Fishmans – Kūchū Camp (1996)

I Fishmans  (フィッシュマンズ), fondati nel 1987 a Minato, Tokyo, sono stati una band composta originariamente da Satō Shinji (voci, chitarra, tromba), Motegi Kin-Ichi (percussioni, voci, sampler) e Kensuke Ojima (chitarre e voci). Alla formazione si aggiunsero anche Kashiwabara Yuzuru (basso) e Hakase (tastiere).

Il loro sound eclettico abbracciava hip hop, reggae, dub, rock, ska, pop, drum and bass, dream pop, il tutto unito alla voce androgina e caratteristica di Satō. Questo li portò a essere apprezzati particolarmente negli ambienti underground. Tuttavia, la loro fama crebbe enormemente dopo la prematura morte del cantante, nel 1999, per problemi di cuore. Si creò così una sorta di culto intorno al gruppo, e oggi sono ritenuti da tanti una pietra miliare della musica giapponese contemporanea.

La loro discografia vanta ben sette album in studio, tra cui Long Season (1996), comprendente un’unica traccia sperimentale lunga 35 minuti, divisibile in cinque parti. Nell’album dal vivo 98.12.28 男達の別れ (1999) ne troviamo una versione estesa. Essendo stato l’ultimo concerto prima della sua morte, essa è stata l’ultima esibizione di Satō. Long Season è spesso considerato il loro lavoro di maggior successo, insieme a Kūchū Camp, di cui vi parliamo oggi.

 

Titolo: 空中キャンプ (Kūchū Camp) (ENG. Aerial Camp)

Titolo inglese: Something in the Air

Rilascio: 1^ febbraio 1996

Casa discografica: Polydor

Durata: 45 minuti

Tracklist

  1. “ずっと前” (4:58)
  2. “Baby Blue” (6:07)
  3. “Slow Days” (4:40)
  4. “Sunny Blue” (5:53)
  5. “ナイトクルージング” (6:00) (Night Cruising)
  6. “幸せ者” (4:36)
  7. “すばらしくてNice Choice” (6:45)
  8. “新しい人” (6:43)

L’album è in qualche modo compatto, sia nel sound sia nelle tematiche trattate: ricorrono in tutte le tracce riferimenti all’estate, ad atmosfere diurne e notturne e all’amore, in particolare a una figura femminile che rimane indefinita e sospesa nel tempo. Il tema dell’estate si traduce nell’alternarsi di gioia, felicità, noia e malinconia, ma il confine tra queste sensazioni è molto sottile: spesso si confondono tra di loro e sono sempre lievi, leggere. Proprio questa leggerezza si riflette nei testi e nelle melodie dai toni dream pop e dub.

A metà troviamo l’onirica Night Cruising, scritta da Satō dopo il conseguimento della patente e dunque ispirata ai paesaggi notturni di Tokyo visibili durante la guida. Insieme a Baby Blue, è l’unico singolo dell’album.

Kūchū Camp è una rappresentazione della giovinezza e delle sue emozioni più semplici, che permette di immergersi nella sua dimensione onirica. Indubbiamente perfetto per un breve viaggio nel Giappone degli anni ’90.

 

— recensione di Eleonora Cuccu.

 

Yōsei Teikoku – The Age of Villains (2020)

Gli Yōsei Teikoku (妖精帝國, in italiano “Impero delle Fate”) sono un gruppo musicale composto da 5 membri, formato nel 1997. Il nome si riferisce ad un impero che sta affrontando la devastazione da quando gli umani hanno smesso di credere nelle fate. Non a caso, la cantante principale, YUI, è definita “la principessa dell’Impero delle Fate”.

La loro musica è particolarmente interessante perché mescola elementi di gothic rock, heavy metal e musica classica, difatti si è dimostrata inimitabile, se non unica, nel panorama musicale giapponese.

Del resto, anche la loro estetica non è da meno: dark, gotica, oscura e a tratti inquietante, attraverso cui il gruppo attira il pubblico e lo trasporta ancora più efficacemente nella dimensione parallela creata dalle sue canzoni.

La loro discografia è costituita da numerosi album, di cui i più famosi sono Gothic Lolita Propaganda (2007), Pax Vesania (2013) e Hades: The Other World (2014).

Oggi parleremo del loro ultimo album, The Age of Villains.

 

Titolo: The Age of Villains

Anno di rilascio: 2020

Casa discografica: Lantis

Tracce: 12

Durata: 48 minuti

 

Tracklist

  1. A Treatise of Villainy: The Seventy-Two Villainous Truths (And One Blasphemy)
  2. Autoscopy
  3. Hitoya no Maboroshi
  4. IRON ROSE
  5. Phantom terror
  6. Ransyo Aion
  7. Eclipsed
  8. Hell in glass
  9. Zetsu
  10. Paradiso≒Inferno
  11. Memories, Mandara, Deep sea
  12. Soso Friesian

L’album si apre con una sorta di introduzione che accoglie l’ascoltatore e lo guida nel mondo ritratto dalla musica: come evidenzia il titolo, la prima canzone è un vero e proprio elenco delle “Settantadue Malvagie Verità (e una Blasfemia)”.

Ancora una volta, lo stile inconfondibile degli Yōsei Teikoku viene ulteriormente ribadito attraverso questo album, composto da canzoni incentrate su temi come la morte, l’oscurità, la religione, la malvagità, o addirittura dimensioni ultraterrene come l’inferno e il paradiso (non è un caso la canzone ParadisoInferno), il cui significato è espresso e scandito attraverso accurate metafore e immagini simboliche. Insomma, sicuramente imperdibile per gli appassionati di metal e gotico, ma non solo.

 

—recensione di Sofia di Bari.

 

Dir En Grey

Formatisi nel Kansai, i Dir En Grey sono una band metal conosciuta nella scena giapponese come i capisaldi del visual kei, insieme ai più conosciuti X Japan. Il loro stile ha subito diversi mutamenti, variando dall’iniziale indie (all’epoca erano conosciuti come La:Sadie’s e con una diversa formazione) al progressive e al death metal.

Il loro successo, difatti, è legato a questa vena sperimentale che li accompagnerà attraverso la stesura di una discografia sempre più cupa e heavy, segnata dalla pubblicazione degli album Vulgar (2003), Withering to Death. (2005) e The Marrow of a Bone (2007): il primo diede l’impronta metal alla band, segnando sia la produzione musicale che l’approccio canoro del cantante e frontman Kyo (京); con il secondo, raggiunsero l’ambita notorietà europea con tour in Germania, Francia e Belgio, arrivando a partecipare nel 2006 al Family Values Tour, una tournée organizzata dai Korn, al fianco di band quali Stone Sour e Deftones; il terzo diede loro un’ulteriore spinta verso la notorietà, portando gli scream e il potente sound della band ad esibirsi nel 2007 ad uno dei festival “del metallo” più importanti al mondo, il Wacken Open Air, e nel 2009 al Kerrang! Relentless Tour, dividendo il palco con i Bring Me The Horizon.

La produzione della band, però, non si ferma qui: nel 2011 pubblicano Dum Spiro Spero, di cui però il tour sarà annullato a causa dei problemi alla gola del cantante, nel 2013 The Unraveling, nel 2014 ARCHE, album che rinnova l’animo sperimentale e fresco del quintetto giapponese, accompagnato da un tour interamente in Giappone, e nel 2018 The Insulated World.

 

— recensione di Giacomo Dima.

 

Wednesday Campanella – Galapagos (2018)

I Suiyōbi no Kampanera (水曜日のカンパネラ, in inglese Wednesday Campanella) sono un gruppo musicale formato nel 2012 da Kenmochi Hidefumi (musica, testi), Dir.F (Yasuhiro Fukunaga, direttore) e KOM_I (“Komuai” Misaki Koshi, voce) che è l’unico membro ad esibirsi sul palco. Il nome del gruppo fa riferimento al fatto che il trio si riuniva in sala prove sempre il mercoledì.

La loro discografia è costituita da diversi mini-album e album, tra cui Watashi wo Onigashima ni Tsuretette (2014) che include il singolo di successo Momotarō e SUPERMAN (2017).

Stavolta vi presentiamo il loro ultimo album in studio, Galapagos.

 

Titolo: Galapagos (ガラパゴス)

Anno di rilascio: 2018

Casa discografica: Warner Music Japan INC.

Tracce: 8

Durata: 36 minuti

 

Tracklist

  1. The Bamboo Princess
  2. Minakata Kumagusu
  3. Picasso
  4. Melos
  5. Matryoshka ft. Moodoïd
  6. Three Mystic Apes
  7. The Sand Castle
  8. A Cat Called Yellow

Non il solito J-pop

Come i precedenti lavori del gruppo, tratta tematiche incentrate sul folklore giapponese e su grandi personalità (Picasso). L’album si apre proprio con una traccia su Kaguya-hime, un classico della tradizione del X secolo: la storia della bambina trovata in una canna di bambù che diventa una bellissima principessa, la quale si scopre essere proveniente dalla luna. Il video musicale unisce alla perfezione questi elementi di tradizione popolare ad altri squisitamente contemporanei con un tocco avant-garde. Da notare inoltre Melos, ispirata dal racconto 走れメロス (Run, Melos!) di Dazai Osamu, e Matryoshka, con alcuni versi in francese.

Il sound non è quello del solito J-pop: include elementi sperimentali, di art pop ed elettronica. Se all’inizio dell’album ha toni più vivaci, verso la fine ne acquisisce di più tenui, soffusi e malinconici. Stessa cosa per i testi, solo nelle prime tracce ironici e colmi di giochi di parole e riferimenti per noi difficili da cogliere.

Come suggerisce il titolo, Galapagos è un album dai toni esotici e piacevole all’ascolto.

 

— recensione di Eleonora Cuccu.