16 Agosto 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Takagi Akimitsu
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Giulio Einaudi editore
Edizione: 2020
Takagi Akimitsu, pseudonimo di Takagi Seiichi, nasce nel 1920 ad Aomori, nel Giappone settentrionale. Laureato in ingegneria, lavora in un’azienda aeronautica fino alla forzata demilitarizzazione della nazione con la fine del secondo conflitto mondiale. Dietro consiglio di un indovino e armato della raccomandazione di Edogawa Ranpo, vede il suo debutto nell’ambito letterario nel 1948 con Il mistero della donna tatuata (Shisei satsujin jiken, 刺青殺人事件), destinato a fruttargli un notevole successo. Con il suo secondo romanzo verrà poi insignito del premio per miglior giallo del Tantei Sakka kurabu, associazione fondata da Edogawa.
Ambientato nel secondo dopoguerra, Il mistero della donna tatuata è un giallo che presenta al lettore il classico enigma dell’omicidio in una stanza chiusa, con un addizionale tocco macabro: una donna viene trovata morta nel bagno della sua stessa casa, il cadavere privato del torso nella sua interezza. Il fil rouge della storia, come suggerito dal titolo, è l’irezumi, il tatuaggio, che decorava anche la parte mancante del corpo senza vita; le linee di questa arte sembrano infatti intrecciarsi attorno a tutti i personaggi del romanzo, creando una matassa attorno al crimine apparentemente impossibile da districare.
Il cadavere della donna — o ciò che ne rimane — viene identificato come appartenente a Nomura Kinue, femme fatale dalla schiena ornata da un imponente tatuaggio. Raffigurante la figura mitologica di Orochimaru, l’opera d’arte le dona un pericoloso fascino che porterà tra le sue braccia il giovane protagonista Matsushita Kenzō, per una notte di passione che precederà la tragedia. Attorno all’omicidio ruoteranno anche una serie di altri uomini, dall’ispettore capo, fratello di Kenzō, al professor Hayakawa, medico ossessionato dall’irezumi al punto di avere una collezione di pelli tatuate nella sua villa. A tormentare la narrazione vi è anche il ricordo della famiglia di Kinue, composta dal padre tatuatore, dal fratello disperso in guerra e la sorella gemella data per morta con la tragedia di Hiroshima.
Coerentemente con l’epoca nella quale è stata scritta, l’opera non permette mai al lettore di dimenticare o ignorare le conseguenze devastanti che la guerra ha portato al Sol Levante, rendendola un tema estremamente ricorrente: la capitale nella quale la storia ha luogo è occupata e semidistrutta, e i suoi cittadini soffrono per via del costante aumento dei prezzi; i personaggi stessi portano addosso le cicatrici e i ricordi del conflitto come segni indelebili.
Giallo dai misteri intricati quanto i rapporti tra i suoi personaggi, Il mistero della donna tatuata tiene alta l’attenzione del lettore, facendogli porre mille domande e fornendogli le risposte molto lentamente, portando ad una lettura lunga ma piacevole. L’elemento che più emoziona della scrittura è la passione quasi sensuale con la quale viene descritta l’arte dell’irezumi, ed il delitto nasconde una dinamica complessa ed intrigante che, come riconosciuto dai personaggi stessi durante l’indagine, necessita di una mente geniale per trovare una soluzione.
Recensione di Isabella Sgargi
9 Agosto 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Abe Kōbō
Traduzione: Antonietta Pastore
Editore: Mondadori
Edizione: 2025
Pubblicato per la prima volta nel 1973, L’uomo scatola (Hako otoko, 箱男) è uno dei romanzi più radicali di Abe Kōbō. La premessa sembra semplice, ma solo all’inizio. Un uomo decide di sottrarsi alla propria posizione sociale vivendo all’interno di una scatola che gli copre interamente il corpo, osservando il mondo attraverso una piccola fessura. Da qui Abe sviluppa una narrazione sempre più instabile. Il romanzo assume la forma del manoscritto dell’uomo scatola, continuamente interrotto e contraddetto da altre voci.
Il racconto segue solo in parte gli spostamenti del protagonista. L’incontro con un medico, una giovane infermiera e un individuo deciso a impossessarsi della scatola introduce una serie di episodi che vengono riproposti e trasformati nel corso del romanzo. Scene già narrate ricompaiono con dettagli diversi, alcuni personaggi assumono identità diverse e persino gli appunti del narratore perdono progressivamente autorità. Tale instabilità riflette il nucleo del romanzo, dove la perdita di un’identità stabile rende impossibile una versione definitiva della realtà narrata.
La scatola permette al protagonista di osservare il mondo senza essere identificato da un volto o da un nome ma lo colloca anche in una posizione ambigua. Vede senza essere visto, mentre la sua stessa identità diventa sempre più incerta. Attraverso questa condizione di anonimato, Abe esplora quanto la percezione di sé dipenda dal riconoscimento degli altri e quanto invece rimanga una costruzione fragile e mutevole.
Anche lo stile contribuisce a questa esperienza. Il romanzo alterna annotazioni diaristiche, fotografie descritte a parole e riflessioni teoriche, passando dall’osservazione concreta a lunghe digressioni. Molti dettagli acquistano significato solo retrospettivamente e la struttura stessa del testo rende L’uomo scatola una delle prove più audaci della sperimentazione narrativa di Abe.
Recensione di Connal Shaw
2 Agosto 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore : Kawabata Yasunari
Traduzione : Mario Teti
Editore : Mondadori
Anno : 2024
Kawabata Yasunari nacque a Osaka nel 1899 e restò orfano molto presto: perse i genitori entro i quattro anni di età e fu cresciuto dai nonni. Questa solitudine precoce e la perdita di quasi tutti i parenti più stretti durante la giovinezza segnarono profondamente la sua sensibilità di scrittore. Si laureò all’Università Imperiale di Tokyo e da lì cominciò un percorso letterario che lo avrebbe reso una delle voci più raffinate del Novecento giapponese.
Nel 1968 Kawabata divenne il primo autore giapponese a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, “per la sua maestria narrativa, che con grande sensibilità esprime l’essenza della mente giapponese”. Fu legato da una profonda amicizia allo scrittore Yukio Mishima, di cui fu mentore, e la loro corrispondenza è oggi un documento prezioso per comprendere la letteratura giapponese del dopoguerra. Quattro anni dopo il Nobel, nel 1972, Kawabata morì nel suo appartamento a causa di una fuga di gas: ancora oggi si discute se si sia trattato di un incidente o di un gesto volontario.
È proprio dentro questa biografia segnata da lutti e solitudine che va letto “La casa delle belle addormentate”, pubblicato nel millenovecentosessantuno. Il romanzo racconta di Eguchi, un uomo anziano che frequenta una misteriosa casa di appuntamenti dove è possibile trascorrere la notte accanto a giovani donne addormentate da potenti sonniferi, senza mai poterle toccare o svegliare. Mishima stesso, nella sua prefazione, definì l’opera un capolavoro capace di conservare una bellezza formale pur emanando un che di decadente, quasi il profumo di un frutto troppo maturo. È un’immagine che coglie perfettamente il cuore ambiguo del libro, sospeso tra desiderio e disfacimento.
Molti lettori, sottolineano come il romanzo funzioni più per accumulo di atmosfera che per trama: pagina dopo pagina Kawabata costruisce una meditazione lenta sulla vecchiaia, sulla morte e sull’impossibilità di trattenere la bellezza e il tempo. La prosa è essenziale ma densissima di immagini sensoriali, e proprio in questa apparente semplicità si nasconde la sua forza. Non è un caso che i critici lo accostino spesso alla tradizione poetica giapponese, fatta di episodi brevi e giustapposizioni improvvise tra il bello e il crudo.
Nel complesso è un libro che divide: c’è chi lo trova disturbante per il suo erotismo senile e la sua ambiguità morale, e chi invece lo considera una delle vette della letteratura giapponese del Novecento. Perfetto per chi cerca una lettura contemplativa più che una storia con una trama forte, perché il suo vero pregio sta nell’atmosfera onirica e nella capacità di Kawabata di trasformare il disagio in poesia.
Recensione di Riccardo Bernazzani
26 Luglio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Dazai Osamu
Traduzione: Evelina Voltolini
Editore: Lindau
Anno: 2024
Tsugaru (津軽), opera pubblicata nel 1944, rappresenta un caso unico nella vasta, cupa e tormentata produzione letteraria di Dazai Osamu, pseudonimo di Tsushima Shūji. In questa edizione curata da Lindau, con la traduzione di Evelina Voltolini e corredata da cinque illustrazioni dell’autore, Dazai narra il suo viaggio compiuto nella penisola di Tsugaru (Prefettura di Aomori), sua terra nati nell’estremo nord del Giappone. L’incarico di redigere un “diario di viaggio” che raccogliesse informazioni geografiche, storiche, usi e costumi della regione gli fu affidato dalla casa editrice Oyama Shoten. Il viaggio, durato quasi tre settimane, ebbe inizio il 12 maggio del 1944 e si concluse con il rientro a Tōkyō il 5 giugno dello stesso anno. Nel racconto si intrecciano frequenti riflessioni dell’autore su sé stesso, sui paesaggi, su altri scrittori – quali Shiga Naoya e Matsuo Bashō – arricchite da ricordi d’infanzia e notizie prese da cronache e libri di storia locale.
Tsugaru non è solo un diario di viaggio, ma un romanzo che esplora l’interiorità di Dazai: i paesaggi e i luoghi della sua infanzia rappresentano un momento altamente riflessivo per l’autore e un’occasione per ricercare sé stesso e le sue origini.
“Non vi nascondo che uno dei motivi per cui ho deciso di intraprendere questo viaggio è proprio il desiderio di ritrovare l’ozukazu della famiglia Tsushima che è in me. I panni da uomo di città mi stanno stretti. Sentivo il bisogno di comprendere la mia vera natura. Sono partito con l’intento di scoprire chi siano realmente gli abitanti di Tsugaru e sono arrivato qui sperando di incontrare persone dallo spirito puro, dalle quali potessi trarre importanti lezioni di vita.” (p. 56)
L’autore usa la geografia della sua infanzia per esplorare la propria identità con toni nostalgici e a tratti sarcastici e ironici. Nel romanzo vengono menzionati i vari incontri, scanditi da sake e birra, con amici d’infanzia che lo ospitarono durante il viaggio, così come i giorni passati in famiglia presso la casa della sua infanzia a Kanagi. Il racconto culmina nell’emozionante incontro con Take, la tata che lo aveva cresciuto con dedizione quando, a causa dei gravi problemi di salute della madre, il piccolo Shūji fu affidato alle cure della zia. Questo momento è forse uno tra i passaggi più importanti dell’opera: tra le righe emerge il desiderio inconscio dello scrittore di voler ricevere affetto e comprensione.
Questo romanzo è tra le opere più autobiografiche dell’autore: con Tsugaru, Dazai si svela finalmente al suo pubblico. Con uno stile diretto e sincero, permette al lettore di accedere alla sua sfera più intima, fatta di pensieri, ricordi e debolezze. Dazai si mostra spogliato della maschera di nichilismo e indifferenza che lo ha reso celebre, rivelando tutta la sua vulnerabilità. Allo stesso tempo, il libro è una celebrazione della propria terra, dei luoghi in cui è cresciuto e della generosità dei suoi abitanti. Lo scrittore si mostra orgoglioso delle tradizioni della sua regione e della sua comunità, rivendicando la propria identità di provinciale in contrapposizione alla mediocrità del cittadino di Tōkyō. Ci presenta così la gente di Tsugaru e la vita quotidiana di un bellissimo territorio che appare distante dalla mondanità e dalla frenesia della capitale.
“Io studio i cuori delle persone, osservo il modo in cui questi interagiscono l’uno con l’altro. Questo è il principale scopo del mio viaggio della mia ricerca. Vorrei provare a trasmettere ai lettori la realtà della vita a Tsugaru, quella concreta, quella di tutti i giorni […]” (p. 36)
In definitiva, Tsugaru è un’opera imprescindibile se si vuole conoscere un Dazai inedito, lontano dalla posa da bohémien e intellettuale decadente che i suoi lettori sono soliti associare al suo nome.
Recensione di Rebecca Scaramagli
19 Luglio 2026 | Letteratura, Recensioni

Autore: Tanizaki Jun’ichirō
Traduzione: Gianluca Coci
Editore: Neri Pozza Editore
Edizione: 2022
Tanizaki Jun’ichirō nasce a Tōkyō nel 1886 in una famiglia di commercianti in declino. Non conclude il ciclo di studi universitario, inaugurando però la sua carriera letteraria tramite la pubblicazione su riviste quali Shinshichō (新市長) e Subaru (すばる), che gli fruttano presto un notevole successo. È considerato uno dei principali autori del periodo, ed è noto in particolare per il suo interesse nell’analizzare le pulsioni istintive e le perversioni dell’uomo, al punto di suscitare scandalo con la pubblicazione di alcune opere.
Un lavoro esemplare di questo suo profondo interesse è La chiave (Kagi, 鍵), pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1956. Ambientato negli anni ‘50 del secolo scorso, questo romanzo è composto da annotazioni fittizie provenienti dai diari segreti di due coniugi, che narrano delle difficoltà e sotterfugi legati alla loro complessa vita sessuale.
Lui è un professore universitario di mezza età, profondamente innamorato e desideroso di accendere nella moglie Ikuko una passione che, a suo avviso, è già presente, ma soffocata sotto il peso della rigida morale con la quale è stata cresciuta. Lei, d’altro canto, prova sentimenti contrastanti nei confronti del marito: dice di amarlo eppure lo trova a tratti persino ripugnante, continuando a concedersi a lui nel buio della loro camera da letto spinta un po’ dal desiderio, un po’ dal senso del dovere che la suddetta morale le induce.
La svolta che dà inizio alla storia è la stessa che dà il titolo al romanzo: la chiave del cassetto in cui il diario di lui è custodito, abbandonata in bella vista sul pavimento dello studio — un invito, Ikuko sospetta, a leggere le pagine sulle quali l’uomo descrive periodicamente i suoi più espliciti desideri. Questo avvenimento dà il via ad una scioccante danza tra appunti segreti, non detti e rapporti che rasentano la violenza. In questo equilibrio minaccia inoltre di insinuarsi il giovane Kimura, amico di famiglia, che entrambi i coniugi sospettano si sia invaghito della figlia Toshiko, se non di Ikuko stessa.
Romanzo dalla premessa narrativa intrigante, La chiave spedisce il lettore da un lato all’altro di questo tormentato rapporto di coppia, lasciando fino all’ultimo il dubbio rispetto alla veridicità delle parole scritte su entrambi i diari. Presenta inoltre due dei marchi di fabbrica dell’autore: l’onnipresenza della penombra, che il marito tenta di scacciare per godersi appieno i rapporti con la consorte, ed il gusto per il perverso, che lascia tuttavia l’amaro in bocca per via della retorica da istigatrice utilizzata per descrivere Ikuko, spesso e volentieri più simile ad una vittima.
Recensione di Isabella Sgargi
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