Tsugaru || Recensione


Autore: Dazai Osamu
 

Traduzione: Evelina Voltolini 

Editore: Lindau 

Anno: 2024 

Tsugaru (津軽), opera pubblicata nel 1944, rappresenta un caso unico nella vasta, cupa e tormentata produzione letteraria di Dazai Osamu, pseudonimo di Tsushima Shūji. In questa edizione curata da Lindau, con la traduzione di Evelina Voltolini e corredata da cinque illustrazioni dell’autore, Dazai narra il suo viaggio compiuto nella penisola di Tsugaru (Prefettura di Aomori), sua terra nati nell’estremo nord del Giappone. L’incarico di redigere un “diario di viaggio” che raccogliesse informazioni geografiche, storiche, usi e costumi della regione gli fu affidato dalla casa editrice Oyama Shoten. Il viaggio, durato quasi tre settimane, ebbe inizio il 12 maggio del 1944 e si concluse con il rientro a Tōkyō il 5 giugno dello stesso anno. Nel racconto si intrecciano frequenti riflessioni dell’autore su sé stesso, sui paesaggi, su altri scrittori – quali Shiga Naoya e Matsuo Bashō – arricchite da ricordi d’infanzia e notizie prese da cronache e libri di storia locale. 

Tsugaru non è solo un diario di viaggio, ma un romanzo che esplora l’interiorità di Dazai: i paesaggi e i luoghi della sua infanzia rappresentano un momento altamente riflessivo per l’autore e un’occasione per ricercare sé stesso e le sue origini. 

“Non vi nascondo che uno dei motivi per cui ho deciso di intraprendere questo viaggio è proprio il desiderio di ritrovare l’ozukazu della famiglia Tsushima che è in me. I panni da uomo di città mi stanno stretti. Sentivo il bisogno di comprendere la mia vera natura. Sono partito con l’intento di scoprire chi siano realmente gli abitanti di Tsugaru e sono arrivato qui sperando di incontrare persone dallo spirito puro, dalle quali potessi trarre importanti lezioni di vita.” (p. 56) 

L’autore usa la geografia della sua infanzia per esplorare la propria identità con toni nostalgici e a tratti sarcastici e ironici. Nel romanzo vengono menzionati i vari incontri, scanditi da sake e birra, con amici d’infanzia che lo ospitarono durante il viaggio, così come i giorni passati in famiglia presso la casa della sua infanzia a Kanagi. Il racconto culmina nell’emozionante incontro con Take, la tata che lo aveva cresciuto con dedizione quando, a causa dei gravi problemi di salute della madre, il piccolo Shūji fu affidato alle cure della zia. Questo momento è forse uno tra i passaggi più importanti dell’opera: tra le righe emerge il desiderio inconscio dello scrittore di voler ricevere affetto e comprensione.  

Questo romanzo è tra le opere più autobiografiche dell’autore: con Tsugaru, Dazai si svela finalmente al suo pubblico. Con uno stile diretto e sincero, permette al lettore di accedere alla sua sfera più intima, fatta di pensieri, ricordi e debolezze. Dazai si mostra spogliato della maschera di nichilismo e indifferenza che lo ha reso celebre, rivelando tutta la sua vulnerabilità. Allo stesso tempo, il libro è una celebrazione della propria terra, dei luoghi in cui è cresciuto e della generosità dei suoi abitanti. Lo scrittore si mostra orgoglioso delle tradizioni della sua regione e della sua comunità, rivendicando la propria identità di provinciale in contrapposizione alla mediocrità del cittadino di Tōkyō. Ci presenta così la gente di Tsugaru e la vita quotidiana di un bellissimo territorio che appare distante dalla mondanità e dalla frenesia della capitale. 

“Io studio i cuori delle persone, osservo il modo in cui questi interagiscono l’uno con l’altro. Questo è il principale scopo del mio viaggio della mia ricerca. Vorrei provare a trasmettere ai lettori la realtà della vita a Tsugaru, quella concreta, quella di tutti i giorni […]” (p. 36) 

In definitiva, Tsugaru è un’opera imprescindibile se si vuole conoscere un Dazai inedito, lontano dalla posa da bohémien e intellettuale decadente che i suoi lettori sono soliti associare al suo nome. 

Recensione di Rebecca Scaramagli