Tutti i figli di Dio danzano || Recensione

Autore: Murakami Haruki

Traduzione: Giorgio Amitrano

Editore: Einaudi SuperET

Edizione: 2020-2021

 

Tutti i figli di Dio danzano di Murakami Haruki, rappresenta una delle opere meno conosciute di questo celebre autore: si tratta di una raccolta di sei racconti autoconclusivi dove i personaggi più disparati, accomunati da un flusso di pensieri simile, affronteranno la graduale scoperta di loro stessi. Ciò che collega queste storie è il riferimento diretto con l’avvenimento del terribile terremoto di Kobe del 17 gennaio 1995 che provocò la morte di più di seimila persone. Questo catastrofico evento che ha segnato profondamente il Giappone, a volte viene semplicemente citato, altre volte invece svolge un ruolo cruciale nella trama. Nei personaggi emerge la paura generata sia dal terremoto sia dalle proprie emozioni, e in particolar modo di ciò che ciascuno di noi ha dentro: si tratta di qualcosa di sconosciuto ed ignoto che può essere analizzato solo attraverso un’indagine introspettiva della propria individualità, che una volta emersa, provoca paura e sgomento. 

I personaggi sono uomini e donne comuni, spesso banali, caratterizzati da uno stile di vita solitario e dalla continua ricerca di qualcosa che possa portare un cambiamento significativo nelle loro vite. L’attenzione è concentrata prettamente sulla dimensione psicologica dei protagonisti, i quali, grazie a determinati eventi, riescono ad autoanalizzarsi entrando in contatto con i lati più viscerali e inesplorati del loro essere. Anche il tema della morte in relazione al significato della vita umana è uno degli aspetti che si ripresenta più volte all’interno delle narrazioni: solamente tramite un processo di grande sofferenza, in particolare modo emotiva, i protagonisti potranno raggiungere il loro lato più oscuro al fine di liberarsi dall’ opprimente giogo dell’esistenza.

I racconti, pur essendo brevi, sono ricchi di eventi inspiegabili, imprevedibili e a tratti anche umoristici: non è chiaro se ciò che stanno vivendo i personaggi sia effettivamente reale, poiché la narrazione si articola spesso lungo una dimensione che appare alienante e dai tratti onirici.

La scrittura di Murakami Haruki è sempre stata caratterizzata da un tratto ambiguo e lo si può notare anche in quest’opera. Le varie storie non presentano dei finali espliciti e concreti ma lasciano sempre libera interpretazione al lettore, che viene travolto da una catena di avvenimenti indecifrabili e quasi fiabeschi.

 

Recensione di Ludovica Vergaro

 

 

Tutti i figli di Dio danzano || Recensione

Autore: Murakami Haruki

Traduzione: Giorgio Amitrano

Editore: Einaudi SuperET

Edizione: 2020-2021

 

Tutti i figli di Dio danzano di Murakami Haruki, rappresenta una delle opere meno conosciute di questo celebre autore: si tratta di una raccolta di sei racconti autoconclusivi dove i personaggi più disparati, accomunati da un flusso di pensieri simile, affronteranno la graduale scoperta di loro stessi. Ciò che collega queste storie è il riferimento diretto con l’avvenimento del terribile terremoto di Kobe del 17 gennaio 1995 che provocò la morte di più di seimila persone. Questo catastrofico evento che ha segnato profondamente il Giappone, a volte viene semplicemente citato, altre volte invece svolge un ruolo cruciale nella trama. Nei personaggi emerge la paura generata sia dal terremoto sia dalle proprie emozioni, e in particolar modo di ciò che ciascuno di noi ha dentro: si tratta di qualcosa di sconosciuto ed ignoto che può essere analizzato solo attraverso un’indagine introspettiva della propria individualità, che una volta emersa, provoca paura e sgomento. 

I personaggi sono uomini e donne comuni, spesso banali, caratterizzati da uno stile di vita solitario e dalla continua ricerca di qualcosa che possa portare un cambiamento significativo nelle loro vite. L’attenzione è concentrata prettamente sulla dimensione psicologica dei protagonisti, i quali, grazie a determinati eventi, riescono ad autoanalizzarsi entrando in contatto con i lati più viscerali e inesplorati del loro essere. Anche il tema della morte in relazione al significato della vita umana è uno degli aspetti che si ripresenta più volte all’interno delle narrazioni: solamente tramite un processo di grande sofferenza, in particolare modo emotiva, i protagonisti potranno raggiungere il loro lato più oscuro al fine di liberarsi dall’ opprimente giogo dell’esistenza.

I racconti, pur essendo brevi, sono ricchi di eventi inspiegabili, imprevedibili e a tratti anche umoristici: non è chiaro se ciò che stanno vivendo i personaggi sia effettivamente reale, poiché la narrazione si articola spesso lungo una dimensione che appare alienante e dai tratti onirici.

La scrittura di Murakami Haruki è sempre stata caratterizzata da un tratto ambiguo e lo si può notare anche in quest’opera. Le varie storie non presentano dei finali espliciti e concreti ma lasciano sempre libera interpretazione al lettore, che viene travolto da una catena di avvenimenti indecifrabili e quasi fiabeschi.

 

Recensione di Ludovica Vergaro

 

 

Imase || Takamori J-Sound

Bentornati su Takamori!

Oggi per la nostra rubrica musicale vi parliamo di Imase!

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La voce delle onde – Mishima Yūkio || Recensione

Autore: Mishima Yūkio

 

Titolo originale: 潮騒 (Shiosai)

 

Editore: Feltrinelli

 

Collana: Universale economica Feltrinelli

 

Traduzione: Liliana Frassati Sommavilla

 

Edizione: 2022

 

È il 1954 quando Yūkio Mishima pubblica per la prima volta il romanzo “La voce delle onde”, per il quale vincerà dopo poco tempo anche il Premio Shincho, conferitogli dalla casa editrice Shinchosha. Il racconto è ambientato su un’isola, in un Giappone nel mezzo del periodo postbellico, ed esplora la storia d’amore tra due giovani. Su quest’isola di pescatori infatti, un giovane di nome Shinji si innamora di Hatsue, la figlia del più ricco uomo del villaggio. Tuttavia, il loro amore è ostacolato dalle divisioni sociali e dalle aspettative familiari. Mishima, noto per le sue profonde analisi dei sentimenti e delle relazioni tra esseri umani, ci racconta una storia senza tempo, quella di due giovani innamorati sfortunati, i quali dovranno affrontare diverse avversità per permettere al loro amore di prosperare. Nonostante i temi cupi affrontati nella maggior parte dei racconti di Mishima, oltre che alla natura intrinsecamente controversa dell’autore, questa storia, che può sembrare altrettanto cupa, si rivelerà essere più simile ad una favola e porterà ad un lieto fine.

 

 

TRAMA

 

Come per molti dei romanzi dell’autore, ci troviamo nel Giappone postbellico. A fare da scenario alla storia è l’isola di Utajima (歌島, lett. “isola del canto”), al largo della baia di Ise, dove il protagonista, il giovane Shinji Kubo, è un pescatore dotato di grande abilità e determinazione. Il ragazzo vive, con la madre ed il fratello minore, una vita abbastanza pacifica, nonostante il padre sia morto combattendo in guerra e sia obbligato a trascorrere la maggior parte del suo tempo in mare aperto, catturando pesce per sostenere la famiglia. Nonostante tutto, Shinji è soddisfatto della propria vita, anche perché ha creato con il mare un rapporto molto profondo.

 

Tuttavia, la vita di Shinji prende una svolta significativa quando si innamora perdutamente di Hatsue, la giovane figlia di Terukichi Miyata, un pescatore ricco e rispettato nel villaggio. La giovane era stata mandata dal padre su un’altra isola, dove la famiglia adottiva l’aveva cresciuta come una pescatrice di perle. Dato il ritorno della figlia, Terukichiintende darla in sposa ad un ragazzo che possa portare avanti l’attività di famiglia. Nonostante Hatsue provenga da una famiglia più agiata, lei e Shinji iniziano una relazione segreta.

 

Tuttavia, le loro speranze e il loro amore vengono presto messi alla prova. Yasuo, altro giovane dell’isola, diventa avversario di Shinji, poiché vuole mettere le mani su Hatsue e la fortuna della sua famiglia, arrivando quasi al punto di violentarla. A questo si aggiunge anche Chiyoko, la figlia del guardiano del faro, che, da sempre innamorata di Shinji, per gelosia, inizia a diffondere pettegolezzi su lui e Hatsue. Terukichi è furioso e si rifiuta di vedere il giovane Shinji e di considerarlo come un pretendente per la mano di sua figlia. Il ragazzo chiede aiuto a parenti ed amici per provare a convincere il padre di Hatsue, ma invano. Disperato, si sottopone a molte prove per dimostrare a Terukichi di essere degno della ragazza, rimanendo quasi coinvolto in un incidente in mare, che mette a repentaglio la sua vita e il suo futuro. 

 

Tuttavia, il sacrificio di Shinji convince Terukichi delle capacità e della bontà d’animo del ragazzo e la storia si conclude con un lieto fine.

Il romanzo si conclude con una riflessione profonda sulla natura mutevole dell’amore e sulla ricerca di significato nella vita, mantenendo intatta la suggestione poetica della voce costante del mare che accompagna i protagonisti lungo il loro percorso.

 

 

ANALISI

 

Per creare l’ambientazione dell’isola di Utajima, si pensa che Mishima abbia preso forte ispirazione da Kamishima (神島), una vera piccola isola nella baia di Ise, amministrata dalla provincia di Mie. Tutt’oggi sull’isola, si erge un monumento dedicato al romanzo e al suo autore: su una pietra è inciso l’incipit del racconto:

 

「歌島は人口千四百、周囲一里に充たない小島である。 歌島に眺めのもっとも美しい場所が二つある。一つは島の頂きちかく、北西にむかって建てられた八代神社である。」

 

– Uta-jima – Isola del canto – ha solo millequattrocento abitanti e una costa lunga meno di tre miglia.In due punti dell’isola la vista è di una bellezza incomparabile. Uno è quello dove sorge il santuario di Yashiro, che guarda verso nord-ovest e si trova nei pressi del crinale piú alto dell’isola. –

 

L’isola, in quanto limitata in termini di spazio, fornisce un ambiente circoscritto, letteralmente “isolato”, dove la vicenda può essere esplorata nella sua essenzialità. La vita degli abitanti dell’isola è rimasta quasi inviolata dagli avvenimenti del mondo esterno, un mondo lontano; la guerra non ha sconvolto più di tanto il ritmo di vita dei pescatori, i quali vivono una vita semplice, vicini alla quella tradizione e in quel rapporto di simbiosi con la natura che Mishima tanto apprezzava e trattava sempre nelle sue opere.

Il titolo, “Shiosai” (“潮騒”, lett. “il fragore delle onde”), tradotto in maniera molto azzeccata in italiano come “La voce delle onde”, sottolinea appunto la presenza costante e rassicurante del mare, che rappresenta sia la bellezza e la tranquillità della vita marina, sia la forza inarrestabile della natura. Le onde, nel contesto del romanzo, simboleggiano anche la fluidità delle emozioni umane e la ciclicità della vita stessa. 

 

Il libro è ammirato per lo stile di scrittura elegante di Mishima e per la sua capacità di catturare le complessità delle relazioni umane e dei conflitti interiori. Tuttavia, questo particolare romanzo presenta delle differenze interessanti rispetto al resto della sua produzione letteraria, dominata da temi cupi e controversi.

Come molti hanno infatti sottolineato, la storia presenta diversi parallelismi con il mito di “Dafni e Cloe”, romanzo ellenistico di Longo Sofista. In questo romanzo classico, si narra la storia di due giovani pastori sull’isola di Lesbo, i quali, anche tramite l’intervento, benefico o meno, di amici, parenti e persino di divinità, coltivano il proprio amore nonostante le difficoltà. 

 

– Contro Amore non esiste rimedio alcuno, né da bere, né da mangiare, né da recitare con canti, se non il bacio, l’abbraccio e il giacere insieme con i corpi nudi – (Le avventure pastorali di Dafni e Cloe, Longo Sofista)

 

Queste tematiche di amore e natura, centrali alla narrazione, fanno sì che la storia segua il “pattern”, l’insieme di schemi narrativi senza tempo della favola d’amore tra due giovani che giungono al lieto fine e dell’amore che trionfa su ogni avversità. Questa tesi viene supportata dalla presenza di un narratore esterno alla vicenda, il quale racconta i fatti a chi legge il romanzo come se fosse un cantastorie. “La voce delle onde” esplora quindi temi universali come l’amore impossibile, le divisioni sociali, il destino e la lotta contro le convenzioni. Mishima dipinge con maestria i paesaggi marini e le emozioni umane, offrendo ai lettori una storia avvincente e intensamente emotiva.

Sia la descrizione incredibilmente viva dell’isola, sia il riferimento classico, sono più che certamente sintomo del fatto che Mishima aveva da poco visitato la Grecia. Possiamo dunque supporre che lo scenario delle isole e delle loro acque cristalline, sia la grande tradizione letteraria ellenistica, avessero avuto un enorme impatto sullo scrittore, al punto da ispirarlo a trasporre la storia di Dafni e Cloe nella sua terra natia, quel Giappone in costante tensione tra l’essenzialità della natura e della tradizione e le necessità del progresso.

 

Vedere questo autore alle prese con quella che è sostanzialmente una favola, risulta rinfrescante e sorprendente, nonostante mantenga tutta la complessità del resto della sua opera. Per i suoi temi di amore, natura e speranza, il romanzo risalta all’interno della produzione di Mishima ed è stato sempre molto apprezzato, al punto da essere più volte adattato in forma di film, sia animato, rivolto dunque ad un pubblico giovane, sia live-action.

Questa è una storia adatta a tutti, sia a chi non abbia mai letto alcun libro di Mishima, sia a chi abbia già letto altre sue opere e cerchi di scoprire un nuovo ed inaspettato lato dell’autore.

 

Recensione di Lorenzo Bonfatti

MY HAPPY MARRIAGE || Recensione

Regia: Tsukahara Ayuko

Anno: 2023

Durata: 115 minuti

Genere: Romantico

Attori principali: Imada Mio, Meguro Ren

Uscito a marzo 2023, My Happy Marriage è l’adattamento cinematografico della light novel omonima, trasposta di recenteanche in serie animata, di Agitogi Akumi. Il film è stato da subito amato dai fan dell’opera originaria, e ha inoltre contribuito alla popolarità della pellicola la partecipazione come co-protagonista dell’idol Meguro Ren, membro del gruppo jpop Snowman, già ben noto per il suo ruolo nel drama “My vanishing first love” (消えた初恋).

Catapultati in un Giappone con elementi fantasy nei primi anni del 1900, seguiamo la storia di Saimori Miyo, una ragazza di una famiglia riconosciuta per i suoi poteri spiritici, che è nata però senza alcun dono soprannaturale. Per questa sua mancanza, dopo la morte della madre e il secondo matrimonio del padre, è costretta a una vita di servitù, sottomessa e umiliata in casa propria dalla matrigna e dalla sorellastra. Miyo sogna di poter fuggire, e il matrimonio che viene combinato per lei sembra l’occasione giusta per essere finalmente libera. Purtroppo però, il suo promesso sposo è Kudō Kiyoka, un comandante dell’esercito dall’aspetto e dai modi glaciali, che, a quanto pare, non è ancora riuscito a trovare moglie a causa del suo carattere chiuso e scorbutico.

Nonostante ciò Kiyo non può e non vuole tornare a casa, e si rassegna dunque a una vita di silenzi e, di nuovo, servitù.Inaspettatamente però, si rende conto dopo pochi giorni che Kiyoka non è il mostro di cui tutti parlano, e a poco a poco i due troveranno il modo di capirsi e comunicare.

Il film è chiaramente incentrato sullo sviluppo della storia d’amore di Miyo e Kiyoka, ma la trama politica che coinvolge l’esercito, l’imperatore, e altre potenti famiglie con poteri soprannaturali non tarda ad arrivare, offrendo allo spettatore un intrattenimento non solo legato al fattore romance. Questo specialmente perché non tutte le prove cui sono sottoposti i protagonisti possono essere affrontate insieme, ma i due devono altresì superare prima i propri ostacoli personali per poi potersi riunire e combattere uno di fianco all’altra, in una chiara metafora dello sforzo necessario e condiviso per costruire e alimentare una relazione sana, passando per l’esplorazione del proprio io.

Recensione di Elena Angelucci