Ōe Kenzaburō – Insegnaci a superare la nostra pazzia

Autore: Ōe Kenzaburō

Titolo: Insegnaci a superare la nostra pazzia

Editore: Garzanti

Traduzione: Nicoletta Spadavecchia

Edizione: 2009

Pagine: 203

“Insegnaci a superare la nostra pazzia” è una raccolta di quattro brevi romanzi dai tratti semiautobiografici, appartenente allo scrittore Ōe Kenzaburō (大江 健三郎) insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1994; scritti in periodi differenti, condividono come leitmotiv la follia che può affliggere ogni uomo, l’inquietudine esistenziale e una realtà cruda e opprimente. Gli stilemi linguistici adottati dallo scrittore e la ricchezza lessicale per nulla casuale reiterano nel lettore un senso d’angoscia che rende la lettura a tratti impervia. Una lettura folle e perturbante, come la realtà rappresentata, che mira a mettere in subbuglio i moti dell’animo.

“Il giorno in cui lui mi asciugherà le lacrime”, racconto pubblicato nel 1972, esordisce con un io narrante inaffidabile: protagonista è un paziente affetto da cancro al fegato che, alla vigilia della sua morte, ripercorre i “giorni felici” della sua vita e l’influenza che “quell’uomo” ha avuto su di essa, una “storia contemporanea” che egli detta ad una “esecutrice testamentaria” in cui riemergono rancore per la madre e folli e mendaci rivelazioni di cui egli stesso è vittima. Difatti il protagonista si scopre essere un paziente ricoverato nel reparto neurologico dell’ospedale, affetto da una curabile cirrosi, ma che brama la morte come azione di rivalsa nei confronti della madre. Una trama tortuosa in cui il punto di vista del narratore vacilla tra menzogne e verità; pagine che rispecchiano la psiche di un folle in cui la realtà risulta fallace e priva di appigli. Magistralmente Kenzaburō emula il pensiero di un folle, addentrandosi nella sua mente, districandosi nella selva di mistificazioni da lui create, fino a giungere al trauma infantile che ha provocato tutto ciò: un padre invasato che non accettava la disfatta del Giappone nel 1945 e la conseguente resa dell’imperatore. Lo shock arrecatogli da “quell’uomo” e il rapporto conflittuale con la madre sono le premesse del baratro.

“L’animale d’allevamento”, racconto del 1958 grazie a  cui lo scrittore ricevette il premio Akutagawa, narra il trauma di un passaggio repentino e violento dall’infanzia alla vita adulta che il protagonista, bambino di un anonimo villaggio, subisce durante la guerra del pacifico in Giappone. La guerra, apparentemente lontana, irrompe nella quotidianità arretrata e misera del villaggio con la cattura di un “soldato negro”, a cui il titolo dell’opera fa riferimento. Gli epiteti che contrassegnano il soldato simbolizzano l’evoluzione del rapporto che intercorre tra lui e il villaggio, nonché il processo di deumanizzazione del nemico in tempo di guerra, che viene decostruito da essere umano a “preda”, “animale d’allevamento”  e infine “animale domestico”, quando gradualmente egli entra a far parte della vita dei bambini del villaggio. Un rapporto in cui lo scrittore ci illude che possa esserci un lieto fine e che invece tronca con la presa in ostaggio dell’io narrante da parte del soldato, non appena la sua incolumità viene messa a rischio. L’intesa iniziale viene spezzata dalla guerra che sembra solo una cornice lontana e che, al contrario, frantuma con veemenza il quadro delineato: “Tutto il sotterraneo fu un ululare di adulti e sentii lo sfracellarsi della mia mano e del cranio del soldato negro”.

“Insegnaci a superare la nostra pazzia”, scritto nel 1969, si ricollega al primo racconto, con una collocazione cronologica antecedente rispetto a quest’ultimo, e pone i preamboli che condurranno il protagonista alla pazzia. Emergono fin da subito due rapporti antitetici tra loro: l’antagonismo madre-figlio e il binomio morboso tra un padre apprensivo e il figlio malformato. Saranno proprio la frattura del rapporto con il figlio, quando il protagonista comprende che egli può vivere senza di lui, e la guerra dichiarata alla madre attraverso il desiderio di voler scrivere una “biografia rivelatrice” sul padre, a creare una scissione interna liberatoria, ma foriera della sua follia. Un racconto che rimanda palesemente il lettore alla vita privata di  Ōe Kenzaburō e al rapporto con il figlio Hikari, affetto fin dalla nascita da una gravissima lesione cerebrale.

“Aghwee il mostro celeste”, pubblicato nel 1964, conclude la raccolta riproponendo il tema della pazzia scaturita dal rimorso di un padre:  Aghwee, la creatura immaginaria dalle sembianze infantili, “grande come un canguro con una camicia di cotone bianco”, che solo egli  riesce a vedere, si scopre altro non essere che il fantasma di suo figlio. Quando alla nascita gli venne diagnosticata erroneamente un’ernia cerebrale, il padre lo fece morire, non disposto “ad accudire un figlio che avrebbe avuto soltanto funzioni vegetative”. Quando poi dall’autopsia si rivelò essere un semplice tumore benigno, il padre cominciò ad avere allucinazioni. Ciò è punto di partenza per un cielo di esseri fluttuanti che ogni tanto fanno una visita in terra, come Aghwee, nome che probabilmente si riferisce al mugolio del bambino, unico verso che gli fu permesso emettere nella sua breve esistenza. Un uomo segnato dalle sue scelte, che afferma di non vivere nel “tempo presente”, e che si condanna all’espiazione finale, ovvero la sua morte.

“Insegnaci a superare la nostra pazzia” è una raccolta in cui si annidano le peggiori inquietudini dell’uomo e in cui la follia si erige  quasi come una condizione contagiosa in cui ognuno di noi può precipitare e soccombere. Un’opera  che non soltanto lascia il lettore in uno stato d’amarezza, ma lo mette a confronto con timori e riflessioni sulla precarietà della vita. Ōe Kenzaburō conferma, con tale opera e le tematiche scomode da lui sviscerate, la fama di massimo scrittore del ventesimo secolo  attribuitagli indiscussamente.

 

– di Riccardo Peron


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Lucifero e altri racconti – Akutagawa Ryūnosuke


Autore
: Akutagawa Ryūnosuke

Titolo: Lucifero e altri racconti

Editore: Lindau

Traduzione: Andrea Maurizi

Edizione: 2019

Pagine: 206 inclusa postfazione

Akutagawa Ryūnosuke è stato uno degli autori più acclamati del panorama letterario giapponese, conosciuto anche al di fuori della sua terra natia. Uno scrittore in grado di trasportare il lettore in altre epoche, epoche passate, dove naturalmente il confine tra reale e fantastico si assottiglia e diventa effimero. La premessa però è che Akutagawa era anche un uomo; un uomo inquieto ed ossessionato dalla morte, ma allo stesso tempo assetato di conoscenza e sognatore. È da qui che probabilmente nasce la sua grande passione per il Cristianesimo, una passione coltivata nella sua breve vita con intensità e target differenti nel corso del tempo. A tratti è stata una curiosità puramente estetica, ad altri esistenziale e filosofica, soprattutto nei confronti di Gesù e della figura del martire. Proprio questa sua visione così preziosamente sfaccettata traspare da questa raccolta di racconti brevi, da sempre il media prediletto di Akutagawa, uniti tra loro per l’appunto dal filo conduttore del cristianesimo. Akutagawa ha vissuto in una fase specialmente dinamica della storia del Giappone, il periodo Meiji (1868 – 1912), e senz’altro i repentini cambiamenti della società del tempo hanno influenzato la sua poetica. L’autore è stato cresciuto da una famiglia di origine samuraica e aveva una vasta cultura sia riguardo al Giappone classico che alla Cina, nonché dei loro folklori, da cui sapientemente attinge per realizzare la maggioranza delle sue opere che spesso hanno un retrogusto quasi mitologico, o leggendario.

Lucifero e altri racconti” racchiude dieci componimenti raffinati che forniscono spunti sia psicologici che storico-culturali del tempo, essi appartengono alla categoria dei cosidetti Kirishitan mono ovvero i racconti cristiani, scritti da Akutagawa tra il 1916 e il 1927, anno in cui si toglierà la vita.

Il diavolo e il tabacco” ambientato nel 1549, anno in cui arrivarono i primi missionari Gesuiti con l’obbiettivo di evangelizzare il Giappone, è il racconto con cui esordisce questa raccolta. Una storia semplice, una novella, con cui l’autore ci fa però riflettere su quanto sia complessa e soggettiva la nozione di peccato. Il diavolo si camuffa per viaggiare a bordo della nave coi santi padri, e una volta in Giappone si mette al lavoro per riuscire a tentare qualche fedele. Il diavolo verrà scoperto e messo in fuga, ma avendo importato con successo le sue preziose piante di tabacco nel paese, la vittoria contro di lui sarà solo parziale.

Akutagawa riprende lo stesso concetto in un altro racconto, “Gesù di Nanchino“, stavolta ambientato in Cina, un luogo molto caro all’autore. La protagonista, Jinhua, è una giovane ragazza molto devota al cristianesimo che è costretta però a prostituirsi per prendersi cura del vecchio padre. Le contraddizioni si moltiplicheranno quando la ragazza contrarrà una malattia venerea che per essere curata deve essere trasmessa a qualcun’altro, e per non peccare inizierà a rifiutare clienti per evitare di contagiarli. La situazione diventa critica, finché una sera non arriverà un uomo straniero che Jinhua non sarà in grado di respingere e che la libererà della malattia giacendo con lei. In sogno lo straniero le rivela di essere Gesù Cristo e al mattino, quando la ragazza si sveglia, non trova nessuno al suo fianco. Alla fine scopriremo che tutta la faccenda è stata un malinteso e che lo straniero è morto mesi più tardi per la malattia venerea che contrasse quella notte, ma il tutto all’insaputa di Jinhua, che invece crede di aver assistito ad un miracolo che, oltre ad averle salvato la vita, le ha anche donato le conferme necessarie per rendere la sua fede incrollabile.

Un altro racconto degno di nota è “Un debito di riconoscenza” più che altro per l’espediente narrativo impiegato da Akutagawa, un espediente che non può che ricordare il racconto più celebre dello scrittore, “Rashōmon” del 1915, da cui nel 1950 è stato tratto l’omonimo film capolavoro del maestro Kurosawa Akira, che ha contribuito ad accrescere esponenzialmente la fama di Akutagawa nel mondo. Il racconto si snoda in tre parti, con tre narratori differenti che raccontano la stessa storia; sta al lettore raccogliere i tasselli di questo grande puzzle in cui si alternano confessioni, debiti e promesse, sempre con tematiche legate alla religione e al martirio.

Quest’ultimo tema è trattato ancor più nello specifico in “La morte di un cristiano“, un’altra storia toccante presente nella raccolta, in cui un ragazzo amato da tutta la comunità ecclesiastica di un villaggio viene cacciato poiché accusato di aver messo incinta una giovane donna. Il protagonista si troverà a vivere nei bassifondi, rinnegato dai cristiani e disprezzato da tutti gli altri, ma con la sua fede del tutto intatta un giorno troverà la sua occasione per riscattarsi. Quando un terribile incendio divampa nella casa dove abitavano la sua presunta amante e figlia, il ragazzo si getta nelle fiamme e salva la bambina, sacrificando la propria vita. Solo alla fine del racconto scopriremo che il protagonista non solo era innocente, ma che addirittura era di sesso femminile.

Il sorriso delle divinità” è sicuramente il racconto più suggestivo della raccolta e delinea con chiarezza la visione che Akutagawa ebbe del cristianesimo nei suoi ultimi anni di vita (assieme a “Lucifero” e “L’uomo da Occidente – parte I e II“, delle vere e proprie riflessioni teologiche dell’autore). Le tranquille passeggiate di Padre Organtino, un famoso Gesuita in Giappone, nel giardino della sua chiesa in cui convivono piante orientali ed occidentali, descritto con un magnifico stile quasi simbolista, vengono interrotte da delle manifestazioni dei kami, le divinità dello Shintoismo. Dalla bocca dei kami, Akutagawa parla e dice la sua; il Giappone non si può convertire, il Giappone è già stato messo alla prova, ha assimilato il buddhismo e si è evoluto. Il vento del cristianesimo può soffiare impetuoso ma la forza della tradizione giapponese è simile a quella della canna di bambù, che si piega ma non si spezza.

La peculiarità del racconto breve è l’immediatezza e con ciò si intende qualcosa che esprima concetti in maniera diretta, non qualcosa che lascia il tempo che trova. “Lucifero e altri racconti” è una lettura che fornisce ottime occasioni per fermarsi a riflettere su cose familiari agli occidentali ma da un punto di vista alternativo e affascinante, quello orientale. Come una finestra in soffitta di casa nostra che ci è sempre sfuggita e da cui ci affacciamo per la prima volta. Tutto questo magistralmente narrato con lo stile che è proprio di uno scrittore geniale come Akutagawa Ryūnosuke, a cui è anche dedicato il più prestigioso riconoscimento letterario giapponese (l’Akutagawa Ryūnosuke Shō), e il cui nome è stato reso immortale dalle sue opere.

 

— di Elia Frontoni


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La studentessa e altri racconti (2019) – Dazai Osamu

Autore: Dazai Osamu

Titolo originale: Joseito (女生徒)

Editore: Atmosphere Libri

Collana: Asiasphere

Traduzione: Alessandro Tardito

Edizione: 2019

Pagine: 207

Dazai Osamu è forse uno fra gli autori più noti e amati della letteratura del ventesimo secolo in Giappone. Nato nel 1909 nella prefettura di Aomori, ha vissuto una breve ma intensa vita, segnata dai numerosi tentativi di suicidio. Muore infatti nel 1948, insieme all’amante Tomie, in un doppio suicidio. Noto principalmente per i suoi romanzi “Il sole si spegne” (Shayō) e “Lo squalificato” (Ningen Shikkaku), durante la sua carriera, Dazai ha scritto numerosi racconti brevi che gli hanno permesso di conquistare una certa fama fra i lettori della sua epoca. In questo libro, troviamo, oltre alla novella che dà il titolo alla raccolta stessa, alcune delle storie scritte nel periodo della seconda guerra mondiale.

Nella prima novella, “La studentessa“, Dazai descrive la vita di una giovane ragazza di Tokyo, in uno stile simile al flusso di coscienza, esprimendone i pensieri e le paure in una maniera così naturale che quasi sembra di leggere pagine del diario scritte dalla ragazza stessa. Nonostante sia una storia scritta nel 1939, la descrizione di questa giovane donna rimane incredibilmente attuale e rispecchia i sentimenti dei giovani che si trovano a metà fra l’adolescenza e la maturità. È forse una delle novelle più belle scritte da Dazai.

Segue un racconto che l’autore ha scritto rielaborando una storia dell’immaginario giapponese scritta da Ihara Saikaku. Ne “Il mare delle sirene” lo stile di Dazai dà alla vicenda, da un lato caricaturale nella sua interpretazione dei bushi del tempo, una profondità che enfatizza l’emotività dei personaggi. Un’opera di rielaborazione avviene anche nel caso dei racconti “Una storia di onestà povertà” e “Bambù blu“. Questi ultimi sono presi dalla raccolta “Racconti straordinari dello studio Liao” stilata da Pu Songling. Dazai ripropone queste due storie in origine corte, in uno stile tutto suo in cui il tutto si risolve nelle ultime righe e a cui l’autore aggiunge un insegnamento morale e ulteriori riferimenti alla letteratura cinese.

Per ultime, ma non perché siano meno importanti, vi parlo delle due novelle che vedono come protagonisti i membri della famiglia Irie. In “Sull’amore e la bellezza” e “Lanterne di una storia d’amore“, Dazai descrive abilmente i cinque fratelli e sorelle della famiglia con la stessa naturalezza con cui ha rappresentato la giovane studentessa. In questo caso i personaggi ci vengono descritti non tramite le loro azioni, ma attraverso le diverse parti di storia che metteno insieme uno ad uno. Questi fratelli e sorelle, infatti, pur essendo molto diversi gli uni dagli altri, si trovano spesso insieme per cimentarsi nella composizione di storie di qualsiasi genere. Tramite la famiglia Irie, Dazai fa sfoggio della sua estesa e profonda conoscenza della filosofia e letteratura occidentale che ritroviamo in molte sue altre opere.

Il libro si chiude con un’interessante postfazione a cura del traduttore Alessandro Tardito che offre importanti e interessanti informazioni pertinenti alla raccolta e all’autore.

Per gli amanti di Dazai Osamu, questa raccolta è di sicuro una piacevole sorpresa tra le uscite del 2019 e di sicuro non delude. La studentessa è un racconto che tocca nel profondo e la traduzione italiana rende molto bene l’idea che l’autore voleva trasmettere anche nell’originale giapponese. Dazai purtroppo è un autore che in Italia non vanta di molta fama né viene tradotto spesso, oltre al fatto che i suoi due romanzi più famosi sono ancora pubblicati nella versione tradotta dall’inglese (in mancanza di una traduzione dal giapponese all’italiano). Con questo libro ci arrivano fra le mani alcuni dei più bei racconti brevi della letteratura giapponese da parte di un autore altrettanto importante nel quadro della letteratura giapponese del 1900. Per chiunque fosse un appassionato dei decadenti del primo ‘900 e della letteratura semi-biografica questa raccolta è assolutamente un “must read”.

— di Noemi Tappainer


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