6 Settembre 2026 | Letteratura, Rassegna, Recensioni

Autore: Horikawa Asako
Traduzione: Alessandro Passarella
Editore: Giulio Einaudi editore
Edizione: 2025
Horikawa Asako nasce nel 1964 nella prefettura di Aomori. Dopo aver lavorato come impiegato, nel 2006 vede il suo debutto in ambito letterario vincendo il premio d’eccellenza Japan Fantasy Novel Award (Nihon Fantajī Noberu Taishō, 日本ファンタジーノベル大賞), con la sua opera Yamikagami (闇鏡). Il meraviglioso ufficio postale di Tōten (Gensō Yūbinkyoku, 幻想郵便局) viene pubblicato nel 2011 e diviene il suo romanzo di maggior successo; giunge in Italia nel 2025 con una traduzione di Alessandro Passarella per Einaudi.
Narrato in prima persona dal punto di vista della protagonista, Il meraviglioso ufficio postale di Tōten narra la storia di Abe Azusa; le sue avventure hanno luogo in ambientazioni dall’atmosfera tranquilla e quotidiana con un onnipresente elemento fantastico, facilmente rimandabili allo stile dello Studio Ghibli. A questi aspetti fantasy e slice of life l’autore accosta inoltre un pizzico di mistero, come si confà ad un membro dell’associazione Mystery Writers of Japan (Nihon Suiri Sakka Kyōkai, 日本推理作家協会).
La protagonista, neolaureata in cerca di lavoro, possiede un peculiare talento: ritrovare oggetti smarriti. Da quando i suoi genitori si sono trasferiti, infatti, Azusa passa le sue giornate in paese in tranquillità, nel ristorante della sua amica Eri, oppure alla ricerca di oggetti per conto di chi li ha persi. È proprio grazie a questa abilità menzionata nel curriculum che la ragazza riceve un’inaspettata proposta di lavoro: in cima al monte Inu, infatti, si trova un ufficio postale di cui pochi sembrano essere a conoscenza, dove la riluttante protagonista diventerà impiegata e verrà incaricata di ritrovare un importante oggetto andato perduto.
Fatta la conoscenza dei suoi colleghi — l’allegro direttore Akai, l’anziano signor Tōten e lo scorbutico Aoki — diviene presto chiaro agli occhi della giovane che il suo nuovo posto di lavoro è tutto fuorché ordinario. La corrispondenza che per di lì passa è infatti diretta verso l’aldilà, i libretti postali contengono registri del karma delle persone, e non è raro incontrare veri e propri spiriti diretti al campo fiorito sul retro, colorato mezzo per raggiungere il mondo dei morti. Durante le ricerche portate avanti da Azusa, è proprio lo spirito di una giovane donna a dare inizio all’inaspettata sottotrama mystery del libro, che intrattiene il lettore tanto quanto inquieta la protagonista.
Romanzo dal ritmo tranquillo, Il meraviglioso ufficio postale di Tōten accoglie il lettore nella vita di Azusa tra il suo paese e l’ufficio postale, dimostrandosi una lettura piacevole e dallo stile poliedrico. Una particolare nota di merito è dovuta alla caratterizzazione dei personaggi, che permette al lettore di affezionarvisi ed interessarvisi; la natura incerta della protagonista stessa, ancora alla ricerca di una vita tranquilla mentre i suoi coetanei stanno già facendo carriera, è infatti un aspetto tanto comprensibile quanto confortevole, osservata dal punto di vista di un presente che sembra accelerare incessantemente.
Recensione di Isabella Sgargi
30 Agosto 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Hada Keisuke
Traduzione: Alessandro Passarella
Editore: Atmosphere Libri (collana Asiasphere)
Edizione: 2021
Hada Keisuke nasce a Tokyo nel 1985. Debutta giovanissimo nel 2003, mentre frequenta la scuola superiore, vincendo il quarantesimo Premio Bungei con “Kureisui” (黒冷水). Si laurea poi alla facoltà di Commercio dell’Università Meiji e, dopo una breve parentesi lavorativa in azienda, si dedica interamente alla scrittura.
Nel 2015 Hada riceve il prestigioso Premio Akutagawa con l’opera “Scrap and Build”, assegnato nella stessa edizione anche al comico e scrittore Matayoshi Naoki. È proprio questo romanzo, tradotto in italiano da Alessandro Passarella, ad essere pubblicato nel 2021 da Atmosphere Libri, all’interno della collana Asiasphere, con il titolo “Il lato positivo della vita”.
Il romanzo, breve nella sua estensione (circa 105 pagine nell’edizione italiana), racconta la storia di Kento, un ventottenne che vive ancora con la madre, alle prese con un quotidiano fatto di piccole insicurezze e poca determinazione. Nella stessa casa vive anche il nonno, anziano e in declino, che esprime il desiderio di una morte dignitosa e pacifica. Kento decide di farsi carico di questo compito, assistendo il nonno nel suo percorso verso la fine della vita. Nel corso della convivenza forzata, è però il nonno, nella sua fragilità, a trasmettere al nipote gli strumenti per affrontare con più coraggio le difficoltà dell’esistenza.
L’opera si inserisce nel solco della tradizione neorealista giapponese, un filone letterario che si concentra sulla rappresentazione accurata e onesta della quotidianità di cittadini comuni, lontani da grandi aspirazioni o ambizioni. Vengono così messi in scena i ritmi ripetitivi di un’esistenza segnata dagli obblighi familiari, dalla routine lavorativa e dal peso delle aspettative sociali ereditate dal periodo postbellico. Al centro della narrazione resta comunque il rapporto intergenerazionale tra Kento e il nonno, osservato come luogo di scambio reciproco piuttosto che come semplice relazione di cura unidirezionale.
Il registro narrativo adottato da Hada unisce un approccio benevolo nei confronti dei personaggi a un tocco di ironia, che alleggerisce un tema delicato come quello della malattia e della fine della vita. Il volume rappresenta una delle opere che hanno consolidato la reputazione dell’autore in Giappone, grazie anche al conferimento del Premio Akutagawa, tra i riconoscimenti letterari più importanti del paese. Con la sua pubblicazione italiana, il testo si aggiunge al novero delle opere di narrativa giapponese contemporanea rese disponibili al pubblico italiano negli ultimi anni.
Recensione di Riccardo Bernazzani
16 Agosto 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Takagi Akimitsu
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Giulio Einaudi editore
Edizione: 2020
Takagi Akimitsu, pseudonimo di Takagi Seiichi, nasce nel 1920 ad Aomori, nel Giappone settentrionale. Laureato in ingegneria, lavora in un’azienda aeronautica fino alla forzata demilitarizzazione della nazione con la fine del secondo conflitto mondiale. Dietro consiglio di un indovino e armato della raccomandazione di Edogawa Ranpo, vede il suo debutto nell’ambito letterario nel 1948 con Il mistero della donna tatuata (Shisei satsujin jiken, 刺青殺人事件), destinato a fruttargli un notevole successo. Con il suo secondo romanzo verrà poi insignito del premio per miglior giallo del Tantei Sakka kurabu, associazione fondata da Edogawa.
Ambientato nel secondo dopoguerra, Il mistero della donna tatuata è un giallo che presenta al lettore il classico enigma dell’omicidio in una stanza chiusa, con un addizionale tocco macabro: una donna viene trovata morta nel bagno della sua stessa casa, il cadavere privato del torso nella sua interezza. Il fil rouge della storia, come suggerito dal titolo, è l’irezumi, il tatuaggio, che decorava anche la parte mancante del corpo senza vita; le linee di questa arte sembrano infatti intrecciarsi attorno a tutti i personaggi del romanzo, creando una matassa attorno al crimine apparentemente impossibile da districare.
Il cadavere della donna — o ciò che ne rimane — viene identificato come appartenente a Nomura Kinue, femme fatale dalla schiena ornata da un imponente tatuaggio. Raffigurante la figura mitologica di Orochimaru, l’opera d’arte le dona un pericoloso fascino che porterà tra le sue braccia il giovane protagonista Matsushita Kenzō, per una notte di passione che precederà la tragedia. Attorno all’omicidio ruoteranno anche una serie di altri uomini, dall’ispettore capo, fratello di Kenzō, al professor Hayakawa, medico ossessionato dall’irezumi al punto di avere una collezione di pelli tatuate nella sua villa. A tormentare la narrazione vi è anche il ricordo della famiglia di Kinue, composta dal padre tatuatore, dal fratello disperso in guerra e la sorella gemella data per morta con la tragedia di Hiroshima.
Coerentemente con l’epoca nella quale è stata scritta, l’opera non permette mai al lettore di dimenticare o ignorare le conseguenze devastanti che la guerra ha portato al Sol Levante, rendendola un tema estremamente ricorrente: la capitale nella quale la storia ha luogo è occupata e semidistrutta, e i suoi cittadini soffrono per via del costante aumento dei prezzi; i personaggi stessi portano addosso le cicatrici e i ricordi del conflitto come segni indelebili.
Giallo dai misteri intricati quanto i rapporti tra i suoi personaggi, Il mistero della donna tatuata tiene alta l’attenzione del lettore, facendogli porre mille domande e fornendogli le risposte molto lentamente, portando ad una lettura lunga ma piacevole. L’elemento che più emoziona della scrittura è la passione quasi sensuale con la quale viene descritta l’arte dell’irezumi, ed il delitto nasconde una dinamica complessa ed intrigante che, come riconosciuto dai personaggi stessi durante l’indagine, necessita di una mente geniale per trovare una soluzione.
Recensione di Isabella Sgargi
2 Agosto 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore : Kawabata Yasunari
Traduzione : Mario Teti
Editore : Mondadori
Anno : 2024
Kawabata Yasunari nacque a Osaka nel 1899 e restò orfano molto presto: perse i genitori entro i quattro anni di età e fu cresciuto dai nonni. Questa solitudine precoce e la perdita di quasi tutti i parenti più stretti durante la giovinezza segnarono profondamente la sua sensibilità di scrittore. Si laureò all’Università Imperiale di Tokyo e da lì cominciò un percorso letterario che lo avrebbe reso una delle voci più raffinate del Novecento giapponese.
Nel 1968 Kawabata divenne il primo autore giapponese a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, “per la sua maestria narrativa, che con grande sensibilità esprime l’essenza della mente giapponese”. Fu legato da una profonda amicizia allo scrittore Yukio Mishima, di cui fu mentore, e la loro corrispondenza è oggi un documento prezioso per comprendere la letteratura giapponese del dopoguerra. Quattro anni dopo il Nobel, nel 1972, Kawabata morì nel suo appartamento a causa di una fuga di gas: ancora oggi si discute se si sia trattato di un incidente o di un gesto volontario.
È proprio dentro questa biografia segnata da lutti e solitudine che va letto “La casa delle belle addormentate”, pubblicato nel millenovecentosessantuno. Il romanzo racconta di Eguchi, un uomo anziano che frequenta una misteriosa casa di appuntamenti dove è possibile trascorrere la notte accanto a giovani donne addormentate da potenti sonniferi, senza mai poterle toccare o svegliare. Mishima stesso, nella sua prefazione, definì l’opera un capolavoro capace di conservare una bellezza formale pur emanando un che di decadente, quasi il profumo di un frutto troppo maturo. È un’immagine che coglie perfettamente il cuore ambiguo del libro, sospeso tra desiderio e disfacimento.
Molti lettori, sottolineano come il romanzo funzioni più per accumulo di atmosfera che per trama: pagina dopo pagina Kawabata costruisce una meditazione lenta sulla vecchiaia, sulla morte e sull’impossibilità di trattenere la bellezza e il tempo. La prosa è essenziale ma densissima di immagini sensoriali, e proprio in questa apparente semplicità si nasconde la sua forza. Non è un caso che i critici lo accostino spesso alla tradizione poetica giapponese, fatta di episodi brevi e giustapposizioni improvvise tra il bello e il crudo.
Nel complesso è un libro che divide: c’è chi lo trova disturbante per il suo erotismo senile e la sua ambiguità morale, e chi invece lo considera una delle vette della letteratura giapponese del Novecento. Perfetto per chi cerca una lettura contemplativa più che una storia con una trama forte, perché il suo vero pregio sta nell’atmosfera onirica e nella capacità di Kawabata di trasformare il disagio in poesia.
Recensione di Riccardo Bernazzani
26 Luglio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Dazai Osamu
Traduzione: Evelina Voltolini
Editore: Lindau
Anno: 2024
Tsugaru (津軽), opera pubblicata nel 1944, rappresenta un caso unico nella vasta, cupa e tormentata produzione letteraria di Dazai Osamu, pseudonimo di Tsushima Shūji. In questa edizione curata da Lindau, con la traduzione di Evelina Voltolini e corredata da cinque illustrazioni dell’autore, Dazai narra il suo viaggio compiuto nella penisola di Tsugaru (Prefettura di Aomori), sua terra nati nell’estremo nord del Giappone. L’incarico di redigere un “diario di viaggio” che raccogliesse informazioni geografiche, storiche, usi e costumi della regione gli fu affidato dalla casa editrice Oyama Shoten. Il viaggio, durato quasi tre settimane, ebbe inizio il 12 maggio del 1944 e si concluse con il rientro a Tōkyō il 5 giugno dello stesso anno. Nel racconto si intrecciano frequenti riflessioni dell’autore su sé stesso, sui paesaggi, su altri scrittori – quali Shiga Naoya e Matsuo Bashō – arricchite da ricordi d’infanzia e notizie prese da cronache e libri di storia locale.
Tsugaru non è solo un diario di viaggio, ma un romanzo che esplora l’interiorità di Dazai: i paesaggi e i luoghi della sua infanzia rappresentano un momento altamente riflessivo per l’autore e un’occasione per ricercare sé stesso e le sue origini.
“Non vi nascondo che uno dei motivi per cui ho deciso di intraprendere questo viaggio è proprio il desiderio di ritrovare l’ozukazu della famiglia Tsushima che è in me. I panni da uomo di città mi stanno stretti. Sentivo il bisogno di comprendere la mia vera natura. Sono partito con l’intento di scoprire chi siano realmente gli abitanti di Tsugaru e sono arrivato qui sperando di incontrare persone dallo spirito puro, dalle quali potessi trarre importanti lezioni di vita.” (p. 56)
L’autore usa la geografia della sua infanzia per esplorare la propria identità con toni nostalgici e a tratti sarcastici e ironici. Nel romanzo vengono menzionati i vari incontri, scanditi da sake e birra, con amici d’infanzia che lo ospitarono durante il viaggio, così come i giorni passati in famiglia presso la casa della sua infanzia a Kanagi. Il racconto culmina nell’emozionante incontro con Take, la tata che lo aveva cresciuto con dedizione quando, a causa dei gravi problemi di salute della madre, il piccolo Shūji fu affidato alle cure della zia. Questo momento è forse uno tra i passaggi più importanti dell’opera: tra le righe emerge il desiderio inconscio dello scrittore di voler ricevere affetto e comprensione.
Questo romanzo è tra le opere più autobiografiche dell’autore: con Tsugaru, Dazai si svela finalmente al suo pubblico. Con uno stile diretto e sincero, permette al lettore di accedere alla sua sfera più intima, fatta di pensieri, ricordi e debolezze. Dazai si mostra spogliato della maschera di nichilismo e indifferenza che lo ha reso celebre, rivelando tutta la sua vulnerabilità. Allo stesso tempo, il libro è una celebrazione della propria terra, dei luoghi in cui è cresciuto e della generosità dei suoi abitanti. Lo scrittore si mostra orgoglioso delle tradizioni della sua regione e della sua comunità, rivendicando la propria identità di provinciale in contrapposizione alla mediocrità del cittadino di Tōkyō. Ci presenta così la gente di Tsugaru e la vita quotidiana di un bellissimo territorio che appare distante dalla mondanità e dalla frenesia della capitale.
“Io studio i cuori delle persone, osservo il modo in cui questi interagiscono l’uno con l’altro. Questo è il principale scopo del mio viaggio della mia ricerca. Vorrei provare a trasmettere ai lettori la realtà della vita a Tsugaru, quella concreta, quella di tutti i giorni […]” (p. 36)
In definitiva, Tsugaru è un’opera imprescindibile se si vuole conoscere un Dazai inedito, lontano dalla posa da bohémien e intellettuale decadente che i suoi lettori sono soliti associare al suo nome.
Recensione di Rebecca Scaramagli
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