The Yellow Handkerchief || Recensione

Regia: Yamada Yōji
Durata: 109 min
Anno di uscita: 1977
Attori principali: Takeda Tetsuya, Takakura Ken, Baishō Chieko, Momoi Kaori

Kinya non riesce ad accettare la rottura con la fidanzata e per questo lascia il lavoro, compra una nuova macchina e si mette in viaggio diretto in Hokkaido. L’uomo cerca disperatamente un compagno con cui condividere l’esperienza, preferibilmente una donna, e offre quindi un passaggio ad Akemi, una ragazza solitaria che sta cercando di dimenticare il tradimento del proprio ragazzo e che accetta controvoglia la proposta del giovane. La tensione tra i due è evidente ma sfumerà con il procedere del viaggio e con l’aggiunta di un nuovo personaggio.

Quando i due raggiungono finalmente il mare infatti, incontrano sulla strada per Sapporo Yusaku, un minatore di carbone sui trent’anni dalla personalità riservata, e gli offrono un passaggio. La storia passerà quindi dalle interazioni comiche tra Kinya e Akemi ai drammi mentali di Yusaku, che sta cercando di nascondere qualcosa riguardo al suo passato, senza far capire se ciò che vuole fare è ricordarlo o dimenticare.

All’inizio la pellicola può sembrare un semplice “slice-of-life” con qualche scena comica per intrattenimento ma con l’ingresso di Yusaku nella scena affiorano interessanti riflessioni introspettive attraverso flashback sul passato dell’uomo.

Yusaku diventa nel corso della storia il personaggio più interessante, con il quale ci si trova simpatizzare maggiormente provando il genuino desiderio di rivederlo felice dopo aver scoperto la sua tragica storia. Kinya e Akemi fungono quindi da tramite per lo spettatore, in quanto sono allo stesso modo ignari ma curiosi quanto il pubblico stesso di scoprire la verità.

Come sfondo a gran parte delle vicende vi è la regione dell’Hokkaido (nel nord del Giappone), che viene esplorata in tutta la sua bellezza con i numerosi scorci sempre presenti nella durata del film.

— Recensione di Emma Dal Degan

Linda Linda Linda | Cineteca JFS

Linda Linda Linda, è un film drammatico musicale diretto da Yamashita Nobuhiro ed uscito nelle sale giapponesi nel 2005.

In un liceo giapponese, una band composta da sole ragazze perde la propria cantante a causa di un infortunio di quest’ultima e di un conseguente litigio. Mancano pochi giorni al festival delle band studentesche e le ragazze si ritrovano così costrette a chiedere ad una studentessa a caso, Song intrepretata da Bae Doo-na, di partecipare alla band come cantante.
La ragazza è una studentessa coreana iscritta al liceo grazie ad un programma di scambio tra i due stati che però non capisce bene il giapponese e accetta senza aver capito di cosa si tratti.

Le ragazze si imbattono in una vecchia musicassetta anni ’80 della canzone Linda Linda della band giapponese The Blue Hearts da cui è tratto il titolo del film.
Sarà proprio grazie ai brani della punk band giapponese che l’amicizia tra le ragazze diventerà più solida. Così facendo, pian piano, Song riuscirà ad integrarsi e a trovare un canale di comunicazione nonostante l’ansia del palcoscenico e il problema della lingua.

Non si tratta di adolescenti problematiche né si parla di uno sfogo musicale da parte delle studentesse.
La pellicola infatti riesce a catturare l’estrema spontaneità di ragazze liceali che rappresentano a pieno la loro età.
Ciò grazie alla maestria del regista Yamashita Nobuhiro nel raccontare un periodo decisamente delicato ma altrettanto semplice.

Per maggiori informazioni vi invitiamo a visitare il nostro canale YouTube dove potrete visionare il nostro nuovo video insieme a tanti altri contenuti interessanti sul mondo della cinematografia giapponese e non solo!

Vi ricordiamo inoltre che il database di tutti i sottotitoli dei nostri film è a vostra disposizione qualora siate interessati a proiettarli all’interno delle vs manifestazioni. Oppure potete richiederci anche una nuova sottotitolazione scrivendo a info@takamori.it!

Anniversario della scomparsa di Saigō Takamori

Statua di Saigō Takamori, Parco di Ueno, Taito-ku, Tokyo

L’Associazione Takamori oggi, 24 settembre, ricorda l’anniversario della morte di Saigō Takamori, avvenuta nel 1877, del quale l’Associazione porta il nome.
Dapprima fervente sostenitore, poi grande critico della Restaurazione Meiji, ebbe un ruolo fondamentale nell’abolizione del sistema feudale giapponese e nella creazione di un esercito imperiale costituito da soldati di professione.
Grande sostenitore dell’ammodernamento dell’esercito, fu invece sempre contrario alla modernizzazione forzata del paese e all’apertura del commercio con l’Occidente. Proprio queste sue divergenze di vedute lo portarono a lasciare tutte le cariche governative e a fare ritorno nella prefettura natale di Kagoshima.
Lì, fondò un’accademia militare e influenzò talmente tanto la politica della provincia che il governo imperiale, temendo una rivolta, inviò un cospicuo contingente per sequestrare le armi della città.

Saigō Takamori (seduto, in uniforme francese), circondato dai suoi ufficiali, in abbigliamento tradizionale.
Articolo su Le Monde Illustré, 1877.


Questo episodio segnò l’inizio della ribellione di Satsuma, al capo della quale si pose Takamori in persona. Egli morì durante la battaglia di Shiroyama, combattuta tra 30,000 soldati imperiali e circa 500 samurai. Dopo una strenua resistenza, quando ormai rimanevano circa 40 samurai a lui fedeli, decise di commettere seppuku per salvaguardare la propria integrità e il proprio onore. A lui sono stati ispirati molti film e sceneggiati, come “L’ultimo Samurai” e “Saigodōn”.

Arcipelago Giappone: la narrativa giapponese contemporanea di Luni Editrice

Hokusai Katsushika, I cento racconti di fantasmi. Il fantasma di Oiwa, 1830 ca.

Gli appassionati di narrativa giapponese conoscono bene il nome della casa editrice Luni, publisher milanese che vanta all’interno del proprio catalogo una nutrita schiera di volumi legati alla narrativa e alla saggistica del paese del Sol Levante: da alcuni dei più grandi classici della mitologia e della tradizione nipponica ad approfondimenti su temi più o meno conosciuti della storia, della società, della cultura di uno stato che ha sempre avuto un grande magnetismo sul lettore occidentale. Se poi teniamo in considerazione la qualità dei contenuti delle opere edite, capiamo come Luni sia diventato effettivamente un punto di riferimento all’interno del mercato italiano.

Con la nuova collana, Arcipelago Giappone, la casa editrice vuole dare spazio anche alla letteratura contemporanea attraverso storie adulte e mature che permettono di immergersi all’interno della cultura millenaria dell’isola di Yamato evidenziandone la storia, la mitologia e il folclore, tutti con la loro articolata evoluzione durata secoli. Un progetto complesso e strutturato che inizia con titoli firmati da Izumi Kyoka, Tanaka Kotaro e Orikuchi Shinobu, autori che hanno pubblicato nel corso del novecento.

Labirinto d’erba, firmato da Izumi Kyoka, si incentra sulle vicende del giovane Hagoshi Akira, costretto a dover affrontare misteriosi e crudeli eventi legati a una fatiscente casa all’interno di una storia onirica dove l’elemento soprannaturale diventa tangibile. Un volume che si impreziosisce delle illustrazioni firmate da Yamamoto Takako che diventano un pregiato ornamento capace di donare un maggior spessore a un’opera già di suo più che convincente.

La maledizione di Oiwa e altri racconti è invece l’opera realizzata da Tanaka Kotaro e incentrata su Tamiya Iemon, un ronin ricco di difetti che per ottenere un tornaconto personale decide di uccidere la moglie Oiwa, il cui spirito vendicativo porterà morte e dolore. Si tratta di un personaggio che è parte integrante della cultura e della mitologia dell’isola dell’estremo oriente. All’interno del volume sono poi presenti altri tre racconti che danno spazio alla narrazione dei vizi della società nipponica dell’epoca.

Il libro dei morti di Orikuchi Shinobu affronta invece la storia di un uomo morto che si ridesta dal proprio sogno eterno nel suo tumulo senza rammentare nulla di sé e del proprio passato a eccezione del ricordo di una donna, unico legame ancora esistente. La vita, la morte e l’amore diventano così i temi portanti del romanzo, ricalcando quegli stessi aspetti nevralgici della vita di ogni uomo.

Le tre opere sono connesse tra loro da un filo conduttore che dà ampio spazio alla tensione emotiva, all’aspetto onirico e alla matrice culturale, raccontando di paure, di vizi ma anche di una fusione che unisce il mondo del misticismo e quello della mitologia alla realtà, divenendo di fatto tangibili, due mondi che si interfacciano e che interagiscono tra loro come se fossero le due facce di una stessa tessera che compone un articolato mosaico.

Grazie a questi grandi nomi, il lettore ha modo di catapultarsi all’interno della narrativa giapponese del novecento con storie che beneficiano di una traduzione direttamente dalla lingua madre, godendo così di una versione il più fedele possibile all’originale, senza passare attraverso testi già adattati in altre lingue.

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Takanaka Masayoshi || Recensione

Takanaka Masayoshi nasce nel 1953 a Tokyo, e la sua carriera professionale come musicista inizia nei primi anni ’70 con due band progressive rock, i Flied Egg e i Sadistic Mika band. Questa si rivela essere solo una breve parentesi, poiché già dal 1976 inizia la sua carriera solista con il suo primo album, Seychelles. Già in questo primo album le influenze rock iniziano a indebolirsi, privilegiando sonorità jazz, funk e talvolta quasi ambient. 

Takanaka è molto prolifico, e da questo momento sfornerà talvolta più di un album all’anno, spaziando tra le sonorità ma mantenendo uno stile particolare e inconfondibile. Due album sono sicuramente degni di nota in questo primo decennio da solista, se non altro come manifesto della sua poliedricità: il primo è Brasilian Skyes, registrato in parte in Brasile e di cui si percepisce l’influenza della samba e il mood dall’allegria contagiosa. L’altro è The Rainbow Goblins, un concept album fantasy che in una atmosfera sognante ci racconta, tramite una voce narrante, una favola. 

La sua produzione degli anni ’80 si avvicina maggiormente al cosiddetto City Pop, di cui è in realtà fonte di ispirazione, con sonorità tipiche del pop di questo decennio, meno improntante al jazz fusion e più al pop-funk. Sono di questi anni album come Traumatic – Far Eastern Detectives (1985), Rendez-Vous (1987) e Hot Pepper (1988).

Negli anni ’90, Takanaka espande ulteriormente in suoi orizzonti, accostandosi talvolta al rock di Santana, talvolta alla dance, tornando al rock per poi contaminare il tutto con l’elettronica e l’acid jazz. Strizza pure l’occhio al passato con un nuovo concept album intitolato The White Goblin (1997), ma stravolge le aspettative poiché, nonostante mantenga la struttura con voce narrante, la parte musicale è marcatamente più rock ed energica. 

Nel nuovo millennio, il chitarrista ci regala album sognanti e atmosferici, con mood romantici e rilassanti. La sua chitarra pulita ipnotizza l’ascoltatore con un suono che fa provare nostalgia e commuove, con gli album Hunpluged (2000), The Moon Rose (2002), poi cambiare di nuovo e sorprenderci nuovamente, con un nuovo album che rimette tutto in gioco.

Takanaka è anche famoso e riconoscibile per le sue chitarre appariscenti ed esagerate, come la celebre chitarra interamente dorata o la chitarra a forma di tavola da surf. Ciò è frutto di una grande ironia, come è possibile intuire anche da alcune copertine dei suoi album, che lo vedono talvolta fare sky diving, talvolta nei panni di un insegnante di musica, altre rilassato mentre siede in spiaggia. Il suo stile è giocoso e forte di una grande abilità e conoscenza della musica che gli ha permesso negli anni di spaziare tra i generi e di realizzare una moltitudine di cover riarrangiate nei modi più vari, tra cui la sigla di Star Wars in chiave samba, la colonna sonora di Titanic, Pastime Paradise di Stevie Wonder, Just the Way You are di Billy Joel…

All’età di 65 anni, Takanaka sta invecchiando come un buon vino, e potrà sicuramente regalarci ancora musica di gran qualità.

— Recensione di Chiara Coffen