L’uccello che girava le viti del mondo – Murakami Haruki

Autore: Murakami Haruki

Titolo originale: ねじまき鳥クロニクル

Editore: Giulio Einaudi Editore

Traduzione: Antonietta Pastore

Edizione: 2013

Pagine: 832

In un sobborgo di Tōkyō il giovane Okada Tōru ha appena lasciato volontariamente il suo lavoro e si dedica alle faccende di casa. Due episodi apparentemente insignificanti riescono tuttavia a rovesciare la sua vita tranquilla: la scomparsa del suo gatto, a cui la moglie era molto affezionata, e la telefonata anonima di una donna dalla voce sensuale. Inizia allora la ricerca del gatto nel quartiere residenziale, dove è presente una casa disabitata nel cui giardino si alza una statua di pietra raffigurante un uccello.

Tōru si accorgerà presto che oltre al gatto, dovrà cercare Kumiko stessa. Lo spazio limitato del suo quotidiano diventerà il teatro di una ricerca in cui sogni, ricordi e realtà si confondono e che lo porterà a incontrare personaggi sempre più strani: dalla prostituta psicotica alla sedicenne morbosa, dal politico diabolico al vecchio e misterioso veterano di guerra. Tutti questi personaggi segnano il percorso di Tōru e lo accompagnano durante la ricerca del gatto e della moglie Kumiko.

A poco a poco Tōru dovrà risolvere i conflitti della sua vita passata di cui nemmeno sospettava l’esistenza. Una realtà a meta tra sogno e introspezione, come se la vita fosse uno specchio multidimensionale. Il romanzo è una storia tra le storie, difficile individuare cosa è reale e cosa è onirico, anche perché ritengo che i fatti realmente vissuti dal protagonista non siano poi così normali e consueti. I personaggi sembrano usciti dalla fantasia di un cantastorie, l’ambientazione e i luoghi sono a tratti vividi e a tratti evanescenti. Il protagonista vive tra: l’angoscia, della perdita e la ricerca, e l’interesse nel conoscere i vari personaggi, reali o immaginati che siano. Una ragazzina con la quale affronta discorsi surreali, storie nella storia appartenenti quasi ad una “realtà” introspettiva piuttosto che realmente accaduta. Un intrigante romanzo che illumina quelle zone d’ombra in cui ognuno nasconde segreti e fragilità.

 

—Recensione di Marta Bonfiglio.

 

Before we vanish (2017)

Titolo originale: 散歩する侵略者

Regista: Kurosawa Kiyoshi

Uscita al cinema: 16 Settembre 2017

Durata: 129 Minuti

Singolare approccio all’invasione aliena, Before We Vanish (Sanpo Suru Shinryakusha) di Kurosawa Kiyoshi è un’ulteriore conferma del punto di vista unico e decisamente sopra le righe del regista, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Il film, è infatti incentrato su una narrazione assai dilatata, ricolma di elementi strani, assurdi e grotteschi, con dettagli della trama piuttosto oscuri. In Before We Vanish la logica spesso è accantonata, ma sono seguiti i giorni appena antecedenti alla conquista definitiva della Terra, con annessa distruzione di massa da parte di una razza extraterrestre, e la verosimiglianza non è proprio la priorità.

Siamo in Giappone, tre esploratori da un altro pianeta approdano sulla Terra per studiare più da vicino la razza umana e, per far ciò, s’impossessano del corpo di altrettanti individui, due ragazzini e un uomo, di cui riproducono perfettamente le sembianze, ma che hanno ormai smarrito ogni loro ricordo, sentimento, o umanità. Per condurre quindi la loro “indagine preliminare” sul campo, i replicanti alieni necessitano ovviamente di una guida, essendo del tutto ignari dei costumi terrestri. Seguiamo anzitutto le peripezie di Kase Narumi che d’improvviso pare preso da un inspiegabile delirio e, inizia a vagare  per i campi, invadere le propietà dei vicini facendo domande assurde, o a dialogare con cani che in tutta risposta lo mordono. Intanto, disperata, la moglie cerca di capire le origini di tale apparente stato confusionale e di gestirlo, mentre si barcamena tra scadenze di lavoro e un capo particolarmente esigente.

Molti sono gli elementi lasciati volutamente in sospeso in Before We Vanish. L’aspetto forse migliore e sicuramente più geniale del film è infatti l’aver preso un motivo piuttosto ritrito dell’immaginario sci-fi, l’invasione extraterrestre, e l’averlo trattato in maniera del tutto differente: non è tutto assunto come verità data, ma i personaggi credono inizialmente che sia tutto frutto un delirio di pochi visionari, ossia gli alieni stessi, con ovvio effetto comico. Non siamo quindi davanti al solito racconto di attacchi d’astronavi dallo spazio e della coraggiosa reazione della razza umana, finalmente raccoltasi in un unico esercito per combattere l’invasore da lontani universi.

L’epicentro narrativo fantascientifo è difatti solo uno spunto per una riflessione filosofica, su alcuni dei principali assunti antropologici dal punto di vista di qualcuno che è del tutto estraneo alla vita sul globo terracqueo e quindi non dà assolutamente per assodato quello che invece noi riteniamo ovvio. Che cos’è la famiglia e qual è la natura dei legami tra consanguinei? Cosa significa lavoro e perché siamo disposti a sacrificare sull’altare della carriera tanta parte della nostra felicità? Infine, soprattutto, cos’è l’Amore? Sono posti tali quesiti con l’innocenza di un bambino, e molti sono coloro che vengono interrogati. Il risultato, però, non è nulla di pedante o banale, ma il susseguirsi di situazioni quasi farsesche, pervase del black humor che contraddistingue Kurosawa Kiyoshi.

 

—Recensione di Massimo Magnoni.

 

Lee Seiko

LA BIOGRAFIA IN BREVE
Lee Seiko (nata a Tokyo) è una soprano che ha iniziato i suoi studi musicali all’età di quattro anni nella città di Tokyo. Come membro dell’NHK Children’s Choir per dieci anni ha viaggiato in diversi tour di beneficenza, tra cui un tour di concerti nell’Europa orientale.
Si è laureata alla Tokyo Metropolitan Art High School (con specializzazione in musica) e alla Tokyo National University of Fine Arts (Tokyo Geidai). Dopo la laurea ha viaggiato negli Stati Uniti, dove vive dal 1996, ed è apparsa in produzioni operistiche internazionali tra cui Carmen , Macbeth e La traviata.
I suoi tour di concerti l’hanno inoltre portata in molti dei luoghi più importanti del mondo, tra cui il Lincoln Center di New York , il Manhattan Center e il Madison Square Garden , il Makuhari Messe, lo stadio Shin Koguki-kan in Giappone e lo Stadio Olimpico di Seoul nel 1992, dove si è esibita per 120.000 persone come parte del il primo Festival Mondiale della Cultura e dello Sport. Si è esibita inoltre per molti dignitari mondiali, tra cui lo stesso imperatore giapponese.

IL CANTO DELL’ATTIVISMO
Al di là della sua carriera di concertista, Lee ha mostrato una profonda preoccupazione per le questioni della pace mondiale e dei diritti umani, seguendo il motto “costruire ponti tramite la musica”.
Ha pubblicato il suo primo CD Songs of Peace e nel 2005 ha pubblicato il suo secondo CD, “Liberation-Songs of My Spiritual Country” dedicato all’iniziativa di pace per sanare l’inimicizia tra il Giappone e la Corea del Sud, ed ha viaggiato molto in Giappone e Corea per promuovere la guarigione e la riconciliazione di questi due paesi attraverso la musica.
Lee Seiko è anche presidentessa del Seiko Lee Project, un’organizzazione senza scopo di lucro, e ha contribuito a numerose attività sociali e di beneficenza, inclusi progetti di riconciliazione in Ruanda, Zambia, Africa occidentale e Guinea Bissau.
La cantante è inoltre apparsa frequentemente sul palco delle Nazioni Unite in concerti per la pace mondiale.

“HEALING THROUGH MUSIC”
A partire dal 2008, Lee ha tenuto una serie di concerti in Asia per promuovere la consapevolezza del cancro al seno per la Japan Association of Breast Cancer and Thyroid Sonology (JABTS). Questi concerti del Nastro Rosa che ora hanno luogo a Yokohama e Yamato hanno avuto inizio in Nepal per poi svolgersi principalmente in Giappone (ricordiamo le esibizioni al Dokkyo Medical University Hospital e allo Yamato Seiwa Hospital). Nell’ottobre 2011 ha poi presentato i concerti del Nastro Rosa al Dokkyo University Medical Hospital accompagnata da Michael Bukhman, e a novembre ha riproposto il concerto nella sua città natale di Shibuya al Masao Koga/Keyaki Hall Music Memorial Hall.
Dopo il terremoto e lo tsunami in Giappone del 2011, Lee ha tenuto numerosi concerti di beneficenza, nelle città giapponesi di Tokyo, Tochigi e Shiga , così come a New York, Ohio e Los Angeles, sostenendo come poteva i soccorsi.
Oltre ad essere una abilissima cantante di opera, che si è esibita in più di 25 paesi, cantando in ben 23 lingue diverse, Lee Seiko mostra una estrema sensibilità e una grande attenzione ai problemi sociali a lei vicini ma anche lontani, presentandosi come avvocato di pace e cercando, tramite il suo canto, di unire tutto il mondo.

 

—recensione di Paolo Segala.

Akunin (2010)

Titolo: Villain

Titolo originale: 悪人

Registra: Lee Sang-il

Durata: 139 minuti

Akunin è un giallo drammatico del 2010 diretto dal regista coreano, naturalizzato giapponese, Lee Sang-il.

Il protagonista è il giovane Yūichi che, abbandonato dalla madre in tenera età, ora si prende cura dei nonni, che lo hanno cresciuto come se fosse suo figlio, in un decadente villaggio di pescatori di Nagasaki.

Yūichi si sente solo e, in cerca di compagnia, un giorno conosce su un sito di incontri Yoshino, una giovane impiegata di un’agenzia assicurativa di Fukuoka. La donna capisce di poter approfittare di lui chiedendo di essere pagata per i loro incontri ed è in realtà interessata a Keigo, un ricco universitario della città, altezzoso e arrogante.

Una sera Yoshino, infatti, nonostante si fosse organizzata per incontrare il primo, che aveva guidato per ore solo per passare del tempo con lei, sale in macchina con il secondo che, in realtà, non è per niente interessato a una relazione seria con lei.

La mattina dopo viene però ritrovato il cadavere della giovane vicino a una sperduta strada di montagna: ha così inizio l’investigazione.

La pellicola è liberamente ispirata dal romanzo noir dello scrittore Yoshida Shūichi L’uomo che voleva uccidermi (la cui recensione potete trovare sul nostro sito cliccando qui), e come il libro, rappresenta la solitudine, il disperato bisogno di essere amati, il dolore, la paura di perdere l’amore ma soprattutto la fragilità delle categorie di ‘buono’ e ‘cattivo’.

Visto il titolo, il lettore è spinto subito alla ricerca di un crudele antagonista ma, col procedere del film e l’entrata in scena dei vari personaggi, quest’indagine si complica ed è essa stessa a problematizzare il classico binario buono-cattivo, bianco-nero.

Akunin, però, non è una celebrazione e idealizzazione dell’atto dell’omicidio con la tipica trama ‘anche gli assassini hanno sentimenti’; quest’idea è smontata in maniera eloquente lungo tutto il film il cui intento, in realtà, è quello ritrarre la bellezza dell’amore e la tristezza della sua mancanza.

Questi sentimenti si fanno strada nelle varie scene sulle commoventi note della colonna sonora composta dal pluripremiato Hisaishi Jō, già compositore per Kitano Takeshi e Studio Ghibli. Hisaishi è capace di rendere la drammaticità della vicenda col delicato ma incalzante motivo presente nel brano principale Shinkō ma che accomuna anche gli altri brani della colonna sonora.

È con la scoperta del colpevole che inizia la seconda parte del film e tutte le certezze e le impressioni apparentemente nette sviluppate dallo spettatore mutano in una confusione emotiva: i ‘bravi ragazzi’ diventano pian piano ‘neri’ mentre quelli ‘cattivi’ acquistano la fiducia e la stima del pubblico. Lee sfuma efficacemente i confini fra buono e cattivo e mostra come il comportamento criminale non è necessariamente un risultato logico della cattiveria di un individuo e, allo stesso tempo, che la mancanza di atteggiamenti criminali non rende per forza una persona ‘buona’. Il film, così, si avvicina lentamente al genere dell’hard-boiled: la responsabilità del gesto criminale non è più riconducibile solo al colpevole ma soprattutto alle strutture sociali che esasperano l’individuo e lo portano a compiere le azioni più drammatiche.

—recensione di Pietro Neri

 

Il maestro di go – Kawabata Yasunari

 

Fermento dell’attesa ed elogio della tradizione ne Il maestro di go di Kawabata

Una leggenda del go conclude la sua carriera con un ultimo, appassionante duello contro un astro nascente del gioco. Una sfida lunga ed estenuante, che contrappone un maestro a una promessa, quando la vita si fa arte e il gioco una rivalità di prospettive.

Paese che vai, ritmo che trovi

Meijin, o Il maestro di go in traduzione italiana, deve essere stata una sorpresa a inizio anni ’90, quando esordisce sul mercato nostrano con l’editrice SE. In quella decade ci trovavamo già immersi in una densa rete globale, dove i minuti fuggono, i piaceri si strappano e si consumano in un battito di ciglia, in una foga edonistica che non dimora che un’istante in ogni sensazione. Deve essere risultata un’opera inattesa, quantomeno agli occhi di un pubblico che si libra nella nube culturale occidentale, così votata all’estetica (splendida) della superficie e al facile e turbolento trasporto emotivo. Il nobel Kawabata in questo libro ci restituisce invece un’immagine classica, che nel XXI secolo percepiamo forse come folle e distante, di uno scontro tra titani di un gioco da tavola. Per noi la lunghezza di una simile partita, per esempio nel gioco degli scacchi, si misurerebbe in ore. Dieci, venti nei casi più estremi. Ma non è così nella cornice culturale nipponica: questa sfida durò in realtà sei mesi, e così, da giornalista inviato, il giovane Kawabata la mise nero su bianco e la inviò al quotidiano per cui lavorava, il Tōkyō nichinichi.

Gare lontane dallo spazio e fuori dal tempo

Il maestro Shūsai, leggenda del go col titolo di Meijin (名人) giunta all’ultimo atto della propria carriera professionistica, si appresta allo scontro con il più quotato degli avversari, Otake (nella realtà Kitani Minoru). È il 1938, da sei anni ormai il Giappone, spinto dal nazionalismo imperante delle forze armate, ha invaso la Manciuria e creato lo stato fantoccio del Manshūkoku, mentre i rapporti con le maggiori potenze occidentali sono incrinati, anche se presto si salderanno quelli dell’Asse tripartito, nell’anno 1940. Nonostante questi fondamentali eventi storici e l’avvicinarsi del secondo conflitto mondiale, i giornali impazzano per la sfida, seguitissima da tutti i maggiori quotidiani dell’epoca: nell’arco di mezzo anno i due contendenti si incontrano e scontrano a più riprese e Kawabata, con dovizia di particolari, ci riporta mossa dopo mossa lo sviluppo del confronto sul goban. Le scelte richiedono anche giorni di riflessione, spesso lontano dal campo di gioco, immersi in luoghi sperduti, lontani dal nevrotico urbanismo delle metropoli. Al termine, la partita conterà più di 230 mosse e sarà vinta dalla nuova, ascendente leva della disciplina, per una manciata di punti sul decano del gioco, decretandone così la fine professionistica e il passaggio di testimone a una nuova generazione di giocatori.

Se la psiche si fa orizzonte

Nelle righe de Il maestro di go ci si può immergere solo se si apprezza il dettaglio, la pazienza, la contemplazione e la riflessione. In questo libro non c’è spazio per la fretta, né per le emozioni semplici da guardare e decodificare. Tutto è misurato, costruito con attenzione e devozione agli aspetti interiori: si sviscera la tribolazione psicologica dei due goisti, la tensione che li lacera sul campo e nell’attesa del ritorno alla fase attiva della partita. Si confrontano la vecchia e la nuova generazione, una forma artistica e una razionale di giocare, più fredda e aggressiva, a tratti irrispettosa dell’aura simbolica che ammanta il Meijin, ma infine vittoriosa. È una contesa tra due modi di vivere il gioco, due modi di approcciarsi alla tradizione e alla sua eredità, in un periodo di pesanti cambiamenti e influenze che dall’Occidente portano nuove forme di pensiero e atteggiamenti inusitati. La lentezza, la descrizione certosina delle pedine e delle mosse che si susseguono può essere straniante per un pubblico come il nostro, abituato a trame dinamiche costellate di rivolgimenti che si avvicendano senza soluzione di continuità. Eppure, questa narrazione sa ghermire soavemente, parola dopo parola, e ci insinua tra i meandri delle menti dei due protagonisti, illustrandoci quadri verosimili dei loro paesaggi psicologici.

In sintesi, questo libro è un’opera apprezzatissima di Kawabata, tra le sue più riuscite in una lunga produzione che va dall’avanguardia alla riscoperta dei grandi classici del Sol Levante. Rientra a pieno titolo tra gli scritti imprescindibili del grande ingegno letterario di questo autore e risulterà appassionante per chi sia disposto a farsi contagiare dalla febbre competitiva dei grandi maestri del go.

 

—recensione di Antongiorgio Tognoli.