11 Ottobre 2026 | Letteratura, Rassegna, Recensioni

Autore: Tsuji Hitonari
Traduzione: Asuka Ozumi
Editore: Rizzoli
Edizione: 2024
Tsuji Hitonari nasce a Tōkyō nel 1959. Noto anche come Jinsei Tsuji nei suoi lavori nell’ambito del cinema e della musica, gode di un notevole successo soprattutto in ambito letterario, a tal punto da essere descritto come uno dei maggiori esponenti della nuova letteratura giapponese. La sua abilità lo porta all’ottenimento di svariati riconoscimenti, tra cui il Prix Femina étranger, premio letterario francese conferito ad opere di autori stranieri. Si trasferisce a Parigi nel 2002.
Il castello di lana di vetro (Gurasuwūru no shiro, グラスウールの城) viene pubblicato nel 1996, e compare sugli scaffali delle librerie italiane nel 2024 con un’edizione Rizzoli a cura di Asuka Ozumi. Questo romanzo breve contiene al suo interno due storie distinte: la prima, che dà il nome al titolo, ed un secondo racconto di nome Ghostwriter. Queste, narrate rispettivamente in prima e in seconda persona, risultano apparentemente scollegate, ma il loro legame si palesa man mano che si procede con la lettura.
Il castello di lana di vetro vede come protagonista Keita, produttore musicale dal successo in declino, dipendente di una casa discografica. Egli trascorre le sue giornate — e nottate — in bilico tra una carriera divenuta monotona, un ritmo sonno-veglia stravolto dagli orari di lavoro, la fine della convivenza con la compagna Akiko e il tormento causato da delle allucinazioni uditive. A stravolgere questo insostenibile ritmo giunge Kaneshima, stragavante ingegnere del suono che illustra al protagonista la sua bizzarra visione del mondo e della musica, dalla perdita dell’anima delle canzoni dovuta all’avvento dei CD fino alla presunta esistenza di un dio che risiede in tutti i suoni. Nonostante l’iniziale scetticismo, Keita verrà convinto a seguirlo fino in Hokkaido, in un mistico viaggio alla ricerca di uno specifico, glaciale suono.
La storia successiva narra di un ghostwriter in preda ad un blocco dello scrittore, tormentato dal ritardo rispetto a una scadenza, dall’assillante superiore Nakazawa, dal ricordo dell’ex-moglie e dai sintomi di natura uditiva di una nevrosi depressiva. I parallelismi con la prima storia sono evidenti, nonostante la narrazione di Ghostwriter risulti più introspettiva e meno incentrata sulla consequenzialità degli eventi, inducendo nel lettore un disarmante senso di immedesimazione tramite l’uso della seconda persona, proiettandolo nella tormentata mente del protagonista.
Il castello di lana di vetro, in conclusione, è una lettura breve ma curiosa, figlia del timore del digitale che stava prendendo il sopravvento nel periodo in cui è stata prodotta. Discutendo di CD e cavi oramai in disuso, l’opera rispecchia inconsapevolmente i timori contemporanei nei confronti del progresso tecnologico — evidenziandone l’inevitabile ciclicità — e fa riflettere, tramite le disavventure dei protegonisti, sugli incontri e i piccoli momenti capaci di trascinarci all’interno o allontanarci dalle difficoltà della vita moderna.
Recensione di Isabella Sgargi
4 Ottobre 2026 | Letteratura, Recensioni

Author: Ōtani Asako
Translation: Ginny Tapley Takemori
Publisher: Pushkin Press
Edition: 2026
Ōtani Asako is a Japanese writer born in Chiba Prefecture in 1990. She made her literary debut with Hollow Inside (がらんどう) which won the prestigious 46th Subaru Literary Prize in 2022. The award-winning book was subsequently published by Shueisha in 2023, before reaching English-language readers in 2026 with Ginny Tapley Takemori’s translation, published by Pushkin Press.
Hirai, a 38-year-old office worker, and Suganuma, a few years her senior, unexpectedly find themselves sharing a home. The two women settle into an easy domestic rhythm, cooking for one another and quietly accommodating each other in their daily lives.
For all the comfort Hirai finds in this arrangement, it is not something she feels able to discuss openly. She avoids mentioning it to her colleagues and even her own mother, conscious of how difficult it is to explain a life that does not follow the conventional progression of dating, marriage and motherhood. However, that sense of security is disturbed when Suganuma, who has long maintained that she does not want to marry or risk having a child outside of wedlock, begins an affair with a married man after learning that her childhood idol has entered a “shotgun marriage”. As the affair leaves Suganuma frequently absent from home, Hirai finds the domestic life they have built becoming less certain. She turns once again to a dating app, hoping to find some direction, only to find herself no closer to resolving the uncertainty she feels.
Rather than presenting marriage or motherhood as inherently undesirable, Ōtani examines the assumptions surrounding them and how they shape both the everyday lives of her two protagonists and the way they see themselves. Both women have settled into lives that sit somewhat outside the roles prescribed to them by family and society, and while neither is presented as making a grand rejection of those expectations, Ōtani cleverly depicts the weight they carry. Hirai repeatedly reflects on her age, her changing body and the possibility that she is already “too old” to marry, even as she struggles to imagine wanting such a life in the first place. Her observations of Suganuma’s body, as well as of older women, similarly draw attention to the insecurities that women are taught to associate with ageing and appearance. Ōtani is also careful to resist giving their relationship an easy definition, capturing the fulfilment they find in living together without feeling the need to turn that closeness into a romantic partnership.
The novel gives these abstract pressures a concrete, physical form, and directly mirrors its title, Hollow Inside, through Suganuma’s unusual side business of 3D-printing replicas of deceased pets. While the statuettes capture every external detail to offer grieving owners something tangible, they remain completely hollow on the inside. Hirai comes to see herself in these figures, feeling detached from the life she once assumed she would have and sometimes imagines leaving her body behind to join the dead animals.
Despite its brevity, the novel moves at an immaculate pace, allowing room for psychological depth without a single wasted word. Rendered into English through Ginny Tapley Takemori’s crisp translation, Ōtani’s prose strikes a delicate balance between deadpan humour and tenderness. She crafts Hirai and Suganuma in such an intimate manner that their inner lives feel remarkably real in just a few pages. By leaning into subtle, everyday observations rather than melodramatic conflict, Ōtani presents a story that is as offbeat and funny as it is emotionally resonant.
By the closing lines of Hollow Inside, Hirai has begun to accept that her life does not need to resemble the one that has been imagined for her. What matters to her needs not fit the shape others expect, nor does it need to be understood by them. Ōtani leaves us with a deceptively simple question: Why must our self-worth hinge on a life plan laid out by others?
Review by Connal Shaw
Autore: Ōtani Asako
Traduzione: Ginny Tapley Takemori
Editore: Pushkin Press
Edizione: 2026
Ōtani Asako è una scrittrice giapponese nata nel 1990 nella prefettura di Chiba. Ha esordito con Hollow Inside (がらんどう), opera vincitrice del 46° Premio Subaru per la Letteratura nel 2022. Il libro è stato pubblicato in Giappone da Shueisha nel 2023 ed è arrivato al pubblico anglofono nel 2026 con la traduzione di Ginny Tapley Takemori per Pushkin Press.
Hirai, impiegata d’ufficio di 38 anni, e Suganuma, di qualche anno più grande, si ritrovano inaspettatamente a condividere la stessa casa. Tra le due si instaura presto una quotidianità semplice e armoniosa: cucinano l’una per l’altra e si adattano con naturalezza alle rispettive abitudini.
Per quanto Hirai trovi conforto in questa sistemazione, non riesce a parlarne apertamente. Evita di raccontarlo ai colleghi e persino alla madre, consapevole di quanto sia difficile spiegare una vita che non segue il percorso convenzionale fatto di relazioni, matrimonio e maternità. Questo equilibrio entra però in crisi quando Suganuma, che ha sempre sostenuto di non volersi sposare né di voler rischiare una gravidanza fuori dal matrimonio, inizia una relazione con un uomo sposato, dopo aver scoperto che il suo idolo d’infanzia ha avuto un matrimonio riparatore. Le frequenti assenze di Suganuma finiscono così per incrinare la sicurezza che Hirai aveva trovato nella loro convivenza. Ancora una volta, Hirai ricorre a un’app di incontri nella speranza di trovare una direzione, ma non riesce a fare chiarezza sul proprio disorientamento.
Più che presentare il matrimonio o la maternità come scelte intrinsecamente indesiderabili, Ōtani mette in discussione le aspettative sociali che li circondano e il modo in cui condizionano la vita quotidiana e l’autopercezione delle protagoniste. Entrambe hanno costruito un’esistenza che si discosta dai ruoli tradizionali prescritti dalla famiglia e dalla società; pur senza trasformare questa distanza in una presa di posizione esplicita, Ōtani riesce a mostrare tutto il peso di tali condizionamenti. Hirai riflette spesso sulla propria età, sui cambiamenti del corpo e sulla possibilità di essere ormai troppo vecchia per sposarsi, anche se fatica a capire se desideri davvero una vita simile. Al contempo, le osservazioni sul corpo di Suganuma e sulle donne più anziane richiamano le insicurezze che la società insegna ad associare all’invecchiamento e all’aspetto fisico. Ōtani evita inoltre di etichettare la relazione tra le due, mostrando la pienezza che trovano nel vivere insieme senza la necessità di trasformare la loro intimità in un rapporto sentimentale.
Il romanzo dà una forma concreta e tangibile a queste pressioni invisibili, richiamando direttamente il titolo, Hollow Inside (“vuoto dentro”) attraverso l’insolita attività secondaria di Suganuma, che realizza con una stampante 3D riproduzioni di animali domestici scomparsi. Se da un lato le statuette ne conservano ogni dettaglio esteriore per offrire un conforto ai padroni, al loro interno restano del tutto vuote. È proprio in queste figure che Hirai finisce per rispecchiarsi, sentendosi estraniata dalla vita che un tempo immaginava per sé, fino a fantasticare di abbandonare il proprio corpo per unirsi a quegli animali.
A dispetto della sua brevità, il romanzo procede con un ritmo dosato con estrema cura, capace di offrire una notevole profondità psicologica senza sprecare una singola parola. Nella lucida traduzione di Ginny Tapley Takemori, la prosa di Ōtani trova un delicato equilibrio tra un umorismo asciutto e una grande delicatezza. L’autrice tratteggia Hirai e Suganuma con una tale intimità che il loro mondo interiore risulta incredibilmente vivo in pochissime pagine. Privilegiando le piccole osservazioni quotidiane rispetto ai grandi drammi, Ōtani ci regala una storia stravagante e divertente, ma al tempo stesso carica di risonanza emotiva.
Nelle ultime pagine di Hollow Inside, Hirai comincia ad accettare che la propria vita non debba necessariamente ricalcare ciò che gli altri avevano immaginato per lei. Ciò che conta davvero non deve per forza conformarsi alle aspettative altrui, né ha bisogno della loro approvazione. Ōtani ci lascia così con un quesito fondamentale nella sua semplicità: perché la pienezza della nostra esistenza dovrebbe essere misurata sul modello che altri hanno disegnato per noi?
Recensione di Connal Shaw
27 Settembre 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Ibuki Yuki
Traduzione: Daniela Travaglini
Editore: Garzanti
Edizione: 2025
Dove si filano le nuvole è un’opera di Ibuki Yuki, autrice nata nella prefettura di Mie nel 1969 e laureata all’Università Chūō di Tokyo. Dopo un lungo percorso professionale nel settore editoriale, si è affermata con forza nella narrativa contemporanea giapponese, ottenendo un ampio riscontro e prestigiose candidature a premi letterari nazionali come il Premio Naoki e il Japan Booksellers’ Award.
La formazione dell’autrice e la sua profonda sensibilità verso le tradizioni locali emergono con limpidezza nel racconto. La sua scrittura mette al centro i legami familiari e il dialogo tra generazioni differenti, trasformando i gesti della lavorazione artigianale in una raffinata metafora delle relazioni umane e della cura degli affetti.
La vicenda ruota attorno a Mio, una giovane donna che affronta un momento di smarrimento e decide di rifugiarsi nel vecchio laboratorio di filatura della lana della sua famiglia. Attraverso l’apprendimento delle antiche tecniche di tintura, la protagonista scopre la pazienza del lavoro manuale e, allo stesso tempo, ricompone la memoria e le scelte taciute delle generazioni che l’hanno preceduta.
Dal punto di vista della resa narrativa, il romanzo si distingue per un’atmosfera ovattata, calorosa e profondamente confortante. Il ritmo della storia scorre con lentezza, rispecchiando i tempi propri della lavorazione della lana; questa scelta stilistica dona grande poesia alle pagine, anche se potrebbe apparire fin troppo contemplativa per chi predilige strutture narrative dinamiche o ricche di colpi di scena.
Nel complesso, il romanzo si rivela un’opera delicata e profonda, capace di trasmettere un senso di guarigione emotiva attraverso l’importanza del tempo e della memoria. Dove si filano le nuvole offre una riflessione universale sul valore delle proprie radici e sulla possibilità di ricostruire se stessi a partire dai fili del passato.
Recensione di Riccardo Bernazzani
20 Settembre 2026 | Letteratura, Rassegna, Recensioni

Autore: Hōjō Kie
Traduzione: Francesco Vitucci
Editore: Newton Compton editori
Edizione: 2026
Hōjō Kie nasce nel 1984 nella prefettura di Hyōgō, nella regione del Kansai. Formatasi nel Mystery Club dell’università di Kyōto, vede il suo debutto nel 2019 con l’assegnazione del Premio Tetsuya Ayukawa per romanzi mystery inediti. Si afferma dunque come nuova esponente del genere honkaku (giallo deduttivo giapponese), guadagnandosi per due anni consecutivi un posto da finalista all’Honkaku Mystery Award.
A permetterle di raggiungere questa vetta è L’hotel dei serial killer (Amulet Hotel, アミュレット・ホテル). Giallo del 2025, giunto in Italia l’anno seguente con un’edizione Newton Compton a cura di Francesco Vitucci, il romanzo è ambientato all’Amulet Hotel, albergo fittizio situato nel centro di Tōkyō. Questo edificio cela in sé un inquietante segreto: gli ospiti al suo interno sono in realtà criminali esperti, che trovano risorse e rifugio nell’hotel — in cambio del giusto prezzo, naturalmente, nonché del rispetto di due fondamentali regole: non arrecare alcun danno alla struttura e non ferire o uccidere nessuno al suo interno.
In un luogo dove si concentrano i criminali più spietati del Giappone, è destino che queste condizioni vengano prima o poi infrante. Quando ciò accade è compito di Kiryū, detective dell’hotel nonché ex-sicario, usare qualsiasi metodo pur di portare a galla la verità e punire il responsabile. Affiancata da Morooka, l’anziano proprietario dell’hotel, il dipendente Mizuta e il misterioso medico Doc, Kiryū indaga seguendo il suo personale metodo, sfruttando l’esperienza accumulata in una vita dedicata al crimine — senza mai ovviamente poter coinvolgere le forze dell’ordine, né rivelare l’accaduto agli ospiti dell’hotel.
Ogni capitolo del romanzo, o Episodio, affronta un caso nel quale Kiryū è coinvolta — principalmente in quanto detective, talvolta come sospettata — con un racconto in prima persona. La narrazione è non-lineare, con diversi Episodi dotati di un’enigmatica introduzione in medias res, seguita da un flashback che affronta l’inizio del caso. Nonostante ciò la storia risulta ben chiara e, donando al lettore un assaggio del mistero affrontato nel capitolo, alimenta efficacemente il desiderio di girare la pagina.
Dopo un primo capitolo saturo di dialoghi, L’hotel dei serial killer si riprende in maniera esemplare, divenendo il giallo che promette di essere: intrigante e innovativo, soprattutto dal punto di vista di narrazione e approccio. Il romanzo di Hōjō Kie trasporta il lettore nella mente di criminali esperti che si destreggiano tra leggi e crimine in un hotel ricco di mistero, con una storia coinvolgente meritevole del successo fruttato all’autrice, che non risentirebbe affatto della pubblicazione di un sequel.
Recensione di Isabella Sgargi
17 Settembre 2026 | Film e Serie TV, Proiezioni, Registi, Senza categoria

L’Associazione Takamori è lieta di invitarvi alla presentazione e proiezione del film L’innocenza (怪物, Kaibutsu), di Koreeda Hirokazu!
L’evento si terrà al cinema Modernissimo, come parte della rassegna Un affare di famiglia: il cinema di Hirokazu Koreeda della Cineteca di Bologna, dedicata al noto regista del Sol Levante in occasione dell’uscita del suo ultimo film, Sheep in the Box (箱の中の羊, Hako no naka no hitsuji).
Nato a Tōkyō nel 1962, Koreeda inaugura la sua carriera da regista lavorando a diversi documentari, per poi passare alla cinematografia a metà degli anni Novanta con Maborosi – I bagliori dell’anima (幻の光, Maboroshi no hikari), che gli frutta il Premio Osella per la migliore sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia. La sua carriera prosegue facendogli ottenere diversi altri riconoscimenti, raggiungendo la fama con Nessuno lo sa, nel 2004.
L’innocenza, thriller drammatico del 2023, vede la madre dell’undicenne Minato indagare l’origine dell’improvviso malessere del figlio. Coerentemente con gli altri lavori di Koreeda — nonostante questi l’abbia diretto senza esserne sceneggiatore — il film affronta temi quali la vita delle persone comuni, famiglia e genitorialità.
L’evento avrà luogo mercoledì 30 settembre alle 17:00, al cinema Modernissimo in Piazza Re Enzo.
Maggiori informazioni sono disponibili sulla pagina web della Cineteca di Bologna:
https://cinetecadibologna.it/programmazione/proiezione/linnocenza-2/?repeat=22552
https://cinetecadibologna.it/programmazione/rassegna/un-affare-di-famiglia-il-cinema-di-hirokazu-koreeda/
Vi aspettiamo numerosi!
Commenti recenti