Megane || Cineteca JFS

Megane, in inglese Glasses, è una commedia del 2007 scritta e diretta da Ogigami Naoko.

Stanca della frenetica vita di città, Taeko decide di riposarsi in un luogo dove i cellulari non hanno copertura. Atterra così in una curiosa isola del Sol Levante e decide di soggiornare alla pensione Hamada tenuta dal signor Yuji.

Durante la sua permanenza Taeko ha, a suo malgrado, l’occasione di conoscere alcuni degli eccentrici abitanti dell’isola: Yuji, l’oste che si diverte a disegnare mappe fuorvianti e il suo cane Koji; Sakura una signora misteriosa che tiene sulla spiaggia un piccolo stand di granite in primavera ma non accetta compenso in denaro; e Haruna, un’insegnante di biologia triste per l’assenza di ragazzi carini nella sua scuola.

Stanca della loro stranezza, Taeko prova a cambiare alloggio ma dopo poco decide di tornare indietro.

La vicenda colpisce perché scevra di un vero e proprio filone narrativo; la quotidianità dei personaggi è caratterizzata da un’attività a prima vista poco sensata anche per la nuova arrivata: il meriggiare, un ritorno al respiro, alla riflessione, al tempo per se stessi, alla lentezza. Il film, infatti, è considerato dalla critica ‘un’ode ai piaceri del lento vivere’ e coi suoi fotogrammi sono in grado di lenire quell’angoscia sottile che permea la vita frenetica di oggi.

Se volete rimanere continuare a conoscere con noi la cinematografia giapponese vi invitiamo a seguirvi sui nostri canali, in più potete guardare il nostro video qui.

Inoltre vi ricordiamo che il database di tutti i sottotitoli dei nostri film sono a vostra disposizione qualora siate interessati a proiettarli all’interno delle vs manifestazioni. Oppure potete richiederci anche una nuova sottotitolazione! Basta scrivere a info@takamori.it!

 

13 Assassini (2010)

13 Assassini, 十三人の刺客
(Giappone, 2010)

Regia: Miike Takashi

Cast: Yakusho Kōji, Inagaki Gorō, Yamada Takayuki

Genere: drammatico, storico

Durata: 125 minuti

13 Assassini è un film del 2010 diretto da Miike Takashi. Si tratta di un remake del lungometraggio del 1963 con lo stesso titolo, diretto da Kudō Eiichi. La pellicola ha da subito riscosso un grande successo di critica in patria, ricevendo ben dieci candidature al 34° Japan Academy Prize e vincendone quattro. Inoltre, è stato presentato al Yokohama Film Festival, dove ha vinto i premi come Miglior Film e Miglior Sceneggiatura. L’opera ha riscosso un notevole successo anche all’estero, ricevendo critiche positive in Europa e Nord America, che lo avvicinano alla produzione di Kurosawa Akira.

Siamo nell’anno 1844, lo Shogunato Tokugawa è ormai in declino e il sadico Signore di Akashi, Matsudaira Naritsugu, commette indisturbato le più indicibili atrocità sulla popolazione e sui nobili delle altre casate. Dato che il suo fratellastro è niente meno che lo Shogun, nessuno sembra essere in grado di mettere un freno alle sue barbarie, e quando egli diventerà membro del consiglio shogunale, sarà guerra civile.

La pellicola si apre sul cortile di una residenza nobiliare dove un uomo, che si scopre essere il Signore di Mamiya, commette pubblicamente seppuku (una forma di suicidio rituale) in protesta al rifiuto dello Shogun di punire Naritsugu per aver massacrato la sua famiglia. Quando lo Shogun insiste nel volerlo promuovere nonostante tutto, il suo vecchio consigliere, Doi Toshitsura, decide che è arrivato il momento di intervenire. Egli va in cerca di una vecchia conoscenza, il samurai Shimada Shinzaemon, e lo ingaggia in segreto per assassinare lo spietato Signore. Shinzaemon riunisce altri undici samurai e insieme pianificano l’attacco, che dovrà compiersi nel corso del viaggio di ritorno di Naritsugu da Edo ad Akashi. I fedeli sottoposti di Naritsugu non rimangono certo con le mani in mano e, venuti a conoscenza del piano segreto, si preparano al contrattacco. Però, non hanno idea di cosa gli aspetta.

In 13 Assassini, l’assoluta spietatezza e apatia di Naritsugu si contrappongono ai saldi principi e alle forti passioni del piccolo gruppo di samurai. Siamo ormai al crepuscolo dell’epoca Tokugawa, un tempo periodo di splendore della classe samuraica, e questa decadenza si riassume proprio nella figura di Naritsugu, crudele ed efferato, per cui l’unico valore da perseguire è l’assoluta e indiscriminata obbedienza al proprio signore. Il sadismo, la ferocia, la perversione e la totale disumanità che caratterizza il Signore di Akashi lo rende una presenza a schermo assolutamente ripugnante, grazie all’eccezionale performance di Inagaki Gorō. 13 Assassini è un film avvincente, emozionante e a tratti scioccante, in grado di catturare l’attenzione dello spettatore per la sua durezza e la sua travolgente drammaticità.

 

—recensione di Matteo Aliffi.

Yamada Yōji parte 2 || Akushon! – I registi di JFS

Siamo di nuovo con voi alla puntata di Akushon!, la rubrica di associazione Takamori che vi racconta in pochi minuti i lavori dei cineasti giapponesi. Non perdiamo tempo e parliamo della prima pellicola di Yamada Yōji.

Iniziamo introducendo il primo titolo della “trilogia del samurai” ovvero The twilight Samurai del 2002. Iguchi Seibei è un Samurai che, a seguito della morte della moglie per tubercolosi, è diviso tra i suoi ormai burocratici doveri di samurai e la vita di padre di una famiglia che purtroppo fa fatica a tirare avanti. Un giorno rincontra la sua amica di gioventù Tomoe tornata dopo il divorzio con un violento spadaccino. Un giorno quest’ultimo decide di sfidare a duello Iguchi, il quale lo sconfigge solamente armato di bastone e ricordandogli perché gli era stato affibiato il nome di “tasogare seibei” ovvero “seibei del crepuscolo”. La voce però si sparge e Iguchi sarà costretto a impugnare nuovamente la spada per rispettare i suoi doveri feudali. Con un film sui samurai Yamada Yōji gioca in casa, e durante tutta la pellicola si vede la minuzia nel progettare ogni dialogo e ogni scena rappresentando al meglio il valore di questo genere cinematografico. Non per niente questo film gli è valsa la nomination agli Oscar per il miglior lungometraggio straniero.

Kakushi ken oni no tsume, tradotta The Hidden Blade, è un’opera del 2004, secondo appuntamento della trilogia. Siamo nell’epoca del Bakumatsu, alla fine del periodo degli shōgun Tokugawa, momento di grandi tensioni e rivolgimenti. Al centro della storia c’è la figura di Katagiri Munezō, interpretato da Nagase Masatoshi, un samurai il cui status familiare è stato minato dal suicidio rituale compiuto dal padre qualche tempo prima. La sua figura risulta ancora più solitaria nel momento in cui, per via del matrimonio contratto dalla sorella e che la porta a vivere altrove, perde una figura fondamentale della sua vita, quella della servitrice Kie, impersonata da Matsu Takako, che ama segretamente. La casa di Munezō, in seguito alla morte della madre, è perciò abitata solo da lui, fino a che un fortuito rincontro con Kie non ne risveglia il sentimento d’amore da tempo accantonato. La trama si complica poi quando giunge in paese, in veste di prigionero, l’antico compagno di accademia e amico di Munezō, Yaichirō, con cui dovrà inaspettatamente rivaleggiare. Lo stile della pellicola risulta sobrio, con inquadrature di ampio respiro che danno spazio ai momenti più drammatici. Se il fulcro del film è dato poi dall’amore impossibile della coppia di protagonisti, Munezō e Kie, c’è spazio per una critica proprio alle incolmabili differenze tra le caste e, più generalmente, al codice samurai del bushidō, rispettato solo dai vassalli e raramente dai loro arroganti signori.

Concludiamo la trilogia samurai con Bushi no ichibun, tradotto in Love and Honor, dell’anno 2006. Anche in questo caso il protagonista è un samurai di basso rango di nome Mimura Shinnojo, interpretato da Kimura Takuya. Egli è insoddisfatto della sua posizione a corte, dove insieme ad altri samurai assaggia il cibo destinato al proprio signore, per scongiurarne l’avvelenamento. In una di queste occasioni, Shinnojo mostra i sintomi dell’intossicazione e, in preda alla febbre e al forte malessere, si risveglia solamente dopo 3 giorni di sofferenze. La realtà è però dura da accettare: dato che la tossina ingerita gli ha provocato una cecità irreversibile, la sua presenza a corte sembra essere divenuta inutile, e Shinnojo pare destinato alla rovina economica. Tuttavia, il signore di cui è al servizio lo grazia e gli concede il mantenimento della rendita annuale, senza ulteriori spiegazioni. La trama si infittisce nel momento in cui si comprende che Kayo, moglie devotissima di Shinnojo, potrebbe avere avuto un ruolo in questo avvenimento benevolo e inatteso. Troviamo nelle scene del film tutto l’orgoglio, il senso del dovere e dell’onore di un samurai che, per la sfortuna capitatagli, si ritiene ormai inutile dentro un sistema che non protegge i più deboli e in cui il fallimento non viene accettato. Di qui il timore alla sconfitta, seppur non quello nei confronti della morte, che mai spaventa il samurai che fa proprie le regole del bushidō. Inoltre, come in The Hidden Blade, la linearità e la sobrietà del racconto e delle riprese caratterizzano l’opera di Yamada, con personaggi brillantemente presentati e approfonditi nella loro struggente emotività e ricchezza.

L’ultimo film di cui parleremo oggi si stacca del tutto dal genere samuraico. Stiamo parlando di  Tōkyō Kazoku, un lungometraggio drammatico del 2013. Shūkichi e Tomiko sono una coppia di anziani che vive in una piccola isola nel mare di Seto. Un giorno con la scusa di porgere le condoglianze alla vedova di un amico decidono di recarsi a Tokyo per far visita ai loro tre figli che ormai da tempo si sono trasferiti nella metropoli: Koichi, il figlio maggiore, gestisce un ospedale; Shigeko possiede un salone di bellezza e Shoji, il più piccolo, lavora come allestitore di scenografie del teatro kabuki, anche se sembrerebbe non sforzarsi troppo per cercare un solido progetto di vita. Tra litigi e disavventure la famiglia rimane sempre molto distaccata, ad un certo punto però un drammatico evento cambierà le carte in tavola. Tutto questo viene rappresentato dal regista con grande delicatezza e soprattutto attenzione all’ immagine complessiva delle scene, che evocano forti emozioni e permettono allo spettatore di comprendere esattamente i sentimenti dei personaggi coinvolti.

E con questo video termina il nostro approfondimento su Yamada Yōji! Continuate a seguirci per scoprire tante altre curiosità sul cinema giapponese e i suoi cineasti.  Potete guardare il nostro video qui. A presto! 

Yamada Yōji parte 1 || Akushon! – I registi di JFS

Yōkoso! Benvenuti! alla nuova puntata di Akushon, la rubrica dei registi di JFS! Noi siamo l’associazione Takamori e oggi vi introduciamo alla vita e alla filmografia del celebre Yamada Yōji. Si parte!

L’ormai novantenne Yamada Yōji nasce nel 1931 a Toyonaka, prefettura di Osaka. Molto presto si sposta in Cina, poiché il padre era ingegnere impegnato nella costruzione della ferrovia sud-mancese. Rimarrà in territorio cinese fino alla fine del secondo conflitto mondiale, per poi stabilirsi nella prefettura di Yamagata, nello Honshū centro-settentrionale. Nel 1954 si laurea nell’ambito degli studi cinematografici presso la rinomata università Tōdai della capitale. Trova quindi lavoro presso la casa di produzione di cinema e kabuki denominata Shochiku, presso cui rimarrà impiegato per l’intera carriera lavorativa. I suoi inizi lo vedono nei panni di sceneggiatore e aiuto-regista di Nomura Yoshitaro e le sue prime opere in qualità di regista risalgono ai primi anni ’60 e giungono fino ad oggi. La sua opera più nota al grande pubblico giapponese è la serie di film Otoko wa Tsurai yo, conosciuta anche col nome del protagonista Tora-san, uno venditore in viaggio sempre sfortunato in amore, interpretato da Atsumi Kiyoshi. Sbarca invece in Occidente con pellicole come Tasogare Seibei (o The Twilight Samurai) e Kakushi ken (The Hidden Blade).

La produzione cinematografica di Yamada Yōji è una delle più ampie nella cinematografia giapponese. Infatti, nei suoi 60 anni di carriera ha diretto più di 130 opere, guadagnandosi così il premio alla carriera all’ Asian Film Award nel 2008 e 60 premi per i suoi lungometraggi. Chiaramente l’esplorazione di una produzione così ampia e così varia richiederebbe molto tempo, ma noi cercheremo di darvi una selezione di quattro film che permetta di incuriosirvi, soffermandoci sulla sua produzione di jidaigeki, ovvero film drammatici riguardanti samurai. Il primo film che abbiamo scelto è Bushi no Ichibun (love and honor) del 2006, un jidaigeki sulla storia di un samurai che a seguito di una malattia dovrà affrontare la cecità. Poi abbiamo Tōkyō Kazoku del 2013, vincitore del premio golden spike come miglior film; successivamente abbiamo The hidden Blade del 2004, ambientato nei primi del ‘900 dove un samurai con una scarsa reputazione a causa di un crimine commesso dal padre dovrà riscattarsi con l’aiuto di una domestica e del suo migliore amico. Infine, abbiamo Tasogare Seibei, un film del 2002 che ha riscattato più di trenta premi cinematografici e che gli è valso la nomination agli Academy Awards come miglior film straniero.

Potete guardare il nostro video qui. Se vi abbiamo incuriosito con la fantastica carriera di Yamada Yōji ci vediamo tra due mercoledì per l’approfondimento sui film da noi selezionati per Akushon! A presto!

Tasogare Seibei – The Midnight Samurai

Titolo: The Midnight Samurai

Titolo originale: たそがれ清兵衛

Regista: Yamada Yōji

Uscita al cinema: 2 Novembre 2002

Durata: 129 minuti

 

La Trama

Seibei Iguchi è un samurai di basso rango del Clan Unasaka che dopo la morte della moglie per tubercolosi si trova ad affrontare mille difficoltà quotidiane; infatti, deve crescere e accudire le due figlie di 5 e 10 anni e curare la vecchia madre affetta da demenza senile, ed è costretto a sfuggire alla vita sociale e la compagnia degli amici guadagnandosi così il nome di “Seibei il Crepuscolo”. Tuttavia le cose cambiano quando Seibei rincontra dopo tanti anni un’amica d’infanzia, Tomoe, sorella di un suo vicino tornata a casa dopo il divorzio da un prepotente Samurai più anziano di lei. Egli a seguito di un litigio con il fratello di Tomoe, si troverà a sfidare a duello Seibei, subendo un’umiliante sconfitta. A seguito di ciò un anziano samurai si avvicinerà a Seibei, portandolo a riavvicinarsi alla sua vecchia vita da guerriero.

Il Crepuscolo del Samurai

Narrato in retrospettiva dalla figlia adulta del protagonista, il cui voice-over mai invadente scandisce l’incedere della trama e poi la chiude su una nota di ineluttabile amarezza, The Twilight Samurai è un film profondamente umano sull’amore corrisposto ma impedito dalle circostanze, tutto giocato su un senso pudicissimo del romanticismo e sulla gravità della violenza, mai cinematografica ma essenziale e realistica anche grazie all’uso reiterato della profondità di campo, che dona alle scene prossimità ma anche distacco.
Tutto com’è incentrato su un uomo piegato, ma mai schiacciato, sotto il peso dei suoi doveri, sia istituzionali che privati, sia professionali che affettivi, è un’opera che della figura del samurai esalta la disciplina ma anche la dolcezza, la poesia, un’opera in grado di aggiungere sempre qualcosa in più ai propri personaggi con ogni dialogo o sguardo: che sia un’emozione o un pensiero, un timore o una diffidenza, Yamada Yōji è attentissimo a trasmettere sensazioni e aspettative attraverso ogni inquadratura. Ben più interessato ai sentimenti che all’azione il regista delinea un’epica del quotidiano e un’esaltazione della vita – anche di fronte alla morte – senza trascurare nulla dell’esistenza di un uomo, dai grandi rimpianti alle piccole gioie, dalle fatiche alle leggerezze.
Arriva addirittura a tratteggiare, con estrema padronanza del mezzo filmico, un passato sempre fuori campo e un futuro già scritto che però non si vedrà mai.

—recensione di Massimo Magnoni.