37 Seconds ー HIKARI

37セカンズ

37 Seconds

(Giappone, 2019)

Regia: HIKARI

Cast: Kayama Mei, Kanno Misuzu, Daitō Shunsuke, Watanabe Makiko

Genere: drammatico

Durata: 115 minuti

37 Seconds è un film di genere drammatico del 2019 diretto dalla regista HIKARI. È stato presentato alla 69ᵃ edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino dove ha vinto il Premio CICAE (Confederazione Internazionale dei Cinema d’Essai) e il Premio del pubblico nella sezione Panorama. Nel 2020 è reso disponibile dalla piattaforma Netflix sottotitolato in italiano.

Il viaggio di Yuma

Yuma (Kayama Mei) è una mangaka che vive sulla sedia a rotelle a causa di una paralisi cerebrale infantile. La giovane è una scrittrice brillante, con ottime capacità grafiche e un grande immaginario visivo, ma lavora come ghostwriter. A prendersi il merito del suo lavoro è invece Sayaka, ragazza di bella presenza. Intrappolata dalla società e dagli obblighi familiari, sogna un giorno di riuscire a diventare un’autrice di successo e di condurre la sua vita secondo i propri termini. Dopo un colloquio con la redattrice di una rivista di manga erotici, che definisce le sue raffigurazioni di atti sessuali non abbastanza realistiche,  viene esortata a tornare quando avrà fatto più esperienza. Ma Yuma è decisa a prendere in mano la sua vita, e tra battute d’arresto e una prima esperienza fallimentare con un gigolò, intraprende un insolito viaggio verso la libertà sessuale e la liberazione personale. Grazie all’aiuto dei suoi nuovi amici Toshiya (Daitō Shunsuke) e Mai (Watanabe Makiko), Yuma raggiunge l’emancipazione tanto desiderata, ma con essa tornerà a galla anche un traumatico segreto di famiglia.

Voci nascoste

I paesi di cultura buddhista sono stati più lenti rispetto all’Occidente a riconoscere i diritti delle persone diversamente abili. Secondo la concezione della reincarnazione, infatti, gli handicap sono visti come una punizione dovuta a malefatte compiute nelle vite precedenti, e il Giappone non fa eccezione. 37 Seconds si pone proprio l’obiettivo, come dichiara la regista, di dare voce a chi tendenzialmente viene nascosto dalla società e non solo; a parlare anche della sfera sessuale e del desiderio di emancipazione presente in queste persone, come in chiunque altro.

Due mondi

Nella costruzione di questo particolare Bildungsroman, HIKARI spezza il film in due sequenze. Una prima parte caratterizzata da uno stile abbastanza aggressivo, puro pop nipponico, in linea con l’immaginario dei manga proprio della protagonista. Le immagini della città o dei palazzi sono spesso avvicinate a immaginari infantili: gli ambienti sono filtrati dall’occhio della protagonista, con sovrapposizioni di elementi fantascientifici, creando interessanti ibridi di staticità e movimento. Il cambiamento dei toni della seconda parte è evidente: il ritmo della narrazione rallenta e si carica di emozioni intense, non più mitigate dall’ironia delle prime sequenze. La parte del viaggio in Thailandia pone una netta contrapposizione tra i paesaggi metropolitani giapponesi, vivaci e incalzanti come la prima parte del film, e il paesaggio naturale thailandese, che ben si sposa con il tono più contemplativo e meditativo di queste sequenze.

— recensione di Vittoria Foschi


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A Long Goodbye ー Nakano Ryōta

長いお別れ

A Long Goodbye

(Giappone, 2019)

Regia: Nakano Ryōta

Cast: Aoi Yū, Takeuchi Yūko, Matsubara Chieko, Yamazaki Tsutomu

Genere: family, drammatico, medical

Durata: 127 minuti

A Long Goodbye (長いお別れ) esce nelle sale giapponesi il 31 maggio 2019 e viene diretto dal noto Nakano Ryōta, regista delle pellicole Capturing Dad e Her Love Boils Bathwater.  Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Nakajima Kyōko, il quale si aggiudica il prestigioso premio letterario Chūōkōron (中央公論文芸賞) e il premio Iryōshōsetsu (日本医療小説大賞), specializzato in medical fiction.

La trama

La storia raccontata è quella della famiglia Higashi: i coniugi Shōhei e Yōko vivono da soli a Shizuoka, mentre le figlie ormai adulte conducono le proprie vite. In occasione del settantesimo compleanno del capofamiglia, le due sorelle vengono invitate dalla madre a far visita ai genitori, e qui scoprono il reale motivo della chiamata. Infatti, da almeno sei mesi il padre comincia a mostrare i primi segni di demenza, che poi si rivelerà essere un vero e proprio principio di Alzheimer. Da qui la tacita richiesta della madre di starle accanto durante un momento così difficile, e le conseguenti scelte delle due figlie, che andranno a incidere sulla loro vita privata. Se la maggiore, Mari, fatica a essere presente a causa del marito e del figlio Takashi, con i quali vive in America, la giovane Fumi cerca di conciliare il sogno di lavorare nella ristorazione a Tokyo con questo nuovo aspetto della sua vita. La famiglia Higashi riscoprirà giorno dopo giorno un uomo nuovo: non più l’austero preside scolastico, non più il padre severo, non più il marito coraggioso. Al suo posto, troveranno un uomo che tenta di esprimersi diversamente e che, nei suoi frequenti silenzi, riuscirà a comunicare come non aveva mai fatto prima. Attraverso i suoi ricordi più dolci, la famiglia cercherà di costruirne di nuovi, rendendo questo “lungo addio“, l’occasione per riunirsi e fortificare i legami più importanti.

L’Alzheimer attraverso gli occhi di un maestro

Higashi Shōhei, noto preside e insegnante di scuola, comincia ad avvertire i primi segnali dell’Alzheimer all’età di settant’anni. Sebbene inizialmente si manifesti con difficoltà di orientamento e leggeri vuoti di memoria, l’uomo vedrà presto scomparire anche le identità delle persone a lui più care. Eppure, nonostante non riconosca quasi più i membri della sua famiglia, il suo amore per la cultura sembra accompagnarlo fino ai suoi ultimi istanti. Per tutta la durata del film lo vediamo leggere vari volumi – un libro fra tutti, Kokoro di Natsume Sōseki – e fare esercizi di scrittura di kanji molto complessi. Da questa sua caratteristica, il nipote Takashi comincerà a chiamarlo “kanji master”, provando una grandissima ammirazione nei confronti del nonno.

Shōhei ci fa quindi capire che la passione può talvolta superare la malattia, facendo sì che la demenza non impedisca di compiere azioni come leggere, scrivere, suonare uno strumento. Allo stesso modo, l’uomo non dimentica l’amore che prova verso la moglie e le figlie, e ne diventa “maestro”. Per la prima volta riesce ad aiutarle nel momento del bisogno e prova emozioni nuove, quali gratitudine, orgoglio e commozione.

Super-aging: l’invecchiamento nella società giapponese

Dal 2006 il Giappone è al primo posto fra le super-aging societies, ovvero gli stati in cui la popolazione “anziana” è molto alta rispetto a quella dei giovani. In particolare, in una decina di anni il Giappone ha portato la popolazione sopra i 65 anni a oltre un quarto di quella totale, con la previsione che entro il 2050 possa raggiungere un terzo – ricordiamo che l’Italia è in seconda posizione con più di un quinto. In una situazione del genere, l’invecchiamento della popolazione è diventato un argomento molto discusso in Giappone, rendendo molto più frequenti anche gli accenni alle varie forme di demenza che ne conseguono.

Tuttavia, se è vero che per il 2025 la demenza colpirà un anziano su cinque, il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare sta mettendo in atto piani specializzati per la normalizzazione della malattia. L’obiettivo è infatti quello di creare delle comunità in cui le persone possano vivere insieme e non sentirsi escluse dalla società. Qui possono essere seguite anche nello sviluppo della demenza, cercando di utilizzare esercizi e attività che aiutino i pazienti al recupero della memoria. Dato per certo che attualmente non ci sia una vera e propria cura per questa malattia, è rilevante l’impatto che un trattamento del genere possa avere su un anziano con demenza. L’amore familiare, il continuo allenamento della memoria e un ambiente del tutto inclusivo, possono ridare dignità a chi pensava di averla perduta per sempre.

Nonostante il romanzo trattasse di un padre con l’Alzheimer, mi ha fatto ridere e dato conforto.

Il film che volevo realizzare doveva essere esattamente così.

Nakano Ryōta

A Long Goodbye è un film dolce e malinconico, e ci mette di fronte alla paura di perdere una persona cara. Attraverso le piccole azioni quotidiane della famiglia Higashi, partiremo per un viaggio alla riscoperta dei ricordi più profondi, delle parole mai dette e delle emozioni più intime. Aggrappatevi alla giostra!

 

ー recensione di Laura Arca


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The Forest of Love — Sono Sion

愛なき森で叫べ

The Forest of Love

(Giappone, 2019)

Regia: Sono Sion

Cast: Shiina Kippei, Mitsushima Shinnosuke, Hinami Kyōko

Genere: crime, horror, drammatico

Durata: 151 minuti

Ai naki mori de sakebe è letteralmente “Urla nella foresta senza amore“, che probabilmente sarebbe stato un titolo assai meno accattivante. Nel suo essere meccanico, però, descrive perfettamente l’ultima fatica di Sono Sion. Il film è stato distribuito sulla piattaforma di Netflix (guarda il trailer) poco tempo fa (11 ottobre 2019) ed è considerato la sintesi di tutte le pellicole precedenti del regista. Il colosso dello streaming ha lasciato che lui esprimesse tutto sé stesso in questo progetto, infatti Sono lo dirige, lo scrive e lo edita, consegnandoci un prodotto finale a rating +18. Ma questo primo avvertimento potrebbe non essere sufficiente: è meglio che i deboli di stomaco — e di cuore — ne restino a debita distanza.

Un background da brivido

Le primissime scene si aprono mostrando un notiziario in TV che comunica la presenza di un serial killer in Giappone che sta uccidendo molte ragazze nelle foreste. Si serve ogni volta di una pistola diversa, ma che ruba sempre a un poliziotto. Poi, mano a mano, ci vengono presentati i personaggi: abbiamo Shin, il tipico ragazzo che spera in un futuro migliore perché appena trasferitosi nella grande metropoli di Tokyo; Jay e Fukami, due aspiranti registi che sognano di creare un film indie e con esso vincere un concorso, il cosiddetto “Pia Film Festival”; Joe Murata, un truffatore attorno cui si snoderà l’intera vicenda; infine, Taeko e Mitsuko, due ragazze che in passato hanno frequentato la stessa scuola femminile.

Tutto comincia con l’idea di un film. O meglio, l’idea di fare un film, perché nessuno dei cineasti ha un’ispirazione per la storia. A Mitsuko arriva una telefonata da Murata, che cerca di convincerla a incontrarsi per restituirle i 50 yen che una volta, molto gentilmente, gli aveva prestato. I due si incontrano e, casualmente, anche i tre ragazzi sono lì con una videocamera. Colpo di genio: il film sarà su Murata, che sospettano essere il serial killer. Con l’aiuto di Taeko cercheranno di mettere in guardia (senza successo) Mitsuko, che inizierà una storia con il truffatore.

Shin, Fukami e Jay mentre riprendono Murata e Mitsuko all’appuntamento.

Sono Sion e le ossessioni

Fin dall’inizio, dunque, è possibile percepire questa atmosfera malata in cui sono inseriti i personaggi, specialmente Mitsuko. I suoi genitori sono estremamente ossessionati dalla loro immagine sociale, mentre lei è ossessionata da una misteriosa ex-compagna di classe con cui avrebbe dovuto mettere in scena una versione di Romeo e Giulietta interpretata da sole ragazze. Murata stesso è ossessionato dalla truffa, tanto da impegnarsi ad essere ciò che racconta fino a renderlo il più possibile veritiero. Non è nuovo, certamente, il tema delle ossessioni, spesso ricorrente nei suoi lavori. Perfino in The Land of Hope troviamo l’ossessione per le radiazioni o per la devastata terra natia, nonostante sia il film che meno appare come firmato da Sono Sion perché distaccato dai temi più cruenti portati in scena dal regista.

Assuefatti dal dolore

Un altro aspetto caratteristico delle sue pellicole è la grande quantità di scene di violenza e di sesso che vi sono inserite. In The Forest of Love ha osato, senza ombra di dubbio, perché sono tante, forti e crude. Sembra non riuscire a raggiungere la qualità di Cold Fish, Why Don’t You Play in Hell?Antiporno, ma in realtà le sintetizza creando ancora una volta qualcosa di completamente nuovo che non può essere paragonato a niente di precedente. Sembra ridondante, ma si reinventa. Il film potrebbe sembrare lungo eppure, considerando la stretta allo stomaco che si percepisce fin dalle prime battute e il coinvolgimento emotivo che si instaura, non è troppo pesante.

Quello che potrebbe stancare sono le infinite scene di tortura, uguali e molte volte esagerate. Ma è proprio qui che ci accorgiamo della volontà di Sono Sion di mostrare — a colori su telo da proiezione — il dolore che stanno affrontando le generazioni, ognuna in un modo diverso. E sono tutte lì. La famiglia, lo stesso Murata, e chiunque faccia parte della vecchia generazione, causano dolore ai giovani — rappresentanti della generazione futura — che assimilano questa violenza e la coniugano in comportamenti aberranti. Perché il peggio è l’impotenza delle persone di liberarsi di questo dolore, unica cosa che ricorda loro di essere ancora vivi.

“Il cinema è vita, la vita è cinema”

Questa citazione ricorda lontanamente Oscar Wilde con la realtà che imita l’arte. Nei primi minuti, il cineasta Jay ci mette a conoscenza del fatto che in un film tutto è possibile. Anche le cose illegali diventano legali, le cose impossibili diventano possibili. Ma questo concetto si trasforma quando è Murata ad assumere il controllo della regia, perché il cinema diventa la vita e la vita il cinema, e porta la sua compagnia — ridotta a Taeko, Mitsuko, Jay e Shin — a commettere veri crimini per rendere veritiero questo pensiero. Sono Sion sembra descrivere così la sua poetica, perché quando gli è data la possibilità di essere sé stesso, non si pone limiti. Tanto, non è illegale. È solo cinema.

Riguardando il film una seconda volta si possono notare suggerimenti del regista riguardo lo svolgimento futuro della trama perché, conoscendone ormai gli sviluppi, ci si riesce a concentrare su tutti quei dettagli che inizialmente apparivano come indecifrabili o fuori contesto. Ma, a questo punto, una domanda ci sorgerà spontanea: “Ho il coraggio di guardare questo film una seconda volta?“. E starà a ciascuno di noi deciderne la risposta.

 

– di Francesca Panza


ミツメ (Mitsume) – Ghosts

La band

I Mitsume sono un gruppo indie-rock quasi sconosciuto in Occidente, ma che in Giappone sta ottenendo un discreto successo. Le prime attività cominciano nel 2007, quando i due compagni di università Kawabe Moto (voce e chitarra) e Otake Mao (chitarra, tastiera e cori) decidono di suonare insieme. Il quartetto si forma poi ufficialmente nel 2009 con l’aggiunta del bassista Nakayan e di Suda Yojiro alla batteria e sampler. Non passa molto tempo dai primi live, che i Mitsume si guadagnano già il soprannome di “tre moschettieri dell’indie di Tokyo” assieme agli Skirt e ai Triple Fire.

Il genere che propongono non si limita al solo indie-rock/pop, ma spazia da sonorità funky ad accenni di pop-punk nei brani più ritmati, creando uno stile unico e sempre più riconoscibile. Infatti, i loro album – tutti auto-prodotti sotto l’omonima etichetta discografica – esprimono l’idea della band di scrivere musica senza porsi dei limiti, lasciando che questa si evolva col mutare della band stessa. Tuttavia, se da una parte i cambiamenti sono perlopiù benaccetti, dall’altra i Mitsume ci insegnano anche ad amare la costanza e l’affidabilità della musica. Ed è questo che la loro musica riesce a trasmetterci: un senso di sicurezza.

Ghosts (2019)

 

Ghosts è il quinto e più recente album della band, preceduto dall’acclamato A Long Day del 2016.
Il gruppo non si allontana dallo stile ormai consolidato con i lavori precedenti e sceglie piuttosto di concentrarsi sui dettagli. Le basi diventano più precise e ogni inserimento strumentale trova il suo perfetto incastro nella trama musicale. Anche il canto viene affinato e sia la voce solista che quelle corali si inseriscono bene in una cornice che ormai si accosta molto al pop. In questo album i riferimenti sono molteplici, a partire da band americane e inglesi – una fra tutte, spicca la somiglianza con il jangle/dream pop dei Real Estate – per poi finire su influenze di rock psichedelico di gruppi da diverse parti del mondo.

A dare l’impronta all’intero album è エスパー (Esper), il primo singolo estratto nonché brano più ascoltato e apprezzato di Ghosts. Con una strumentale decisa e dai ritmi incalzanti, Esper è sicuramente il brano più rappresentativo del genere della band. A seguire, ゴーストダンス (Ghost Dance) ci propone una melodia orecchiabile e dei toni più leggeri, trasportandoci in un’atmosfera sognante grazie a una base dal carattere dolce. Come secondo singolo troviamo poi セダン (Sedan), brano che raggiunge senza difficoltà l’espressività di Esper. Questa volta però, anziché puntare sulla ritmica e sulla parte strumentale, Sedan ci colpisce per il cantato. Risaltano infatti i falsetti, gli abbellimenti vocali e i cori di sottofondo che accompagnano la voce di Kawabe. Il brano mantiene un’andatura costante per poi aprirsi alla fine: la voce si fa più intensa e la base più ricca. Subito dopo è il turno di なめらかな日々 (Namerakana Hibi), terzo e ultimo singolo di Ghosts e traccia più sperimentale dell’album. Infatti, pur non discostandosi dal genere di partenza, la band cerca con questo pezzo di creare un sound più complesso, sfruttando un accattivante sound groovy e utilizzando diversamente le percussioni. Come in un diminuendo, le ultime tracce rallentano e lasciano spazio a melodie emotivamente coinvolgenti. Fra queste, タイム (Time) ci dà modo di apprezzarne le armonie e i toni morbidi sia nella strofa che nel ritornello.

Ancora una volta i Mitsume soddisfano le aspettative e producono un disco equilibrato in cui le componenti rock e pop coesistono in perfetta armonia. Sulle note di strumentali incredibilmente rilassate, Ghosts ci trasporta in una dimensione tutta sua al confine fra spensieratezza e malinconia. La voce pacata di Kawabe diventa un narratore perfetto e il tempo viene scandito da un basso e una batteria gentili, che ci concedono volentieri delle pause e ci fanno riflettere. Avendo la tranquillità come carta vincente, i Mitsume ci regalano un album “senza fretta“, un ascolto che ha i suoi tempi e che va assaporato in ogni sua sfumatura.

Conclusioni

L’atmosfera sognante e il senso di libertà rendono questo disco perfetto per una passeggiata. Immersi nel caotico mare dei nostri pensieri, anche se solo apparentemente, Ghosts sembra darvi un ordine.
Una piccola perla dell’indie-rock giapponese, consigliato agli appassionati ma anche a chi si approccia al genere per la prima volta – “senza fretta“.

— di Laura Arca


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Il detective Kindaichi: un caso di delitto (quasi) perfetto

Autore: Yokomizo Seishi

Titolo originale: Honjin satsujin jiken

Editore: Sellerio editore Palermo

Collana: La memoria

Traduzione: Francesco Vitucci

Edizione: 2019

Pagine: 208

Presentare un caso apparentemente impossibile da risolvere è una delle sfide più interessanti che pone Yokomizo Seishi ai lettori nel suo primo libro. Il detective Kindaichi (in traduzione italiana a cura di Francesco Vitucci) è uscito il 4 aprile sotto l’editore Sellerio.

Nel momento in cui si inizia il volume, è necessario dimenticarsi del proprio orgoglio da detective, restituire il badge e appendere la divisa al chiodo. Non importa quanti casi abbiate risolto in precedenza o in quante occasioni abbiate individuato il colpevole già a fine primo capitolo: in questo caso — letteralmente — Yokomizo ha la grande capacità di farvi sospettare di chiunque, di dare ascolto a tutti ma di non credere a nessuno.

Un amore nato sotto una cattiva stella

Quando ci si sente dire di pensarci due volte prima di sposarsi, non ci si dà molto peso. E anche quando si ha la famiglia contro, non si voltano le spalle a un sentimento forte come l’amore. Con queste convinzioni, Ichiyanagi Kenzō e sua moglie Katsuko certo non si aspettavano di essere ritrovati uccisi violentemente in una camera chiusa, per di più la notte stessa delle loro nozze. Eppure, è proprio così che si presentano all’ispettore Isokawa, accasciati l’uno sull’altra in modo quasi poetico. Con i familiari ancora nella magione, appartenente alla famiglia dello sposo, al ritrovamento dei cadaveri si aziona un meccanismo a catena. Questo fa entrare in scena il grande detective Kindaichi Kōsuke, di cui scopriamo il passato e il percorso che lo ha portato a diventare un rinomato investigatore. Grazie al suo acume e alla sua arguzia, uniti alla sua capacità intuitiva e ad un carisma travolgente — che non è fermato dalla sua balbuzie, cosa su cui anzi sembra ironizzare — riesce a risolvere anche questo caso in modo brillante, svelandocene i segreti che non mancheranno di sorprendervi.

«Il caso del koto stregato»

È sotto questo particolare nome che viene presentata la narrazione dei fatti fin dalle prime pagine, le stesse in cui scopriamo le dettagliatissime descrizioni del narratore. Ad alcuni potrebbero risultare macchinose o perfino troppo invadenti ma sono, al contrario, estremamente importanti per poter visualizzare il luogo dove si svolgono le vicende. Yokomizo non vuole avere un rapporto freddo e lontano con quelli che leggono il suo scritto: li prende per mano e li conduce in ogni angolo della magione degli Ichiyanagi, edificio emblema di un sistema feudatario che contrasta per sfarzosità con il resto del villaggio, situato ai piedi della montagna.

Esempio di koto giapponese.

Alla scoperta della mente umana

Piuttosto che tenervi solo sulle spine — dopotutto è anche un noir e non solo un giallo — il detective Kindaichi, protagonista del libro e pupillo di Yokomizo, preferisce concentrarsi non tanto sul come, che comprende e ci svela in un batter d’occhio come previsto dalle voci sul suo conto, quanto sul perché. È qui che riusciamo a intravedere lo scopo dell’autore di ricercare una profondità emotiva e caratteriale nei personaggi di cui racconta, portandone a galla soprattutto le fragilità. Che sia un’influenza di Edogawa Ranpo? Non è da escludere, visto che è stato proprio lui a spingerlo a presentare i suoi manoscritti alla casa editrice “Hakubunkan”.

Ispirazione da tutti, copia di nessuno

Sappiamo però che Yokomizo lavora, per così dire, in un’area differente rispetto a Edogawa. Gli enigmi della camera chiusa sono ciò che lo affascina, tanto che il suo soprannome più comune è «John Dickson Carr giapponese». Tuttavia, ridurlo ad una semplice copia traslata dell’autore britannico è una violenza non indifferente. Yokomizo è un uomo di cultura e, come spesso fa anche Edogawa, cita le sue fonti: i libri che lui stesso ha letto e da cui ha tratto ispirazione sono disseminati come easter eggs all’interno del suo. Sono camuffati in letture svolte dai personaggi, o in semplici volumi che si trovano sulle librerie della storia a prendere polvere.

Yokomizo Seishi, (1902-1981)

Solo un pizzico di magia

Una delle caratteristiche di Carr era il suo essere affascinato dal fantastico, dal soprannaturale e dal magico, che univa sapientemente alle sue storie facendole sembrare mancanti di un’apparente spiegazione razionale. Di questo, Yokomizo mantiene alcune leggende e l’alone di mistero che le circonda, senza mai però eccedere superando il confine dell’oltre natura. Per lui la risposta c’è e non è frutto dell’immaginazione, anche se questa gioca — in un punto preciso della storia — un ruolo rilevante nella risoluzione del caso.

Un consiglio?

Per gli appassionati del genere questo è dunque una perla, il fiore all’occhiello del ventaglio di racconti noir giapponesi dei primi anni Trenta, ora più conosciuti grazie ai racconti di Edogawa, ma pronti ad essere pienamente apprezzati grazie all’aggiunta del romanzo di Yokomizo Seishi, Il detective Kindaichi (模造殺人事件 — Honjin satsujin jiken). Decisamente un must, ora che possiamo usufruirne. L’importante è che non abbiate particolari problemi respiratori, perché — anche se è scontato — vi terrà con il fiato sospeso. Perfino dopo quella che sembra essere la risoluzione del mistero.

— di Francesca Panza


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