Slumber (2010), un film d’azione dove l’incontro di due vecchi amici si trasforma in un’indagine su un omicidio; Jaaji no futari (2008), la storia di una curiosa coppia padre e figlio che decide di scappare dalla vita cittadina; The snow white murder case (2014), un crime movie riguardante un presunto omicidio sul lavoro; e Shinobi no Kuni (2017), un’avvincente storia di battaglie e complotti tra ninja e samurai.

Se volete scoprire di più riguardo alle opere di Nakamura Yoshihiro, potete guardare il nostro video qui e vi diamo appuntamento tra due settimane con la seconda parte! Un saluto dal team di Akushon e a presto!