All Greens – FEFF 28 || Recensione

A chiudere la serie di recensioni dedicate ad alcuni dei film giapponesi presentati in concorso all FEFF 28 – iniziate con Tiger (2025) e proseguite con 90 Meters (2025) – si posiziona All Greens (2026), pellicola firmata da Koyama Takashi.

Nato a Ōsaka il 28 settembre 1979, Koyama è un regista e sceneggiatore giapponese. Inizia la sua carriera nel mondo dell’audiovisivo come addetto ai lavori nella produzione di spot pubblicitari, in particolare come assistente alla regia e montatore. Dal 2015 però, decide di dare una svolta al suo percorso intraprendendo la carriera da freelance, debuttando al cinema nel 2019 con il film romantico Colorless. La pellicola riscuote pareri positivi da pubblico e critica, venendo nominata per la selezione Splash del Tōkyō International Film Festival e per il Widene Far East Film Festival. Nel 2022, il suo cortometraggio Shigatsu no Kikkuofu viene insignito del premio d’oro dal Dentsu Advertising Award e del Gran Premio degli inserzionisti BOVA. Tra il 2023 ed il 2024, realizza la serie televisiva Shut Up: un dramma poliziesco che narra le travagliate vicende di quattro studentesse universitarie. Il suo secondo lungometraggio, All Greens, è stato presentato in anteprima al 30° Busan International Film Festival ed è uscito nelle sale giapponesi il 16 gennaio di 2026.

Ed è proprio della sua ultima fatica, All Greens, di cui parleremo in questa recensione: una brillante commedia adolescenziale – tratta dall’omonimo romanzo di Namaki Do – che narra le avventure di un trio tutto al femminile, accomunato dal desiderio irrefrenabile di fuggire dalle dinamiche soffocanti del loro paese natale, alla ricerca della vita metropolitana e frenetica di Tōkyō. La protagonista e leader del gruppo Boku Hidemi, interpretata da un’ottima Minami Sara, è una giovane studentessa del liceo che fa della sua passione per la letteratura e per la musica, in particolare per il mondo street e urban del rap e dell’hip-hop, non solo i suoi marchi di fabbrica, ma l’unica fonte di evasione e ribellione dalla sua famiglia – composta da figure assenti e spesso violente – e dalla sua città, Tokaimura: un piccolo villaggio della prefettura di Ibaraki dove si snoda tutta la vicenda, nonché luogo in cui ha abitato per qualche tempo il regista stesso.

Seguiamo Hidemi nella sua quotidianità travagliata: dalla sofferenza tra le mura scolastiche e domestiche, alle rap battle tenute con i suoi amici del gruppo di rapper locali, dove si fa chiamare con il nome d’arte di “Neuromancer” – citando l’omonimo romanzo di William Gibson – fino ad un tentato stupro da parte di un produttore musicale ai danni della giovane, conclusosi con la fortuita fuga e la sottrazione di alcuni semi di marijuana dalla cassaforte della casa del ragazzo. La sera stessa, tornando a casa a bordo del suo skateboard, è testimone di un tragico evento: una donna ferita e tumefatta dalle percosse, con in braccio il suo bambino, viene investita da un auto che senza farci troppo caso prosegue freneticamente per la sua strada. Ad assistere a questa scena, oltre alla giovane Hidemi, ci sono altre due ragazze nonché compagne di classe della nostra: Yaguchi Miruku (Deguchi Natsuki), la cinefila e campionessa di atletica della scuola, e Iwakuma Mako (Yoshida Mizuki), un’aspirante fumettista a cui viene imposto dalla famiglia un destino che non sente suo e che risulta essere per la giovane fonte di grande frustrazione. Da qui la storia ha inizio. Tre ragazze unite dal caso, un unico desiderio e un potenziale biglietto di sola andata per l’evasione da Tokaimura: i semi di marijuana rubati da Hidemi. Improvvisandosi coltivatrici dal pollice verde, le tre fondano All Greens, un club di giardinaggio, con l’obiettivo di piantare, raccogliere e commercializzare marijuana, comprandosi la libertà con i proventi.

Man mano che i minuti scorrono, Koyama ci presenta anche le vite delle due giovani co-protagoniste, a partire dal personaggio di Yaguchi Miruku – nome che può venire letto in giapponese come la traslitterazione dall’inglese di “milk”: introdotta come conforme e aderente allo stereotipo di ragazza perfetta e socialmente integrata, la perdita del mignolo le costerà l’allontanamento, rivelatosi salvifico, dal gruppo superficiale e circostanziale dei compagni di classe. Miruku risulta essere un personaggio ben scritto e sfaccettato: in lei coesiste l’aspettativa, in parte reale, che gli altri hanno verso di lei, ovvero quella di essere una ragazza intelligente, sicura di sé e dalla vita apparentemente perfetta, che la dimensione interiore e maggiormente aderente alla realtà, che risulta essere decisamente più complessa.

Con un padre assente ed una madre affetta da problemi psicologici che la portano a rimanere rinchiusa in casa vestita con il tipico abbigliamento Lolita, Miruku è costretta ad assumere su di sé il ruolo genitoriale, rovesciando la dinamica madre-figlia in favore del mantenimento di una fragile armonia domestica. Nonostante ciò, non si dà mai per vinta e in lei lo spettatore trova sempre una figura forte, emancipata e dalla battuta pronta. Il regista sembra esserne particolarmente legato, in quanto rendendola un’accanita cinefila, riversa in lei la sua passione per il cinema: elemento che gli consente di giocare con svariate citazioni, si pensi alla più palese a Fight Club (1999) di David Fincher, nella scena in cui rielabora la celeberrima frase dalla pellicola in “La prima regola di All Greens, è che non si parla di All Greens”. In merito a ciò, il regista ammette di avere un legame forte con la pellicola statunitense: vista quando aveva 20 anni, era stato colpito profondamente dai monologhi di Edward Norton nei panni del protagonista-narratore.

A concludere il terzetto, troviamo Iwakuma Mako: certamente la spalla comica del film, che con le espressioni del volto veicola una buffa goffaggine a cui lo spettatore non può far altro che affezionarcisi. Appassionata di manga, ma imbranata nel disegno, sogna un futuro da fumettista che viene però ben presto intralciato dalla famiglia, che la vuole sposata ad un uomo a cui dare in mano le redini dell’azienda agricola. Coerentemente con le altre due eroine della pellicola, anche Mako vede nella dimensione domestica la trappola primaria da cui fuggire: soffocata dalle pressioni familiari che la vogliono inserita in un percorso di vita predeterminato, lavora in un bowling per pochi yen con il sogno di comprarsi un biglietto per la libertà.

In merito al casting delle tre, Koyama afferma di aver scelto Minami Sara come protagonista perché la giovane non aveva mai lavorato nella sua carriera a ruoli che la immaginassero come la “cattiva ragazza”. Incuriosito dai possibili risvolti che ciò avrebbe comportato e dalla nuova angolazione con cui voleva vederla al lavoro, ha deciso di affidarle il ruolo, azzeccando in pieno la scelta. L’attrice risulta credibile nel ruolo, alternando ad un viso impassibile, quasi senza emozioni, timidi momenti di gioia che le vengono regalati dal rap, dalla letteratura e dai pomeriggi afosi in compagnia del gruppo. Per Deguchi Natsuki invece, Koyama ci racconta di averla notata in diversi film di punta in Giappone, confermando il grandissimo successo che sta avendo nella scena cinematografica nazionale e non solo. Yoshida Mizuki infine, è saltata all’occhio del regista dalla sua interpretazione come doppiatrice dell’apprezzatissimo film di animazione Look Back (2024), diretto da Oshiyama Kiyotaka e adattato dall’opera omonima di Fujimoto Tatsuki. Altri attori e attrici compongono la cornice della pellicola, arricchendo l’immaginario pop e brioso creato da Koyama.

Tre ritengo essere gli elementi che rendono questo film imperdibile. Il primo è sicuramente il montaggio: frenetico, misurato, scoppiettante, riesce a dare un ritmo coinvolgente alla narrazione, alternando momenti di pura adrenalina a sequenze di più ampio respiro che danno l’illusione allo spettatore che la pellicola duri pochi minuti, contro gli effettivi 119’. Al montaggio, la musica risulta essere intrinsecamente legata, in particolare la colonna sonora tutta: accompagna coerentemente l’intera pellicola, facendo risaltare ancor di più i momenti di silenzio, che assume una forte carica lirica e climatica. Questa alternanza di montaggio e musica, accompagnata da sapienti movimenti di camera, sono la vera cifra stilistica e tecnica di All Greens. Come terzo elemento, non si può non menzionare il comparto di citazioni alla cultura pop – da romanzi, film, manga, alla già citata musica… – che coinvolgono lo spettatore in un gioco postmoderno di ricerca e individuazione di queste, aggiungendo una dimensione meta-cinematografica e intertestuale che rendono All Greens un titolo spassoso e adatto a tutti.

In conclusione, il film non è esente da difetti: da alcune soluzioni narrative poco realistiche, al raro, ma pur presente, didascalismo. Non per questo però, risulta mai forzato o indigesto: d’altronde il tema della commercializzazione e del consumo di marijuana sono argomenti tabù che in Giappone vengono spesso nascosti piuttosto che affrontati e problematizzati. Non è un caso infatti che il regista, durante la conferenza stampa, abbia tenuto a specificare come ci siano state delle difficoltà durante la scelta della produzione e la raccolta di denaro, ammettendo però che una volta sorpassato l’ostacolo, la realizzazione è potuta procedere senza intoppi.

Recensione di Giovanni Buriola

FAR EAST FILM FESTIVAL 2026

24 aprile – 2 maggio 2026 – Udine (Friuli Venezia Giulia), Teatro Nuovo e Visionario

Inizia il conto alla rovescia per la 28a edizione del Far East Film Festival, che si terrà nella città di Udine dal 24 aprile al 2 maggio 2026 presso gli spazi del Teatro Nuovo Giovanni da Udine e del Visionario. Anche quest’anno l’associazione Takamori parteciperà all’evento, portando affascinanti spunti e novità dalla città friulana, che per nove giorni si trasformerà nel principale punto di riferimento europeo per il cinema dell’Est e del Sud-Est asiatico.

Come ogni anno, il Festival si propone di creare un ponte tra Asia ed Europa, aprendo una coinvolgente finestra sul cinema asiatico per un pubblico diversificato – ideale ribadito anche dal poster ufficiale dell’edizione, realizzato dall’illustratore americano Andy Rementer, assistito dall’art director Margherita Urbani. Attraverso il suo design, Rementer pone l’attenzione su come il cinema abbia la facoltà di unire persone con storie, facce e vite diverse, rendendosi un luogo di condivisione e incontro.

Info dettagliate su https://www.fareastfilm.com/.

 

“Ya boy kongming! – The Movie” di Shibue Shūhei || Takamori x FEFF 27

Ya Boy Kongming! The Movie è un adattamento cinematografico live-action, tratto da una serie televisiva ispirata a sua volta al manga Paripi Kōmei di Yuto Yotsuba e Ryo Ogawa. Il film narra l’incredibile avventura nel mondo della musica di Kongming, celebre stratega cinese vissuto durante il turbolento periodo dei Tre Regni (220-280 d.C.), che si ritrova misteriosamente trasportato nel Giappone contemporaneo.

Diretto da Shibue Shūhei, regista prolifico noto per il suo lavoro in ambito pubblicitario e nei videoclip musicali, e sceneggiato da Nemoto Nonji, già autore della serie televisiva originale, il film dà per scontata una certa familiarità con l’universo di Ya Boy Kongming! e, in modo più ampio, con la storia dei Tre Regni.
Zhuge Liang (181-234 d.C.), conosciuto anche con il nome di Kongming, affianca come stratega e manager la giovane cantante pop Tsukimi Eiko (interpretata da Kamishiraishi Moka), e altro personaggio importante e di supporto al protagonista è Kobayashi (Moriyama Mirai), gestore del locale di musica dal vivo dove Eiko si esibisce e appassionato sfegatato dell’epoca dei Tre Regni.
La trama principale si sviluppa lungo una linea piuttosto chiara: tre importanti etichette discografiche – Key Time, SSS e V-EX – decidono di organizzare un grande festival competitivo, una sorta di torneo musicale in cui i loro artisti si sfidano per conquistare il pubblico. Grazie al talento strategico e al costante incoraggiamento di Kongming, Eiko viene scelta da Key Time come rappresentante del gruppo dedicato alle “voci emergenti”. Parallelamente, anche Shin (Utaha), giovane cantante piena di determinazione scoperta mentre si esibisce per strada, entra in gara come nuova promessa della SSS. A spingerla sulla scena è Sima Jun (Kamio Fuju), brillante mente dell’industria musicale e fratello della ragazza. Non a caso, Sima è un discendente diretto di Sima Zhongda, storico rivale di Kongming durante l’epoca dei Tre Regni.
Con l’avvicinarsi della data del grande concerto, Eiko e Kobayashi iniziano a percepire un cambiamento inquietante in Kongming. L’uomo è turbato da sogni ricorrenti: una misteriosa porta situata nel cuore di una foresta di bambù lo chiama, come se segnasse il confine con l’aldilà. Sempre più convinto che ascoltare la voce di Eiko significhi varcare quella soglia e abbandonare il mondo dei vivi, Kongming si trova di fronte a un dilemma profondo e doloroso. Per Eiko, la soluzione appare semplice e drastica: smettere di cantare, una volta per tutte. Ma Kongming non è d’accordo. Convinto che nella voce della giovane risieda il potenziale per realizzare quella pace universale che sogna da sempre, non può permetterle di rinunciare al suo dono.
Mentre il conflitto interiore tra Eiko e Kongming si intensifica, causando sofferenza a entrambi, prende il via il tanto atteso concerto. Sul palco si alternano artisti fittizi e reali, come la boy band &TEAM, la cantante Avu-chn e così via. L’atmosfera è dominata da un’esplosione di J-pop frenetico e ad alto volume, con performance travolgenti di ballerini, cantanti e rapper che mantengono alta l’energia dall’inizio alla fine. Nel frattempo, la narrazione si complica con una serie di colpi di scena legati alle mosse orchestrate dai due strateghi rivali. Alla fine, però, tutto converge nello scontro decisivo: quello tra Eiko e Shin.
La sceneggiatura di Nonji Nemoto, pur cercando di mantenere il tono giocoso e avvincente del manga, spesso cede a cliché narrativi e soluzioni troppo semplicistiche. Il film si muove tra il desiderio di attrarre il pubblico con elementi moderni e la necessità di rispettare la fonte storica, senza mai trovare un equilibrio perfetto tra questi due mondi. La sua fusione di storia e musica è un’idea interessante, ma i temi di crescita e cambiamento che dovrebbero essere centrali nella trama si perdono in una narrazione che non riesce a superare la superficie.
Era chiaro fin dall’inizio cosa aspettarsi: durante la presentazione, l’attore protagonista definisce il film come “una festa dentro al festival”. E in effetti, il tono vivace e scanzonato della pellicola si intreccia perfettamente con l’atmosfera gioiosa del Far East Film Festival, dando vita a una sinergia naturale tra schermo e contesto.

“Rewrite” di Matsui Daigo || Takamori x FEFF 27

Presentato in anteprima mondiale al Far East Film Festival, Rewrite segna una nuova tappa nella carriera di Matsui Daigo, mostrando una maturità artistica che arricchisce ulteriormente il suo percorso registico.

Ispirato a The Girl Who Leapt Through Time e ambientato nella suggestiva città costiera di Onomichi, il film si configura come un sentito tributo al maestro Ōbayashi Nobuhiko, come dichiarato dallo stesso Matsui alla premiere mondiale.
In apparenza, Rewrite si presenta come un classico dramma romantico con elementi di viaggio nel tempo, ma ben presto rivela un impianto narrativo molto più sofisticato e complesso. Ciò che sembrava il preludio a una storia d’amore adolescenziale, si trasforma in una trama articolata e imprevedibile, simile a una partita di scacchi che, inaspettatamente, acquista una dimensione ulteriore. Da quel momento, il film si apre a riflessioni complesse su tempo, scelte e responsabilità.
La trama ruota attorno a Miyuki (interpretata da Ikeda Elaiza), una studentessa delle scuole superiori che incontra Yasuhiko (Adachi Kei), un misterioso compagno di classe proveniente da un futuro distante 300 anni, giunto nel passato per conoscere l’autrice di un romanzo che lo aveva profondamente colpito.
Miyuki custodisce il segreto di Yasuhiko e, durante un’estate ricca di avvenimenti, i due si innamorano. Un giorno, assunta una pillola datale dal ragazzo, Miyuki incontra una se’ di dieci anni più grande la quale le rivela che il libro tanto amato da Yasuhiko è in realtà opera sua, e tutto ciò che deve fare è scriverlo. Il tempo passa e per il giovane giunge l’ora di tornare nel futuro, ma prima di salutarlo lei gli promette di trasformare la loro storia in un romanzo e completare così il ciclo temporale.
Dieci anni dopo, ormai scrittrice affermata, Miyuki torna a Onomichi per incontrare la se stessa del passato e ripetere l’incontro di dieci anni prima. Tuttavia, la Miyuki liceale non si presenta “all’appuntamento”.
Il legame intenso tra due amanti separati da epoche diverse — e forse destinati a non rincontrarsi mai — perde parte del suo pathos quando, durante un incontro tra ex compagni di scuola, Miyuki scopre di non essere l’unica a conoscere il segreto di Yasuhiko, infatti questo avrebbe replicato la stessa storia estiva avuta con la ragazza. Sebbene la narrazione continui a ruotare attorno a Miyuki, è l’irruzione dei vecchi amici nella trama a cambiare tono e direzione al film. In mano meno esperte, questo snodo narrativo avrebbe potuto portare alla confusione, ma Ueda gestisce abilmente la complessità delle sottotrame, mantenendo fluidità e coerenza. I flashback che raccontano i maldestri tentativi di Yasuhiko di rimettere ordine nei suoi salti temporali regalano momenti di leggerezza e ironia.
Il viaggio nel tempo, quindi, non rappresenta un semplice trucco narrativo, ma diventa metafora delle scelte compiute e delle aspettative che pesano su di noi. È un modo per far dialogare il presente con le sue molteplici possibilità future, più che con il passato. Al centro del film non c’è tanto il desiderio di modificare ciò che è stato, quanto il bisogno urgente di vivere pienamente ciò che è, con tutte le sue imperfezioni.
La peculiarità del film sta nel modo in cui Matsui evita tanto l’eccesso drammatico quanto la retorica sentimentale, optando per un linguaggio sobrio e scambi misurati. Rewrite è un film discreto ma incisivo, che riesce a parlare al cuore senza alzare la voce. Con lucidità e sensibilità, Matsui firma un’opera che non cerca effetti speciali, ma guarda all’interiorità e alla crescita personale. In un’epoca che premia chi arriva sempre primo, Rewrite ci ricorda che il tempo è anche comprensione, lentezza e accettazione di sé.

“See you tomorrow” di Michimoto Saki || Takamori x FEFF 27

See You Tomorrow (ほなまた明日, Honamata ashita) ha aperto la penultima giornata del FEFF portando sullo schermo la voce sensibile e originale della giovane regista Michimoto Saki (道本咲希). Pur non essendo alla sua primissima esperienza dietro la macchina da presa, con questo film si conferma una presenza da tenere d’occhio per la lucidità con cui racconta le emozioni.
La pellicola esplora con delicatezza e profondità lo scontro, spesso silenzioso, tra aspirazioni personali e relazioni affettive fragili, dipingendo il ritratto di una generazione sospesa tra sogni coltivati con ostinazione e sentimenti nascosti dietro una maschera di leggerezza.
Protagonista è Nao (interpretata da Tanaka Makoto), studentessa di fotografia appassionata di street photography, che ogni giorno si perde per le strade di Osaka in cerca di momenti da catturare con la sua reflex. La vicenda si snoda principalmente tra le mura dell’accademia d’arte che Nao frequenta, dove stringe un legame con tre compagni di corso – Sayo (Shigematsu Risa), Tada (Akiyama Takuro) e Yamada (Matsuda Ryota) – anche loro desiderosi di diventare fotografi.
Il talento cristallino di Nao emerge fin da subito, tanto da suscitare l’invidia dei colleghi e perfino del professore (Okuchi Ken), combattuto tra l’ammirazione e un sottile risentimento.
Ciò che colpisce nel film è la scelta stilistica della regista: Michimoto evita consapevolmente ogni deriva sentimentale, preferendo una narrazione asciutta, essenziale e brutalmente onesta, molto vicina all’esperienza reale dei giovani che si trovano a fare i conti con il peso delle scelte e del futuro.
Il ritmo è pacato, i dialoghi misurati, le scene spesso statiche: è il silenzio, più delle parole, a dare significato e profondità alle relazioni.


Se è vero che a tutti noi è concesso di sognare in grande, è altresì vero che solo in pochi riescono a trasformare tali sogni in realtà. Nao fa parte di questa élite: non per arroganza, ma per una determinazione lucida e una predisposizione naturale al successo.
Proprio questa sicurezza, mai ostentata ma sempre evidente, finisce per incrinare i rapporti con i compagni, che la percepiscono fredda, distante e impietosa. È forse questa la chiave del suo successo?
Il film riflette su temi universali – tempo, rimpianto, l’irrisolto – con una sensibilità rara nel cinema contemporaneo. Paradossalmente, Nao è l’unica a non cambiare: resta uguale dall’inizio alla fine. Eppure, è proprio lei, nella sua staticità, a innescare il cambiamento negli altri, in particolare in Yamada, che si scopre incapace di confrontarsi con il talento e il passato, e alla fine sceglie la fuga.
See You Tomorrow non offre soluzioni facili. Piuttosto, ci invita a riconoscere ciò che siamo e ad accettare le nostre possibilità, anche se imperfette, anche se lontane da quelle degli altri. Una riflessione sincera e senza fronzoli sull’identità, sulla rivalità e sul bisogno di essere visti davvero.

Shibue Shūhei || Takamori x FEFF 27

Shibue Shūhei, nato nel 1985, è uno dei nuovi nomi da tenere d’occhio nel panorama del cinema giapponese contemporaneo. Dopo aver studiato alla Facoltà di Arte Applicata della Saga University, dove si è laureato in design, Shibue ha ampliato i suoi interessi avvicinandosi alla produzione video, affinando un approccio visivo personale e dinamico.
La sua carriera ha preso forma attraverso una vasta esperienza in diversi settori dell’audiovisivo: videoclip musicali, spot pubblicitari e serie televisive, ambienti in cui ha potuto sperimentare linguaggi narrativi diversi e sviluppare una forte sensibilità per il ritmo e l’immagine. Questo background eclettico ha reso il suo stile riconoscibile, capace di fondere estetica pop, attenzione ai dettagli e capacità di coinvolgere emotivamente il pubblico.
Nel 2023, Shibue ha diretto il musical drama televisivo Ya Boy Kongming! per Fuji TV, adattamento live-action di un popolare manga che aveva già conosciuto successo attraverso una serie animata e uno spettacolo teatrale. Il progetto ha riscosso grande consenso in patria, confermando la sua abilità nel gestire storie vivaci e ricche di energia visiva.
Il 2024 rappresenta un traguardo importante nella sua carriera: Shibue debutta nella regia cinematografica con Ya Boy Kongming! The Movie , che arriva nelle sale giapponesi il 25 aprile 2025. La pellicola è stata presentata in anteprima internazionale fuori concorso al Far East Film Festival di Udine il 2 maggio 2025. La presenza al FEFF testimonia l’interesse crescente per il suo lavoro e sancisce il suo passaggio dal piccolo al grande schermo.